Capitolo 19

Capitolo 19

Il ronzio di attesa si era fatto strada nelle ossa di Erica, un’eco a bassa frequenza che non risuonava più solo nel cranio ma nel midollo, nella struttura stessa del suo corpo. Non era un suono. Era una presenza. Un’ombra di probabilità che premeva contro la realtà, paziente e implacabile.

Seduta sul sedile dell’auto di Bianchi, con la sacca di piombo ai piedi, guardò l’ispettore che parlava a bassa voce nell’auricolare, coordinando con Leonetti. La centrale termica era stata neutralizzata. Il cilindro KAPPA-2, nascosto in una pozza d’acqua stagnante e ruggine, era stato trovato e spento. Il suo campo “umido”, quella contaminazione di probabilità che aveva fatto apparire e scomparire ombre bagnate e odori di muffa in punti casuali del sotterraneo, si era dissolto con un sibilo d’aria che sembrava un sospiro di sollievo.

Due cilindri spenti. Due nodi del Protocollo Zeta disinnescati.

Ma il ronzio principale, quello silenzioso e minaccioso, era ancora lì. Più forte, ora che le interferenze secondarie erano state rimosse. Era come ascoltare il battito del cuore di Roma dopo aver spento tutte le radio.

«Leonetti conferma,» disse Bianchi, staccandosi l’auricolare. Il suo volto, alla luce fioca del cruscotto, era scavato dalla stanchezza. «Il cilindro di Monteverde è stato recuperato intatto. Anche quello è in quiescenza. Ne mancano due.»

«Uno,» corresse Erica, la voce più ferma di quanto si sentisse. «Il nodo SIGMA-1. L’ultimo. Il più potente.»

Bianchi la guardò. «Come fai a saperlo?»

«Lo sento.» Alzò le mani, come per mostrare che non c’era trucco. «Non è un’immagine, non è un ricordo. È una… direzione. Come se qualcuno avesse legato un filo al mio sterno e stesse tirando.»

L’ispettore non obiettò. Dopo la barriera grigia, dopo aver visto Paolo ricordare una morte che non aveva vissuto, il terreno sotto i suoi piedi si era spostato. Le vecchie mappe non servivano più.

«Dove ti tira, questo filo?»

Erica chiuse gli occhi. Lasciò che il ronzio la guidasse, non come un suono da seguire, ma come una corrente da abbandonarsi. Sentì il fiume di Roma sotto di loro, il Tevere, un nastro scuro di storia e acqua. Sentì le colline, i sette colli come vertebre di una creatura addormentata. E sentì il punto di massima tensione, un luogo dove il filo si tendeva fino a spezzarsi.

«Non è un luogo di dolore,» mormorò, aprendo gli occhi, sorpresa. «Non come la chiesa. Non è decadimento, come la centrale. È… vuoto. Attesa pura.»

Il tablet sul cruscotto emise un bip. Era un messaggio criptato da Leonetti. Bianchi lo prese, sbloccò lo schermo con un codice. Una nuova mappa apparve, sovrapposta alla griglia di risonanza. Questa volta non c’erano colori caldi. Solo un punto, al centro, circondato da un alone di interferenza statica nera.

«Coordinate del diario di Ferrante per il nodo SIGMA-1,» lesse Bianchi, la voce che si fece più dura. «Traduzione approssimativa: “Punto zero. Intersezione di probabilità nulle. Luogo di silenzio prima della creazione.”»

«Che diavolo significa?» chiese Erica.

«Significa,» rispose una voce dall’auricolare che Bianchi aveva lasciato acceso, «che Ferrante non ha piazzato l’ultimo cilindro in un luogo di risonanza emotiva. L’ha piazzato in un *vuoto* di risonanza.»

Era Leonetti. La sua voce era affilata dall’eccitazione scientifica e da una punta di terrore.

«Spiega,» ordinò Bianchi.

«Tutta la sua teoria si basa sull’idea che certi luoghi, certi eventi traumatici, assottiglino la barriera tra i rami di realtà. Creano punti deboli. Ma il contrario è altrettanto vero.» Il suono di dita che scorrevano veloci su una tastiera. «Luoghi senza storia, senza carica emotiva, senza memoria collettiva… sono punti morti. Vuoti quantistici. In quei vuoti, non c’è rumore di fondo della realtà locale. È come una lavagna perfettamente pulita.»

Erica capì prima che Leonetti finisse. Il gelo le salì dallo stomaco. «Quindi è il posto perfetto per scrivere una nuova realtà. Senza interferenze.»

«Esattamente,» confermò Leonetti. «Se gli altri cilindri erano trasmettitori per sovrascrivere rami specifici, questo… questo è il trasmettitore principale. Da quel punto di silenzio, la firma quantistica di Erica potrebbe propagarsi con la massima purezza. Potrebbe non limitarsi a sovrascrivere un singolo universo Theta-7. Potrebbe… risintonizzare la frequenza di base della realtà locale. Iniziare un processo di assimilazione a catena.»

Il silenzio in macchina fu totale, rotto solo dal ronzio nella testa di Erica, che ora sembrava un canto di vittoria anticipata.

«Dov’è questo vuoto?» chiese Bianchi, le parole pesanti come pietre.

Sul tablet, le coordinate si risolsero in un indirizzo. Un nome.

«Il Deposito Comunale 7,» lesse Leonetti. «Ex magazzino per arredi urbani, in disuso da cinque anni. Zona Tiburtina. È un capannone di cemento in un’area industriale semi-abbandonata. Nessun valore storico, nessun significato emotivo per la comunità. Un non-luogo. Un perfetto punto zero.»

Bianchi mise in moto l’auto. Il motore ruggì, una promessa di azione. «Ci mettiamo venti minuti. Chiamo rinforzi della DISA.»

«Ispettore, aspetta.» La voce di Leonetti era urgente. «C’è un problema. Il rilevatore mobile mostra che il cilindro SIGMA-1 non è in quiescenza.»

Erica trattenne il respiro.

«È attivo?»

«No. È… in *pre-attivazione*.» Leonetti fece una pausa, come per controllare i dati. «Il campo di stabilizzazione è spento, ma il nucleo di trasmissione è caldo. È come se fosse in standby, con un timer impostato. In attesa di un segnale di attivazione remoto.»

«Ferrante è in cella,» obiettò Bianchi, ma la sua voce non era convinta.

«Ferrante ha progettato il Protocollo Zeta. Avrà previsto la sua cattura. Avrà un sistema di dead man’s switch, un timer, qualcosa.» Il tono di Leonetti si fece disperato. «Se quel cilindro si attiva nel punto zero… con la potenza di trasmissione che il diario suggerisce… non basterà spegnerlo. La sua firma quantistica potrebbe già essersi “imprimendo” sul vuoto. Dovremo… dobbiamo sigillare il punto. Fisicamente. Creare una contro-risonanza che annulli il segnale.»

«Come?» chiese Erica.

Un altro silenzio, più lungo. Poi Leonetti, con voce che cercava di essere professionale e falliva: «Con un’altra firma quantistica altrettanto forte. Ma stabilizzata. Ancorata a *questa* realtà. Devi andare lì, Erica. Devi entrare nel campo del cilindro e… ancorarti. Più fortemente di quanto hai fatto con Paolo nel laboratorio. Devi diventare un muro. Devi essere così saldamente qui, che il segnale di Ferrante rimbalzi.»

«E se non funziona?» La domanda di Bianchi era diretta, crudele nella sua necessità.

«Allora il processo di assimilazione di Theta-7 inizierà dal punto zero. E si espanderà. Non sappiamo quanto velocemente. Minuti? Ore? Ma una volta che la sovrascrittura inizia…» La voce di Leonetti si perse. Il significato era chiaro.

Erica guardò fuori dal finestrino. Roma scorreva, ignara. Le luci delle case, le macchine, le vite che si svolgevano dietro le finestre. Tutto ciò che era reale, solido, *suo*.

«Andiamo,» disse.

Il viaggio verso la Tiburtina fu un incubo a occhi aperti. Il ronzio era diventato un richiamo, una melodia ipnotica che prometteva quiete, la fine di ogni dolore, di ogni dubbio. *Vieni*, sussurrava. *Vieni dove non c’è più niente da perdere*.

Il Deposito Comunale 7 era esattamente come descritto: un mostro di cemento grigio in una landa di asfalto crepato e erbacce. Nessuna luce, tranne il fioco bagliore di un lampione lontano. L’aria sapeva di polvere e abbandono.

L’auto di Bianchi si fermò accanto a due furgoni neri senza segni distintivi. La squadra DISA era già sul posto. Uomini e donne in tute nere con inserti grigi, maschere antigas agganciate alle cinture, rilevatori e scatole di strumenti che non assomigliavano a nulla di poliziesco. Sembravano tecnici di una centrale nucleare.

La tenente Volpe si avvicinò, un tablet robusto in mano. «Ispettore Bianchi. Signora Da Silva. Leonetti mi ha aggiornato.» La sua occhiata su Erica fu rapida, analitica, come se stesse valutando un pezzo di equipaggiamento. «Il target è all’interno. Settore centrale. Il nostro scanner conferma lo stato di pre-attivazione. Il nucleo è carico. È un dispositivo a emissione direzionale. Il cono di trasmissione è orientato verso l’alto, attraverso il tetto. Verso… beh, verso il punto del cielo dove, secondo le coordinate quantistiche del diario, si trova il “baricentro probabilistico” del ramo Theta-7.»

«C’è un timer?» chiese Bianchi.

«Non elettronico. È più sottile.» Volpe mostrò lo schermo del tablet. Un’onda sinusoidale, quasi piatta. «È una risonanza passiva. Sta assorbendo il rumore di fondo quantistico dell’area. Quando raggiungerà una soglia critica – e i nostri modelli dicono tra 47 e 68 minuti – si auto-attiverà. Non c’è interruttore da disinnescare.»

«Allora come si ferma?» L’impazienza di Bianchi era palpabile.

Volpe guardò Erica. «Con la contro-risonanza. La signora Da Silva deve entrare nel raggio d’azione del cono di trasmissione. Deve… opporre la sua firma quantistica stabile a quella che il cilindro emetterà. È come mettere due altoparlanti uno di fronte all’altro che emettono la stessa frequenza in opposizione di fase. Si annullano.»

«E l’effetto su di lei?» Bianchi incrociò le braccia.

«Sconosciuto.» La risposta fu onesta, spietata. «Mai tentato. In teoria, la sua firma è ancorata. Dovrebbe resistere. In pratica… potrebbe sperimentare una amplificazione estrema degli “echi” che Leonetti ha descritto. Ricordi intrusivi potrebbero diventare allucinazioni percettive. Potrebbe sentire fisicamente la pressione della realtà alternativa che cerca di sovrascrivere la sua. È un rischio.»

Erica ascoltava, ma le parole sembravano lontane. Il suo sguardo era fisso sulla porta metallica del deposito, socchiusa. Da lì, il ronzio usciva come un respiro. *Vieni*.

«Fatemi entrare,» disse.

Le proteste di Bianchi morirono sulle sue labbra quando vide la sua espressione. Non c’era eroismo in quello sguardo, né disperazione. C’era una determinazione semplice, assoluta. La determinazione di chi protegge la sua tana.

Volpe annuì. «Va bene. La accompagnerò io. Ispettore, lei e la sua agente Leonetti – che sta arrivando – si posizionino qui come retroguardia. Se qualcosa va storto…» Non finì la frase. Non c’era bisogno.

L’interno del deposito era un deserto di ombre. Alte pile di sedili da giardino arrugginiti, lampioni smontati, transenne accatastate come scheletri di metallo. L’aria era ferma, polverosa, e stranamente *silenziosa*. Il rumore della città fuori non penetrava. Era il vuoto di cui parlava Leonetti.

Al centro del vasto spazio, su un pallet di legno marcio, c’era il cilindro SIGMA-1.

Era diverso dagli altri. Più grande, delle dimensioni di un termosifone vecchio stile. La sua superficie non era metallo opaco, ma una sostanza nerissima, non riflettente, che sembrava assorbire la luce delle torce dei DISA. Non pulsava. Sembrava dormire. Ma intorno ad esso, l’aria tremolava. Come il calore sopra l’asfalto d’estate, ma freddo. Una distorsione della realtà che faceva male agli occhi.

«Il campo di pre-attivazione,» sussurrò Volpe, controllando un rilevatore. «È già attivo a livello sottile. Sta preparando il terreno. Più ti avvicini, più forte sarà l’effetto.»

Erica fece un passo avanti. Poi un altro. Con ogni passo, il ronzio nella sua testa si fondeva con qualcosa di nuovo: un silenzio. Non l’assenza di suono, ma un silenzio *attivo*, che spingeva via i suoi pensieri, i suoi ricordi. Cercava di svuotarla.

*Vieni nel vuoto*, sussurrava il silenzio. *Dove non sei mai stata tradita. Dove non hai mai perso nessuno.*

Immagine intrusiva: Paolo, ma non il suo Paolo. Un Paolo più giovane, che la guardava da un portico in una città che non era Roma. Sorrideva. Non c’era traccia di paura nei suoi occhi.

Erica scosse la testa, ringhiando tra i denti. «No. Tu non sei reale.»

Fece un altro passo. Ora era a dieci metri dal cilindro. La distorsione dell’aria era così forte che le forme ai margini della sua visione si sfaldavano, si ricomponevano in configurazioni impossibili. Vide per un attimo il deposito pieno di alberi, di luce verde filtrante. Theta-7.

«Resisti, Da Silva,» disse la voce di Volpe, che sembrava arrivare da molto lontano. «Ricordati chi sei. Dove sei.»

*Chi sono?* Il dubbio fu una lama di ghiaccio. Ricordò il video del parco. La bambina che la chiamava mamma. Quella vita era reale, da qualche parte. Forse più reale di questa. Forse in Theta-7 era felice. Forse Paolo era vivo e al sicuro, e loro avevano quella bambina…

«NO!» Urlò, e il suono ruppe il silenzio ipnotico. Si batté i pugni sulle tempie. «Io sono Erica Da Silva. Mio marito è Paolo Di Girolamo. Lui è all’ospedale Gemelli. Io lavoro da Marchetti & Associati. Mio padre è morto quattro anni fa a San Paolo. Questa è la mia vita! Questi sono i miei dolori! Sono *miei*!»

Con uno sforzo di volontà che le bruciò i nervi, si concentrò sui dettagli concreti. L’odore di polvere e legno marcio. Il sapore di ferro in bocca. Il dolore ai piedi per le scarpe scomode. La puzza di sudore sulla sua pelle dopo ore di fuga. La realtà fisica, banale, innegabile.

Fece l’ultimo passo. Ora era a tre metri dal cilindro. La distorsione era un muro quasi solido. Davanti a lei, l’aria si aprì.

Non fu un’allucinazione. Fu una finestra.

Vide una cucina. Soleggiata. Una bambina di circa cinque anni, con i suoi stessi occhi nocciola, stava disegnando a un tavolo. Una donna – lei, ma con i capelli più corti, un’espressione più morbida – gli porgeva un bicchiere di succo. Sullo sfondo, attraverso una finestra, si vedeva un mare che non era il Mediterraneo. Era più verde, più burrascoso.

Era Theta-7. Era la vita del video. Era reale, vibrante, piena di una pace che lei non conosceva.

E quella versione di lei alzò lo sguardo. E *la vide*.

I loro occhi si incontrarono attraverso il velo tra gli universi. L’altra Erica non ebbe paura. Ebbe solo una tristezza infinita, comprensiva. Aprì la bocca e, anche se nessun suono attraversò, Erica capì le parole.

*Anche tu meriti di essere felice.*

Il dolore fu straziante. Era tutto ciò che aveva sempre desiderato, lì, a portata di mano. Tutto ciò che aveva perso, o che forse non aveva mai avuto. Il richiamo non era più un ronzio, era un canto di sirena, dolce e letale.

Stava per allungare la mano. Per abbandonarsi al vuoto, alla felicità offerta.

Poi ricordò gli occhi di Paolo, nella stanza d’ospedale, pieni di frammenti di vite non vissute. Ricordò la sua voce, mentre le chiedeva di aiutarlo a distinguere il reale dal fantasma. Ricordò la promessa non detta di ricostruire, pezzo per pezzo, la loro vita vera. Imperfetta, dolorosa, *loro*.

«No,» sussurrò all’altra se stessa, alla finestra. «La mia felicità è qui. Con i suoi dolori. Con le sue cicatrici. È mia.»

Chiuse gli occhi. Non contro la visione, ma per guardarsi dentro. Cercò non i ricordi felici, ma quelli più concreti, più terreni. La prima volta che aveva litigato con Paolo per le bollette non pagate. Il sapore del caffè troppo forte che lui preparava sempre. La sensazione della sua mano nella sua, mentre camminavano sotto la pioggia a Trastevere, senza dire una parola. Il peso della colpa per averlo cacciato. Il sollievo straziante di averlo ritrovato, spezzato ma vivo.

Costruì con quei mattoni grezzi un muro dentro di sé. Un’ancora fatta di imperfezioni, di errori, di amore quotidiano e faticoso.

Quando riaprì gli ocli, la finestra su Theta-7 tremolava. L’immagine della cucina soleggiata si incrinò, come riflessa in uno specchio che va in frantumi.

Il cilindro nero davanti a lei emise un suono. Non un ronzio. Uno *scatto* metallico, secco, come l’ingranaggio di una serratura che si chiude per sempre.

La superficie nerissima opacizzò all’istante, diventando grigia e spenta, come cenere compressa. La distorsione dell’aria svanì. Il silenzio attivo si ruppe, e i normali, insignificanti suoni del deposito – lo scricchiolio del legno, il fischio del vento fuori – tornarono a riempire lo spazio.

Erica cadde in ginocchio, esausta. Non c’era trionfo in lei, solo un vuoto diverso. Il vuoto lasciato da una battaglia vinta.

Volpe le fu accanto in un istante, il rilevatore che emetteva un bip continuo, verde. «È spento. Completamente. La firma quantistica è collassata. Il ponte verso Theta-7… è chiuso.»

Da fuori, irruppero Bianchi e Leonetti. L’ispettore la aiutò ad alzarsi, la sua presa salda, quasi paterna. Leonetti fissava il cilindro spento con occhi da scienziata rapita e atterrita.

«L’hai fatto,» sussurrò Sofia. «Hai ancorato la realtà.»

Erica annuì, senza parole. Guardò il cilindro, ora solo un pezzo di metallo morto. Poi guardò la porta, oltre la quale c’era Roma, la sua Roma, imperfetta e reale.

«Ferrante ha perso,» disse Bianchi, ma la sua voce non era trionfante. Era solenne.

«Forse,» mormorò Erica, mentre il tenue, familiare ronzio dei suoi stessi pensieri tornava a riempirle la testa, sostituendo il canto del vuoto. Ma una consapevolezza nuova si era depositata in fondo al suo sguardo. Ferrante aveva perso la battaglia. Ma la guerra per la sua realtà, per la sua identità, quella era appena iniziata. E il campo di battaglia era la sua stessa mente, piena ora delle microfessure di un confine violato che non si sarebbe mai più richiuso perfettamente.