Capitolo 12

Capitolo 12

Era riconoscersi, ogni volta, attraverso la nebbia degli echi. E scegliere, ancora e ancora, di ancorarsi l’uno all’altra, mentre tutto il resto rischiava di scivolare via.

La porta si aprì di nuovo. Non con il bussare discreto di Bianchi, ma con un movimento deciso, professionale. Una donna entrò, preceduta dall’odore di caffè e dalla luce fredda del neon del corridoio. Indossava un camice bianco sopra un completo pantalone blu scuro. Aveva capelli castano chiaro raccolti in una coda di cavallo bassa, un volto dai lineamenti netti e intelligenti, privo di trucco. Portava una cartella clinica sottobraccio e uno sguardo che valutava la stanza, il paziente, e infine Erica, con una curiosità clinica e immediata.

«Signora Da Silva?» La sua voce era calda, più calda di quanto il suo aspetto lasciasse intendere. «Sono la dottoressa Volpe. Il dottor Varese mi ha chiesto di fare una valutazione di suo marito.»

Erica annuì, sentendosi improvvisamente, ridicolmente, in difetto. Era ancora lì, in piedi accanto al letto, con i vestiti della sera prima macchiati di polvere e sudore, i capelli umidi. Sembrava un naufrago sulla spiaggia di un’isola di normalità.

«Sta dormendo,» disse, la sua voce un po’ roca per il silenzio prolungato. «Il dottor Varese gli ha dato qualcosa.»

«Lo so,» rispose la dottoressa Volpe, avvicinandosi al letto. Non aprì subito la cartella. Osservò Paolo, il ritmo del suo respiro, la posizione del corpo. Poi i monitor, i numeri verdi che pulsavano con regolarità ipnotica. «Ha avuto un episodio di agitazione onirica, mi è stato riferito. Parole incoerenti, riferimenti a eventi traumatici… non vissuti.»

L’ultima frase fu pronunciata con una leggera esitazione, come se stesse testando il terreno. Erica la guardò. «Vissuti da altri,» corresse lei, senza sapere perché. Forse per vedere la reazione.

La dottoressa Volpe incrociò il suo sguardo. Non ci fu sorpresa, solo un’attenta valutazione. «Sì. È quello che il dottor Varese e l’agente Leonetti mi hanno spiegato. In termini… molto tecnici.» Fece una pausa. «Il mio compito non è giudicare la fonte dei ricordi intrusivi. È valutare l’impatto che hanno sulla psiche del paziente e aiutarlo a costruire strategie per differenziarli dalla memoria autobiografica.»

Era un discorso preparato, professionale. Ma c’era qualcosa nei suoi occhi, una luce di genuino interesse scientifico, che andava oltre il protocollo. «Lei… crede a quello che le hanno detto?» chiese Erica, incapace di trattenersi.

La psicologa sorrise appena, un’espressione fugace. «Credo che suo marito stia vivendo un’esperienza percettiva profondamente disturbante. Che la fonte sia un trauma represso, una suggestione indotta, o… qualcosa ai margini della fisica contemporanea, cambia poco, in questa fase, per il suo cervello. Il dolore è reale. La confusione è reale.»

Si avvicinò al comodino, posò la cartella. «Il dottor Varese mi ha detto che il sedativo dovrebbe svanire verso le sette. Sono le sei e quarantacinque. Possiamo aspettare insieme, se vuole. Mi farebbe piacere sentire da lei, con le sue parole, cosa è successo stanotte. Non per l’indagine. Per capire lui.»

Era un’offerta inaspettata. Erica guardò Paolo, poi la sedia vuota accanto al letto. Sentiva il peso della stanchezza come una lastra di piombo sulle spalle, ma il pensiero di lasciare la stanza, anche solo per andare a bere un caffè, le provocava un’ansia immediata. Sedersi e parlare con qualcuno che non era un poliziotto, non era un medico frettoloso, ma qualcuno il cui lavoro era ascoltare… era diverso.

Si lasciò cadere sulla sedia. La dottoressa Volpe ne prese un’altra dalla parete e la posizionò a una distanza rispettosa, di fronte a lei, non troppo vicina da essere invadente, non troppo lontana da sembrare distaccata.

«Da dove vuole che cominci?» chiese Erica, le mani intrecciate in grembo.

«Da dove si sente più a suo agio. Forse da quando ha capito che qualcosa, nei video che ha ricevuto, non tornava.»

Era un punto di ingresso preciso, intelligente. Non l’interrogatorio di Bianchi, che scavava per fatti e colpe. Non le spiegazioni tecniche di Leonetti. Questo era un invito a raccontare l’esperienza umana.

Erica inspirò. E cominciò a parlare. Della chiavetta sulla porta. Della gelosia che era stata un coltello piantato nel cuore del loro matrimonio. Del secondo video, del parco, della bambina che la chiamava mamma. Dell’orrore di vedere una felicità che non le apparteneva, e del dubbio che si era insinuato, più terribile di qualsiasi certezza: *e se fosse vero, e io l’ho dimenticato?*

La dottoressa Volpe ascoltava, senza prendere appunti, annuendo a volte, i suoi occhi fissi su Erica. Quando Erica descrisse la scena nel laboratorio, la barriera grigia, le voci-fantasma, la voce della psicologa rimase calma, ma Erica vide le sue dita stringersi leggermente attorno al bracciolo della sedia.

«Quindi, in quel momento,» disse la dottoressa Volpe quando Erica ebbe finito, «lei non stava solo cercando suo marito. Stava cercando di capire quale, tra tutte le realtà che le venivano mostrate, fosse la *sua*.»

La sintesi era così precisa che ad Erica vennero le lacrime agli occhi. Annuì, incapace di parlare.

«È un peso inimmaginabile,» mormorò la psicologa. «L’identità non è solo ciò che ricordiamo. È anche ciò che scegliamo di essere, momento per momento. Se le viene tolta la certezza dei ricordi, le viene tolto il terreno sotto i piedi. Suo marito…» Si voltò a guardare Paolo. «Lui sta vivendo l’opposto. Sta ricevendo *troppi* ricordi, troppi terreni. Il suo cervello è un campo in cui stanno germogliando simultaneamente semi di vite diverse. Alcuni moriranno. Altri potrebbero cercare di mettere radici.»

«Leonetti ha detto che sono echi. Fantasmi.»

«Sì. Ma per la mente, soprattutto in uno stato alterato di coscienza o nel sonno, un fantasma con una carica emotiva forte può sembrare più reale di un ricordo banale della vita quotidiana. L’episodio di stanotte, con il suo amico Matteo…»

«Era vivido. Specifico. Conosceva dettagli che non avrebbe potuto sapere.»

«Perché in un ramo di probabilità, li ha vissuti. O li sta vivendo. Per il suo cervello, in questo momento, la differenza è sottile.» La dottoressa Volpe si sporse in avanti. «Signora Da Silva, la terapia che possiamo proporre a suo marito non cancellerà questi echi. Non possiamo chiudere le… microfessure, come le ha chiamate l’agente Leonetti. Possiamo solo aiutarlo a costruire un filtro più robusto. A insegnare alla sua mente a riconoscere la *texture* dei suoi ricordi autentici, quelli di questa linea di realtà, e a etichettare gli altri come *intrusivi*. È un lavoro faticoso. E richiederà tempo.»

«E se… se non ci riesce?»

La psicologa non distolse lo sguardo. «Allora dovrà imparare a vivere con più voci nella testa. Alcune persone lo fanno. Non sono pazze. Sono… complesse. Ma è una strada molto più difficile.»

Un movimento sul letto le fece voltare entrambe la testa.

Paolo emise un gemito basso, un suono di disagio profondo. Le sue palpebre si mossero, le ciglia si agitarono. Il ritmo del respiro cambiò, divenne più superficiale, più irregolare. Il monitor del battito cardiaco emise un *bip* leggermente più acuto.

«Il sedativo sta svanendo,» osservò la dottoressa Volpe, alzandosi con calma. «È meglio che sia io la prima persona che vede, quando apre gli occhi. Un volto neutro, professionale. Può spaventarsi se si sveglia e la vede subito, carica di tutta l’emozione di queste ore.»

Erica capì la logica, ma il cuore le si strinse. Voleva essere lei, la prima cosa che lui vedeva. L’ancora.

«Si metta lì,» suggerì la psicologa, indicando un angolo della stanza, vicino alla finestra. «Dove lui possa vederla, ma non in primo piano. Lo rassicurerà la sua presenza, senza essere sopraffatto.»

Erica obbedì, spostandosi. Le gambe le dolevano per essere state ferme troppo a lungo. Si appoggiò al davanzale freddo, le braccia conserte.

Paolo scosse la testa sul cuscino. Un altro gemito. Poi, lentamente, con una fatica evidente, le sue palpebre si sollevarono.

Gli occhi erano vitrei, annebbiati dalla droga e dal sonno. Vagarono per il soffitto per un attimo, senza comprensione. Poi si abbassarono, incontrando la figura in camice bianco accanto al letto.

«Buongiorno,» disse la dottoressa Volpe, con una voce calma, chiara, priva di minaccia. «Mi chiamo Giulia Volpe. Sono una psicologa. Lei è in ospedale, al Policlinico Gemelli. Sta bene. È al sicuro.»

Paolo la fissò. La sua espressione era vuota, una lavagna bianca. Poi, lentamente, come se stesse seguendo un filo logico attraverso una nebbia densa, la sua bocca si mosse. «Ospedale,» ripeté, la voce un sussurro roco.

«Sì. Ha avuto un… incidente. Ma ora è fuori pericolo.»

«Incidente…» Gli occhi di Paolo chiusero di nuovo, come se lo sforzo fosse troppo grande. Poi si riaprirono, e questa volta vagarono per la stanza. Passarono sul monitor, sulla flebo, sulla porta. E poi si fermarono, sull’angolo vicino alla finestra.

Incontrarono gli occhi di Erica.

E per un istante, non successe nulla. Solo uno sguardo vuoto, che sembrava attraversarla come se fosse di vetro. Erica trattenne il respiro, sentendo il panico salirle alla gola. *Non mi riconosce.*

Poi, lentamente, qualcosa si accese in quello sguardo. Una lenta, faticosa accensione di una luce in una stanza buia. Non era gioia, non era sollievo. Era riconoscimento. Puro, semplice riconoscimento.

«Erica,» sussurrò.

Una sola parola. Il suo nome. Ma pronunciato con una tale, devastante fatica, come se fosse l’unica parola che riuscisse a strappare al caos che lo circondava.

Le lacrime le riempirono gli occhi, ma lei non le lasciò cadere. Sorrise, un piccolo, tremulo sorriso. «Ciao, amore.»

Lui continuò a guardarla, come se aggrapparsi al suo volto fosse l’unica cosa che lo tenesse a galla. Poi il suo sguardo tornò sulla psicologa, e una ruga di confusione gli solcò la fronte. «Perché… una psicologa?»

La dottoressa Volpe sorrise a sua volta, un sorriso rassicurante. «Perché ha passato un’esperienza molto intensa, Paolo. E a volte, dopo esperienze del genere, la mente ha bisogno di un po’ di aiuto per rimettersi in ordine. Sono qui solo per parlare con lei, se e quando si sentirà pronto.»

Paolo chiuse gli occhi di nuovo, ma questa volta sembrava un gesto di concentrazione, non di fuga. Quando li riaprì, c’era più lucidità nel suo sguardo. «Ricordo… luci. Una stanza. Tu…» guardò Erica, «…urlavi il mio nome. E c’era… un muro. Grigio. Che pulsava.»

«Sì,» disse Erica, la voce roca. «C’era.»

«E poi…» La sua espressione si contrasse. «Freddo. Un freddo che veniva da dentro. E… sogni. No, non sogni. Film. Spezzati. In cui…» Si interruppe, il respiro che gli si fece più affannoso. «In cui facevo cose. Vivevo in posti. Con… persone diverse.»

«Paolo,» intervenne la dottoressa Volpe, con dolcezza ma fermezza. «Non deve sforzarsi adesso. Sono qui proprio per questo. Per aiutarla a dare un senso a quelle sensazioni. Per ora, si concentri sul presente. Su questa stanza. Sul suono della mia voce. Sul fatto che sua moglie è lì, e sta bene.»

Paolo annuì, lentamente. Ma i suoi occhi erano pieni di un terrore trattenuto. «Mi sembrano… reali. Alcuni più di… di qui.»

«Lo so. È normale, in queste circostanze. Ma la realtà è qui. Questo letto. Questo odore di disinfettante. Il dolore alla testa che probabilmente sta cominciando a sentire adesso che il sedativo passa.»

Come per incanto, Paolo fece una smorfia, portando una mano tremante alla tempia. «Si… fa sentire.»

«Bene,» disse la psicologa, come se fosse una cosa positiva. «Il dolore è un segnale del corpo. Del *suo* corpo. Di *questa* realtà. Può usarlo come un’ancora, quando le immagini degli altri posti diventano troppo forti.»

Era una strategia semplice, quasi brutale. Ma Erica vide che Paolo ci stava aggrappando, mentalmente. Annuì di nuovo.

«Ora,» continuò la dottoressa Volpe, «io esco per fare rapporto al dottor Varese. Lascio che lei e sua moglie stiate un po’ insieme. Più tardi, se si sentirà in forze, possiamo fare una breve chiacchierata. D’accordo?»

«D’accordo,» mormorò Paolo.

La psicologa sorrise, raccolse la sua cartella e con un cenno del capo a Erica, uscì dalla stanza, chiudendo la porta con un click discreto.

Il silenzio che seguì era diverso. Non era il silenzio carico di veglia e paura della notte. Era un silenzio fragile, nuovo. Il silenzio di un dopobomba.

Paolo girò la testa sul cuscino per guardare Erica. Lei si avvicinò, lentamente, e si sedette sul bordo del letto, dove prima c’era stata la dottoressa Volpe. Prese la sua mano. Era sudata, fredda.

«Mi dispiace,» disse lui, subito, gli occhi lucidi. «Per il video. Per non essere riuscito a spiegarti… Per essere sparito.»

«Shh,» fece lei, stringendogli la mano. «Non ora. Non adesso.»

«Ho paura, Erica,» confessò, la voce che si incrinava. «Ho paura di chiudere gli occhi. Di quello che potrei vedere. Di quello che potrei… ricordare.»

Erica alzò la mano libera, esitò un attimo, poi gli posò le dita sulla tempia, accarezzando la pelle calda e umida. «Allora non chiuderli. Guardami. Sono qui. Sono reale.»

Lui la guardò, bevendosi il suo volto. «E se… se cominciassi a vedere anche tu? Cose che non sono tue?»

Erica pensò al suo riflesso nel bagno, a quella sensazione di sfasatura. Pensò alle parole di Leonetti. *Il confine violato non si richiude perfettamente.*

«Allora me lo dirai,» rispose, con una calma che non sentiva. «E io ti dirò le mie. E ci aiuteremo a capire qual è il nostro film, e quali sono solo… trailer di altri film.»

Una debole, tremula curva delle labbra apparve sul volto di Paolo. Non era un sorriso, ma qualcosa che gli assomigliava. «Sembra un piano terribile.»

«È l’unico che abbiamo.»

Lui chiuse gli occhi, ma solo per un secondo, poi li riaprì subito, come spaventato. «Matteo,» sussurrò. «L’ho visto morire. Sentivo l’odore della sua pelle che… si disfaceva. Era così reale.»

«Era reale in un altro posto,» disse Erica, forzando le parole oltre il nodo in gola. «Qui, Matteo è morto in un incendio. Un incendio strano, ma un incendio. Tu non c’eri. Lo hai saputo dopo.»

Paolo la fissò, cercando di assorbire la distinzione. «Due verità.»

«No. Una verità, e un fantasma di un’altra. Il fantasma è forte, ma è un fantasma. Tu devi decidere a quale verità dare da mangiare.»

Era una metafora crudele, ma funzionò. Vide qualcosa irrigidirsi nel suo sguardo, una determinazione che riaffiorava dalle macerie.

«Ho fame,» disse poi, cambiando argomento con un non sequitur che suonava meravigliosamente normale.

Erica rise, un suono spezzato, quasi uno singhiozzo. «Ti porto qualcosa. La colazione dell’ospedale deve essere una cosa orribile. Vado a vedere.»

Si alzò, ma lui non lasciò la sua mano. «Torna subito?»

«Subito,» promise.

Quando uscì nel corridoio, la luce del neon le batté sugli occhi stanchi. L’ospedale era pienamente sveglio ora, un alveare di suoni e movimenti. Si guardò intorno, smarrita, non sapendo dove andare a cercare del cibo. Poi vide una figura familiare in fondo al corridoio, vicino alle finestre che davano sul cortile interno.

L’ispettore Bianchi era in piedi, il telefono all’orecchio. Parlava a bassa voce, il volto tirato. Accanto a lui, Leonetta stava consultando un tablet, i capelli rossi che sembravano l’unico punto di colore in quel mondo di verde e bianco.

Bianchi la vide, terminò la chiamata con un cenno secco e le fece segno di avvicinarsi.

Erica si incamminò, sentendo ogni passo come se fosse su un terreno instabile.

«Come sta?» chiese Bianchi, senza preamboli.

«Si è svegliato. Confuso, ma… mi riconosce. Ha parlato con la psicologa.»

Bianchi annuì, sembrando soddisfatto di un dato tecnico. «Bene. La dottoressa Volpe è una delle migliori. L’abbiamo coinvolta in… casi complessi, in passato.»

Leonetta alzò lo sguardo dal tablet. I suoi occhi erano cerchiati di stanchezza, ma vigili. «Signora Da Silva, abbiamo bisogno di una decisione. E di una sua firma.»

«Per cosa?»

Bianchi estrasse dalla cartella che teneva sotto il braccio un foglio di carta. Era un modulo ufficiale, con lo stemma della Polizia di Stato in alto. «È il modulo per la custodia cautelare del materiale sequestrato. In particolare, per il cilindro metallico che il dottor Manfredi ha prelevato. Tecnicamente, è stato trovato da lei, consegnato a noi. La sua firma formalizza il passaggio in custodia della Divisione Investigazioni Scientifiche Avanzate.»

Erica guardò il foglio. Le parole erano piene di gergo legale. «Cosa succederà?»

«Lo studieranno in un ambiente sicuro,» spiegò Leonetti. «Un bunker schermato, sotto il Gran Sasso. Dove non possa… captare nulla. Poi lo disattiveranno in modo controllato.»

«E se non lo faccio? Se chiedo di riaverlo?»

Bianchi e Leonetti si scambiarono un’occhiara. «Non glielo consiglierei,» disse l’ispettore, con franchezza. «Quell’oggetto è, nelle parole di Manfredi, un’antenna sintonizzata sulla sua firma quantistica. Finché esiste, rappresenta un potenziale canale. Debole, ma esistente. La sua firma su questo foglio non è solo una formalità. È un modo per tagliare simbolicamente il legame. Per dire al suo cervello, e forse alla fisica della cosa, che lei rinuncia a qualsiasi connessione con esso.»

Era una spiegazione strana, che mescolava burocrazia e superstizione quantistica. Ma in quel momento, dopo tutto ciò che aveva visto, a Erica sembrò perfettamente sensata.

«Avete una penna?» chiese.

Leonetti gliene porse una. Erica appoggiò il foglio al muro, vicino alla finestra. Senza leggere oltre le prime righe, firmò sul tratteggio indicato. Il suo nome, *Erica Da Silva*, le parve insolitamente pesante, come se stesse sigillando qualcosa di più di un semplice trasferimento di proprietà.

Bianchi riprese il foglio, lo controllò e lo ripose nella cartella. «Grazie. Ora, per quanto riguarda la sua deposizione formale…»

«Devo tornare da Paolo. Ha fame.»

L’ispettore annuì. «D’accordo. La deposizione può aspettare poche ore. Leonetti rimarrà qui, al piano. Quando sarà pronto, ci farà chiamare.»

Erica stava per allontanarsi, quando una domanda le affiorò alle labbra. «Ferrante?»

Il volto di Bianchi si oscurò. «In una cella di massima sicurezza. Interrogatorio continuo. Non parla. Ride, a volte. Chiede se “il ponte ha tenuto”.» Fece una pausa. «Non lo incontrerà mai. Su questo, le do la mia parola.»

Erica non rispose. Girò sui tacchi e si diresse verso l’ascensore, per scendere alla mensa. Mentre camminava, sentì un formicolio alla base del collo, un prurito sottile. Si girò, istintivamente, guardando il lungo corridoio dietro di sé.

Era vuoto. Solo le porte verdi delle stanze, i carrelli, la luce al neon.

Ma per un attimo, meno di un battito di ciglia, le era sembrato di sentire una risata. Non alta. Non malvagia. Solo una risata di bambina, lontana, come proveniente dalla fine di un tunnel lunghissimo.

Si bloccò, il cuore in gola. *Un’eco. Solo un’eco.*

Scosse la testa, con forza, e premé il pulsante per l’ascensore. Il metallo era freddo sotto il suo dito. Reale.

Doveva portare da mangiare a suo marito. Doveva ancorarlo a questa realtà, un pasto alla volta. Era l’unico piano che aveva. E forse, in un mondo di echi e microfessure, era l’unico piano che contava davvero.