Capitolo 11

Capitolo 11

L’acqua continuava a gocciolare dalle sue dita, un ticchettio lento e regolare sul bordo del lavandino di ceramica bianca. Erica non si staccò dallo specchio. Il volto che la fissava era il suo – i capelli castano scuro umidi e appiccicati alle tempie, gli occhi nocciola cerchiati di un viola profondo, la bocba serrata in una linea di pura determinazione – eppure, per un attimo di vertigine pura, le era sembrato di vedere un’altra donna. Non un’estranea, ma una versione di sé leggermente sfocata, come se due fotogrammi identici fossero stati sovrapposti male.

*La prima crepa.*

Il pensiero non era un’ipotesi. Era una constatazione fisica, un brivido che partiva dalla base del cranio e si diffondeva lungo la colonna vertebrale. Non era solo la stanchezza, non erano le allucinazioni da privazione del sonno. Era la realtà che si incrinava, proprio come Leonetti e quel fisico, Manfredi, avevano avvertito. Le microfessure non erano una metafora. Erano un sintomo.

Con uno sforzo di volontà che le fece tremare le braccia, si asciugò le mani sul grembiule di carta ruvido dell’ospedale. Il suono dello strappo fu assordante nel silenzio del bagno. Gettò la carta nel cestino, ma il gesto le parve inutile, insignificante. Cosa importava un pezzo di carta quando il tessuto stesso della sua esistenza stava sviluppando delle smagliature?

Quando rientrò nella stanza, l’alba aveva ormai vinto del tutto. La luce grigia e piatta di una mattina romana di fine inverno entrava dalla finestra, spogliando la stanza di ogni mistero notturno e rivelandone la squallida normalità: le pareti color verde ospedaliero sbiadito, il pavimento di linoleum consunto, l’odore persistente di disinfettante e di malattia.

Paolo dormiva ancora. Il sedativo di Varese lo teneva in un abisso senza sogni, o almeno senza sogni che potessero urlare abbastanza forte da farsi sentire. Erica si avvicinò al letto. La sua mano, quella che aveva tenuto nella sua per ore, era fuori dalle coperte, abbandonata sul lenzuolo. Senza pensarci, le sue dita cercarono il suo polso. Il battito era lì, forte e regolare sotto la pelle. Un ritmo umano, terrestre, *di questo mondo*. Era l’unica ancora che aveva.

Il rumore dei passi nel corridoio si fece più fitto, più urgenti. La routine ospedaliera iniziava. Qualcuno spingeva un carrello metallico con un cigolio lamentoso. Voci basse, istruzioni professionali. La normalità che avanzava, implacabile, per seppellire l’assurdo della notte.

La porta si aprì di nuovo. Non fu Bianchi, né Varese.

«Signora Da Silva?» La voce della donna era calda, modulata, professionale. «Sono la dottoressa Giulia Volpe. Il dottor Varese mi ha chiesto di fare una valutazione di suo marito. E, se è disposta, anche un colloquio con lei.»

Erica la studiò. Non c’era traccia di curiosità morbosa nel suo sguardo, solo un’attenzione concentrata. Non era della polizia. Non era dei servizi segreti scientifici di Manfredi. Era un medico. Forse l’unico tipo di persona in quell’edificio il cui scopo non era estrarre informazioni, ma comprendere un danno.

«Una valutazione di cosa, esattamente?» chiese Erica, la sua voce uscì più aspra di quanto intendesse.

La dottoressa Volpe entrò, chiudendo la porta con delicatezza. «Di suo stato mentale ed emotivo dopo il trauma. Il dottor Varese mi ha fornito un… quadro clinico insolito. Ha parlato di esposizione a stimoli percettivi estremi, di una crisi dissociativa.» Fece una pausa, scegliendo le parole con cura. «Di “dati incoerenti” che il cervello sta tentando di processare.»

Erano eufemismi. Erano la versione digeribile, medica, di ciò che era accaduto. Erica sentì un misto di sollievo e di nuova claustrofobia. Sollievo perché qualcuno stava finalmente dando un nome, seppur edulcorato, all’orrore. Claustrofobia perché quella versione sterilizzata rischiava di intrappolare la verità in una cartella clinica, di ridurla a una sindrome.

«Non è una crisi dissociativa,» disse Erica, guardando Paolo. «Lui ha visto cose. Cose reali. In altri… posti.»

La dottoressa Volpe non sussultò. Si avvicinò al letto, osservando Paolo con uno sguardo clinico ma non distaccato. «La realtà percepita è altrettanto potente, e dannosa, di quella oggettiva, signora Da Silva. Soprattutto quando la linea tra le due viene percepita come violata.» Posò la cartella sul comodino, accanto alla tazza di caffè freddo. «Mi parli di queste “cose”. Non come investigatore. Come psicologa. Ciò che mi dice è coperto da segreto professionale.»

Era un’ancora di salvezza inaspettata. Un’oasi di confidenzialità in un deserto di interrogatori e deposizioni. Erica esitò. La tentazione di riversare tutto – i video, il cilindro, il grigio perlaceo dell’Interfaccia, le voci-fantasma – era forte. Ma la paura era più forte. La paura di essere etichettata come pazza, di vedere la sua testimonianza svuotata di credibilità prima ancora di essere formalizzata.

«Mio marito,» iniziò, scegliendo un terreno più sicuro, «ha avuto quello che Varese chiama un “episodio onirico intrusivo”. Parlava di un suo amico, Matteo, morto un mese fa. Descriveva dettagli della scena. Dettagli che non avrebbe potuto conoscere.»

La dottoressa Volpe annuì lentamente, estraendo un blocco note dalla cartella. Non scrisse subito. «Il trauma può manifestarsi in molti modi. A volte il cervello, per elaborare un lutto o un senso di colpa, costruisce narrazioni dettagliate. Scene che sembrano ricordi, ma sono ricostruzioni.»

«Non era una ricostruzione,» insisté Erica, sapendo di suonare ostinata. «Era troppo preciso. E… c’era altro. Prima di addormentarsi, mi ha guardato e per un attimo… non mi riconosceva. Poi ha detto che avevo gli occhi di un’altra.»

Questa volta, la psicologa scrisse qualcosa. Il subo della penna a sfera sul carta era un fruscio secco. «La depersonalizzazione, o la sensazione che le persone care siano “diverse”, è comune in stati di stress estremo. È un meccanismo di difesa. La mente si stacca per proteggersi dal dolore.»

«E se non fosse un meccanismo di difesa?» la voce di Erica si fece un sussurro. «E se fosse… un’interferenza? Come una radio che capta un’altra stazione?»

La dottoressa Volpe alzò lo sguardo dal blocco. I suoi occhi azzurri studiarono Erica con rinnovata intensità. Non c’era scetticismo, ma una curiosità profonda, professionale. «Sta descrivendo una sensazione molto specifica. Un’alterazione non solo del contenuto dei pensieri, ma della loro stessa… provenienza. Ha mai provato qualcosa di simile lei stessa?»

La domanda colpì Erica come un pugno allo stomaco. Lo specchio del bagno. La sensazione di sovrapposizione. *La prima crepa.*
Aprire la bocca per negare fu un impulso automatico. Proteggersi. Nascondere la fessura prima che qualcuno la vedesse e ci infilasse un cuneo. Ma la dottoressa Volpe stava seduta lì, in silenzio, senza pressione, offrendole solo uno spazio neutro in cui la follia poteva essere esaminata senza condanna.

«Stamattina,» mormorò Erica, guardandosi le mani. «Mi sono guardata allo specchio. E per un secondo… è stato come se ci fossero due immagini. La mia, e un’altra, quasi uguale, ma non perfettamente allineata. Come un’eco visiva.»

Scrisse di nuovo. «Ha provato vertigini? Nausea?»

«No. Solo… freddo. Un freddo dentro.»

«E a livello di pensieri? Ha mai avuto l’impressione che un pensiero, un ricordo, non le appartenesse del tutto? Che fosse… intrusivo, ma con una sensazione di familiarità distorta?»

Il parco. La bambina che la chiamava mamma. Il dolore lancinante, viscerale, che l’aveva trafitta guardando quel video. Un dolore che non era solo empatia per un’altra Erica, ma un lutto *personale*, profondo e antico. Un ricordo che non era suo, ma che le aveva lasciato una cicatrice nell’anima.

«Sì,» ammise, la voce un filo di suono. «Un ricordo che so non essere mio. Ma che sento come una ferita.»

La dottoressa Volpe posò la penna. La sua espressione era grave, ma non allarmata. «Signora Da Silva, ciò che descrive – le alterazioni percettive visive, la sensazione di “ricezione” di pensieri o memorie, la depersonalizzazione – rientra in uno spettro di sintomi che possiamo osservare in casi di trauma psicologico molto grave. Spesso, quando la mente subisce uno shock che minaccia di annientarla, può frammentarsi. E questi frammenti a volte si manifestano come percezioni distorte, come “altre versioni” di sé o della realtà.»

Era una spiegazione razionale. Pulita. Clinica. Era la porta di uscita che il mondo le offriva: non era successo nulla di sovrannaturale, era solo il suo cervello, e quello di Paolo, che si erano frantumati sotto il peso di una manipolazione sadica e di un lutto improvviso. Era una bugia confortante. E per un istante, Erica vi si aggrappò con disperazione.

Poi guardò Paolo. E ricordò il cilindro che pulsava nella sua mano. Ricordò la barriera grigia che non era materia, ma probabilità congelata. Ricordò la voce piatta del Sistema Custode che dichiarava il “ripristino della realtà locale”. Quelle non erano metafore di una mente malata. Erano fatti. Fatti fisici, per quanto aberranti.

«E se le prove fisiche confermassero che queste… interferenze… sono reali?» chiese, sfidando la spiegazione razionale. «Se ci fossero dispositivi, dati, altre persone che hanno visto la stessa cosa?»

La dottoressa Volpe la guardò a lungo. «Allora,» disse infine, con una calma che sembrava scavare sotto la superficie delle cose, «saremmo di fronte a un fenomeno per il quale la psicologia non ha ancora una mappa. Ma il danno, sulla mente, sarebbe lo stesso. Anche se la causa è esterna, la ferita è interna. La cura, quindi, deve iniziare da lì. Dall’elaborazione del trauma, dalla riconnessione con la propria identità percepita, dal rafforzamento dei confini del sé.» Fece una pausa. «Che la causa sia un evento psicogeno o un… evento fisico di natura sconosciuta, il percorso per ritrovare un equilibrio è simile: riconoscere le intrusioni per quello che sono, accettare la ferita, e ricostruire la propria narrazione su fondamenta solide, anche se quelle fondamenta devono ora includere l’inspiegabile.»

Era la prima volta che qualcuno non negava. Non confermava, ma non negava. Apreva uno spazio in cui l’orrore poteva esistere senza necessariamente significare follia.

«Cosa devo fare?» chiese Erica, e nella sua voce c’era una stanchezza cosmica.

«Per ora, riposare. Il suo corpo e la sua mente sono in uno stato di ipervigilanza estrema. È come un sistema immunitario che ha combattuto un virus sconosciuto: è esausto. Deve permettergli di riprendersi.» La psicologa indicò Paolo. «Lui ha bisogno di un ambiente calmo, prevedibile. Di routine. Di gesti semplici e concreti che riaffermino la realtà condivisa. E lei ha bisogno della stessa cosa.»

«E gli… echi? Le microfessure?»

«Quando si presenteranno – e potrebbe accadere, data la gravità dell’esperienza – lei dovrà imparare a riconoscerli. A dirsi: “Questo pensiero, questa sensazione, non appartiene alla mia storia. È un’eco. Un fantasma.” E poi ancorarsi a qualcosa di concreto, di immediato. Il tatto di questa sedia. Il suono della mia voce. Il battito del polso di suo marito.» La dottoressa Volpe si alzò. «Non è una garanzia che smetteranno. Ma è un modo per impedire che prendano il controllo. Per ricordare a sé stessa chi è, e dove è.»

Chiuse la cartella. «Tornerò a visitare suo marito più tardi, quando i sedativi saranno svaniti. Per lei, se vuole, possiamo fissare un appuntamento. Ma il primo passo, per entrambi, è il riposo. Il vero riposo.»

Uscì con lo stesso silenzio con cui era entrata, lasciando Erica sola con il rumore del respiro di Paolo e con le sue parole.

*Riconoscere le intrusioni. Ancorarsi al concreto.*

Erica guardò la sua mano. Poi, lentamente, la appoggiò sul petto di Paolo, sentendo il calore del suo corpo attraverso il tessuto del pigiama ospedaliero, il lieve movimento del respiro. Era concreto. Era reale. Era *qui*.

Dall’altra parte della stanza, la sua borsa era appoggiata a una sedia. All’interno, il suo telefono era spento da ore. Con un sospiro, vi si avvicinò, lo prese. Il peso dell’apparecchio in mano era un altro dato concreto. Premette il pulsante di accensione.

Lo schermo si illuminò, e dopo un attimo di caricamento, una sequenza di notifiche esplose in silenzio: messaggi persi, chiamate senza risposta. La maggior parte erano numeri sconosciuti, probabilmente giornalisti. Ma in cima alla lista, c’erano tre chiamate consecutive, a intervalli regolari, dallo studio di Claudia Moretti.

Il pensiero della notaia, del suo mondo ordinato di atti e protocolli, le parve improvvisamente così lontano da essere surreale. Come poteva tornare lì? Come poteva preoccuparsi di un rogito o di una successione quando la sua stessa successione esistenziale era in discussione?

Mentre rifletteva, il telefono vibrò di nuovo in mano. Lo schermo illuminò il nome: CLAUDIA.

Erica esitò. Poi, ricordando le parole della dottoressa Volpe – *ancorarsi al concreto, alla routine* – portò il telefono all’orecchio. Rispondere a una chiamata di lavoro era, in un altro tempo, la cosa più normale del mondo.

«Pronto?» disse, e la sua voce le parve straniera.

«Erica! Finalmente!» La voce di Claudia era tesa, preoccupata, ma anche sollevata. «Dio, ho chiamato dieci volte. L’ispettore Bianchi mi ha contattato ieri sera, ha detto solo che c’era stato un incidente, che Paolo era in ospedale e che tu stavi con lui. Non ha voluto dirmi altro. Stai bene? Cos’è successo?»

Il flusso di parole, il tono familiare di preoccupazione pragmatica, fu come un’onda calda che sciolse un po’ del ghiaccio dentro di lei. Era la voce del suo mondo di prima. Un mondo che, forse, non esisteva più come lei lo ricordava, ma che comunque rappresentava un punto di riferimento.

«Sto… siamo all’ospedale. Paolo sta dormendo. Ha avuto una… una crisi.» Le parole le uscivano a fatica, impastate. «È complicato, Claudia.»

«Dove sei? Al Gemelli? Vengo subito.»

«No, aspetta.» Erica chiuse gli occhi. L’idea di vedere Claudia, di doverle mentire o di doverle raccontare una verità inaccettabile, era troppo. «Non ora. Più tardi. Devo… devo capire cosa dire.»

Ci fu un silenzio dall’altra parte. Poi la voce di Claudia si fece più morbida, più da mentore. «Ascolta, Erica. Non so cosa sia successo, e non voglio ficcare il naso. Ma so che quando Bianchi ti cerca personalmente e ti dice di non preoccuparti del lavoro, significa che le cose sono serie. Lo studio… beh, il Marchetti ha fatto delle domande. Gli ho detto che hai un’emergenza familiare grave. È coperta, per ora. Ma hai bisogno di qualcosa? Cibo, vestiti, qualcosa da leggere?»

L’offerta semplice, pratica, la commosse fino alle lacrime. «Grazie, Claudia. Forse… forse più tardi. Un cambio di vestiti. Sono ancora con quelli di ieri.»

«Mandami l’indirizzo esatto. Te lo porto io. Senza fare domande.» Un’altra pausa. «E Erica… qualunque cosa sia, non sei sola. Ricordatelo.»

La chiamata si interruppe. Erica rimase con il telefono in mano, il calore della voce dell’amica ancora nell’orecchio. Era un ancoraggio. Piccolo, fragile, ma reale.

Dal letto, Paolo emise un lieve gemito. Non era il gemito angosciato di prima, ma un suono confuso, di risveglio.

Erica si precipitò al suo fianco. Le sue palpebre si stavano agitando. Le dita si mossero, cercando una presa sul lenzuolo.

«Paolo?» sussurrò, prendendogli di nuovo la mano.

I suoi occhi si aprirono a fatica. Non furono gli occhi vitrei e spaventati dell’episodio onirico. Erano annebbiati, confusi, ma *presenti*. Li fissò sul soffitto per un momento, poi lentamente, con uno sforzo evidente, ruotarono verso di lei.

La guardò. E questa volta, non ci fu dubbio, né estraneità. Ci fu riconoscimento. Un riconoscimento velato da una nebbia di farmaci e di stanchezza assoluta, ma genuino.

«Eri… ca?» la sua voce era un raschiare di carta vetrata.

«Sì,» disse lei, stringendogli la mano, le lacrime che finalmente le salivano agli occhi senza più freni. «Sì, sono qui. Sono proprio qui.»

Lui chiuse gli occhi per un secondo, come se quel semplice riconoscimento fosse stato uno sforzo titanico. Poi li riaprì. «Dove…»

«Siamo al Gemelli. Sei al sicuro.»

«Mi fa… male la testa. Come se…» Si interruppe, una smorfia di dolore gli attraversò il volto. «Come se avessi… troppi pensieri. Troppi ricordi. Tutti insieme.»

Erica sentì un nodo di terrore stringerle la gola. *I dati incoerenti. Le mille radio.* Ma ricordò le parole della dottoressa Volpe. *Riconoscerli. Ancorarsi al concreto.*

«Sono echi, Paolo,» disse, con una fermezza che non sentiva. «Fantasmi. Non sono tuoi. Concentrati su di me. Sulla mia mano. Sulla mia voce.»

Lui la guardò, e nei suoi occhi azzurri, annebbiati, vide lampeggiare una comprensione dolorosa. Non una comprensione razionale, ma viscerale. Come se una parte di lui, quella che aveva attraversato il ponte, sapesse esattamente di cosa stava parlando.

«C’era… una bambina,» mormorò, confuso. «In un parco. Rideva. E mi… mi faceva male vederla.»

Erica trattenne il respiro. Il parco. Il suo video. La bambina che chiamava *lei* mamma. Ma in qualche ramo di realtà, forse, quella bambina aveva un padre. Forse aveva gli occhi azzurri di Paolo.

«È un’eco,» ripeté, la voce tremante ma decisa. «Non è la nostra storia. La nostra storia è qui. In questa stanza. Adesso.»

Paolo chiuse gli occhi, annuì appena. Un singolo, piccolo movimento che sembrò costargli una fatica immensa. «Stanca…» sussurrò. «Così stanca.»

«Dormi,» disse lei, accarezzandogli la fronte. «Riposa. Io resto qui.»

E mentre lui scivolava di nuovo in un sonno, questa volta più naturale, meno tormentato, Erica rimase seduta, tenendogli la mano, ancorata al suo calore, al suo respiro, al semplice miracolo del suo riconoscimento.

Fuori, il giorno era ormai pieno. La luce grigia si era fatta più chiara. Dal corridoio arrivavano le voci nitide delle infermiere che cambiavano turno, il rumore delle colazioni che venivano distribuite.

La normalità avanzava, come un’alta marea che cerca di coprire i relitti di una tempesta. Ma Erica sapeva, con una certezza che le gelava il midollo, che alcuni relitti non affondano. Galleggiano, appena sotto la superficie, e quando la marea si ritira, tornano a vedere la luce.

Le microfessure erano lì. E lei e Paolo avrebbero dovuto imparare a vivere con loro, a navigare in un mondo dove il confine tra il sé e l’altro-da-sé non era più un muro, ma una membrana porosa, attraverso la quale potevano filtrare, in qualsiasi momento, gli echi di tutte le vite che avrebbero potuto vivere, e che qualcuno aveva deciso di mostrare loro.

La prima crepa era visibile. E la ricostruzione, come aveva detto Varese, era appena iniziata. Ma non sarebbe stata una ricostruzione verso com’era prima. Sarebbe stata una ricostruzione verso qualcosa di nuovo, di fragile, di profondamente incrinato.

E forse, pensò guardando il volto di Paolo nel sonno, forse l’amore, in un mondo così, non era più tenersi per mano.

Era riconoscersi, ogni volta, attraverso la nebbia degli echi. E scegliere, ancora e ancora, di ancorarsi l’uno all’altra, mentre tutto il resto rischiava di scivolare via.