Capitolo 16

Capitolo 16

Le sue mani erano aperte sulle ginocchia, ferme. Il fischio nella testa pulsava in sincrono con il countdown sul terminale di Leonetti, un battito doppio che scandiva il tempo che restava. Il tempo per trovare la bomba costruita con i pezzi della sua anima.

Leonetti la guardava, in attesa. L’ispettore Bianchi, accanto a lei, aveva le braccia incrociate, il volto una maschera di pietra professionale che non riusciva a nascondere una fessura di preoccupazione.

«Le coordinate del quinto cilindro,» disse Erica, e la sua voce suonò stranamente calma, come se appartenesse a qualcun altro. «Il “punto di origine del soggetto”. Massima carica emotiva residua.»

«Sì,» confermò Leonetti, sfiorando lo schermo del tablet DISA. La mappa di Roma con la sua griglia di colori caldi e freddi ruotò lentamente. «Secondo la teoria di Ferrante, i traumi lasciano… cicatrici. Non solo nella psiche. Nel tessuto stesso dell’identità, che risuona attraverso i rami del multiverso. Luoghi di dolore intenso diventano punti di risonanza più sottile. Porte più facili da aprire.»

Erica annuì. Non aveva bisogno della teoria. Lo sentiva. Un tiraggio freddo che partiva dal centro del petto e si dirigeva verso un punto preciso della città, come l’ago di una bussola magnetizzata dal suo stesso strazio.

«La chiesa di Santa Maria della Pietà,» disse. «In via della Lungara. Vicino al carcere di Regina Coeli.»

Leonetti scattò, le dita che volarono sullo schermo. Inserì il nome. La griglia sul tablet si riorganizzò istantaneamente, i colori convergendo in un vortice di rosso intenso proprio su quel punto. Un nodo pulsante.

«Confermato,» sussurrò Leonetti, alzando gli occhi. «Risonanza probabilistica al 94%. È il punto più caldo della mappa dopo il laboratorio di Monte Mario.»

Bianchi si schiarì la voce. «Perché lì, Da Silva?»

Erica chiuse gli occhi. Non per ricordare. Per *sentire*.

«Quattro anni fa. Mio padre. Stava morendo di cancro in Brasile, a San Paolo. Io… non potevo partire. Avevamo appena firmato il mutuo, il lavoro di Paolo era in fase di valutazione…» La voce le tremò, ma la tenne sotto controllo. Era solo un dato, ora. Un parametro. «Mi sentivo spezzata. Colpevole. Una sera, dopo un’ennesima telefonata dove sentivo la sua voce che si affievoliva, uscii. Camminai per ore. Senza meta. Finii lì, in quella chiesa. È piccola, quasi nascosta. All’interno c’è un affresco. Una Pietà. Non quella famosa. Una copia modesta. La guardai per… non so, forse un’ora. Il dolore di quella madre aveva una forma, lì. Un contorno. Mi sembrò di capire che il mio dolore, per quanto mio, non era unico. Aveva una forma riconoscibile. Piansi. Poi uscii. Mio padre morì due giorni dopo.»

Aprì gli occhi. Bianchi la fissava, la sua maschera di cinismo incrinata da un lampo di comprensione umana, troppo rapido per essere analizzato.

«Un trauma,» disse Leonetti, più per se stessa. «Un picco emotivo di lutto e colpa. Ferrante ha catalogato tutto. Doveva aver setacciato la sua vita digitale, le sue mail, i diari delle app di fitness che tracciano i percorsi, le transazioni con la carta di credito per la candela che forse ha acceso… Ha costruito un profilo di risonanza emotiva. E ha scelto quel punto perché lì, la “firma” del suo dolore è più… nitida. Più facile da replicare e trasmettere.»

«Trasmettere a cosa?» chiese Bianchi, ma la domanda era retorica. Lo sapevano tutti.

«Al ramo Theta-7,» concluse Erica. «Dove un’altra me sta vivendo una vita con un altro uomo e una figlia. Dove sono felice.» La parola “felice” le bruciò la lingua. «Il cilindro lì sta trasmettendo la mia firma quantistica come un virus. Sta dicendo a quell’universo: *questa è la realtà*. Sta sovrascrivendo la loro Erica con… me. Con la mia disperazione. Con il mio vuoto.»

Il silenzio che seguì fu rotto solo dal flebile bip del monitor di Paolo. Erica guardò suo marito. Era immobile, ma sotto le palpebre i suoi occhi si muovevano rapidamente, inseguendo fantasmi in un parco con altalene rosse. Stava vivendo l’eco dell’infezione. L’assimilazione era bidirezionale.

«Dobbiamo andare lì,» disse Bianchi, la decisione che tornava a indurire i suoi lineamenti. «Adesso. Una squadra della DISA è già in allerta. Possiamo circondare l’area, fare un sopralluogo con i rilevatori di anomalie quantistiche.»

«No.»

La parola di Erica cadse come un sasso nello stagno. Entrambi la guardarono.

«“No”?» ripeté Bianchi, un sopracciglio alzato.

«Non con una squadra. Non con rilevatori.» Si alzò in piedi. Le gambe erano solide. Il tremore interno si era trasformato in una vibrazione ferma, come l’arco di un violino prima della nota. «Ferrante ha costruito questa trappola per me. Usando me. La chiave per disinnescarla sono io. Solo io.»

«È una follia,» sbuffò Bianchi. «Non sappiamo cosa ci sia in quella chiesa. Potrebbe essere protetto, potrebbe…»

«Potrebbe essere un trigger,» lo interruppe Leonetti, pensierosa. Stava studiando Erica con l’intensità di uno scienziato davanti a un fenomeno nuovo. «Se il cilindro è calibrato sulla sua firma, un’intrusione esterna, una firma quantistica estranea, potrebbe innescare il protocollo Zeta prematuramente. O peggio, destabilizzarlo in modo incontrollabile.»

«Esattamente,» disse Erica. «Lui mi vuole lì. Ha *bisogno* che io sia lì, per completare il circuito. Per “stabilizzare definitivamente” il ponte. È l’unica che può avvicinarsi senza far scattare le contromisure.»

Bianchi scosse la testa, ma era un gesto di frustrazione, non di diniego. Sapeva che aveva ragione. La logica sporca e contorta di Ferrante funzionava così.

«Allora ci vai con noi,» dichiarò. «Io e Leonetti. Da fuori. Copertura a distanza. Entri tu sola. Ma abbiamo una linea audio aperta. E se succede qualcosa, se sentiamo anche solo un tono strano nella tua voce, irrompiamo.»

Erica lo guardò. L’uomo che poche ore prima la teneva in una stanza d’interrogatorio come la principale sospettata. Ora era lì, a offrirsi come sua ancora in un mare di probabilità folli.

«Va bene,» acconsentì.

La preparazione fu rapida, surreale. Leonetti le applicò sul polso un cerotto sottile, grigio, che si mimetizzava con la pelle. «Trasmettitore audio e biomonitor,» spiegò. «A banda ultralarga, dovrebbe essere immune alle interferenze quantistiche di basso livello. E questo…» Le porse un oggetto piccolo, cilindrico, delle dimensioni di un rossetto. Era freddo e pesante per le sue dimensioni. «Emettitore a impulso di coerenza locale. Lo ha sviluppato la DISA dopo… incidenti simili. Premilo, ruotalo. Emette un campo che rinforza momentaneamente la realtà locale in un raggio di due metri. È una batteria, si scarica in quindici secondi. Usalo solo se… se senti che stai perdendo il contorno.»

“Perdere il contorno”. Una frase da manuale di fisica che descriveva la più antica delle paure: smettere di essere se stessi.

Erica annuì, infilando l’emettitore nella tasca dei jeans.

Si voltò verso Paolo. Si chinò, sfiorandogli la fronte con le labbra. Era sudata, fredda.

«Torno,» sussurrò, una promessa a se stessa più che a lui.

La Roma che attraversarono in auto era un’altra città. Non più il labirinto di angoscia dei giorni precedenti, ma un diagramma, una mappa con un punto rosso che pulsava in attesa. Bianchi guidava, silenzioso. Leonetti sul sedile posteriore era piegata sul tablet, monitorando il segnale del cerotto e la mappa di risonanza.

«L’attività nel nodo è stabile,» riferì. «Nessun picco. Il cilindro è in modalità trasmissione silente.»

«Come fa a essere in una chiesa?» borbottò Bianchi, aggirando un tram. «Non verrebbe trovato?»

«È un luogo di passaggio, ma non troppo affollato,» rispose Leonetti. «E Ferrante è un genio. Potrebbe essere nascosto nella cavità di una statua, nel basamento di un candelabro, perfuso nella cera di una candela votiva. La materia è un vettore eccellente per la firma quantistica se preparata correttamente.»

Erica ascoltava, ma la sua attenzione era tutta rivolta verso il tiraggio freddo nel petto. Si stava facendo più forte, più preciso, man mano che si avvicinavano a Trastevere, svoltando in via della Lungara. La strada stretta, i palazzi color ocra.

Bianchi parcheggiò l’auto non segnalata a cento metri di distanza. La chiesa di Santa Maria della Pietà era una facciata semplice, sobria, incastrata tra edifici più alti. Senza fasto.

«Squadra DISA in posizione a trecento metri,» mormorò Leonetti, toccandosi l’auricolare. «Rilevatori passivi attivi. Niente movimenti sospetti all’esterno.»

Erica aprì lo sportello. L’aria della sera era fresca, carica dell’odore del Tevere vicino.

«Da Silva,» la chiamò Bianchi. Si era girato, i suoi occhi grigi la fissavano seri. «La linea è aperta. Noi sentiamo tutto. Non fare l’eroina. Se è una trappola, esci.»

Erica annuì. Non disse nulla. Non c’era nulla da dire.

Attraversò la strada. I suoi passi sull’asfalto sembravano incredibilmente rumorosi. Il portone di legno della chiesa era massiccio, con un battente di ferro consumato. Lo spinse. Cedette con un gemito basso.

L’interno era come lo ricordava: piccolo, intimo, semi-buio. L’aria odorava di incenso vecchio, di legno e di pietra umida. Poche panche di legno scuro. In fondo, sopra un altare modesto, l’affresco della Pietà. La Vergine che reggeva il Cristo morto, i colori sbiaditi dal tempo, il dolore reso in linee semplici, eterne.

Il tiraggio nel petto di Erica divenne una puntura acuta, un ago che puntava dritto verso il lato sinistro della navata.

Camminò lentamente, i sensi all’erta. Non c’era nessuno. Solo il riverbero di una candela elettrica davanti a una statua di un santo minore.

Il suo sguardo scrutò le ombre. Poi lo vide.

Non era nascosto. Era semplicemente lì, appoggiato con nonchalance sul inginocchiatoio di una panca laterale, come se qualcuno lo avesse dimenticato. Il cilindro. Identico a quello che Ginevra Rossetti le aveva dato, a quello del laboratorio. Metallo opaco, freddo. Ma questo non pulsava di luce azzurra. Era spento, inerte.

Eppure, il richiamo era fortissimo. Magnetica.

Si avvicinò. Il cerotto sul polso trasmetteva il suo respiro accelerato, il battito cardiaco che aumentava.

«L’ho visto,» sussurrò, sapendo che Leonetti e Bianchi sentivano. «È sul primo inginocchiatoio a sinistra. È… spento.»

«Attenzione,» arrivò la voce di Leonetta, filtrata dall’auricolare. «Potrebbe essere uno stato di quiescenza. La tua presenza potrebbe attivarlo.»

Erica si fermò a un metro di distanza. Guardò il cilindro. Guardò l’affresco. Il dolore con una forma.

Capì.

Ferrante non aveva nascosto il dispositivo. Lo aveva messo in bella vista, in un luogo che per lei era sacro al suo dolore. Era un test. Una profanazione calcolata. Voleva vedere se la sua “Aggregato Prime” sarebbe stata sopraffatta dall’emozione del luogo, se il suo dolore personale avrebbe amplificato la risonanza, diventando il catalizzatore perfetto per il Protocollo Zeta.

Doveva avvicinarsi. Doveva toccarlo, forse. Ma senza *sentire* il dolore. Doveva guardarlo per quello che era: uno strumento. Un’arma.

Fece un respiro profondo. Immaginò di staccarsi dal proprio petto, di fluttuare verso il soffitto e guardare la scena dall’alto: una donna in una chiesa vuota, un oggetto metallico, un affresco. Niente di più.

Fece l’ultimo passo. Si chinò. La sua ombra cadde sul cilindro.

E in quel momento, il cilindro *si accese*.

Non con una luce azzurra. Con una luce bianca, accecante, pura. E un suono uscì da esso, non attraverso l’aria, ma direttamente dentro la sua testa, sovrapponendosi al fischio che già sentiva: una voce. La sua voce. Ma diversa. Felice, rilassata, con una sfumatura di accento romano più marcato.

*«… e poi Marco ha detto che domenica andiamo al lago, se il tempo tiene. Ti prego, mamma, possiamo portare il cane? Lo so che non è permesso, ma…»*

Erica barcollò, portandosi le mani alle tempie. Non era un ricordo. Era un *flusso*. Un frammento di coscienza in diretta. Dall’altro lato.

«Che succede?» la voce di Bianchi, tagliente, nell’auricolare. «Da Silva!»

«Sta… trasmettendo,» riuscì a dire, la voce strozzata. «Sto sentendo… lei. L’altra me. Sta parlando con sua madre. Su un lago. Una domenica.» Il dolore che l’assalì non era gelosia. Era una nostalgia spaventosa, acuta, per una vita che non era mai stata sua. Per una madre con cui chiacchierare al telefono di gite al lago.

Il cilindro pulsava di luce bianca. Il flusso nella sua mente si fece più forte, immagini che si sovrapponevano al suo campo visivo: luce solare sull’acqua, la risata di una bambina, la sensazione di una mano callosa che stringeva la sua.

*Sto perdendo il contorno.*

La sua mano si tuffò in tasca, afferrò l’emettitore della DISA. Lo premé, lo ruotò.

Un *click* sordo, quasi impercettibile. E un’onda… di silenzio. Non un silenzio acustico, ma un silenzio *mentale*. Il flusso di voci e immagini si attenuò bruscamente, come se qualcuno avesse abbassato il volume di una trasmissione radio disturbata. Il cilindro continuava a brillare, ma la sua luce sembrava ora confinata, incapace di raggiungerla pienamente. Il campo di coerenza locale la avvolgeva, rinforzando la realtà del pavimento di pietra sotto i suoi piedi, dell’odore di incenso, del freddo metallo dell’emettitore nella sua mano.

Aveva quindici secondi.

Si lanciò in avanti, afferrò il cilindro. Il metallo era gelido, ma sotto la superficie sentiva una vibrazione potente, come il ronnio di un alveare.

«L’ho preso!» gridò nell’auricolare.

«Esci! Subito!» ordinò Bianchi.

Ma Erica non si mosse. Guardò il cilindro nella sua mano. Guardò l’affresco. Il dolore con una forma.

Ferrante voleva usare il suo dolore come ponte. Come arma.

Lei avrebbe usato la forma di quel dolore come scudo.

Si inginocchiò, non per pregare, ma per ancorarsi. Piantò i gomiti sul legno dell’inginocchiatoio, stringendo il cilindro tra le mani come fosse un rosario avvelenato. Chiuse gli occhi. E invece di respingere il flusso, di combattere la voce felice dell’altra sé, ci si tuffò dentro. Ma non per farsi assimilare.

Per *ricordare*.

Ricordò il dolore preciso, nitido, di quella sera di quattro anni fa. Non il dolore generico della perdita, ma i dettagli: il suono gracchiante della linea telefonica internazionale, l’odore della pioggia su via della Lungara quella notte, il peso di un’impossibilità che le schiacciava il petto. Ricordò la forma che quel dolore aveva preso guardando l’affresco: non più un mostro informe, ma una scena. Una madre e un figlio. Una perdita antica.

Il suo dolore aveva un contorno. Era suo. Era di *questa* realtà.

Il cilindro nella sua mano cominciò a vibrare in modo irregolare. La luce bianca sfarfallò. La voce felice nell’altra sua mente si incrinò, sovrapposta da un’eco di staticità, poi da un altro suono: il singhiozzo silenzioso che lei aveva soffocato su quella stessa panca, anni prima.

Stava trasmettendo. Ma non solo la sua firma quantistica. Stava trasmettendo il *contenuto* del suo dolore. La sua memoria specifica, ancorata a quel luogo, a quel momento.

Stava inviando a Theta-7 non un virus generico di infelicità, ma un pacchetto di dati contraddittorio: la felicità di una vita parallela si scontrava con il dolore radicato, autentico, di questa.

Il cilindro emise un suono acuto, un grido metallico. La luce bianca divenne rossa, poi viola.

«Erica, cosa stai facendo?» urlò Leonetti nell’auricolare. «I rilevatori impazziscono! C’è un picco di interferenza!»

Erica non rispose. Respirava a fatica, tenendo il cilindro come un carbone ardente, costringendo i due flussi di coscienza a scontrarsi dentro il dispositivo, usando la sua stessa identità lacerata come cuneo.

Poi, con un *pop* sordo e definitivo, la luce si spense.

Il cilindro divenne inerte, solo un pezzo di metallo freddo e pesante.

Il flusso nella sua mente si interruppe di colpo. Il silenzio che seguì fu assoluto, perfino il fischio alle tempie era svanito.

Erica rimase inginocchiata, le braccia che tremavano per lo sforzo, il respiro che le usciva a fiotti. Aprì gli occhi.

Il cilindro era spento. L’affresco era lì, immutato. Il suo dolore era ancora lì, nella sua forma riconoscibile. Ma non era più un punto di accesso. Era solo un ricordo.

«Erica?» la voce di Bianchi, piena di una tensione nuova.

«È… finito,» sussurrò, la voce roca. «L’ho spento.»

Dalla porta della chiesa irruppero due figure: Bianchi e Leonetti, le pistole abbassate ma le espressioni allarmate. Si fermarono, guardando la scena: Erica in ginocchio, il cilindro spento tra le mani.

Leonetti si avvicinò cauta, estraendo un rilevatore palmare. Lo passò sul cilindro. Lo schermo rimase nero.

«Nessuna emissione residua,» annunciò, sbalordita. «È… neutro. La firma quantistica è collassata. Il ponte verso Theta-7 è interrotto.»

Bianchi si avvicinò ad Erica, le mise una mano sulla spalla. Un gesto goffo, ma reale. «Come hai fatto?»

Erica alzò lo sguardo verso l’affresco. «Gli ho dato da mangiare il suo stesso veleno,» disse semplicemente. «Ha usato il mio dolore come porta. Io ho usato la forma del mio dolore per chiuderla.»

Si alzò in piedi, le gambe molli. Porse il cilindro a Leonetti. «Gli altri quattro. Dobbiamo trovarli. Adesso so come fare.»

Fuori, l’aria della notte le parve improvvisamente più leggera. Il nodo di risonanza nel suo petto si era dissolto. Ne restavano altri quattro, sparsi per Roma. Quattro bombe di realtà in attesa.

Guardò le stelle, fioche sopra i tetti di Roma. In qualche universo, un’altra Erica rideva su una barca a un lago, con una figlia che chiamava “mamma”. Quel ramo di realtà ora era salvo da lei. Libero di continuare la sua storia.

Lei aveva la sua. Spezzata, dolorosa, piena di ombre e di echi. Ma sua. E per la prima volta da quando tutto era iniziato, sentì di avere gli strumenti per difenderla.