L’ascensore arrivò con un *ding* metallico, troppo allegro per l’ora e per il luogo. Erica vi entrò, il vassoio di plastica con due tazze di caffè e due panini avvolti nella carta oleata che le tremava leggermente tra le mani. Le porte si chiusero, tagliando fuori il corridoio, il suono lontano della risata che forse non c’era mai stata. Lo specchio sul fondo le rimandò la sua immagine: una donna stanca, con gli occhi di chi ha visto troppo e capito troppo poco. Si guardò dritto negli occhi riflessi.
*Ancora io. Solo io.*
Il piano terra era un brusio di attività mattutina. Infermiere con carrelli, visitatori con fiori avvizziti, l’odore di caffè della macchinetta che si mescolava a quello, più profondo, di cloro e disperazione. Attraversò l’atrio, ignorando gli sguardi, concentrandosi sul semplice compito fisico: un piede davanti all’altro, il vassoio in equilibrio, la meta precisa. La stanza di Paolo. Un’ancora di normalità da inventare, un pasto alla volta.
Mentre risaliva con un altro ascensore, più lento, sentì il telefono vibrare nella tasca del giubbotto. Un brivido elettrico le corse lungo la schiena. Lo estrasse. Uno sconosciuto. Ma il prefisso era quello di Roma. Rispose, portando il dispositivo all’orecchio con una lentezza sospettosa.
«Pronto?»
«Signora Da Silva?» Una voce maschile, giovane, educata ma con un’ombra di tensione sottostante. «Sono l’agente Tommaso De Santis, della Scientifica. L’ispettore Bianchi mi ha chiesto di contattarla direttamente. Abbiamo… trovato qualcosa.»
«Trovato? Dove?» La sua voce suonò più aspra del previsto.
«Nell’alloggio che il dottor Ferrante affittava a Prati. Una sorta di… studio secondario. Non era nel suo fascicolo principale. L’abbiamo localizzato tramite le transazioni di un conto satellite.» De Santis fece una pausa, e Erica sentì il rumore di carta che veniva spostata. «C’era un computer. Bloccato con una crittografia pesante, ma… c’era anche un diario. Cartaceo.»
Un diario. La parola sembrò fuori luogo, arcaica, in tutta quella storia di firme quantistiche e interfacce.
«Cosa dice?»
«È… tecnico. Appunti sul Progetto Mirror, calcoli, diagrammi. Ma nelle ultime pagine, le ultime ventiquattr’ore prima degli eventi di ieri notte, le annotazioni cambiano. Diventano più… personali. Parla di lei. Non per nome, ma per codice. “Aggregato Prime”. E parla di “preparativi per la stabilizzazione definitiva”.»
Il cuore di Erica cominciò a battere più forte, sordo e pesante contro le costole. L’ascensore si fermò. Le porte si aprirono sul corridoio del reparto di neurologia.
«Quali preparativi?» sussurrò, uscendo e appoggiandosi con una spalla al muro, il vassoio stretto al petto.
«Non è chiaro. C’è un riferimento a un “protocollo di ancoraggio permanente”. E una frase, sottolineata due volte.» De Santis tacque di nuovo, e questa volta l’esitazione era palpabile. «“Il ponte non si chiude. Si converte. Da esplorazione a colonizzazione.”»
Il corridoio sembrò restringersi. Le luci al neon ronzavano con un suono acuto, simile al sibilo che Paolo aveva descritto nella morte di Matteo. *Colonizzazione*. Non era più una finestra su un altro universo. Era un’idea di possesso, di invasione.
«C’è dell’altro?» chiese, forzando l’aria nei polmoni.
«Sì. Un elenco. Numeri di serie, credo. Di dispositivi. Uno corrisponde al cilindro che è stato sequestrato. Gli altri…» Sentì il rumore di una tastiera cliccare rapidamente. «Gli altri non li abbiamo trovati. Non nel laboratorio, non nell’alloggio principale. Sono sei in totale.»
*Sei cilindri*. Sei porte che non si erano chiuse. Sei microfessure potenziali, sparse chissà dove.
«L’ispettore Bianchi lo sa?»
«Sto preparando il rapporto ora. Ma… mi ha autorizzato a informarla subito. Ha detto che lei “ha il diritto di sapere con cosa potrebbe avere a che fare”.»
Erica chiuse gli occhi. Bianchi le stava gettando un’ancora di salvezza fatta di informazioni, forse l’unica cosa che poteva fare. «Grazie, agente.»
«Signora Da Silva,» la voce di De Santis divenne più bassa, quasi confidenziale. «In uno degli ultimi fogli, c’è uno schizzo. Non è un diagramma tecnico. È… un volto. Sembra fatto a mano, frettolosamente. Non è il suo, almeno non del tutto. I lineamenti sono simili, ma… più giovane. E i capelli sono più chiari.»
Il gelo che aveva sentito davanti allo specchio del bagno tornò, più intenso, più definitivo. *La prima crepa non era in lei. Era nel mondo. E qualcuno, in un altro mondo, le assomigliava abbastanza da essere disegnata da un pazzo.*
«Mi mandi una foto di quella pagina, per favore,» disse, con una calma che non sentiva.
«Lo farò appena il rapporto è formalizzato. Deve essere approvato.»
«Capisco. Grazie comunque.»
Riagganciò. Rimase appoggiata al muro, a guardare il corridoio deserto che conduceva alla stanza di Paolo. Il vassoio di cibo le sembrò improvvisamente una barzelletta macabra. Cosa importava un panino contro un piano di colonizzazione quantistica?
Ma poi pensò a Paolo, sveglio, confuso, con echi di altre vite che gli urlavano nel sonno. Lui aveva bisogno di normalità. Di un pasto. Di un volto familiare che non fosse uno schizzo su un diario. Respirò a fondo, spingendosi via dal muro. Un passo alla volta. Un pasto alla volta.
Quando entrò nella stanza, la luce era cambiata. Qualcuno aveva aperto le tende, e un raggio di sole pallido, lottando attraverso lo smog romano, tagliava in due il letto, illuminando una striscia di coperta grigia. Paolo era sveglio.
Non stava dormendo. Non stava fissando il soffitto. Era seduto, i cuscini ammucchiati dietro la schiena, e guardava la sua mano sinistra aperta davanti a sé, come se stesse studiando le linee del palmo per la prima volta. Il suo volto era scavato, gli occhi cerchiati, ma c’era una lucidità nel suo sguardo che non c’era stata nella notte. Una lucidità dolorosa.
«Paolo?» La sua voce sembrò rompere un incantesimo.
Lui sollevò lo sguardo. I suoi occhi azzurri la incontrarono, e per un attimo infinito Erica vide solo estraneità, la perplessità di un uomo che guarda una sconosciuta. Poi, lentamente, come un’onda che si ritira lasciando il segno sulla sabbia, il riconoscimento affiorò. Non era gioia. Era un riconoscimento gravido di fatica, di una battaglia appena combattuta e non vinta.
«Erica,» disse. La sua voce era roca, consumata. Un suono che veniva da lontano.
«Ti ho portato qualcosa da mangiare,» disse lei, avvicinandosi, posando il vassoio sul comodino con un rumore sordo. «Caffè. Un panino. Non so se hai fame.»
Lui guardò il vassoio, poi di nuovo la sua mano. «Sto… sentendo delle cose,» mormorò. «Nelle mie dita. Come un formicolio, ma non è sulla pelle. È *dentro*. Come se… come se stessi tenendo in mano qualcosa che non c’è. Qualcosa che ho tenuto in mano da qualche altra parte.»
Erica si sedette lentamente sulla sedia accanto al letto. Non lo toccò. «Cosa senti?»
Paolo chiuse gli occhi, concentrandosi. «Freddo. Metallico. Levigato. Un cilindro.» Li riaprì, e c’era terrore in quello sguardo. «Non il nostro. Un altro. Lo sto tenendo in questo momento, in un posto… in un posto dove sono solo, in una stanza che non conosco. E ho paura. Una paura che mi blocca lo stomaco.»
Erica ricordò le parole di De Santis. *Sei cilindri*. Paolo non stava solo ricevendo echi di vite passate. Stava *sincronizzando* con se stesso in altri rami di realtà, in questo preciso momento. Forse perché la sua firma quantistica, dopo essere stata usata come faro, era iper-sensibilizzata. Forse perché le microfessure erano più vicine a lui.
«Non è reale, Paolo,» disse, cercando di mantenere la voce ferma. «È un ricordo intrusivo. Un eco. Come quello di Matteo.»
Lui scosse la testa, lentamente. «No. Non è un ricordo. È… presente. Simultaneo. Lo sento *adesso*.» Guardò la sua mano vuota con orrore. «Come faccio a far smettere questa cosa, Erica? Come faccio a essere solo qui?»
La domanda la trafisse. Non aveva una risposta. Aveva solo un panino e due tazze di caffè che si stavano raffreddando. Stava per dire qualcosa, qualsiasi cosa, quando la porta si aprì.
Era la dottoressa Volpe, insieme al dottor Varese. Entrambi avevano espressioni serie. Varese portava un tablet.
«Signor Di Girolamo,» disse Varese, con la sua brusca gentilezza. «Mi fa piacere vederla sveglio e reattivo. Come si sente?»
«A parte il fatto che sto vivendo in posti multipli? Benissimo,» rispose Paolo, con un amaro filo di sarcasmo che suonò stranamente rassicurante per Erica. Era ancora lui, da qualche parte, in mezzo al caos.
Varese non sorrise. Annuì, come se quella fosse una risposta clinica perfettamente accettabile. «L’EEG notturno ha mostrato picchi di attività estremamente insoliti. Non solo durante la fase REM. Anche in stati di veglia apparente, come ora. Attività che sembrano… risuonare a frequenze multiple.» Si avvicinò, mostrando il tablet a Paolo, ma in modo che anche Erica potesse vedere. Lo schermo mostrava un grafico con diverse linee colorate che si intrecciavano e sovrapponevano in modo caotico. «Vede queste curve? Normalmente, l’attività cerebrale di un individuo ha una firma coerente, un’impronta. La sua… sembra cercare di seguire più impronte contemporaneamente.»
Paolo guardò il grafico, poi la sua mano. «Quindi non sono pazzo.»
«No,» disse la dottoressa Volpe, intervenendo con la sua voce calma. «È sottoposto a uno stress percettivo senza precedenti. Il suo cervello sta ricevendo segnali che non dovrebbero esistere. Il nostro lavoro è insegnarle a filtrarli. A riconoscerli per quello che sono: rumore di fondo di realtà che non sono la sua.»
«E come si fa?» chiese Erica, guardando la psichiatra.
Volpe incrociò il suo sguardo. «Con esercizi di ancoraggio. Concentrazione sul presente sensoriale immediato e verificabile. Cose che può toccare, vedere, annusare *qui*. Ripetere a se stesso la propria storia, i propri ricordi verificati. È un lavoro faticoso. E potrebbe non funzionare del tutto sui segnali più forti.» Fece una pausa significativa. «Agente Leonetti ci ha informati della telefonata che lei ha ricevuto, signora Da Silva. I “preparativi” di Ferrante.»
Erica sentì il sangue gelarsi. «Quindi lo sapete.»
Varese annuì, grave. «Bianchi ci ha avvertiti. Se ci sono altri dispositivi attivi, e se sono sintonizzati su frequenze simili… suo marito potrebbe essere un ricettore involontario. O peggio, un amplificatore.»
«Peggio come?» la voce di Paolo era un filo di suono.
Varese esitò, cosa rara per lui. Guardò Volpe, poi tornò su Paolo. «Il protocollo di ancoraggio permanente di cui parla Ferrante… teoricamente, avrebbe bisogno di un punto di aggancio stabile in *entrambi* i lati del ponte. Un Aggregato Prime da una parte. E qualcosa di analogamente stabile dall’altra. Qualcuno la cui firma quantistica sia… malleabile, perché già in risonanza forzata.»
La stanza diventò silenziosa. Il ronzio delle luci sembrò amplificarsi.
«Me,» sussurrò Paolo. «Vuole usarmi come… come chiodo. Per tenere aperta la porta.»
«È un’ipotesi,» precisò subito Volpe. «Basata su appunti deliranti. Ma data la situazione, dobbiamo considerarla.»
Erica si alzò in piedi, una molla di puro istinto protettivo. «No. Assolutamente no. Lo tenete qui, lo isolate, fate quello che dovete fare.»
«L’isolamento sensoriale potrebbe essere controproducente,» obiettò Varese. «Rischia di farlo concentrare ancora di più sui segnali intrusivi. Ha bisogno di ancoraggi forti, reali. Umani.»
Lo sguardo del medico si posò su Erica. E in quel momento, lei capì il vero peso della cosa. Non era solo una moglie che sosteneva il marito malato. Era l’Aggregato Prime, l’anomalia stabile, l’unica persona che, secondo la logica distorta di Ferrante, poteva controbilanciare Paolo dall’altro lato. La loro relazione non era più solo personale. Era diventata un’equazione quantistica. Un ancoraggio reciproco.
Paolo aveva seguito lo stesso ragionamento. La guardò, e nel suo sguardo non c’era più terrore, ma una triste, immensa stanchezza. «Quindi siamo bloccati,» disse. «Io sento le porte. E tu… tu sei la chiave che potrebbe chiuderle. O aprirle del tutto.»
«Non lo farò,» disse Erica, con ferocia. «Non ti userò. Non lo permetterò.»
«Forse non avrai scelta,» mormorò lui, guardando di nuovo la sua mano vuota, dove sentiva il cilindro freddo di un altro mondo. «Se i segnali diventano più forti… se comincio a non capire più qual è la mia mano e qual è la loro…»
«Allora ti terrò io,» disse Erica, afferrando finalmente la sua mano, quella reale, calda, viva. La strinse forte, sentendo le sue ossa, le sue vene. «Ti ricorderò ogni singolo dettaglio di questa mano. La cicatrice che ti sei fatto tagliando il pane a diciotto anni. La forma delle tue unghie. Il calore. Questo è reale. Questo è *tuo*. Tutto il resto è rumore.»
Paolo chiuse le dita attorno alle sue. La sua presa era debole, ma c’era. Un contatto. Un ancoraggio.
Nello stesso momento, il telefono di Erica vibrò di nuovo nella tasca. Un messaggio. Con un presentimento di gelo, con una mano ancora stretta a quella di Paolo, con l’altra estrasse il telefono.
Era una foto, inviata da un numero sconosciuto. L’agente De Santis aveva trovato il modo.
Mostrava una pagina di un quaderno a righe, piena di scrittura fitta, angolare. E in un angolo, lo schizzo. Un volto di donna, a matita. I lineamenti erano, innegabilmente, i suoi. Ma i capelli, disegnati con tratti leggeri, erano più chiari, quasi biondo cenere. E gli occhi… l’artista aveva ombreggiato gli occhi in un modo che li rendeva più grandi, più spalancati. Con un’espressione che Erica non aveva mai visto sul proprio volto: una curiosità timida, mista a una sottile, incolmabile tristezza.
Sotto il disegno, poche parole scarabocchiate: *“Il soggetto stabile nel ramo Theta-7. La controparte. La porta è simmetrica.”*
Erica alzò lo sguardo dal telefono, incontrando quello di Paolo. Senza parole, gli mostrò lo schermo.
Lui guardò il disegno, poi la sua faccia reale, poi di nuovo il disegno. Il suo respiro si fece affannoso. «È te,» sussurrò. «Ma non te.»
«No,» confermò Erica, la voce ferma nonostante il tremore interno. «È qualcun’altra. In un altro posto.» Spegné lo schermo, ripose il telefono. Non voleva che quell’immagine restasse tra loro. Afferrò la tazza di caffè dal vassoio, ancora tiepida, e la mise nella mano libera di Paolo. «Questo è caffè. Del Policlinico Gemelli. Fa schifo. È reale. Bevi.»
Paolo obbedì, portando la tazza alle labbra con movimenti incerti. Bevve un sorso, fece una smorfia. «Hai ragione. Fa schifo.»
«Vedi?» disse Erica, prendendo l’altra tazza. «Ancora una cosa che sappiamo per certo.»
Ma mentre beveva il suo caffè amaro, gli occhi fissi su Paolo che cercava di ancorarsi al sapore disgustoso della bevanda, Erica sapeva che non sarebbe bastato. C’erano sei cilindri da qualche parte. C’era un disegno di una donna che le somigliava in un universo chiamato Theta-7. E c’era un uomo, in una cella, che aveva scritto “colonizzazione”.
La battaglia non era finita con la sanificazione del laboratorio. Era appena cambiato campo. E ora si combatteva nel cervello di suo marito, e nelle microfessure che si stavano aprendo nel mondo, una crepa alla volta.