Capitolo 9

Capitolo 9

Il respiro di Paolo era l’unica mappa di quel confine fragile chiamato *adesso*. Erica lo seguiva, contando ogni inspirazione, ogni espirazione, come se potesse ancorarlo ulteriormente con la sola forza della sua attenzione. La tazza di caffè della macchinetta, lasciata da Leonetti, era ormai fredda sul comodino, un cerchio di condensa che si allargava sulla plastica.

Fu il cambiamento nel ritmo a farla sobbalzare sulla sedia di plastica. Non uno scatto, ma un’irregolarità. Un’inspirazione che si interruppe a metà, un sussulto silenzioso del torace sotto il lenzuolo di cotone grezzo dell’ospedale.

«Paolo?»

Le sue palpebre si mossero. Non si aprirono, ma si contrassero, come se stesse lottando contro qualcosa al loro interno. Una smorfia gli attraversò il volto, un’espressione di dolore concentrato, di sforzo mentale. La sua mano, quella che lei non teneva, si strinse a pugno sul lenzuolo, le nocche bianche.

Erica si alzò, il cuore che le martellava contro le costole. «Paolo, sono qui. Erica.»

La sua voce sembrò raggiungerlo, ma non nel modo che sperava. La smorfia si intensificò. Un gemito basso, strozzato, gli uscì dalle labbra secche.

«No…» mormorò, la voce roca, frantumata dal sonno e dai farmaci. «Non… non lì. Matteo…»

Il nome cadde nella stanza come un sasso in uno stagno immobile. Erica sentì un brivido freddo risalirle la spina dorsale. *Matteo*. L’amico morto. L’incendio che non era un incendio.

«Paolo, stai sognando. Non sei lì. Sei al sicuro.»

Lui scosse la testa sul cuscino, un movimento angosciato, negando qualcosa che solo lui poteva vedere. «Il sibilo… senti il sibilo? Come un vetro che si spezza… ma sottile… troppo sottile…»

Le sue parole erano frammenti, echi distorti. Erica ricordò ciò che Leonetti aveva detto nel corridoio devastato: *Sta ricevendo frammenti di tutti i Paolo che sono stati risonati nel ponte*. Questo non era un sogno normale. Era un’intrusione.

«Paolo, apri gli occhi. Guardami.»

«La luce…» continuò lui, ignorandola, perso nella sua visione interiore. «Brucia senza calore. Lui… lui guarda le sue mani. Perché guarda le sue mani?»

La descrizione era troppo specifica, troppo vivida. Erica aveva visto le foto della scena del crimine, quelle che Bianchi le aveva mostrato con riluttanza. Il corpo di Matteo Costa era stato trovato in un cerchio di cenere perfettamente circolare, le mani tese davanti a sé come a proteggersi. Un dettaglio non divulgato.

«Mi dispiace, Matteo,» singhiozzò Paolo nel sonno, una lacrima che gli solcò la tempia e si perse nel cuscino. «Dovevo capire… i dati erano vivi… erano vivi e lui li ha toccati…»

La porta della stanza si aprì silenziosamente. Non era Leonetti questa volta, ma il dottor Varese. Era entrato con la naturalezza di chi è di casa in un ospedale anche di notte, la cartella sotto il braccio. Vide l’espressione di Erica, vide Paolo che si agitava, e il suo volto calvo e pragmatico si indurì in una maschera di concentrazione professionale.

«Episodio onirico intrusivo,» disse, non come una domanda ma come una diagnosi. Si avvicinò al letto, posò la cartella e prese delicatamente il polso di Paolo. «Prevedibile. L’attività REM è il campo in cui il cervello tenta di integrare i dati incoerenti. O di espellerli.»

«Sta parlando di Matteo,» sussurrò Erica, la voce rotta. «Di cose che non potrebbe sapere.»

Varese le lanciò uno sguardo penetrante da sopra gli occhiali spessi. «Non potrebbe saperle *qui*. Ma in un altro ramo di probabilità?» Scosse la testa, tornando a osservare Paolo. «Non forzatelo a ricordare. Non cercate di dare un senso a ciò che dice. Sono echi, signora Da Silva. Fantasmi di percorsi non presi.»

«Fanno male,» disse Erica, guardando la sofferenza sul volto di suo marito.

«Sì,» ammise Varese, con una rara onestà. «Perché sono reali. O lo sono stati. Per una versione di lui.» Prese una siringa pre-riempita da un vassoio, controllò l’etichetta. «Un leggero sedativo. Per interrompere il ciclo REM e dargli un po’ di tregua. Non è una soluzione, è un palliativo.»

Erica annuì, incapace di parlare. Guardò l’ago penetrare delicatamente nella flebo, il liquido chiaro mescolarsi al soluzione fisiologica. Lentamente, la tensione nelle spalle di Paolo cominciò a sciogliersi. Il pugno si aprì. Il respiro tornò regolare, più profondo, più vuoto. La tempesta interiore si placava, ma non perché fosse passata. Perché era stata messa a tacere.

Varese annotò qualcosa sulla cartella. «Dovrebbe dormire tranquillo per qualche ora. Lei,» aggiunse, guardandola, «dovrebbe andare a casa. Fare una doccia. Dormire in un letto vero.»

«Non posso lasciarlo.»

«Capisco. Ma la ricostruzione è più lunga e difficile della crisi. E inizia adesso. Ha bisogno di forza, non di un’ombra sfiancata al suo fianco.» La sua voce non era crudele, era semplicemente vera. «C’è un’infermeria per il personale al piano terra. Posso farle avere una branda. Per stanotte.»

Erica stava per rifiutare, per aggrapparsi alla sedia di plastica come a una zattera, quando un altro suono attirò la sua attenzione. Non proveniva da Paolo.

Era un ronzio. Bassissimo, quasi subliminale. Veniva dalla tasca del suo cappotto, dove il cilindro di metallo riposava inerte da ore.

Il cuore di Erica si fermò. Lo estrasse, tenendolo nel palmo della mano. Era freddo. Opaco. Ma al centro, dove prima pulsava una luce azzurrina, ora c’era un punto oscuro, una macchia che sembrava assorbire la fioca luce della stanza invece che emetterla. E il ronzio, quel suono che sentiva più nelle ossa che nelle orecchie, ne proveniva.

«Non toccatelo,» disse una voce nuova, asciutta e precisa come un bisturi.

Erica si voltò di scatto. Sulla soglia della stanza, oltre Varese che si era irrigidito, c’era un uomo che non aveva mai visto. Alto, magro, con un’aria di autorità silenziosa che riempiva lo spazio più delle parole di Bianchi. I suoi occhi grigi erano fissi sul cilindro nella sua mano.

«Chi è?» chiese Varese, spostandosi leggermente, come a porsi tra il nuovo arrivato e il letto di Paolo.

L’uomo entrò, senza fretta. La sua valigetta nera emise un leggero *click* quando la posò a terra. «Dottor Elio Manfredi, Divisione Investigazioni Scientifiche Avanzate. Sono stato informato della… situazione.» Il suo sguardo scorse rapidamente Paolo, il monitor, Varese, per poi tornare sul cilindro. «Quell’oggetto è un trasmettitore di firma quantistica residua. O, per essere più precisi, un *ricevitore* passivo, ora che il ponte attivo è stato interrotto.»

«Ricevitore di cosa?» domandò Erica, stringendo istintivamente il cilindro, anche se le sue parole le avevano gelato il sangue.

Manfredi fece un passo avanti. Non minaccioso, ma deterministico. «Di interferenze residue. Il campo di sanificazione ha azzerato lo stato quantistico non nativo, ma non può cancellare la… *memoria* del canale. Quel cilindro è sintonizzato sulla sua firma, signora Da Silva. E su quella di suo marito. Sta captando i debolissimi segnali di coerenza che ancora filtrano attraverso le microfessure di cui parlava l’agente Leonetti.»

Il ronzio nella sua mano sembrò intensificarsi per un attimo, come in risposta. Erica ebbe l’impressione di sentire, per una frazione di secondo, non un suono, ma una *sensazione*: un filo di vento caldo in una stanza chiusa, l’ombra di un profumo di gelsomino che non c’era.

«Sta dicendo che… sta ancora ricevendo dati? Da *là*?» La voce di Erica era un filo di voce.

«Non dati strutturati. Sensazioni. Impulsi percettivi. Echi, come i sogni di suo marito. Ma mentre lui li riceve come ricordi intrusivi, questo le convoglia direttamente, in forma grezza.» Manfredi indicò il cilindro. «È pericoloso. Perché mentre è attivo, anche se solo in ricezione, mantiene aperta una via di minima resistenza. Una porta che non si è richiusa del tutto.»

«Ferrante aveva detto… che il cilindro era la prova che aveva ragione,» ricordò Erica, la mente che cercava di tenere il passo.

«Ferrante era un visionario con il senso etico di un tornado,» replicò Manfredi, senza emozione. «Ma non era stupido. Questo cilindro è più di una prova. È una chiave. Una chiave sintonizzata su una serratura molto specifica: la sua identità quantistica. E ora che il ponte principale è distrutto, è l’unica connessione rimasta.»

«Cosa vuole fare?» chiese Varese, la sua diffidenza da medico verso l’intruso palpabile.

«Prenderlo in custodia. Studiarne le proprietà residue in un ambiente controllato. E, se possibile, disattivarlo definitivamente.» Manfredi tese una mano. Era una mano lunga, dalle dita affusolate, pulita. «Per favore, signora Da Silva.»

Erica guardò il cilindro. Il punto oscuro al suo centro sembrava pulsare lievemente, un cuore nero. Era la cosa che aveva salvato Paolo? O era l’esca che l’aveva attirata in quella trappola? Era la reliquia di un amore di un altro mondo, o il detonatore di una nuova catastrofe?

«E se non glielo dessi?» sussurrò.

Manfredi non ritirò la mano. I suoi occhi grigi erano imperscrutabili. «Allora continuerà a essere un’antenna. E gli echi diventeranno più forti. Per lei e per lui. Finchè, forse, qualcosa dall’altro lato della microfessura non troverà la forza di… sussurrare più forte. O di rispondere.»

La minaccia non era esplicita, ma era chiara come il cristallo. Il confine violato non era una linea, era una ferita. E le ferite, se non trattate, possono infettarsi.

Con un tremito che le attraversò tutto il corpo, Erica posò il cilindro freddo e ronzante nella mano aperta di Manfredi.

L’uomo lo prese con una cura quasi reverenziale. Lo osservò per un momento, poi lo depose all’interno della valigetta d’alluminio. Il *click* della chiusura sigillante fu netto, definitivo. Il ronzio cessò all’istante, soffocato dal metallo e da chissà quali altri campi di contenimento.

Un silenzio improvviso, più profondo di prima, scese sulla stanza. Erica si rese conto solo allora di quanto quel suono basso avesse saturato i suoi sensi.

«Grazie,» disse Manfredi. «Ora il processo di cicatrizzazione può procedere senza interferenze attive.» Si voltò per andare, poi si fermò. «L’ispettore Bianchi e l’agente Leonetti sono al piano inferiore, stanno preparando la sua deposizione formale per domani. La versione ufficiale sarà quella dell’incidente chimico in un magazzino abusivo. Tutto il resto… andrà in archivio. Un archivio a cui pochissimi hanno accesso.»

«E noi?» chiese Erica, guardando Paolo. «Cosa ci aspetta?»

Manfredi la fissò. Per la prima volta, nei suoi occhi grigi parve balenare qualcosa che somigliava a una forma di pietà, fredda e distante come la luce di una stella morta. «Vivere con le microfessure, signora Da Silva. Imparare a distinguere i propri pensieri dagli echi. A riconoscere i propri ricordi dai fantasmi. È il prezzo per aver guardato attraverso lo specchio.» Fece una pausa. «E per essere tornati indietro.»

Uscì dalla stanza silenziosamente come era entrato, portandosi via la valigetta e il cuore nero del cilindro.

Erica rimase immobile, le mani vuote. Sentiva la mancanza del peso nella tasca, ma anche un vago, inquietante senso di perdita. Come se avesse appena consegnato una parte di sé, o forse di un’altra lei.

Si sedette di nuovo, afferrò la mano di Paolo. Era calma, ora. Il sedativo faceva il suo corso.

Fuori dalla finestra, il cielo sopra Roma cominciava a schiarirsi, passando dal nero al grigio ferro di un’alba annunciata. Un nuovo giorno. Il primo del loro dopodomani, costellato di bugie ufficiali e verità sepolte, di deposizioni e di silenzi.

E forse, da qualche parte, in un ramo di realtà che ora procedeva senza di lei, una bambina dai capelli ramati si svegliava in una stanza soleggiata, sentendo per un attimo, appena prima di aprire gli occhi, il fantasma di un abbraccio che non c’era più.

Erica chiuse gli occhi. Non per dormire, ma per ancorarsi. Al respiro di Paolo. Al freddo della sedia di plastica. All’odore di disinfettante dell’ospedale. A questo *adesso*, imperfetto, doloroso, lacerato da microfessure invisibili.

Era il loro mondo, ora. L’unico che avevano. E avrebbe vegliato su di esso, minuto dopo minuto, respiro dopo respiro, finché le sue forze glielo avessero permesso. Perché le porte, una volta aperte, possono essere sprangate, sigillate, murate. Ma l’idea che esistano, e che qualcosa possa ancora sussurrare da oltre la soglia, quella non ti abbandona più.

Era il nuovo confine della sua vita. E lei, che aveva perso così tanto, si aggrappava disperatamente a ciò che era rimasto: la mano di suo marito, e la fragile, preziosa certezza che l’alba, fuori, stesse arrivando per loro. Solo per loro.