Capitolo 18

Capitolo 18

La macchina di Bianchi sfrecciò lungo il Lungotevere, le luci dei lampioni che si allungavano e si comprimevano sul parabrezza come stelle cadenti. Erica era sul sedile del passeggero, la sacca di piombo con il cilindro spento di Santa Maria della Pietà appoggiata ai suoi piedi. Il peso era minimo, ma la sua presenza era un macigno.

Il ronzio nella sua testa era cambiato.

Non più il fischio costante, uniforme. Ora era un battito doppio, disincronizzato. Un *thump-thump* sordo, profondo, che sembrava provenire da sotto le fondamenta della città. E un altro, più acuto, intermittente, come il crepitio di un cortocircuito lontano. Due fonti. Due cilindri attivi, che chiamavano la sua firma attraverso la barriera assottigliata.

«Leonetti, siamo in via di Villa Pepoli,» disse Bianchi nell’auricolare, la voce bassa e professionale. «Conferma la posizione.»

La risposta arrivò immediata, filtrata dall’altoparlante dell’auto. La voce di Sofia era tesa, concentrata. «Confermato. Ex centrale termica municipale, dismessa dal 2010. Planimetria inviata sul vostro tablet. Il nostro rilevatore mobile ha individuato una fonte di interferenza quantistica residua di tipo “umido”. Coerente con un cilindro in stato di quiescenza avanzata, ma con possibili… perdite.»

«Perdite?» chiese Erica, guardando il tablet che Leonetti aveva lasciato a Bianchi. Lo schermo mostrava una mappa schematica di un edificio basso e lungo, con una serie di stanze sotterranee segnate in rosso. Un punto pulsava in una di queste, etichettato come “Nodo KAPPA-2 – Risonanza: Acqua/Decomposizione”.

«Contaminazione di probabilità,» spiegò Leonetti. «Se il cilindro è stato piazzato in un luogo di risonanza forte ma instabile – come un ambiente umido, in decomposizione – il campo di stabilizzazione potrebbe “colare”. Influenzare la realtà locale in modi… caotici. Preparatevi a discrepanze percettive.»

Bianchi parcheggiò in una stradina laterale, desolata. L’ex centrale termica si stagliava contro il cielo notturno, un mostro di mattoni rossi e finestre oscurate da lastre di metallo. Un odore di muschio, umidità e qualcosa di dolciastro – marcio – aleggiava nell’aria.

Rinaldi li attendeva all’ingresso secondario, una porticina di ferro incassata nel muro, già forzata. Il suo rilevatore emetteva un leggero bip ritmico.

«Ispettore. Signora Da Silva.» Il suo saluto era un cenno del capo, gli occhi già fissi sul dispositivo. «L’interferenza è concentrata nel livello inferiore, ex sala caldaie. È… attiva. Fluttuante. Non è stabile come il primo nodo.»

«Cosa significa “fluttuante”?» chiese Bianchi, estraendo la pistola d’ordinanza. Un gesto automatico, ma che fece gelare l’aria.

«Significa che la realtà lì dentro non è ferma.» Rinaldi alzò lo sguardo, serio. «Potreste vedere cose. Sentire cose. Il campo “perde” e mescola probabilità a bassa intensità. Come un sogno ad occhi aperti collettivo, guidato dal tema di risonanza del nodo.»

«Acqua. Decomposizione,» mormorò Erica, il battito sordo nel suo cranio che sembrava accelerare.

«Esatto. La mappa mentale di Ferrante per KAPPA-2.» Rinaldi indicò la porta. «Pronti?»

Bianchi guardò Erica. Un’occhiata che chiedeva, senza parole, se ce la faceva. Lei annuì, una volta, secca. Non c’era scelta. Prese un respiro profondo, cercando di ignorare il fetore dolciastro che le ricordava fiori lasciati marcire in un vaso.

Oltre la porta, c’erano scale di cemento che scendevano nell’oscurità. Rinaldi accese una torcia tattica montata sul rilevatore, il fascio di luce bianca e fredda che tagliava il buio, sollevando vortici di polvere. L’aria diventava più fredda, più umida con ogni gradino. Il suono dei loro passi era assorbito, ovattato.

Poi, il livello inferiore.

Non era buio. Non completamente.

Una fosforescenza verde-azzurra, debole e malata, emanava dalle parete. Non era luce elettrica. Sembrava provenire dalla muffa che ricopriva il cemento, una muffa luminosa, pulsante lentamente. Il vasto spazio della ex sala caldaie era un cimitero di macchinari arrugginiti: caldaie giganti come carcasse di balene, tubature contorte che pendevano dal soffitto a nastro. E ovunque, acqua. Stagnava in pozze nere e oleose sul pavimento, gocciolava dalle tubature con un *plink… plink…* regolare, infinito.

Il battito nella testa di Erica esplose in un martellamento sincrono con la fosforescenza delle muffe. *Thump-thump… thump-thump…*

«Dio santo,» borbottò Bianchi, la torcia che si muoveva nervosamente tra le ombre danzanti.

«Interferenza percettiva di Livello 2,» disse Rinaldi, controllando il rilevatore. I numeri sullo schermo ballavano freneticamente. «La firma del cilindro è qui. Forte. Ma è… dispersa. Come se si fosse sciolta nell’ambiente.»

«Sciolta?» Erica sentì un brivido che non aveva nulla a che fare con il freddo.

«Metaforicamente. Il campo di stabilizzazione non è più contenuto. Sta influenzando l’intera area.» Rinaldi indicò una pozza d’acqua vicina. «Guardate.»

Erica si avvicinò. L’acqua era nera, opaca. Ma mentre guardava, la sua superficie iniziò a incresparsi, non per un gocciolio. Formò delle immagini fugaci, distorte: il viso di Paolo, pallido sul cuscino d’ospedale. Poi il suo stesso viso, ma più giovane, che rideva in un parco sconosciuto. Poi frammenti di stanze, di strade, tutte avvolte in quella stessa luce verde-azzurra malata. Era come guardare in un televisore sintonizzato su un miliardo di canali contemporaneamente, tutti che trasmettevano spezzoni della sua vita – e di vite che non erano la sua.

«Le probabilità si stanno manifestando,» sussurrò Rinaldi. «Frammenti di rami di realtà adiacenti, quelli con risonanza “umida”, di decadimento. State attenti a non fissarle. Potreste… attrarle.»

«Attrarle?» Bianchi aveva la pistola abbassata, ma le sue nocche erano bianche sull’impugnatura.

«Più ci credete, più diventano reali qui. È come il meccanismo del ponte, ma incontrollato, caotico.» Rinaldi si mosse cautamente verso il centro della stanza, il rilevatore che bipava sempre più veloce. «Il cilindro deve essere qui. Dovrebbe essere la fonte, l’ancora. Se lo disattiviamo, il campo collasserà e le… apparizioni… cesseranno.»

Erica lo seguì, costringendo i suoi occhi a non fissare le pozze, le pozzanghere di realtà alternativa che gorgogliavano ai suoi piedi. Ma non erano solo visioni.

*Senti l’odore?* sussurrò una voce. Non era una voce esterna. Era nella sua testa, ma non era la sua. Era più giovane, spaventata. *Odora di mammà quando era malata. Di medicine e di fiori vecchi.*

Erica si bloccò. Non era un ricordo suo. Sua madre era viva e vegeta a San Paolo. Ma la sensazione era vivida, straziante: la puzza dolciastra di un appartamento chiuso, di malattia terminale, di disperazione rassegnata.

«Da Silva?» Bianchi era al suo fianco.

«Sto… sentendo cose. Non mie.» La sua voce era un filo di suono.

«È la risonanza. La tua firma sta interfacciando con il campo disperso,» disse Rinaldi, fermandosi davanti a una delle enormi caldaie. Era più corrotta delle altre, ricoperta da uno spesso strato di quella muffa luminescente. Al centro, dove forse c’era stato un portello di ispezione, la muffa formava una spirale perfetta, pulsante. «È qui. Dentro.»

Bianchi si avvicinò, valutando la ruggine. «Non abbiamo attrezzi per aprirla.»

«Non serve aprirla,» disse Erica. Lo sapeva. Lo sentiva. Il cilindro non era semplicemente nascosto lì dentro. *Era* lì dentro. La sua firma quantistica aveva risuonato con la ruggine, con l’umidità, con il concetto stesso di decadimento di quel luogo, fondendosi con esso. Non era più un oggetto fisico separato. Era diventato parte della corrosione.

Alzò una mano, esitando, verso la spirale di muffa luminosa. Il battito nella sua testa divenne un ruggito sordo, un’onda di pressione che le premette contro i timpani.

«Erica, non farlo,» avvertì Rinaldi, ma la sua voce sembrava arrivare da lontano.

Le sue dita sfiorarono la muffa. Era fredda, viscida. E sotto quella sensazione fisica, c’era un’altra sensazione: un vuoto che risucchiava, un dolore antico e umido, la consapevolezza di cose che marciscono e non tornano mai più.

*È tutto marcio,* gemette la voce-non-sua nella sua testa. *Tutto. Anche noi.*

Un lampo. Non una visione in una pozza, ma un’esperienza immersiva, breve e terribile.

*Stava in una stanza buia, diversa. L’odore di muffa era ovunque. Piangeva, ma non faceva rumore. Guardava le sue mani sul copriletto umido. Le vene bluastre sotto una pelle traslucida, fragile come carta di riso. Sentiva il corpo che non rispondeva più, che si disfaceva lentamente, dall’interno. Non era paura. Era una rassegnazione così profonda da essere fisica, un peso nelle ossa. Voleva solo che finisse. Voleva che qualcuno aprisse la finestra e lasciasse entrare l’aria, ma sapeva che non l’avrebbero fatto. Che l’avrebbero lasciata lì, a marcire nel suo letto, nella sua vergogna.*

Erica strappò la mano via dalla caldaia con un grido soffocato. Inciampò all’indietro, Bianchi che la afferrava per un braccio per tenerla in piedi.

«Che c’è? Cosa hai visto?»

«Non io…» ansimò lei, il cuore che le martellava in gola. «Una donna. Malata. Terminale. In un altro posto… in un altro ramo. Una vita di… decadimento. Solitudine.» Guardò la caldaia, la spirale luminescente che ora pulsava più veloce, come eccitata dal contatto. «Questo nodo… KAPPA-2… non attira solo universi con acqua. Attira universi di *fine*. Di malattia, di abbandono, di cose che giacciono e marciscono. È una trappola per anime in decomposizione.»

Rinaldi controllò il rilevatore, pallido. «La lettura è schizzata alle stelle. Il tuo contatto ha destabilizzato ulteriormente il campo. Le manifestazioni aumenteranno.»

Come per confermare le sue parole, intorno a loro le pozze d’acqua iniziarono a ribollire. Figure si materializzarono dalle ombre e dalla fosforescenza: sagome umane indistinte, curve su se stesse, che tossivano senza suono; letti di ospedale arrugginiti; fiori appassiti che cadevano in un lento, silenzioso balletto. L’aria si riempì di un brusio di lamenti non vocalizzati, un’orchestra di sofferenza silenziosa.

«Dobbiamo spegnerlo, ora!» urlò Bianchi, alzando la pistola verso la caldaia in un gesto inutile.

«Sparare non servirà a nulla!» gridò Rinaldi. «È un campo quantistico! Dobbiamo interrompere la risonanza!»

Erica si staccò da Bianchi. Il terrore gelido si era trasformato in una rabbia bruciante. Ferrante non aveva solo usato il suo dolore. Aveva usato la mappa dei suoi traumi per collegarsi a *questo*. A universi di pura disperazione, di fine senza grazia. Per cosa? Per provare che ogni possibile versione di lei era destinata alla sofferenza? Per nutrire la sua macchina con l’energia della disperazione multiversale?

No.

Lei era un ancoraggio. Stabile. Reale. In *questo* ramo, suo padre era morto lontano, ma lei era viva. Paolo era ferito, ma era al sicuro. Lei non era quella donna che marciva in un letto buio.

Si avvicinò di nuovo alla caldaia. Ignorò le figure spettrali che allungavano mani trasparenti verso di lei, i sussurri di dolore che le graffiavano la mente.

«Erica, cosa fai?» la voce di Bianchi era tesa, piena di un allarme nuovo.

«Lo spengo,» disse lei, e la sua voce non tremava più.

Mise entrambe le mani sulla spirale di muffa luminescente. Il freddo viscido la invase fino ai gomiti. Il battito divenne un tuono, il ronzio un fischio acuto che minacciava di spaccarle il cranio. E con essi, arrivò il fiume: un diluvio di sensazioni aliene. Freddo nelle ossa. Fame in uno stomaco contratto. La vista che si offusca. Il tocco di lenzuola bagnate. La certezza che nessuno sarebbe venuto.

*Lascia che finisca,* sussurrò la voce della donna morente, e ora era piena di una speranza tremenda, terribile. *Lascia che io sia la fine. Tu sei forte. Tu resisti. Lascia che io sia il ramo che marcisce, così tu puoi essere quello che cresce.*

Era una preghiera. Un’offerta.

Erica chiuse gli occhi. Non respinse il fiume di dolore. Lo accolse. Lo riconobbe. *Ti vedo,* pensò, dirigendo il pensiero verso quella coscienza morente in un universo lontano. *So il tuo dolore. Ma non è il mio. La mia strada è qui.*

E concentrò tutto se stessa non sulla caldaia, non sul cilindro fuso con la ruggine, ma sulla sua firma quantistica. Su quell’impronta unica e stabile che era il faro di Paolo, l’ancora di se stessa. Immaginò non di spegnere una luce, ma di *richiamarla a sé*. Di staccare il filo che la legava a quel nodo di decomposizione, di riportare a casa il pezzo di sé che risuonava lì.

Un suono. Come un cristallo che si incrina in un milione di punti.

La luce verde-azzurra nella stanza sussultò, poi iniziò a ritirarsi, a essere risucchiata verso la spirale sulla caldaia. Le figure spettrali svanirono come fumo. Le pozze d’acqua divennero nere e immobili. Il fetore dolciastro si attenuò, sostituito dall’odore più semplice, terroso, di umidità e vecchio cemento.

La muffa luminescente sulla caldaia si seccò all’istante, diventando una polvere grigia e inerte che si staccò a fiocchi. Al centro della spirale, incastrato nella ruggine come un fossile, c’era il cilindro. Piccolo, opaco, spento. Una crepa sottile lo percorreva per tutta la lunghezza.

Il silenzio che calò fu assoluto, rotto solo dal *plink… plink…* distante di una goccia d’acqua.

Erica abbassò le mani. Erano tremanti, gelate. Si sentiva svuotata, come se avesse donato parte del suo calore a quel luogo di freddo.

Rinaldi si avvicinò, il rilevatore che emetteva ora un bip lento, regolare. «Interferenza collassata. Campo di stabilizzazione disattivato. Il cilindro è… morto.» Guardò Erica con uno sguardo che era un misto di rispetto professionale e di timore. «Come ha fatto?»

Erica scosse la testa, sfiorando il cilindro incastonato nella ruggine. Si staccò con uno scatto secco. Era freddo, inerte. Un oggetto. Solo un oggetto.

«Ha scelto,» disse semplicemente. La voce della donna morente, l’eco della sua disperazione, era svanita. Forse, in qualche modo, in quel ramo lontano, era finalmente finita. O forse no. Ma il ponte era chiuso.

Bianchi abbassò la pistola, espirando rumorosamente. «Uno di meno.»

«Due,» corresse Erica, posando il cilindro spento accanto a quello della chiesa, nella sacca di piombo. Il peso aumentò, ma il ronzio nella sua testa si attenuò di un terzo. Ora era solo un fischio acuto, intermittente. Un solo battito rimasto, da qualche parte nella città addormentata.

Guardarono la caldaia, ora solo un ammasso di ferro vecchio e arrugginito. Niente luci. Niente fantasmi. Solo la desolazione reale, tangibile, di un posto abbandonato.

«Rinaldi, sigilla l’area. DISA farà una bonifica approfondita,» ordinò Bianchi, la voce tornata al suo tono da ispettore. Poi guardò Erica. Il suo volto era ancora scavato dalla fatica, ma negli occhi grigio-acciaio c’era qualcosa che assomigliava a una comprensione profonda, quasi dolorosa. «E tu… hai bisogno di un medico?»

Erica scosse di nuovo la testa. «No. Ho bisogno di trovare l’ultimo. Prima che il battito nella mia testa mi spacchi il cranio. E prima che Ferrante, da quella cella, capisca che stiamo vincendo.»

Perché era quello il pensiero che ora la divorava, più forte di ogni eco di universi paralleli. Ferrante era in cella. Ma il suo piano, il Protocollo Zeta, era ancora in moto. E l’ultimo cilindro, il nodo più potente, era ancora là fuori. In attesa.

E il suo ronzio, ora che gli altri due erano spenti, risuonava più chiaro che mai. Non era un suono di dolore, o di decadimento.

Era un suono di *attesa*. Silenzioso, paziente. E minaccioso.