Il freddo della pietra le penetrava attraverso il giaccone, ma Erica non si mosse. Guardava le stelle, quelle poche che riuscivano a bucare il cielo arancione di Roma. Il respiro le usciva a fiotti bianchi, regolari. In qualche universo, un’altra lei rideva. La consapevolezza era un peso che le piegava le spalle, e una liberazione che le raddrizzava la schiena. Non era più solo una vittima. Era un punto fermo. Un ancoraggio.
Passi cauti sul terrazzo. Si voltò. L’ispettore Bianchi si avvicinava, la sagoma massiccia contro la luce della porta. Teneva due bicchieri di plastica, vapore sottile che si contorceva nel freddo.
«Tè.» Le porse uno. La voce era roca, segnata dalla notte. «Zuccherato. Ne hai bisogno.»
Erica accettò il bicchiere. Il calore le scottò le dita intorpidite, un dolore vivo e gradito. «Grazie.»
Bianchi si appoggiò al parapetto, guardando lo stesso buio verso il Gianicolo. Il silenzio non era scomodo. Era il respiro dopo la battaglia, quel momento in cui il corpo realizza di essere ancora intero.
«Leonetti è giù.» Bevve un sorso, fece una smorfia. «Freddo. Sta coordinando con la DISA. Hanno localizzato il secondo cilindro.»
«Dove?» La sua voce suonò più aspra del previsto.
«Appartamento a Monteverde. Registrato a una società fantasma di Ferrante.» Un altro sorso. «Nascosto nel vano motore del frigorifero. In stato di quiescenza.»
*Come il primo*, pensò lei. Quello alla chiesa, che aveva pulsato della sua firma, del suo dolore più antico. Ora era un oggetto inerte in una custodia di piombo.
«Quindi ne restano tre.» Il numero le rimbombò nelle ossa, un’eco sorda.
«Tre.» Bianchi appoggiò il bicchiere sulla pietra. Il gesto era lento, ponderato. «Leonetti sta incrociando i dati del diario con le mappe di risonanza. Ma è come cercare un ago in un pagliaio quantistico.» Sospirò, un suono profondo che veniva dal petto. «Ha bisogno di te.»
«Io non so dove siano.»
«No.» La guardò, gli occhi grigio-acciaio che catturavano la fioca luce. «Ma forse puoi *sentirli*.»
Le parole non erano una domanda. Erano una constatazione. Dopo la barriera grigia, dopo il protocollo Omega, dopo un uomo che ricordava la morte in un universo dove non c’era mai stato, le vecchie categorie si erano polverizzate.
Erica chiuse gli occhi. «Sto sentendo… un ronzio. Da quando ho letto il diario. È come un’eco. Non so da dove venga.»
«Sempre uguale?»
Ci pensò su. Concentrandosi sotto il ronzio costante, quel fischio da trasformatore ad alta tensione sepolto nel sottosuolo della città. C’erano variazioni. Battiti quasi impercettibili. «No. Tre fonti distinte. Deboli. Molto più deboli della chiesa.»
Bianchi annuì, come se si aspettasse quella risposta. Tirò fuori il cellulare, il modello robusto con la custodia rinforzata. «Leonetti? Sì. Conferma tre fonti residue. Deboli. Porta su il rilevatore a banda larga. Voglio un confronto.»
Riagganciò. «Se i cilindri sono in quiescenza, l’emissione è minima. Ma forse basta per una direzione. Per triangolare.»
«E se invece si stanno caricando?» La domanda le uscì da sola, portata da un brivido che non era solo il freddo. «Ferrante ha parlato di “preparativi per la stabilizzazione definitiva”. E se… e se aver disattivato il primo ha innescato qualcosa negli altri? Un timer?»
Bianchi la guardò, e nei suoi occhi Erica vide riflettersi la sua stessa paura, nuda e primordiale. La paura di un uomo che aveva manuali per tutto, tranne che per questo.
«È una possibilità.» La voce si fece più bassa, quasi confidenziale. «Per questo dobbiamo essere veloci. Più veloci di lui.»
La porta del terrazzo si aprì. Uscì Sofia Leonetti, seguita da un uomo più giovane in tuta nera DISA. Stringeva tra le mani un dispositivo che sembrava un incrocio tra un metal detector e un tablet spesso, antenne retrattili, schermo olografico che proiettava una nuvola di punti verdi e rossi.
«Agente Rinaldi, il nostro tracker di campi residui.» Leonetti fece un cenno del capo. «Rinaldi, la signora Da Silva.»
«Onorato.» Rinaldi non alzò lo sguardo, le dita che già volavano su una tastiera tattile laterale. «Calibrazione sulla firma del cilindro disattivato… campione prelevato dal furgone… frequenza di base stabilizzata.» Finalmente alzò lo sguardo, occhi rapidi dietro lenti spesse. «Signora. Si concentri su una fonte. Qualsiasi cosa. Direzione, intensità.»
Erica chiuse gli occhi. Respirò a fondo, cercando di isolare il battito dal brusio della città e dal proprio cuore in gola. C’era un polso, lieve ma persistente. Da sud-est. Come un filo teso dallo sterno oltre il Tevere.
«Sud-est. Ovattato. Come dietro a qualcosa di spesso.»
Rinaldi emise un suono gutturale, soddisfatto. «Bene. Molto bene.» Lo schermo olografico si riorganizzò, punti verdi a formare un cono verso Trastevere, l’Aventino. «Emissione fantasma in banda theta-estesa… sotto soglia di attivazione… coerente con la firma. Quiescenza profonda.» Alzò lo sguardo su Bianchi. «Tracciabile. Precisione bassa. Raggio di cinquecento metri.»
«È un inizio. Le altre due?»
Erica si concentrò di nuovo. Il secondo battito era sfuggente. Non una direzione, una qualità. «Questa… non so dove. La sento come… un posto chiuso. Umido. Cantina. Garage interrato.»
Rinaldi annuì freneticamente, regolando manopole. «Interessante. Percezione sinestetica comune con interferenze residue… cervello traduce dati non sensoriali…» Lo schermo mostrò una mappa topografica di Roma, quote altimetriche. «Emissione attenuata da cemento armato, terreno compatto… corrisponderebbe a…» Punti verdi sparsi: Nomentano, Monte Sacro, sotterranei di Termini. Troppo vago.
«E la terza?» Leonetti si avvicinò.
Erica cercò il terzo battito. Il più debole. Un sussurro. Con un’oscillazione regolare, lenta. Come un respiro. O come…
«Qualcosa che si muove. No, fisso… ma l’emissione pulsa. Sale e scende. Regolare.»
Rinaldi e Leonetti si scambiarono un’occhiata. «Un ciclo,» mormorò Leonetti.
«Potrebbe essere sincronizzato… rete elettrica? Generatore?»
«O ritmo biologico,» aggiunse Rinaldi, la voce che si fece acuta per l’eccitazione. «Se il cilindro fosse vicino a fonte di calore corporeo costante… attività metabolica ciclica…»
Un brivido di orrore percorse Erica. «Un ospedale? Una casa di riposo?»
Bianchi si raddrizzò di colpo, la stanchezza spazzata via. «Leonetti. Incrocia i dati. Proprietà di Ferrante vicino a ospedali, cliniche. E garage interrati, box, magazzini sotterranei nelle zone indicate.»
«Subito.» Leonetti era già sul tablet.
«E noi?» chiese Erica.
Bianchi la studiò. «Noi andiamo a dare un’occhiata alla fonte più definita. Quella a sud-est.» Il suo sguardo si fece grave, ma il tono era quasi paterno. «Ma capisci, Erica? Se il cilindro si attiva… tu sei il bersaglio. La tua firma è la chiave. Avvicinarsi potrebbe innescarlo.»
Erica guardò le stelle, poi la città addormentata. Pensò a Paolo, che forse sognava altalene rosse e una bambina che non era sua figlia. Pensò all’altra Erica, su quella barca, libera perché lei aveva fatto la scelta giusta.
«Lo so.» La sua voce non tremò. «Ma sono anche l’unica che può spegnerlo. Sono l’interruttore.»
Bianchi la guardò a lungo, poi annuì, un cenno lento di rispetto. «Allora prepariamoci. Rinaldi, con noi. Leonetti, resti in contatto.»
La discesa fu un tuffo nel bianco clinico dell’ospedale. Passarono davanti alla stanza di Paolo. Erica si fermò, posò una mano sul legno freddo. *Torno presto*. Non sapeva se fosse una promessa o una preghiera.
In infermeria, Rinaldi applicò su loro tempie dei cerotti trasparenti. «Elettrodi EEG ad alta sensibilità… rilevatore di fluttuazioni del campo personale… trasmettono a questo.» Le fece indossare un braccialetto di plastica nera al polso. «Se i suoi parametri quantistici oscillano… se il cilindro cerca risonanza… lo sapremo. Forse con qualche secondo di preavviso.»
Il cerotto pulsava di un calore leggero, costante.
L’auto DISA li attendeva, una berlina scura con vetri oscurati. Rinaldi si sistemò dietro, il rilevatore che emetteva un ronzio basso e regolare. Bianchi guidava. Erica guardava Roma scorrere, una città notturna fatta di deserti viali al sodio e ombre monumentali.
«Direzione confermata… attraversiamo a Ponte Sublicio… emissione si concentra tra Porta Portese e il Gazometro.»
Il Gazometro. Erica sentì il battito nella testa farsi distinto. *Bum. Bum. Bum.* Non più ronzio, ma polso.
«Si sta avvicinando,» la voce di Rinaldi era tesa. «Intensità di fondo in salita… di un punto percentuale. Ancora in quiescenza, ma…»
«Ma cosa?» Bianchi sterzò per via del Porto Fluviale.
«La sua presenza sta causando risonanza passiva… come diapason per simpatia… sintonizzazione stessa frequenza.»
Un formicolio alle dita. Un ricordo intrusivo: odore di salsedine e ruggine, catene che sferragliano. Non suo. Un’eco catturata dall’aria.
«È vicino all’acqua. Al fiume. E c’è metallo. Molto metallo.»
Parcheggiarono in un’area desolata, tra cumuli di detriti ed erbacce. Davanti a loro, la mole del Gazometro, cerchi concentrici di ferro arrugginito che si perdevano nel buio. L’aria sapeva di fango del Tevere, di olio combustibile, di metallo ossidato bagnato dalla notte e di cemento umido. Un odore acre di guano di piccione filtrava dalle alte strutture.
Rinaldi scese con il rilevatore. L’ologramma mostrava un cono stretto verso la base. «È lì. Dentro o vicino. Emissione stabile… picco ogni trenta secondi esatti. Ciclo.»
*Bum. Bum. Bum.* Il polso era diventato tamburo. Il braccialetto emise un bip sommesso. Luce verde lampeggiante.
«Attività neurale aumentata… sta rispondendo alla prossimità.»
«Resta qui,» ordinò Bianchi a Rinaldi. Poi a Erica, abbassando la voce: «Tu stai dietro di me. Al primo segno strano, ti butti a terra e non ti muovi. Chiaro?»
Lei annuì, la gola serrata.
Il cancello era arrugginito, forzato da tempo. Oltre, oscurità totale, rotta dalla torcia di Bianchi. Il fascio tagliava il buio, rivelando cemento incrinato, tubature pendenti, graffiti. Silenzio. Solo il loro respiro.
*Bum. Bum. Bum.*
Erica si portò una mano al petto. Il battito risuonava nelle ossa.
La luce si posò su una casupola in mattoni annessa alla base: un ex alloggio del custode, tetto parzialmente crollato. La porta di legno marcio, socchiusa.
«Lì.» La certezza era viscerale, un crampo allo stomaco.
Bianchi fece cenno, spinse la porta con il piede. Un gemito lamentoso.
La stanza era quadrata, vuota, invasa da edera e muffa. Al centro, su un ceppo di legno: un cilindro metallico. Ottone lucido. Spento. Ma dalla sua estremità superiore, un sottile filo di vapore luminoso saliva con moto regolare, per dissolversi dopo trenta centimetri. Espirazione. Pausa. Inspirazione.
Era il respiro che lei sentiva.
«Non attivato,» mormorò Bianchi, avvicinandosi con cautela. «Ma sta… facendo qualcosa.»
Erica rimase sulla soglia, il corpo teso. Il braccialetto bipò, più insistente. Verde a giallo.
«Sta leggendo la mia firma. Campionando. Studiando.»
Il getto di vapore cambiò direzione. Si curvò, lentamente, attratto da una forza invisibile. Puntò dritto verso di lei.
Un’onda di vertigine. Non ricordo. *Invito*. Una porta che si socchiudeva. Calore. Luce solare filtrata da foglie di platano. Risata infantile, soffocata, da lontano. La stessa sensazione del parco, ma più pacifica. Domestica.
«Erica!» La voce di Bianchi arrivò da lontano. «Indietro!»
Voleva obbedire. I piedi erano radicati. Il vapore formava un arco tra il cilindro e il suo petto. Non faceva male. Caldo. Accogliente. Prometteva una pace che non conosceva da mesi.
*Vieni. Qui non c’è dolore. Qui non hai perso nulla.*
Bugia. Bugia perfetta, costruita con i frammenti più belli di tutte le vite che avrebbe potuto avere. La trappola finale: non violenza, non paura. Nostalgia per una felicità mai sua.
Con uno sforzo che le strappò un gemito, chiuse gli occhi. Non guardò la luce. Si concentrò sul freddo della notte sulla pelle. Sulle crepe del cemento sotto i piedi. Sull’odore di muffa e ruggine. Sulla voce aspra di Bianchi. Su Paolo, pallido su un letto d’ospedale, che lottava per tornare a *lei*.
*Questa è la mia realtà. Spezzata, imperfetta, dolorosa. Ma mia.*
Aprì gli occhi. La vista era offuscata, macchie di luce danzanti. Il getto di vapore era ancora lì. Alzò il braccio con il braccialetto, puntandolo verso il cilindro. Le gambe cedevano leggermente, una nausea sottile nello stomaco.
«Rinaldi! *Ora!*» urlò Bianchi, facendosi scudo con il corpo tra lei e il cilindro.
Dalla porta irruppe Rinaldi, con in mano un dispositivo a forma di pistola, estremità a cristallo. Puntò. Premé il grilletto.
Click secco.
Nessun lampo. Nessun suono. Il getto di vapore si dissolse all’istante, reciso. Il cilindro sibilò, brevissimo. Tacque. L’ottone opacizzò, diventò morto.
Il braccialetto emise un lungo bip. Verde fisso.
Rinaldi abbassò il dispositivo, ansimante. «Impulso di interferenza costruttiva inversa… sovraccarico circuito di campionamento… spento. Per davvero.»
Bianchi si avvicinò, prese il cilindro con un fazzoletto, lo depose in una sacca di piombo. «Uno di meno.»
Erica si appoggiò allo stipite, le gambe che tremavano incontrollabili. La vertigine passò, lasciando un vuoto strano, nausea residua. Un sapore metallico in bocca, come aver morso una batteria. L’invito, quella seducente nostalgia, era svanita. Strappata via.
«Sta bene?» Bianchi si avvicinò, una mano tesa come per sostenerla senza toccarla.
Lei annuì, anche se non ne era sicura. Le mani le tremavano. «Cosa… cosa mi stava mostrando?»
Rinaldi si schiarì la voce, ancora ipnotizzato dai dati sul palmare. «Ciclo regolare… emissione a bassa intensità… pacchetto di dati ambientali stabili. Un “momento perfetto” estratto da ramo di realtà armonioso. Esca emotiva. Per attirarla più vicino… fino al punto di non ritorno.»
Esca. Formaggio di paradiso in una trappola per topi.
«Due rimasti.» Bianchi sigillò la sacca. La sua radio squittì. Leonetti.
«Bianchi, possibile ubicazione fonte “umida”. Ex centrale termica sotterranea, via di Villa Pepoli. Abbandonata. Passaggio di proprietà oscuro tre mesi fa.»
«Ci raggiungiamo lì.» Poi guardò Erica. Il suo volto era scavato, ma gli occhi fermi. Le mise una mano sulla spalla, un gesto breve, protettivo. «Ce la fai?»
Erica guardò la sacca di piombo. Sentì il ronzio nella testa, indebolito, ma presente. Due battiti rimasti. Due porte su mondi non suoi.
Respirò a fondo. L’aria fredda del Gazometro le riempì i polmoni di odore di ruggine e guano. Reale. Amara. Sua.
«Andiamo.»