Capitolo 8

Capitolo 8

Il silenzio nella stanza d’ospedale era diverso da tutti quelli che Erica aveva conosciuto. Non era l’assenza di suono, ma la sua sospensione. Un vuoto carico, come l’aria dopo un tuono. Il ronzio del condizionatore, il bip intermittente del monitor cardiaco di Paolo, il fruscio dei passi nel corridoio: tutto sembrava filtrato attraverso uno strato di ovatta, attutito dal peso di ciò che non era stato detto, di ciò che era stato perso per sempre.

Paolo dormiva. Un sonno farmacologico, profondo, imposto dal cocktail di stabilizzatori a largo spettro che il dottor Varese aveva chiamato “l’accordatura dell’orchestra neuronale”. Sdraiato sul letto del Policlinico Gemelli, sotto la luce fioca della lampada notturna, sembrava più giovane. Le rughe di tensione attorno agli occhi si erano rilassate, ma la sua espressione non era di pace. Era di assenza. Come se una parte di lui fosse rimasta laggiù, nel grigio perlaceo dell’Interfaccia, a guardare attraverso infinite finestre.

Erica era seduta sulla sedia di plastica dura accanto al letto, il cappotto ancora addosso. Nella tasca, il cilindro di metallo era un peso freddo e inerte. Una reliquia. Sentiva il suo contorno attraverso il tessuto, la superficie liscia che non pulsava più. Il suo compito era finito. Aveva ancorato Paolo a questa realtà, aveva bruciato il ponte. Eppure, quel piccolo oggetto le sembrava ancora pericoloso, come un proiettile sparato che non si poteva richiamare indietro.

La porta della stanza si aprì con un leggero scricchiolio. Non bussarono. Entrò Sofia Leonetti, ancora con il completo pantalone blu scuro, ma ora con una traccia di sporco sulla manica e i capelli rossi leggermente fuori posto. Portava due tazze di plastica fumanti.

«Caffè della macchinetta,» disse, posandone una sul comodino accanto a Erica. La sua voce era bassa, rispettosa del silenzio della stanza. «È orribile. Ma è caldo.»

Erica annuì, senza prendere la tazza. «Grazie.»

Leonetta si appoggiò allo stipite della porta, bevendo un sorso dalla sua tazza e facendo una smorfia. I suoi occhi verdi, acuti, studiarono Paolo per un momento, poi si spostarono su Erica. «Varese dice che i parametri vitali sono stabili. L’EEG mostra ancora un’attività caotica, ma in lento assestamento. Niente picchi pericolosi.»

«Cosa significa?»

«Significa che il suo cervello sta… riorganizzando i ricordi. Scartando i dati incoerenti.» Leonetta esitò, cercando le parole. «Immagina di avere mille radio accese, tutte sintonizzate su stazioni diverse. Il protocollo Omega ha spento la sorgente del segnale. Ora lui deve spegnere una radio alla volta, riconoscendo quale trasmette la stazione giusta. Quella di *questo* universo.»

Erica chiuse gli occhi. Nelle sue palpebre vide ancora il vortice di volti nel cubo, l’onda di Paolo che si propagava all’infinito. La bambina-fantasma con i suoi occhi. «E gli altri? I… dati incoerenti? Diventeranno ricordi? Sogni?»

«Non lo sappiamo,» ammise Leonetti, onesta fino a farsi male. «La fisica quantistica applicata alla coscienza è un territorio inesplorato. Ferrante ci ha giocato come un bambino con una bomba. I suoi appunti, quelli che la Scientifica sta recuperando dal laboratorio… sono follia lucida. Parlava di “memorie residue”, “echi percettivi”. Potrebbe avere strani déjà-vu. Sensazioni di perdita per cose che non ha mai avuto. O forse no. Forse il cervello è bravo a sigillare i cassetti che non dovrebbero esistere.»

Si fece silenzio di nuovo, rotto solo dal respiro regolare e artificiale di Paolo.

«E Ferrante?» chiese Erica, senza aprire gli occhi.

«In cella di sicurezza. Bianchi lo sta interrogando da ore. L’uomo non parla. Non si difende. Risponde solo a domande tecniche, come se fosse ancora in laboratorio. Ha chiesto…» Leonetta fece una pausa. «Ha chiesto se il cilindro è stato distrutto.»

Un brivido freddo percorse la schiena di Erica. La sua mano strinse involontariamente la tasca del cappotto. «Perché?»

«Perché secondo la sua teoria, l’oggetto è un trasmettitore di firma quantistica passiva. Non genera il ponte, ma lo stabilizza. Ora che il ponte è collassato, è solo un pezzo di metallo. Ma per lui…» Leonetta scosse la testa. «Per lui è una reliquia. La prova che aveva ragione. Che gli universi paralleli non sono un’ipotesi, ma una struttura. E che lui l’ha toccata.»

«Aveva ragione?» La voce di Erica era un filo di suono.

Leonetta bevve un altro sorso di caffè orribile, pensierosa. «Ha ragione nel senso che un uomo che apre la gabbia di un leone ha ragione sul fatto che il leone esiste. Poi il leone lo sbrana. La sua scienza era reale. Le conseguenze erano mostruose.» Posò la tazza. «Bianchi vuole vederti. Domani mattina, in Questura. Deposizione formale. Dovrai raccontare tutto. Di nuovo.»

«Lo so.»

«Non sarà come con me o con lui nelle stanze del laboratorio,» avvertì Leonetta, la voce più gentile. «Sarà una stanza d’interrogatorio. Ci sarà un registratore. Un verbale. Dovranno trasformare… tutto questo, in un rapporto di polizia. Incidente chimico in un magazzino abusivo. Materiale pericoloso. Ferrante sarà un ricercatore pazzoide con del materiale instabile. La morte di Costa, un incidente sul lavoro. La versione ufficiale dovrà essere… digeribile.»

Erica finalmente aprì gli occhi. Guardò Leonetta. «E la verità?»

L’agente sospirò, incrociando le braccia. «La verità andrà in un archivio segreto della Divisione Investigazioni Scientifiche Avanzate. Ci sono persone, pochi, che si occupano di questi… margini. Io ho inviato già un rapporto preliminare. Verranno. Faranno domande. Poi sigilleranno tutto. Perché il mondo non è pronto per sapere che la realtà è un foglio di carta piegato in mille modi, e che qualcuno può stropicciarlo.»

«E noi? Paolo ed io? Saremo un… caso chiuso?»

«Sarete i sopravvissuti di un incidente. Vittime di uno scienziato squilibrato. Avrete una vita da ricostruire.» Leonetta si raddrizzò. «È la cosa più gentile che possano fare per voi.»

Gentile. La parola risuonò nella stanza come una nota stonata. C’era qualcosa di spietatamente gentile nell’essere relegati a vittime di una follia comprensibile, piuttosto che testimoni di una verità insopportabile.

Leonetta stava per uscire quando Paolo emise un suono.

Non era una parola. Era un gemito basso, gutturale, che uscì dalle profondità del sonno farmacologico. Il suo corpo si contrasse lievemente, le dita della mano libera da flebo si contrassero, afferrando il lenzuolo.

Erica balzò in piedi, il cuore in gola. «Paolo?»

Lui non aprì gli occhi. Le sue labbra si mossero, formando sillabe senza voce. Poi, chiaro, distintissimo, sussurrò: «*La finestra… è verde.*»

Il sangue di Erica si gelò. Si voltò verso Leonetta, i cui occhi si erano spalancati.

«Cosa ha detto?» chiese l’agente, avvicinandosi.

«“La finestra è verde”,» ripeté Erica, la voce tremula. Non capiva. Era una frase senza senso. Un frammento di sogno.

Paolo si agitò di più. Il monitor cardiaco emise un bip più frequente. «No,» mormorò, più forte. «Non salire. Matteo, non… non toccarla. Fa un rumore strano…»

*Matteo.* Il nome cadde nella stanza come un sasso in uno stagno.

Leonetta era già accanto al letto, l’attenzione totale. «Paolo? Paolo, mi senti? Sei in ospedale. Sei al sicuro.»

Ma lui era altrove. Il sudore gli imperlava la fronte. «Il sibilo…» ansimò. «Come un vetro che si spezza… ma sottile… sottile… e la luce… la luce *brucia* senza calore…»

Erica ricordò all’istante le parole di Ginevra Rossetti, la vicina nel vicolo di Trastevere. *Un sibilo acuto, poi un lampo bianco. E un odore di ozono, come dopo un temporale, ma più… metallico.* Paolo stava descrivendo la morte di Matteo Costa. Non l’aveva vista. Era già scomparso quando era successo. A meno che…

«Sta ricordando,» disse Leonetta, il volto serio. «Ma non il suo ricordare. Sta… ricevendo un’eco. Un frammento di memoria da un ramo di realtà dove *era* lì. Dove ha visto morire l’amico.»

Paolo emise un singhiozzo soffocato, come un pianto senza lacrime. «Mi dispiace… mi dispiace, Matteo… dovevo capire… i dati… erano vivi…»

Poi, di colpo, si calmò. Il respiro tornò regolare, profondo. Il monitor ridusse il ritmo dei bip. Si era riaffondato nel sonno profondo, lasciando dietro di sé un’atmosfera carica di orrore.

Leonetta si passò una mano sul viso. «Dio santo.»

«Cosa gli sta succedendo?» implorò Erica, afferrando il braccio di Leonetta.

«Te l’ho detto. Memorie residue. Echi. Il suo cervello sta raccogliendo i frammenti di tutti i Paolo che sono stati risonati nel ponte. Alcuni sono solo sensazioni. Altri… altri sono ricordi completi. Di vite che non ha vissuto. Di morti che non ha visto.» Leonetta guardò Paolo con una nuova, profonda pietà. «Dovrà imparare a riconoscerli per quello che sono. Fantasmi. Altrimenti…»

«Altrimenti cosa?»

«Altrimenti impazzirà,» disse Leonetta, semplice e terribile. «Credendo di aver vissuto mille vite, di aver perso mille cose. La sua identità potrebbe… dissolversi.»

La stanza sembrò rimpicciolirsi, le pareti avvicinarsi. Erica guardò il volto di suo marito, così familiare eppure ora abitato da ombre sconosciute. Come poteva proteggerlo da nemici che venivano da dentro? Da ricordi che non erano suoi?

«C’è una cosa,» disse Leonetta, esitante. «Qualcosa che Conti ha borbottato mentre lo portavano via. Prima che lo portassero in infermeria per lo shock.»

«Cosa?»

«Ha detto: “La firma è stabile, ma il canale è cicatrizzato. I segnali più forti passeranno lo stesso. Soprattutto quelli carichi.”» Leonetta la guardò. «Pensava che tu potessi sentirti… responsabile. Che forse, se avessi parlato con Ferrante, se avessi accettato di… collaborare, in modo controllato…»

«No,» tagliò corto Erica, secca. «Mai.»

«Lo so. E hai avuto ragione. Ma il punto è un altro. Quel “canale cicatrizzato”… Paolo non è l’unico con una firma quantistica alterata dall’esperienza. Anche tu hai guardato nell’Interfaccia. Anche tu hai visto l’altro ramo. Sei stata tu il catalizzatore.»

Un brivido di presagio percorse Erica. «Cosa stai dicendo?»

«Sto dicendo che potresti cominciare a sentire echi anche tu. Non ricordi di altre vite, forse. Ma… sensazioni. Impulsi. Come la voglia di prendere una strada diversa tornando a casa, senza sapere perché. O la certezza, per un attimo, che un oggetto nella tua casa dovrebbe essere in un altro posto.» Leonetta sospirò. «Il confine che è stato violato non si richiude perfettamente. Lascia… microfessure.»

Erica pensò al cilindro nella sua tasca. Alla bambina che l’aveva chiamata mamma. Alla scena nel parco, quella felicità rubata da un’altra se stessa. Quella non era stata un’eco. Era stata una visione completa, devastante. E ora Leonetta le diceva che altre micro-visioni potevano filtrarsi? Che la sua realtà sarebbe stata sempre punteggiata da questi frammenti spuri, come uno schermo con interferenze?

La porta si aprì di nuovo. Questa volta era il dottor Varese, con una cartella in mano. I suoi occhi piccoli e penetranti dietro le lenti spesse scrutarono il monitor, poi Paolo.

«Ha avuto un episodio,» disse Leonetta, non una domanda.

Varese annuì, annotando qualcosa. «Prevedibile. L’attività onirica nella fase REM sarà un campo minato per un po’. Gli abbiamo somministrato un leggero sedativo per prevenire agitazioni violente. Dovrebbe dormire tranquillo fino al mattino.» Alzò lo sguardo su Erica. «Lei, signora, dovrebbe andare a casa. Riposare. Qui c’è personale che vigila.»

«Non me ne vado,» disse Erica, la voce ferma.

Varese la studiò per un momento, poi fece un cenno di assenso. «Come crede. Ma domani mattina avrà bisogno di lucidità. Per la deposizione, e… per ciò che verrà dopo.» La sua espressione si fede più umana, meno da medico. «La ricostruzione è più lunga e difficile della crisi. E inizia adesso.»

Uscì, lasciandole sole di nuovo.

Leonetta si avviò verso la porta. «Io devo tornare in Questura. Bianchi avrà bisogno del mio rapporto tecnico. Se succede qualcosa… se dice qualcos’altro di strano… chiamami.» Le porse un biglietto da visita con un numero scritto a penna sul retro. «Questo è il mio cellulare diretto.»

Erica prese il biglietto, annuendo muta.

Rimase sola con il respiro di Paolo e il bip del monitor. La notte fuori della finestra era nera, senza stelle, inghiottita dall’inquinamento luminoso di Roma. Una notte normale, in un universo normale.

Ma niente era più normale.

Scosse leggermente la testa, cercando di liberarsi della sensazione di irrealtà. Quando alzò lo sguardo verso la finestra della stanza d’ospedale, per un istante, meno di un battito di ciglia, *la vide verde*. Non il vetro, ma la luce della città oltre, filtrata da una lente inesistente, tingendosi di un verde smeraldo irreale, il colore di un bosco in un altro mondo.

Sbatté le palpebre. Era di nuovo il giallo sporco del sodio.

Un’eco. Una microfrattura.

Afferrò la mano di Paolo, quella calda, reale. La strinse forte. «Sono qui,» sussurrò, non sapendo se lo diceva a lui o a se stessa. «Siamo qui. In questa stanza. In questa notte.»

Era un incantesimo, una preghiera laica contro il multiverso che bussava alle porte della loro coscienza. Una dichiarazione di fedeltà a un solo ramo di realtà, il loro, per quanto danneggiato e spaventato.

Nella tasca, il cilindro di metallo rimase muto. Ma per la prima volta, Erica sentì il bisogno urgente, viscerale, di sbarazzarsene. Di gettarlo nel Tevere, di seppellirlo, di farlo fondere. Non perché fosse pericoloso per gli altri. Ma perché era un promemoria. E un promemoria, a volte, è la cosa più pericolosa di tutte, perché tiene aperta una ferita che ha disperatamente bisogno di cicatrizzare.

Guardò Paolo. Domani sarebbe iniziato il loro dopodomani. Con le deposizioni, le versioni ufficiali, le bugie necessarie. Con la lenta, incerta navigazione attraverso i ricordi-fantasma di lui, e le micro-interferenze nella sua percezione.

Ma per ora, c’era solo questa stanza. Questo respiro. Questo confine fragile e prezioso, chiamato *adesso*. E lei avrebbe vegliato su di esso, come un guardiano su una porta che non poteva permettersi di vedere aprirsi mai più.