Capitolo 14

Capitolo 14

L’ascensore si fermò con un sobbalzo. Il *ding* risuonò come un colpo di pistola nel silenzio ovattato. Erica strinse il vassoio, le nocche bianche. La voce dell’agente De Santis era ancora nell’orecchio, un ronzio tossico.

*Preparativi per la stabilizzazione definitiva.*

Le porte si aprirono sul corridoio del quarto piano. Il verde sbiadito, l’odore di antisettico e ozono di purificatori d’aria. Un’infermiera le passò accanto con uno sguardo distratto, il braccialetto olografico al polso che proiettava un’icona verde pallido: *Stabile*. Tutto normale. Tutto una menzogna perfetta. Erica camminò, i passi che echeggiavano sul linoleum con un ritmo meccanico. Il suo cervello incollava i frammenti della notte agli incubi nuovi. Sei cilindri. Theta-7. Colonizzazione.

Non era più una questione di salvare Paolo. Era contenimento. Ferrante, anche in cella, aveva seminato qualcosa. E quel qualcosa vibrava dentro di lei, un ronzio sordo alle tempie che aveva iniziato mentre leggeva il diario, come se le parole sulla pagina avessero risonato con qualcosa di fisico nel suo midollo.

La porta della stanza di Paolo era socchiusa. Da dentro, il basso ronzio dei monitor biomedici Gen-5 e una voce bassa, femminile. La dottoressa Volpe. Erica si fermò sulla soglia, un’intrusa nella propria tragedia.

Paolo era sveglio.

Non seduto, non lucido. Ma gli occhi erano aperti, fissavano il soffitto con un’attenzione vacua, come se stesse cercando di decifrare un messaggio scritto nelle microfessure del biocomposito. La dottoressa Volpe era seduta su una sedia accanto al letto, un tablet retroilluminato sulle ginocchia.

«… e il parco» stava dicendo Paolo, la voce un filo di secco, raschiata dall’intubazione. «C’erano… altalene. Rosse. Una era rotta. La catena sinistra… cigolava.»

Volpe sfiorò lo schermo, annotando. «Lei era lì?»

«No.» La risposta fu immediata, carica di una confusione che sembrava fisica. «No, io… ero dietro un albero. Li guardavo. Lei rideva. La bambina… la chiamava “mamma”.» Fece una pausa, deglutì a fatica. «Mi faceva male. Vederla. Un dolore… qui.» Una mano tremante si alzò, toccandosi lo sterno.

Erica sentì quel tocco come una scossa sul proprio corpo. Il panino scivolò sul vassoio. Il rumore attirò l’attenzione di Volpe, che si voltò. I suoi occhi incontrarono quelli di Erica e vi lessero il riconoscimento, il dolore, la gelosia per un ricordo che non le apparteneva ma che le rubava qualcosa.

«Signora Da Silva,» disse la dottoressa, alzandosi. «Stavo solo raccogliendo alcuni… resoconti percettivi. Per tracciare una mappa di questi echi.»

Erica entrò, posando il vassoio sul comodino. Il caffè ondeggiò, minacciando di traboccare. «Quello non è un eco,» disse, senza guardare Volpe. Fissava Paolo. «È un ricordo di un altro Paolo. In un posto dove un’altra me aveva una figlia. Con un altro uomo.»

La crudezza della frase rimase sospesa nella stanza, più tagliente di qualsiasi diagnosi.

Paolo lentamente distolse lo sguardo dal soffitto. I suoi occhi azzurri, annebbiati, cercarono i suoi. Ci fu un lampo, brevissimo, di riconoscimento puro. Poi una nuvola di dubbio. «Erica?» mormorò. Come se il nome fosse una domanda in una lingua quasi dimenticata.

«Sì,» disse lei, afferrandogli la mano. Era fredda, la pelle secca contro la sua. «Sono io. La tua Erica. Quella di *questo* mondo.»

Lui chiuse gli occhi, serrandoli forte. «Ci sono… troppe voci. Nella mia testa. Come… come se mille feed neurali fossero accesi, tutti insieme, su canali diversi. Una parla del parco. Un’altra… un’altra urla per Matteo. Sento l’odore della sua pelle che brucia. Era mio amico. Perché l’ho visto morire? Io non c’ero.»

«In un ramo di probabilità, c’eri,» intervenne Volpe, con la calma piatta di chi cataloga fenomeni. «L’intensità emotiva di quell’evento è un segnale ad alta potenza. Attraversa la barriera di decoerenza.»

Erica si voltò verso di lei. «E come si spegne?»

Volpe incrociò le braccia. «Non si spegne. Si impara a riconoscerne la firma spettrale. A distinguerla dalla propria. È un lavoro di riconoscimento e di ancoraggio alla linea di realtà autobiografica. Ma per farlo…» Esitò, guardando Paolo. «Per farlo, il paziente deve avere una realtà autobiografica solida a cui aggrapparsi. Deve *sapere* chi è, e cosa è reale *qui*.»

«Io so chi sono,» borbottò Paolo, gli occhi ancora chiusi. Elencava fatti come se stesse leggendo un manuale di sopravvivenza in un territorio ostile. «Sono Paolo Di Girolamo. Sono sposato con Erica. Lavoro in banca. Mio padre ha l’orto sul terrazzo e mia madre fa la crostata di visciole che a me non piace ma fingo di mangiare per non offenderla.»

«Bene,» incoraggiò Volpe. «Sono dettagli concreti. Terreni. Li usi come zavorra.»

«Ma poi…» La voce di Paolo si incrinò. «Poi c’è un altro ricordo. Di me che… che guardo dei numeri su uno schermo a cristalli liquidi retroilluminati. Non sono numeri di banca. Sono… onde. Diagrammi di coerenza quantistica. E so cosa significano. So che stanno misurando la stabilità di qualcosa. Di *qualcuno*. E ho paura. Una paura fredda, da stomaco vuoto. Perché so che se quei numeri crollano, tutto…» Aprì gli occhi, fissando Erica con un terrore improvviso e lucido. «Tutto si sfilaccia. E tu… tu sei al centro del grafico. Una curva rossa. Che sale.»

Il silenzio che seguì fu rotto solo dal bip regolare del cardiofrequenzimetro. Più veloce, ora.

Erica sentì le viscere contrarsi. Il grafico. L’Aggregato Prime. Il ronzio alle sue tempie sembrò intensificarsi per un secondo, una vibrazione sottile che le serrò la mascella. Ferrante che la misurava, la studiava, come un fenomeno da stabilizzare. O da usare.

«È un ricordo di Ferrante?» chiese a Volpe, ma la domanda era per Paolo. «Del laboratorio?»

Lui scosse la testa, lentamente, come se muoverla gli costasse uno sforzo contro una gravità diversa. «No. È… più vecchio. L’odore è diverso. Polvere di carta, non ozono di condensatori. E c’è… una finestra. Con la luce di un pomeriggio autunnale. E una foto sulla scrivania. Una donna e una bambina. Sono… sfocate. Come se le avessi dimenticate.»

Theta-7. La famiglia che Ferrante aveva perso in un altro universo. Il suo movente.

«Sta ricevendo echi di Ferrante stesso?» La voce di Erica era un sussurro.

«È possibile,» ammise Volpe. «Se la teoria della “risonanza di firma quantistica” dell’agente Leonetti è corretta, l’interfaccia non era un canale a senso unico. Ha risonato diverse firme, incluso quella del dottor Ferrante. Suo marito, essendo il “faro”, potrebbe aver assorbito non solo dati dai rami paralleli, ma anche… impronte emotive, memorie sensoriali, da chi ha manipolato il ponte.» Fece una pausa. «È come se si fosse seduto in una stanza piena di persone che urlano i propri ricordi. Alcune voci sono più forti. Quella di Ferrante, data l’intensità della sua ossessione, potrebbe essere tra le più potenti.»

«Quindi non solo dovrà distinguere i suoi ricordi da quelli di altri “Paolo”,» disse Erica, la nausea che le saliva in gola insieme al sapore metallico del ronzio, «ma anche da quelli del suo carnefice?»

«Sostanzialmente, sì.»

«È una tortura.»

«È una condizione senza precedenti,» corresse Volpe, con onestà brutale. «Il mio compito è dargli gli strumenti per non soccombere. Ma gli strumenti funzionano solo se l’ambiente esterno è stabile. Se ha ancoraggi saldi.» Guardò Erica. «Lei è il suo ancoraggio principale, signora Da Silva. Più di ogni altra cosa. La sua firma quantistica è ciò che lo ha ancorato a questa realtà durante la sanificazione. Il suo legame con lui è l’unica cosa che, in tutti i rami di probabilità esplorati, sembra essere una… costante variabile.»

Erica sentì il peso di quelle parole schiacciarle le spalle. Era già tutto troppo. E ora anche la responsabilità di essere l’ancora di salvezza di un uomo che stava annegando in mille vite che non aveva vissuto.

In quel momento, dei passi risoluti si avvicinarono nel corridoio. Non i passi leggeri degli infermieri, ma il peso cadenzato di stivali tattici. La porta si aprì senza bussare.

Ispettore Bianchi era sulla soglia, il volto grigio di stanchezza, ma gli occhi grigio-acciaio più accesi che mai. Accanto a lui, Sofia Leonetti, con un tablet stretto tra le mani come uno scudo e un’espressione che era un mix di eccitazione scientifica repressa e orrore.

«Signora Da Silva,» disse Bianchi, la voce roca. «Dottoressa. Mi scuso per l’intrusione.» Il suo sguardo andò a Paolo, che lo fissava con una diffidenza animale. «Devo parlare con la signora. È urgente.»

«Ispettore, mio marito è in una condizione molto fragile…» iniziò Volpe, protettiva.

«Lo so. E per questo ciò che ho da dire riguarda anche lui. Direttamente.» Bianchi entrò, chiudendo la porta alle sue spalle. L’aria nella stanza sembrò rarefarsi. «L’agente De Santis l’ha chiamata, vero? Per il diario di Ferrante.»

Erica annuì, muta. Il ronzio alle tempie pulsò, come se il nome *Ferrante* fosse un comando vocale.

«Bene. Quello che De Santis non sapeva, perché l’analisi spettrale del testo non era completa,» disse Bianchi, «è che nel diario c’è un riferimento esplicito a un “protocollo Zeta”. Attivabile da remoto.» Fece un cenno a Leonetti. «Agente.»

Leonetti si fece avanti. Il suo movimento era nervoso, le dita che tamburellavano sul bordo del tablet. Quando parlò, la voce era precisa, tecnica, ma sotto la superficie piana si sentiva una corrente di adrenalina. «Abbiamo isolato una serie di pagine scritte in uno stato di… di fervore quasi mistico. La grafia è fitta, piena di annotazioni laterali in un codice che assomiglia a funzioni d’onda semplificate.» Alzò il tablet. Sullo schermo c’era una scansione ad alta risoluzione. La frase cerchiata sembrava bruciare: *“L’Aggregato Prime è la chiave. La sua firma, una volta stabilizzata nel ponte, fungerà da condotto permanente. Il Protocollo Zeta non sanifica: cementa. Trasforma il canale temporaneo in un’autostrada. La colonizzazione non sarà di materia, ma di informazione. Di realtà.”*

Erica fissò le parole. Mentre le leggeva, accadde qualcosa di fisico. Non era solo comprensione. Era una sensazione tattile, viscerale. Un brivido che non partiva dalla pelle, ma da qualche punto più profondo, dietro lo sterno, e si diffuse come un’onda di bassa frequenza attraverso le sue costole. Il ronzio alle tempie diventò un vibrare sordo, risonante. Per un attimo, *sentì* la parola “condotto” non come metafora, ma come una cavità fredda che si apriva dentro di lei. Trattenne il respiro.

«Signora Da Silva?» chiese Leonetti, notando il suo pallore improvviso.

«Niente,» mentì Erica, stringendo le braccia attorno a sé. «Continue.»

Leonetti la studiò per un secondo, gli occhi da scienziata che registravano la reazione, poi fece scorrere un’altra immagine. Uno schema a blocchi disegnato a mano. Al centro, la parola “PRIME” dentro un cerchio. Una freccia spessa puntava verso un cilindro stilizzato etichettato “TRASMETTITORE ZETA”. Da lì, sei frecce sottili si diramavano verso una serie di sigle: THETA-7, KAPPA-2, SIGMA-1. «Ha identificato e catalogato altri rami di realtà ad alta compatibilità di risonanza,» spiegò Leonetti, la voce che accelerava leggermente. «I cilindri non sono solo registratori. Sono trasmettitori a risonanza quantistica. Costruiti per inviare un segnale di stabilizzazione coerente. Un segnale che dice, fondamentalmente: “Questa è la linea di realtà di riferimento. Sincronizza la tua coerenza su questa frequenza.”»

«E io?» chiese Erica, la voce un filo di secco. La sensazione di vuoto-canalizzato dentro di lei pulsava.

«Lei è il segnale portante,» disse Bianchi, senza mezzi termini. «La sua firma, quella che ha risonato con il video e stabilizzato il ponte, è l’unica abbastanza “pura” e stabile da essere usata come onda di calibrazione. Ferrante l’ha usata per trovare Paolo, sì. Ma quello era il proof of concept. Il vero obiettivo era *lei*. Ottenere una firma stabile da replicare e trasmettere.»

Paolo emise un suono, un gemito strozzato. «Il grafico…» mormorò, gli occhi spalancati sul soffitto ma che vedevano altro. «I numeri… misuravano *te*. La tua coerenza. Voleva assicurarsi che fossi… un cristallo sufficientemente perfetto. Per risuonare a lungo, e forte.»

Era tutto vero. Ogni brivido, ogni senso di straniamento, ogni crepa nello specchio. Non erano effetti collaterali. Erano i sintomi di essere stata trasformata, senza il suo consenso, in un diapason cosmico. In un’antenna biologica per riscrivere il multiverso.

«I sei cilindri mancanti,» disse Erica, rivolgendo a Bianchi uno sguardo di ghiaccio che cercava di congelare il panico interno. «Dove sono?»

Bianchi scambiò un’occhiata con Leonetti. «Non lo sappiamo. Ferrante nega, si chiude in un silenzio assoluto. Ma dal diario emergono coordinate. Non geografiche. Sono… parametri quantistici. Indirizzi per altri rami. I cilindri potrebbero essere stati piazzati da tempo in loci di massima risonanza. Nodi geomagnetici, siti di eventi ad alta carica emotiva storica o personale…» Fece una pausa. «Uno dei rami target è Theta-7. Quello della famiglia alternativa.»

Il parco. L’altalena rossa. La bambina.

«Se il Protocollo Zeta viene attivato,» continuò Leonetti, le parole che uscivano ora in un flusso più rapido, come se recitasse una scoperta orribile che doveva uscire, «e uno di quei trasmettitori invia la firma di signora Da Silva verso Theta-7, l’effetto non è un’invasione. È un’assimilazione. Quel ramo inizierebbe a convergere verso questo. Piccole incongruenze all’inizio – un ricordo che cambia, un volto che si sfoca, una legge fisica locale che devia di un decimillesimo – poi, se il segnale è sostenuto, un vero e proprio sovrascrittura. L’Erica di Theta-7 potrebbe iniziare a ricordare *questa* vita. A desiderarla. A sentire che il suo mondo è “sbagliato”. Fino a quando la sua realtà non collasserà per fare spazio a una versione che la include come… come un corpo estraneo che il sistema immunitario della realtà tenta di espellere, o di assimilare fino a farla sparire.»

«E qui?» chiese Volpe, affascinata e atterrata.

«Qui? Un senso di *déjà-vu* collettivo. Una vaga sensazione che il mondo sia “più giusto”, “più ordinato”. Il prezzo della pulizia etnica probabilistica lo pagherebbero loro. Gli universi target.»

Erica guardò le sue mani. Quelle che avevano stretto il cilindro pulsante. Il ronzio dentro di lei sembrò trasformarsi in un urlo silenzioso. Si sentì sporca. Contaminata. Uno strumento.

«Dobbiamo trovare i cilindri,» disse Bianchi. «Prima che un timer, un complice o una condizione soglia attivi il Protocollo Zeta. Il diario parla di un “innesco a soglia di coerenza”. Quando la firma Prime raggiunge una stabilità sufficiente… il processo parte automaticamente.»

«La mia stabilità…» mormorò Erica. «Come la misura?»

Leonetti abbassò lo sguardo sul tablet, quasi con vergogna. «Attraverso di lui,» disse, indicando Paolo. «Il faro. La sua connessione residua con lei è un canale di misurazione perfetto, non localizzato, impossibile da schermare completamente. I suoi episodi, le sue percezioni… non sono solo un sintomo. Sono il termometro che Ferrante ha calibrato. E se Paolo si stabilizza, se impara a filtrare il rumore e la sua mente si placa…»

«… la mia firma diventa un’onda coerente e pulita. Pronta per la trasmissione,» completò Erica. La verità le esplose dentro non come un lampo, ma come un lento, gelido congelamento.

Nella stanza, il solo suono era il respiro affannoso di Paolo. Lui la guardava, e nei suoi occhi c’era non più solo confusione, ma un orrore comprensivo, totale. Vide la sua stessa conclusione formarsi lentamente nella mente di lui, e fu più straziante di qualsiasi urlo.

Paolo chiuse gli occhi. Quando li riaprì, erano lucidi di una disperazione calma, terribile. «Allora… la soluzione è… è semplice,» disse, la voce spezzata ma incredibilmente chiara. «Non devo stabilizzarmi. Non devo… imparare a filtrare nulla.» Deglutì. «Devo rimanere qui. In mezzo al rumore. In mezzo a tutte le loro voci. Devo tenere la mia mente… deliberatamente caotica. Incoerente. Così la tua firma, misurata attraverso di me, resterà instabile. Rumore bianco. Inutilizzabile.»

La proposta cadde nella stanza non come una dichiarazione, ma come un suicidio annunciato. Volpe impallidì. Bianchi distolse lo sguardo. Leonetti serrò le labbra.

Paolo guardava Erica, cercando non approvazione, ma comprensione. «È l’unico modo, Erica. Se guarisco, ti trasformo in un’arma. Condanno mondi che non conosco, persone che… che forse in un altro ramo sono me, sono te. Se rimango qui, in questo labirinto, se scelgo di perdermi dentro… ti salvo. Li salvo tutti.»

Le sue parole non erano eroiche. Erano piene di una paura tremenda, della consapevolezza di un’eternità di caos che lo aspettava. Non era una decisione presa in due battute. Era la lenta, agghiacciante accettazione di una tortura senza fine come unico scudo possibile.

«No,» disse Erica, con una fermezza che veniva dalle viscere, che cercava di sopraffare il gelo dentro di sé. Si avvicinò al letto, gli prese la mano, costringendolo a sentire il calore, la solidità di lei. «No, Paolo. Non è così che si vince. Non sacrificando la tua mente su un altare.» Alzò lo sguardo, prima su Volpe, poi su Bianchi e Leonetti. Il suo volto era pallido, segnato, ma gli occhi bruciavano di una determinazione che cercava di forgiare una terza via nell’impossibile. «Voi trovate i cilindri. Li distruggete. Io…» Il ronzio dentro di lei pulsò. «Io imparerò a controllare questa firma. Non a stabilizzarla, ma a… a contraffarla. A renderla un’imitazione imperfetta. E tu,» disse, tornando a Paolo, stringendo la sua mano più forte, «tu guarirai. Imparerai a distinguere le voci. E useremo quella connessione, non per dare a Ferrante un segnale pulito, ma per trovare ciò che ha nascosto. Se la mia firma risuona con quei cilindri… forse, attraverso te, attraverso il caos che già senti, possiamo triangolare la loro posizione. Useremo il suo stesso strumento di misurazione per localizzare le sue armi.»

Era una follia. Una scommessa su una fisica che somigliava più alla teologia. Ma era l’unica mossa che offriva una speranza attiva, che non li condannava alla passività o all’autodistruzione.

Bianchi annuì, lentamente. Un barlume di rispetto negli occhi stanchi. «Leonetti e il suo team lavoreranno sulle coordinate. Proveremo a tradurle in luoghi fisici. Nel frattempo…» Sospirò. «Nel frattempo, dobbiamo tutti pregare che la soglia di coerenza non sia già stata raggiunta.»

Uscirono, lasciando Erica e Paolo soli con la dottoressa Volpe e il peso monumentale della nuova guerra: non per la verità, ma per la sovranità della realtà stessa.

Paolo chiuse gli occhi. Una lacrima gli scivolò lungo la tempia, tracciando un solco lucido sulla pelle pallida. «Ho paura, Erica,» confessò, un sussurro bambino nel silenzio tecnologico della stanza. «Ho paura di impazzire, di perdermi per sempre in questo rumore. E ho una paura ancora più grande… di non farlo. Di calmarmi, di ritrovare me stesso, e di sentire un click nell’universo mentre condanno un’altra me, un altro te, all’oblio. Come scelgo? Come si fa a scegliere?»

Non c’era risposta. Solo la domanda, straziante e irrisolta, sospesa tra di loro.

Erica si chinò, sfiorando con le labbra la sua fronte. «Non scegli,» sussurrò contro la sua pelle. «Lotti. Mentre tu ascolti le loro voci, io terrò la tua. Sempre. È l’unica che conta. È l’unica che può, forse, cambiare la frequenza di tutto.»

Fuori, la luce grigia del mattino batteva sulle finestre a nanocomposito dell’ospedale, illuminando una Roma ignara. Da qualche parte, in sei punti che forse erano città, deserti, o semplicemente punti di dolore nel tessuto del mondo, sei cilindri di metallo freddo aspettavano un segnale coerente per riscrivere l’esistenza.

E nel silenzio della sua mente, sotto il ronzio persistente, Erica iniziò ad ascoltare. Non le voci degli altri, ma il suono della propria anima. Doveva imparare a conoscerne ogni nota, ogni vibrazione, ogni imperfezione. Doveva imparare a mentire, con la sua stessa essenza quantistica, a un uomo che voleva usarla come chiave per aprire tutte le gabbie dell’universo.

La prima crepa nello specchio era solo l’inizio. Ora doveva guardarci dentro, e trovare non il riflesso di un’altra, ma l’acciaio opaco di chi è disposto a diventare uno strumento stonato, pur di salvare la sinfonia del reale.