Capitolo 10

Capitolo 10

L'alba non arrivò con un bagliore, ma con una lenta, implacabile diluizione del buio. Il nero oltre la finestra della stanza d'ospedale divenne grigio ferro, poi grigio perla, un colore che a Erica ricordò, con un brivido, la barriera di quarantena nel laboratorio. La luce non sembrava entrare, ma piuttosto emergere dalle cose stesse, rivelando i contorni spogli della stanza: il letto metallico, il comodino di plastica, la sedia su cui era rimasta seduta per ore, il suo corpo irrigidito in una posizione di veglia.

La mano di Paolo era ancora nella sua. Calda, viva. Il suo respiro era tornato regolare, quel ritmo ipnotico che l'aveva tenuta ancorata al presente. L'episodio onirico intrusivo si era placato dopo l'intervento del dottor Varese, sommerso dal sedativo. Paolo ora dormiva un sonno senza sogni, o almeno senza sogni che riuscissero a farsi sentire. Ma l'eco delle sue parole restava sospeso nell'aria, come una polvere fine e tossica.

*«Mi dispiace, Matteo, dovevo capire… i dati erano vivi…»*

Erica chiuse gli occhi, ma vide solo il cilindro di metallo che il dottor Manfredi aveva portato via nella sua valigetta sigillata. Una reliquia. Una porta che non si era richiusa del tutto. Le sue dita si strinsero involontariamente attorno a quelle di Paolo, come per assicurarsi che lui, almeno, non potesse scivolare via di nuovo attraverso una di quelle *microfessure*.

Un leggero bussare alla porta, discreto, la strappò dalla sua vigilanza. Non aspettò risposta. La porta si aprì e entrò l'ispettore Bianchi.

Sembrava aver riacquistato una parvenza di controllo, ma era un controllo logoro. La giacca scura era stirata, ma sotto gli occhi gli cerchiavano ombre violacee di una stanchezza che andava oltre la notte insonne. Portava due cartellette di cartone spesso sotto il braccio. Lo sguardo grigio-acciaio scorse rapidamente Paolo sul letto, poi si posò su Erica.

«Signora Da Silva,» disse, la voce bassa e raschiata. «Posso?»

Erica annuì, liberando la mano di Paolo con lentezza, come staccando un cerotto. Sentì il vuoto del suo contatto immediatamente.

Bianchi chiuse la porta senza far rumore e si avvicinò, ma non si sedette. Rimase in piedi, una presenza solida e ingombrante nel silenzio dell'alba. Posò una delle cartellette sul letto, ai piedi di Paolo.

«Leonetti è al piano inferiore, sta ultimando i rapporti preliminari con la Scientifica,» disse, come se stesse facendo un rapporto a sua volta. «Il dottor Varese è in infermeria, sta controllando Conti. L'uomo è in stato di shock, ma collabora. Parla di… procedure di sicurezza fallite. Di parametri superati.» Fece una pausa. «Ferrante è in una cella di sicurezza del nostro distaccamento speciale. Non ha detto una parola da quando l'abbiamo portato via. Guarda il muro.»

Erica ascoltava, assorbendo le informazioni senza riuscire a dar loro un peso emotivo. Erano fatti. Tasselli di una realtà che sembrava ancora troppo fragile per reggere il peso della normalità.

«E questo?» chiese, indicando la cartelletta sul letto.

Bianchi la aprì. Dentro non c'erano fogli, ma una serie di fotografie stampate su carta lucida. Le prese e le dispose sul lenzuolo, con una meticolosità da investigatore, accanto alla gamba di Paolo.

Erica si chinò in avanti. Erano immagini del laboratorio, o di ciò che ne rimaneva dopo il Protocollo Omega. Mostravano una stanza vuota, spogliata. Le pareti erano di un grigio uniforme, opaco, come ricoperte da uno spesso strato di cenere compatta. Non c'erano macchinari, cavi, console. Solo il pavimento, anch'esso grigiastro, e al centro, un cerchio perfetto, leggermente più scuro.

«La sanificazione totale,» mormorò Bianchi. «Ha ridotto tutto a uno stato di… polvere inerte, ha detto Leonetti. Materia a entropia zero. Non c'è DNA, non c'è traccia elettronica, non c'è nulla che possa essere analizzato con metodi convenzionali. È come se quella stanza non fosse mai esistita.»

Poi indicò l'ultima foto. Era un primo piano del cerchio scuro sul pavimento. Al suo centro, visibile solo perché la polvere grigia era leggermente sollevata in quel punto, c'era l'impronta di due piedi affiancati. La sagoma di una persona che era rimasta in piedi mentre il mondo intorno veniva ridotto al nulla.

«Paolo,» sussurrò Erica. L'immagine le diede un colpo al cuore. Lui era lì, in quel cerchio di annichilimento, mentre lei lo teneva stretto. L'unica cosa che il processo di sanificazione aveva riconosciuto come *nativo*, e quindi risparmiato. Grazie a lei. Grazie all'ancoraggio.

«Sì,» confermò Bianchi. Poi tirò fuori dalla cartelletta un altro foglio, questa volta un documento. «La versione ufficiale, per la stampa e gli atti pubblici, è questa.»

Erica lo prese. Era un comunicato stampa stilato in un burocratese asettico. Parlava di un *incidente durante operazioni di bonifica in un magazzino abusivo nel quartiere EUR*, di *fuoriuscita di agenti chimici non identificati*, di *due civili coinvolti e trasportati in ospedale per osservazione*, di *un arresto per violazione di norme sulla sicurezza industriale*. Il nome di Ferrante era menzionato come *responsabile del sito non autorizzato*. Non c'era traccia di universi paralleli, di dispositivi quantistici, di ponti spazio-temporali.

«È una menzogna,» disse Erica, senza alcuna accusa nella voce. Solo constatazione.

«È una copertura,» corresse Bianchi, prendendo il foglio e riponendolo. «Necessaria. La Divisione Investigazioni Scientifiche Avanzate ha già classificato l'intera faccenda. I rapporti veri, quelli con le analisi di Leonetti, le dichiarazioni di Conti, la natura del dispositivo… andranno in un archivio a cui pochissimi hanno accesso. Con una etichetta di rischio Omega.»

«E noi?»

Bianchi la guardò a lungo. Per la prima volta, nel suo sguardo d'acciaio, Erica vide non la diffidenza dell'investigatore, ma una specie di pietà professionale, amara e realistica.

«Voi vivrete con la copertura, signora Da Silva. Voi e suo marito. Sarete le vittime di un incidente chimico. Avrete le vostre visite mediche, le vostre dichiarazioni da fare in Questura… sempre sulla storia del magazzino. Dovrete imparare a… convivere con la discrepanza.»

«Con le microfessure,» completò Erica, ricordando le parole di Manfredi.

«Esattamente.» Bianchi fece un respiro profondo. «La deposizione formale è fissata per le undici di questa mattina, in Questura. Sarò io a condurla. Leonetti sarà presente come assistente. Ci sarà un verbale e una registrazione. Dovrete attenervi alla versione ufficiale. Per il bene di tutti.»

«E se… se ci vengono in mente dettagli sbagliati? Se Paolo dice qualcosa di… di Matteo? Di quel laboratorio?»

«Allora li correggeremo delicatamente. Li guideremo verso la versione accettabile.» La voce di Bianchi era piatta. «È per questo che sono qui ora. Per prepararvi. Per assicurarmi che, quando uscirete da questa stanza, sappiate esattamente cosa è successo ieri notte. Secondo gli atti ufficiali.»

Era un ultimo muro da erigere. Una bugia da imparare a memoria e raccontare con convinzione. Erica guardò Paolo, il suo volto placido sotto il sedativo. *Come gli spiegherò? Come potremo vivere con due verità nella stessa testa?*

«C'è dell'altro,» disse Bianchi, e la sua voce perse un po' della sua durezza professionale. Aprì la seconda cartelletta. Questa conteneva poche pagine, fogli stampati con diagrammi e stringhe di codice intervallate da annotazioni a mano frettolose, nervose. «Questi sono alcuni degli appunti recuperati dall'alloggio di Ferrante, una soffitta in affitto a San Lorenzo. La maggior parte era criptata, distrutta. Questi sono frammenti. Leonetti li ha… interpretati.»

Passò il primo foglio a Erica. In alto, scritto a stampatello con una calligrafia ossessiva, c'era una frase: **"Il soggetto E.D.S. non è un'anomalia. È una risonanza stabile. La chiave non è nel cervello, ma nella traccia dell'esperienza soggettiva. Lei non ricorda l'altro ramo perché lei, in questo ramo, non l'ha vissuto. Ma la traccia è la stessa."**

Le mani di Erica cominciarono a tremare mentre leggeva. La pagina vibrò tra le sue dita. Una nausea fredda le salì dallo stomaco, acida e improvvisa. Non era solo la riduzione della sua esistenza a un esperimento, a variabili e ipotesi. Era il modo in cui Ferrante l'aveva osservata, catalogata, ridotta a un'*impronta*. Come un insetto sotto vetro. Come un campione.

Più in basso, uno schizzo approssimativo: due linee parallele che rappresentavano due linee temporali. Su una, una piccola "E". Sull'altra, un'altra "E". Una freccia tratteggiata le collegava.

La bile le bruciò la gola. Dovette posare il foglio sul letto perché le sue mani tremavano troppo.

«Signora Da Silva?» La voce di Bianchi era attenta, preoccupata.

«Sto bene,» mentì Erica, stringendo il bordo del materasso. Ma non stava bene. Si sentiva svuotata, come se qualcuno le avesse aperto il petto e le avesse estratto qualcosa di vitale. *La mia vita ridotta a una freccia tratteggiata.*

Prima che Bianchi potesse rispondere, un movimento sul letto li fece sobbalzare entrambi.

Paolo aveva aperto gli occhi.

Non lentamente, come prima. Di colpo. Come se si fosse svegliato da un incubo.

Il suo sguardo era fisso sul soffitto, le pupille dilatate, il respiro improvvisamente accelerato. Le dita si contrassero nel lenzuolo.

«Paolo?» Erica si precipitò accanto a lui, prendendo la sua mano. Era fredda. «Paolo, tesoro, sono qui.»

Ma lui non la guardava. Fissava il soffitto con un'intensità che fece gelare il sangue di Erica.

Poi parlò. La voce era rauca, ma terribilmente lucida.

«Il cerchio era più grande,» sussurrò. «Conteneva anche lui. Anche Matteo. Ma io… io l'ho fatto uscire. L'ho spinto fuori. Volevo capire cosa succedeva. Volevo… i dati.»

Erica sentì il cuore fermarsi.

«Paolo, no. Matteo non era lì. Tu non eri lì. Ricordi? L'incidente nel magazzino, le sostanze chimiche—»

«No.» La voce di Paolo era ferma, ma spezzata. Lacrime gli rigarono le tempie, scivolando verso i capelli. «No, *io* l'ho spinto fuori dal cerchio. E quando la luce è arrivata… l'ha preso lui. Io sono rimasto al sicuro. E lui si è dissolto.»

Il silenzio che seguì fu assoluto.

Bianchi si era irrigidito. Erica vide il suo volto impallidire.

Poi Paolo girò finalmente la testa verso di lei. I suoi occhi azzurri erano lucidi, pieni di un dolore così profondo che sembrava appartenere a un'altra vita.

«*Io* l'ho ucciso, Erica. In quel mondo. Io l'ho ucciso.»

La stanza sembrò inclinarsi. Erica strinse la mano di Paolo così forte da fargli male, ma lui non reagì. Continuava a fissarla con quello sguardo da condannato.

Bianchi si mosse rapidamente verso la porta. «Chiamo Varese. Subito.»

Ma Erica non lo sentì uscire. C'era solo Paolo, e quella confessione impossibile, e il peso soffocante di una colpa che apparteneva a un altro universo ma che ora viveva qui, in questa stanza, tra loro.

«Non eri tu,» mormorò Erica, la voce rotta. «Non eri tu, Paolo. Era un altro. In un altro mondo.»

«Ma *io* lo ricordo,» sussurrò lui. «Lo sento. La colpa. È mia. È… è come se l'avessi fatto io. Come faccio a sapere cosa è mio e cosa… cosa viene da fuori?»

Erica non aveva risposta.

───

Quando finalmente lasciò la stanza d'ospedale, dopo che Varese era tornato e aveva somministrato un altro sedativo a Paolo, Erica si diresse verso il bagno in fondo al corridoio. I suoi passi erano automatici, il corpo si muoveva mentre la mente restava intrappolata in quella confessione.

Spinse la porta ed entrò. Le piastrelle bianche riflettevano la luce al neon con una chiarezza crudele.

Si avvicinò al lavandino e aprì il rubinetto. L'acqua fredda le scivolò tra le mani. Se le bagnò il viso, cercando di riportarsi al presente, di ancorarsi a qualcosa di solido.

Poi alzò lo sguardo verso lo specchio.

E si fermò.

La sua immagine la fissava. Capelli scuri disordinati. Occhi stanchi, cerchiati di ombre. La stessa camicia stropicciata di ieri.

Ma qualcosa non andava.

Non era un'allucinazione. Non era una distorsione visiva. Era qualcosa di più sottile, più terrificante.

Il suo riflesso si muoveva con un ritardo di un battito cardiaco.

Non molto. Una frazione di secondo. Appena percettibile.

Erica sollevò la mano destra verso il viso.

Il riflesso la seguì, ma *dopo*. Come un'eco visiva.

Il respiro le si bloccò in gola.

Abbassò la mano. Il riflesso fece lo stesso, con quel ritardo infinitesimale ma innegabile.

*No. No. Non è possibile.*

Chiuse gli occhi, contò fino a cinque, li riaprì.

Il riflesso la guardava. Perfettamente sincronizzato ora.

Ma Erica sapeva cosa aveva visto.

Una microfessura.

La prima crepa visibile nella sua realtà.

E mentre fissava il proprio volto nello specchio, con l'acqua che gocciolava ancora dalle sue dita, una consapevolezza agghiacciante si insinuò nella sua mente: *non sarà l'ultima.*

L'alba era arrivata. Ma il giorno che iniziava non portava luce.

Portava solo la certezza che il confine tra lei e tutti gli altri *lei*, tra Paolo e tutti gli altri *Paolo*, era stato violato per sempre.

E le microfessure, lentamente, stavano cominciando ad allargarsi.