Capitolo 20

Capitolo 20

La vibrazione era tornata. Non più il canto ipnotico del vuoto quantistico del deposito, ma il familiare, sottile fischio da trasformatore che ormai abitava il suo cranio come un secondo battito cardiaco. Solo che ora, dopo aver sentito il silenzio assoluto del non-luogo, quella frequenza sembrava diversa. Più strutturata. Non era solo rumore di fondo: era un messaggio in codice morse, una mappa tracciata direttamente nelle sue ossa.

Erica si ritrovò a guardare le proprie mani, illuminate dalla luce fioca dell’auto di Bianchi. Non erano cambiate. Eppure, tutto era cambiato. Ferrante era in cella, il suo piano folle di riscrivere la realtà interrotto. Ma la guerra, come aveva appena pensato, era solo cambiata di campo. Si combatteva ora nel territorio più intimo e inaccessibile: la sua mente. Quelle “microfessure” di cui parlava Leonetti. Il confine violato.

«Dove ti tira, questo filo?» ripeté Bianchi, la voce roca che la riportò al presente.

Erica alzò lo sguardo. Fuori dal parabrezza, Roma dormiva. O fingeva di dormire. Ogni pietra, ogni via, sembrava gravare di possibilità non vissute, di echi di altre Rome in altri rami di realtà.

«Non verso un luogo,» disse, la voce sorprendentemente calma. «Verso una… assenza di luogo. Il contrario della chiesa. Il contrario della centrale. È come se il filo si perdesse. Si disperdesse.»

Bianchi annuì, lento, elaborando l’informazione come un dato di polizia. «Il deposito era un non-luogo. Ferrante ci ha detto che l’ultimo cilindro, SIGMA-1, è in un “vuoto quantistico”. Un posto senza storia, senza carica emotiva. Perfetto per scrivere una nuova realtà senza interferenze.»

«Sì. Ma il deposito era pieno di roba, di oggetti dimenticati. Aveva una sua storia, per quanto caotica. Questo…» Erica scosse la testa, frustrata. «Questo è diverso. È come se il cilindro non fosse in un posto, ma *tra* i posti.»

Il tablet sul cruscotto emise un altro bip, più insistente. Era una chiamata in arrivo da Leonetti. Bianchi rispose, mettendo il vivavoce.

«Ispettore,» la voce di Sofia era tesa, affilata dalla concentrazione. «Le coordinate del diario di Ferrante. Non sono geografiche. Sono coordinate di fase.»

«Spiega.»

«Indicano uno stato di risonanza probabilistica. Un punto dove la sovrapposizione tra il nostro ramo di realtà e SIGMA-1 è massima. Esiste solo quando certe condizioni sono soddisfatte.»

Erica sentì un brivido percorrerle la schiena. «Quali condizioni?»

Un attimo di silenzio, poi Leonetti rispose, le parole misurate. «La tua presenza, Erica. La tua firma quantistica stabile. SIGMA-1 è una risonanza passiva. Si auto-attiverà quando assorbirà abbastanza “rumore di fondo” dal nostro ramo, ma il catalizzatore finale sei tu. La tua vicinanza. La tua… attenzione focalizzata.»

«Quindi è una trappola,» borbottò Bianchi, la mascella serrata.

«È un faro e una trappola,» corresse Leonetti. «Si nutre della sua stessa ricerca. Più cerchiamo di trovarlo, più alimentiamo la risonanza che lo renderà visibile. E una volta visibile, inizierà la trasmissione. Il Protocollo Zeta.»

«Come lo fermiamo?» La voce di Erica non tremò.

«Con la contro-risonanza. L’unico modo è andare lì, nel punto di massima sovrapposizione, e… ancorarti. Usare la tua firma stabile non per alimentare il ponte, ma per rinforzare il confine del nostro. Per dichiarare questa realtà come casa, in modo così definitivo da respingere qualsiasi tentativo di sovrascrittura.»

«E come si fa, esattamente, a dichiarare una realtà come casa?» chiese Bianchi, e nella sua voce c’era una rara traccia di impotenza di fronte a una scienza che sfuggiva a ogni protocollo.

«Non lo so,» ammise Leonetti, onesta. «Non è una procedura. È un atto di volontà. Di identità. Ferrante lo chiamava “l’Atto di Osservazione Definitivo”. L’osservatore che fissa lo stato della realtà osservata.»

Erica guardò fuori dal finestrino, verso le luci di Roma. Pensò a Paolo, in ospedale, che lottava per distinguere i suoi ricordi veri da quelli intrusivi, fantasmi di vite non vissute. Pensò alla bambina nel parco, che in un altro universo la chiamava mamma. Pensò al dolore per il tradimento che non c’era mai stato, alla rabbia, alla paura, alla solitudine di quelle settimane. E poi pensò alla sensazione della mano di Paolo nella sua, nella stanza d’ospedale. Reale. Solida. *Questa* realtà.

«So dove andare,» disse, senza voltarsi.

Bianchi e la voce dall’altoparlante tacquero.

«Non è un indirizzo,» continuò lei. «È un momento. Un ricordo. Il primo ricordo che ho di Roma, quando sono arrivata dal Brasile. Il momento in cui ho deciso che questa città, questa vita, era casa mia. È carico. È il mio personale “nodo di risonanza”. Se il cilindro cerca un vuoto, io gli oppongo un pieno. Il mio pieno.»

Ci fu un lungo silenzio. Poi Leonetti parlò, con un tono di rispetto nuovo. «Potrebbe funzionare. Un ricordo fondante ha una firma quantistica unica e potentissima. Potrebbe funzionare come ancoraggio. Ma è rischioso. Se la tua concentrazione vacilla, se il ricordo non è abbastanza forte… potresti alimentarlo invece che spegnerlo.»

«Lo so,» disse Erica. Poi, rivolta a Bianchi: «Mi ci porti?»

L’ispettore la studiò a lungo. Vide la determinazione nei suoi occhi, ma anche la paura. La stanchezza. La fragilità di chi ha visto crollare il mondo e sta cercando, mattone dopo mattone, di ricostruirlo su fondamenta che sa essere instabili. Ma vide anche una forza che non c’era all’inizio, nelle prime ore in quella stanza d’interrogatorio spoglia. Una forza radicata nella consapevolezza del prezzo pagato.

«Dove?» fu tutto ciò che chiese.

«Piazza del Popolo. All’alba.»

* * *

L’auto si fermò in via di Ripetta, all’imbocco della piazza. Era l’ora blu, quel limbo silenzioso prima che la città si risvegliasse. L’obelisco al centro della piazza si stagliava contro un cielo che virava dal nero al viola, al grigio perla. Le due chiese gemelle, Santa Maria in Montesanto e Santa Maria dei Miracoli, sembravano guardie silenziose.

Erica scese dall’auto. L’aria era fredda, tagliente, e profumava di pietra bagnata e di pane appena sfornato da qualche forno notturno. La pulsazione nella sua testa era cambiata ancora. Non era più un fischio, né un battito. Era un *richiamo*. Una vibrazione bassa, profonda, che sembrava provenire non da un punto della piazza, ma dalla piazza stessa. Dall’aria tra gli edifici. Dal cielo sopra di loro.

Bianchi e Leonetti, arrivata con un’altra auto, la seguirono a distanza. Leonetti teneva in mano un rilevatore DISA di nuova generazione, ma i suoi occhi erano fissi su Erica, non sullo schermo.

Erica camminò verso il centro della piazza, le suole delle scarpe che scricchiolavano sulla ghiaia. Il ricordo le venne incontro, vivido e intatto come fosse ieri.

*Aveva ventidue anni. Era arrivata da San Paolo da un mese, assunta come stagista nello studio notarile. Si sentiva persa, una goccia in un oceano di storia e di bellezza che la schiacciava. Una mattina, incapace di sopportare un altro giorno di smarrimento nella sua stanza minuscola a Trastevere, era uscita prima dell’alba. Aveva camminato senza meta, finché non si era ritrovata qui, in questa piazza deserta. E aveva guardato l’obelisco, le chiese, le tre strade che si dipartivano a ventaglio – il Tridente. E in quel momento di silenzio assoluto, sotto un cielo che cominciava a tingersi di rosa, aveva capito. Non doveva combattere Roma. Non doveva conquistarla. Doveva solo trovare il suo angolo, il suo spazio, e farne casa. In quel momento, la paura era diventata sfida. Lo smarrimento, possibilità. Aveva pianto, lacrime silenziose di sollievo. E poi aveva sorriso. Era il giorno in cui aveva smesso di essere una straniera e aveva iniziato a diventare sé stessa, lì.*

Chiuse gli occhi, rivivendo quella sensazione. La pietra fredda sotto le mani appoggiate alla balaustra. L’odore dell’aria. Il primo raggio di sole che aveva colpito la cima dell’obelisco, accendendolo d’oro. La decisione. *Questo è il mio posto. Questa è la mia vita. La scelgo.*

La frequenza intorno a lei si intensificò, diventando quasi un ruggito sordo. Apri gli occhi.

Non c’era nessun cilindro fisico. Non c’era un oggetto.

Ma l’aria davanti a lei, a pochi metri dall’obelisco, *vibrava*. Era come guardare attraverso il calore che sale dall’asfalto d’estate, solo che l’immagine non era distorta. Era *sovrapposta*. Per un attimo, vide la piazza deserta e silenziosa della sua memoria. Poi, attraverso quella, ne intravide un’altra: una piazza affollata di persone vestite con abiti di uno stile mai visto, colori sgargianti e linee geometriche, silenziosi e intenti a guardare il cielo dove fluttuavano ologrammi di costellazioni sconosciute. La realtà di SIGMA-1. Un universo parallelo, avanzato, ordinato, freddo.

E sentì la *pressione*. Non fisica, ma esistenziale. Un’offerta. Un invito a scivolare in quell’altra realtà, a lasciarsi assimilare. Lì, le prometteva la vibrazione, non ci sarebbe stato dolore. Non ci sarebbero stati tradimenti finti, mariti scomparsi, amici morti, bambini perduti in altri rami. Lì, tutto era ordine, logica, bellezza asettica. Era il vuoto perfetto di Ferrante, pronto ad accoglierla e a riscrivere la sua storia.

«Erica!» urlò Leonetti da lontano. «La firma di trasmissione è attiva! Sta cercando di sincronizzarti!»

Erica sentì un attimo di panico. L’offerta era seducente. Dimenticare. Ricominciare senza le cicatrici.

Poi pensò a Paolo. Al suo sorriso timido quando l’aveva invitata a cena la prima volta. Alle sue mani che riparavano il computer di casa con pazienza certosina. Alla disperazione nei suoi occhi quando le aveva detto «Non sono io, in quel video. Ti prego, credimi.» E alla sua mano, che stringeva la sua nell’ospedale, ancorandola a questo mondo.

Pensò a Claudia Moretti, che le aveva offerto un tè e un ascolto silenzioso, senza giudizio. All’ispettore Bianchi, che da sospettatore era diventato, a modo suo, un protettore. Alla stessa Leonetti, con la sua sete di verità scientifica.

Pensò alla bambina nel parco. Un dolore acuto, lancinante. *Ma non è mia*, si disse, con una fermezza che le bruciò il petto. *La amo, in qualche luogo dell’infinito. Ma la mia vita è qui.*

Aprì gli occhi, fissando il punto dove le due realtà si sovrapponevano. Non guardò l’universo ordinato di SIGMA-1. Guardò la *sua* piazza. L’obelisco. Le chiese. Le pietre consumate dai secoli.

«No,» disse, e la sua voce non fu un sussurro, ma una dichiarazione chiara che risuonò nel silenzio dell’alba.

Non disse altro. Non serviva. Trasmise tutto in quella sola parola: il rifiuto, l’accettazione, la scelta. L’Atto di Osservazione Definitivo.

Il ricordo del suo primo alba a Roma le esplose dentro, non come un’immagine, ma come un’esperienza totale: il freddo, la speranza, la decisione, l’odore del pane, il primo raggio di sole. La *sua* verità.

La frequenza raggiunse un picco acutissimo, un grido metallico che sembrò squarciare l’aria. Poi, ci fu un *click*. Silenzioso, definitivo.

L’immagine sovrapposta di SIGMA-1 svanì, dissolvendosi come fumo al vento. La vibrazione nell’aria cessò. La piazza di Piazza del Popolo era solo se stessa, quieta e bellissima nell’alba che avanzava.

La pulsazione nella testa di Erica non scomparve. Ma cambiò. Si placò, diventando un debole, costante ronzio di fondo, come il suono del mare in una conchiglia. Non era più una minaccia. Era un promemoria. La cicatrice di un confine violato.

Si girò. Bianchi e Leonetti erano immobili, a qualche decina di metri di distanza. Leonetti guardava il rilevatore, poi alzò lo sguardo verso di lei, gli occhi sgranati.

«È… spento,» mormorò, la voce piena di incredulità. «L’emissione è cessata completamente. Il nodo SIGMA-1… è collassato. Il ponte è chiuso.»

Bianchi non disse nulla. Si avvicinò a Erica, la studiò. Poi, con un gesto che non le era mai sembrato possibile in quell’uomo, le posò una mano pesante ma gentile sulla spalla. Un contatto umano, semplice. Un riconoscimento.

«È finita?» chiese Erica, e solo allora si accorse che stava tremando, l’adrenalina che abbandonava il suo corpo.

«La minaccia di Ferrante, sì,» disse Bianchi. «La sua macchina è distrutta. I cilindri sono in custodia della DISA. Lui non uscirà mai di prigione.» Fece una pausa. «Il resto…»

«Il resto è vivere con le microfessure,» completò Erica, guardando il sole che finalmente sorgeva oltre le cupole, tingendo la pietra di un colore caldo, dorato, reale.

* * *

La primavera arrivò, portando con sé una luce diversa. Non più quella tagliente dell’inverno, ma una luce che prometteva. Erica la sentiva attraverso le finestre del nuovo appartamento a Monteverde, più piccolo, più luminoso, ancora mezzo pieno di scatole. A volte, nel silenzio del pomeriggio, il debole ronzio nella sua testa sembrava pulsare in risposta a un’eco lontana: una risata di bambina in un parco che non esisteva, il suono di un’onda su una spiaggia sconosciuta. Non era più spaventoso. Era malinconico. Una finestra sempre socchiusa su tutto ciò che non era, e non sarebbe mai stato.

Paolo era in cucina, intento a montare una mensola. I movimenti erano lenti, concentrati. Lo vide fermarsi, lo sguardo perso nel vuoto per un attimo troppo lungo. Poi scosse la testa, come per scacciare una mosca, e riprese. Gli “echi”, come li chiamava il dottor Varese, erano diminuiti. Ma non erano spariti. A volte sentiva ancora l’odore di ozono della morte di Matteo. Imparava a riconoscerli, a classificarli: “non mio”. Era un lavoro faticoso, quotidiano.

Il telefono di Erica vibrò. Un messaggio da Claudia Moretti: *«Cena venerdì? Porto il vino. E niente talk work, promesso.»* Sorrise. Un altro messaggio, da un numero ormai familiare: Sofia Leonetti. *«Controllo di routine. Tutti i cilindri in stasi permanente. Ferrante ha ritirato la richiesta di vederli. Ha chiesto invece se qualcuno ha mai sentito “il canto del vuoto”. Stai bene?»*

Erica rispose: *«Sto bene. Grazie, Sofia.»*

Si avvicinò a Paolo, gli mise una mano sulla schiena. Lui sobbalzò leggermente, poi si rilassò, appoggiando la testa contro il suo fianco.

«Tutto a posto?» chiese lei.

«Un eco,» mormorò lui. «Una sensazione di… orgoglio. Per una figlia che prendeva un diploma. Ma non era qui. Era altrove.» Alzò lo sguardo verso di lei. I suoi occhi erano chiari, presenti. «È passato.»

«Sì,» disse Erica, accarezzandogli i capelli. «Passa.»

Guardarono insieme fuori dalla finestra. Roma si stendeva sotto di loro, viva, caotica, imperfetta, reale. Le loro mani si intrecciarono, salde, nella luce del pomeriggio che filtrava attraverso le fessure di mondi mai vissuti.