Il silenzio nella stanza d’ospedale si era fatto denso, palpabile. Erica rimase sulla soglia, il vassoio di plastica che le tremava ancora tra le mani. Il panino era scivolato a terra, una macchia di maionese sul linoleum lucido. La dottoressa Volpe si era alzata, il suo sguardo professionale appannato da una comprensione più umana, più scomoda.
Paolo, sul letto, aveva chiuso gli occhi. Sembrava svuotato, pallido e sudato contro i cuscini, il ricordo intrusivo – il parco, le altalene rosse, la bambina – ancora stampato sulle sue palpebre.
«Signora Da Silva,» ripeté Volpe, più dolcemente.
Erica entrò, posando il vassoio sul comodino con un tonfo sordo. Il caffè ondeggiò, minacciando di traboccare. «Quello che ha descritto…» la voce le si incrinò. «È il secondo video. Quello che hanno mandato a me.»
Volpe annuì, un cenno lento. «Lo immaginavo. Il dottor Varese mi ha fornito un quadro. Questi echi non sono casuali. Sono attivati da stimoli emotivi. Il suo cervello non ha ancora imparato a riconoscere la differenza tra un ricordo autobiografico e un dato… in prestito.»
«E come fa a impararlo?» chiese Erica, abbassandosi sulla sedia. La sua mano trovò quella di Paolo, fredda e inerte.
«Con il tempo. E con ancoraggi forti.» Volpe la guardò dritto negli occhi. «Lei è il suo ancoraggio più potente. Più lui la riconosce, più si aggrappa ai dettagli concreti della loro vita insieme, più il suo cervello avrà un punto fermo.»
Era una spiegazione razionale. Ma Erica sentiva il ronzio alle tempie, quella strana consapevolezza nuova. Non era solo un ancoraggio emotivo. Era un ancoraggio *quantistico*. La sua impronta stabile era il faro che teneva Paolo agganciato a questo ramo. E se lei vacillava?
«Devo parlare con l’ispettore Bianchi,» disse, più a se stessa.
«Sta arrivando,» rispose una voce dalla porta.
Sofia Leonetti era lì, appoggiata allo stipite. Occhi cerchiati ma iperfocalizzati. Stringeva un tablet DISA spesso e opaco, lo schermo che proiettava una luce bluastra sul suo volto.
«Leonetti.»
«Bianchi è al piano inferiore con Varese. Stanno coordinando.» Entrò, chiudendo la porta. Il suo sguardo andò a Paolo, poi a Volpe. «Dottoressa, abbiamo bisogno della stanza.»
Volpe esitò un attimo, lesse la gravità nell’aria. Annui, raccolse il suo dispositivo. «Io torno più tardi.» Gettò un’ultima occhiata a Erica. «Stia forte.»
Uscì. Il silenzio che lasciò era carico, elettrico.
Leonetti posò il tablet sul vassoio, accanto alle tazze di caffè ormai freddo. Lo schermo mostrava una scansione di una pagina di quaderno, grafia fitta e angolosa. Ferrante. Ma non erano solo parole. Accanto al testo, un modello 3D ruotava lentamente: una griglia geometrica che sovrapponeva una mappa di Roma, punteggiata da sei punti pulsanti di colori diversi.
«Abbiamo tradotto le coordinate,» disse Leonetti, voce piatta. Non spiegò. Mostrò. Sfiorò lo schermo. La griglia si animò, linee di forza che collegavano i punti, formando uno schema a stella distorto. «Non sono geografiche. Sono coordinate di *risonanza probabilistica*.»
Erica fissò i simboli che danzavano: Θ-7. Κ-2. Σ-1. «Cosa significa?»
Leonette zoomò su un punto rosso acceso vicino a Monte Mario. La mappa sottostante sfocò, sostituita da una cascata di numeri: equazioni di interferenza. «Ferrante ha calcolato i nodi di massima interferenza. Punti dove la barriera tra il nostro ramo e altri specifici rami – quelli che aveva catalogato – è più sottile. Dove un’impronta quantistica può passare con meno attenuazione.»
Il punto rosso pulsava. Erica riconobbe l’area. Il parco del video.
«Qui,» disse Leonetti, il dito che sfiorava lo schermo. «Il nodo primario per Theta-7. Il ramo da cui proveniva il secondo video.» Fece una pausa. «Quello che Ferrante intendeva colonizzare per primo.»
La parola “colonizzare” rimase sospesa, viscida.
«Cosa succede se uno di quei cilindri si attiva?»
Leonette inspirò. Sul tablet, un’animazione schematica sostituì la mappa: un cilindro stilizzato emetteva onde concentriche. Dove queste toccavano sagome umane stilizzate, queste cambiavano colore, da blu a rosso. «Il cilindro è un trasmettitore. La sua impronta, per l’esattezza. “Aggregato Prime”. Se si attiva in un nodo, comincia a trasmettere come un faro. Ma non un faro che guida. Uno che *sostituisce*.» I suoi occhi verdi erano duri. «Secondo gli appunti, sarebbe un processo di assimilazione. Le realtà convergerebbero. Le memorie delle persone… comincerebbero a ricevere echi, poi frammenti sempre più consistenti. Infine, la sovrascrittura. La gente non se ne accorgerebbe. Semplicemente… dimenticherebbe. Abbraccerebbe la nuova vita come se fosse sempre stata la sua.»
Erica sentì un gelo risalirle dalla base della spina dorsale. Un’arma che cancellava mondi. Che riscriveva storie.
«Dove sono?» La sua voce era un filo di rabbia congelata.
«Ne abbiamo recuperato uno. Il suo.» Leonetti scorse la mappa. «Squadre in posizione in quattro nodi. Edifici abbandonati, sottostazioni…» Aggrottò la fronte. «Il quinto, il nodo Kappa-2… le coordinate sono vaghe. Ferrante ha scritto: “Punto di origine del soggetto. Massima carica emotiva residua”.»
*Punto di origine del soggetto.* Erica la guardò.
Leonette incrociò il suo sguardo. «Il soggetto è lei. “Aggregato Prime”. Il punto di origine della sua impronta… non è un luogo. È un evento. Un trauma. Qualcosa che l’ha segnata così profondamente da incidere la sua coerenza in modo univoco. Ferrante credeva che i traumi lasciassero cicatrici non solo nella mente, ma nel tessuto stesso dell’identità attraverso i multiversi.»
Un brivido di riconoscimento, orribile e chiaro. L’incidente. I suoi genitori. Il dolore antico che pulsò, sincrono al ronzio alle tempie.
«L’incidente dei miei genitori.»
Leonette annuì, lentamente. «Il quinto cilindro potrebbe essere in un luogo che, per lei, risuona con quella memoria. Non il luogo fisico. Un luogo che per lei lo rappresenta.»
Erica chiuse gli occhi. Roma non aveva luoghi legati a quel trauma. Ma c’era…
Si alzò di scatto, la sedia che stridette sul linoleum.
«La chiesa. Santa Maria della Pietà. In centro. Ci andai una volta, poco dopo il funerale.» Scosse la testa, il ricordo sepolto che affiorava, doloroso e nitido. «C’era un affresco. Una Pietà. Stetti lì a guardarla per un’ora. Era l’unico posto dove il mio dolore sembrava avere una forma.»
Leonette non perse un secondo. Le dita volarono sul tablet, richiamando schemi. Incrociò i dati della chiesa con le equazioni di risonanza del diario. Un cerchio verde lampeggiò si sovrappose all’edificio. «Un luogo di lutto personalizzato. Carico di significato emotivo soggettivo. Sarebbe perfetto.» Alzò lo sguardo. «Dobbiamo andare lì. Ora.»
La porta si aprì. Entrò l’ispettore Bianchi, seguito da Varese. Bianchi aveva il cappotto addosso, bagnato, il volto tirato. Odore di pioggia e tensione.
«Leonetti, mi dica che ha localizzato l’ultimo nodo,» abbaiò.
«Santa Maria della Pietà. La signora Da Silva…»
«Non c’è tempo,» la interruppe Bianchi. Il suo sguardo andò a Erica. «Le squadre hanno trovato i cilindri negli altri quattro nodi. Tutti inattivi, con generatori a energia solare in standby.» Fece una pausa, carica di cattivi presagi. «Ma al nodo Sigma-1, la cisterna, hanno trovato un timer. Collegato al generatore. Impostato per attivarsi…» guardò l’orologio, un cronografo digitale che emise un debole bip, «… tra quarantacinque minuti.»
Un silenzio di ghiaccio.
«Un timer?» Leonetti, incredula.
«Ha preparato tutto in anticipo,» ringhiò Varese, la voce aspra. «Piano B.»
Bianchi fissò Erica. «Il timer attiverà tutti e cinque i cilindri rimanenti in sequenza, a intervalli di due minuti. Una cascata. Se il primo si attiva…»
«… gli altri amplificheranno il segnale,» completò Leonette, il volto terreo. «Sarebbe un’onda d’urto di sovrascrittura multipla. Caos. Estinzione locale.»
«Dove si trova il cilindro in chiesa?» chiese Erica, voce sorprendentemente ferma.
«Non lo sappiamo,» ammise Bianchi. «La chiesa è chiusa per restauri. Cantiere sospeso. È deserta. Dobbiamo trovarlo e disattivarlo prima dello scatto del timer.»
«E come si disattiva?»
Leonette e Bianchi si scambiarono un’occhiata. Fu Leonetti a rispondere, onestà spietata. «Non lo sappiamo con certezza. Il diario parla di un “interruttore di coerenza”. Probabilmente un pulsante fisico. Ma c’è un’altra possibilità.» Esitò. «Il cilindro è sintonizzato sulla sua impronta, signora Da Silva. È progettato per rispondere a lei. Per riconoscerla. Se lei ci si avvicina, potrebbe attivarsi prima. O potrebbe spegnersi. È un campo minato.»
Erica guardò Paolo. Il suo volto era tranquillo nel sonno indotto. Guardò le sue mani. Non tremavano più. Il ronzio alle tempie era lì, acuto, insistente. Una mappa. Una bussola.
Alzò lo sguardo verso Bianchi. «Portatemi lì.»
«Erica, no,» sussurrò Leonetti. «È troppo pericoloso.»
«So cosa succederà se non ci andiamo,» ribatté Erica, senza alzare la voce. Indicò Paolo. «E a tutti gli altri. Quel cilindro risponde a me. Sono l’unica che può trovarlo. Forse l’unica che può spegnerlo.» Inspirò a fondo, sentendo il freddo della decisione che si solidificava nello stomaco. «Allora userò quella chiave per sprangare la porta.»
Bianchi la studiò. Vide la paura, ma vide anche la determinazione assoluta, forgiatasi nella fornace degli ultimi giorni. Vide le sue mani che stringevano con fermezza quella di Paolo, poi si staccavano, deliberate. Annui, una volta, secco.
«Va bene. Leonetti, con noi. Varese, resti qui, sorvegli il paziente. Nessuno entra o esce.» Si voltò verso la porta. «Trentotto minuti.»
Mosse i primi passi. Il corridoio dell’ospedale era un tunnel di luci al neon e odore di disinfettante. Il ronzio nelle sue tempie cambiò tono, diventando un fischio acuto, direzionale, che si intensificava quando guardava verso l’uscita. Il suo cuore batteva un ritmo regolare, militare. Attraversò la porta scorrevole, l’aria umida della notte romana che le colpì il viso. Pioggia fine. Un’auto DISA, nera e senza contrassegni, motore acceso, fari che tagliavano la nebbia.
Bianchi aprì il portiere posteriore. Leonetti salì davanti, il tablet già connesso alla radio, voce che comunicava coordinate in codice.
Erica si sedette. La portiera si chiuse con un tonfo sordo. L’interno era spartano, sedili in tessuto grigio, un terminale tra i sedili anteriori che mostrava una mappa della città con un punto rosso lampeggiante – la chiesa – e un countdown digitale: 00:36:17. I secondi decrescevano.
L’auto partì, accelerando brusca sulla strada bagnata. Il suono degli pneumatici sull’asfalto lucido. La radio sussurrava aggiornamenti: «Squadra Alpha in posizione al nodo Theta-7, cilindro visibile, non toccare, ripeto, non toccare…»
Erica guardò fuori dal finestrino. La città sfumava in strisce di luce e ombra. Il fischio nella sua testa era ora una pulsazione costante, un battito che sembrava guidare il countdown sul terminale. Chiuse gli occhi. Non pregò. Visualizzò l’affresco. La Pietà. Il dolore che aveva una forma. Quella sarebbe stata la sua arma. Il suo ancoraggio.
Apri gli occhi. Le sue mani erano aperte sulle ginocchia, ferme.
Doveva trovare la bomba costruita con i pezzi della sua anima. E disinnescarla con il suo stesso cuore spezzato.