Il cilindro pulsò una volta, sordo e distante, poi tacque. Il suo peso nella mano di Erica era diventato familiare, un oggetto di confine tra ciò che era stato e ciò che sarebbe potuto essere. L’odore di ospedale sterile, quello portato dai paramedici che ora affollavano il corridoio, non riusciva a coprire del tutto il ricordo chimico della sanificazione, quel dolciastro fantasma di realtà bruciata.
«Andiamo,» aveva detto. Ma nessuno si era mosso.
Paolo era il centro di un vortice silenzioso. Il dottor Varese, l’uomo calvo dagli occhiali spessi, gli teneva sollevata una palpebra, la luce di una torcia penna che tagliava la pupilla dilatata. «Reazione rallentata. Coerenza neurale ancora a zuppa, come temevo.» La sua voce era un brusio professionale che galleggiava sopra il trambusto. Due paramedici in tuta arancione dispiegarono una barella a scomparsa, il tessuto sintetico che sibilò nell’aria ferma.
«Paolo?» chiamò Erica, un sussurro che le si incrinò in gola.
Lui batté le palpebre, lentamente. I suoi occhi, quando finalmente si posarono su di lei, erano due pozzi di confusione. Li riconobbe? C’era un lampo, un tentativo di focalizzazione che svanì subito, sostituito da uno sguardo vitreo che scrutava oltre la sua spalla, come se vedesse echi di muri che non c’erano più.
«Non forzarlo, signora,» disse Varese senza alzare lo sguardo, premendo un saturimetro sul dito di Paolo. «Il cervello ha subito uno stress da campo quantistico incoerente. È come se ogni neurone avesse ballato una musica diversa per un po’. Ci vuole tempo per ri-sincronizzare l’orchestra.»
«Ispettore?» Un agente più giovane, il giubbotto antiproiettile ancora allacciato di fretta, si fece strada tra i paramedici. I suoi occhi scorsero rapidamente il corridoio annerito, le pareti segnate dalle scariche energetiche della sanificazione, Ferrante ammanettato e immobile come una statua, Conti che veniva aiutato a sedere su una sedia pieghevole portata da un collega. «La Scientifica è in arrivo. Hanno detto… cosa dovrebbero documentare, esattamente?»
Bianchi, che osservava i paramedici sollevare Paolo sulla barella con delicatezza innaturale, si voltò. Il suo volto era una maschera di stanchezza controllata. «Tutto, Rinaldi. Pareti, pavimento, quella porta.» Accennò con la testa alla porta circolare dell’Interfaccia, muta e opaca. «E raccogliete ogni oggetto, ogni frammento che non sembri… standard. Con guanti e sacchetti sigillati. Trattatelo come materiale biologico pericoloso.»
«Biologico?» chiese Rinaldi, la penna che esitava sul blocco note.
«O quantistico. Non so. Fate come vi dico.»
Mentre Rinaldi annuiva e si allontanava per trasmettere gli ordini via radio, Erica si avvicinò alla barella. La mano di Paolo, fuori dalla coperta termica, era rilassata, le dita leggermente curve. Lei vi posò sopra le sue. La pelle era tornata a una temperatura quasi normale, ma al contatto, un brivido le corse lungo il braccio. Non era freddo. Era una sensazione di… *differenza*. Come toccare un’eco di se stesso.
«Lo portiamo al Policlinico Gemelli, reparto di Neurologia Sperimentale,» stava dicendo Varese a Bianchi. «Hanno un’unità di monitoraggio per casi da esposizione a campi elettromagnetici non convenzionali. È il posto migliore.»
«No.»
La parola uscì dalla bocca di Erica prima che potesse fermarla. Tutti si voltarono a guardarla, incluso Bianchi, con un sopracciglio alzato.
«Signora Da Silva,» cominciò Varese con pazienza professionale, «suo marito ha bisogno di osservazione specialistica. Non sappiamo quali siano le conseguenze a lungo termine di un’esperienza del genere.»
«Lo so,» disse Erica, la voce che si faceva più ferma mentre stringeva la mano di Paolo. Sentiva il cilindro, ancora nella sua tasca, pulsare debolmente contro la coscia. Un battito residuo. Un faro spento ma ancora caldo. «Ma non in un reparto sperimentale. Non dove potrebbero… studiarlo. Come un fenomeno.»
Bianchi la studiò per un lungo momento. I suoi occhi grigio-acciaio sembravano pesare la paura contro la ragione. «Ha idea di cosa le sta chiedendo?» disse infine. «Quello che è successo qui… non è nelle procedure. La magistratura avrà domande. La sua salute è una priorità, ma anche una prova.»
«Prova di cosa?» sbottò Erica, una fiamma di rabbia che le sciolse il gelo nelle vene. «Che un pazzo con un cubo di luci può strappare pezzi di persone da altri universi? Chi ci crederà? Voi stessi non sapete come scriverlo nel verbale.»
L’ispettore non rispose. Il silenzio che calò fu più eloquente di qualsiasi ammissione. Nelle luci di emergenza, il suo volto sembrava scolpito nella pietra.
Fu Leonetti a parlare, avvicinandosi con passo silenzioso. Il suo tablet era spento, stretto al petto. «Il Gemelli ha un protocollo di riservatezza per i pazienti coinvolti in indagini,» disse, la voce bassa e pragmatica. «Potremmo chiedere che sia registrato come “trauma da esplosione/incidente chimico” in un magazzino. Copertura plausibile. E l’accesso è limitato al personale autorizzato e a noi.»
Guardò Bianchi, un dialogo silenzioso che passò tra i loro sguardi. L’ispettore alla fine emise un respiro profondo, un suono di resa stanchissima. «Va bene. Ma una guardia fuori dalla porta, ventiquattr’ore su ventiquattro. Mia.» Poi si rivolse a Varese. «Dottore, può organizzare il trasferimento con quella copertura?»
Varese annuì, già estraendo il cellulare. «Ho contatti là. Posso sistemarlo.»
Mentre il medico si allontanava per parlare al telefono, Erica si chinò su Paolo. «Mi senti?» sussurrò. «Ti portiamo via da qui.»
Le sue palpebre tremolarono. Le sue labbra si mossero, formando una parola senza suono. Erica la lesse, un colpo al cuore: *Eco*.
Poi i paramedici iniziarono a spingere la barella lungo il corridoio, le ruote che scricchiolavano sul linoleum segnato. Erica tenne il passo, la sua mano che non abbandonava la sua. Attraversarono la barriera dove prima c’era stata la lastra grigia di quarantena, ora solo un ricordo nell’aria. Passarono davanti a Ferrante, che era stato fatto sedere a terra, le spalle contro il muro, le manette che luccicavano debolmente. I suoi occhi seguirono il passaggio della barella, ma il suo sguardo era vuoto, rivolto all’interno, verso il crollo del suo universo personale.
Conti, seduto sulla sedia pieghevole con una coperta termica sulle spalle, alzò lo sguardo mentre Erica passava. I suoi occhi febbrili erano pieni di una disperazione così profonda che sembrava fisica. «Mi dispiace,» mormorò, la voce roca. «Per tutto.»
Erica non rispose. Cosa poteva dire? Il dolore di quell’uomo era reale, ma era intrecciato in modo inestricabile al loro. Era come guardare un naufrago su un’isola diversa della stessa tempesta.
Salirono la rampa del parcheggio, lasciandosi alle spalle il ronzio spento del laboratorio, l’odore di ozono sostituito dall’aria fredda e umida della notte romana che entrava dall’ingresso. Un furgone del pronto soccorso, luci blu spente per non attirare attenzione, aspettava con il portellone aperto. La pioggia era diventata una nebbiolina fine che imbruniva i lampioni, avvolgendo tutto in un velo di irrealtà.
Aiutarono a far scivolare la barella dentro. Erica stava per salire quando una mano le toccò delicatamente il braccio. Era Leonetti.
«Deve venire con noi in questura, Erica,» disse, il tono gentile ma fermo. «È una formalità, ma necessaria. La sua deposizione ora… è tutto.»
Erica guardò il furgone, dove un paramedico regolava una flebo sul braccio di Paolo. «Non lo lascio.»
«Non deve. Verrà scortato al Gemelli, noi andremo in questura, e poi la porteremo lì. Promesso.» Gli occhi verdi di Leonetti erano seri, onesti. «Ma quello che ha visto, quello che ha *fatto*… deve essere messo nero su bianco mentre è fresco. Prima che la mente inizi a… razionalizzare l’irrazionale.»
Erica sapeva che aveva ragione. Il bisogno di restare con Paolo era un istallo animale, viscerale. Ma il cilindro nella sua tasca pesava come un monito. La verità era un’altra ferita aperta che doveva essere medicata, seppur con le fredde forbici della legge.
«Solo il tempo di…» Fece un cenno verso il furgone.
Leonetti annuì, facendo un passo indietro.
Erica salì sul predellino. L’interno era illuminato da una luce bianca e clinica. Paolo aveva gli occhi chiusi, il viso rilassato dall’azione di un sedativo leggero che Varese aveva autorizzato. Sembrava solo addormentato, finalmente. Ma un piccolo monitor sopra di lui tracciava linee verdi di attività cerebrale che a Erica, anche da profana, sembravano caotiche, picchi improvvisi e avvallamenti profondi come un paesaggio sismico.
Si chinò, sfiorandogli la fronte con le labbra. «Torno presto,» sussurrò, le parole che si perdevano nel ronzio basso del refrigeratore del furgone. «Restami ancorato.»
Quando scese, il portellone si chiuse con un tonfo sordo che riecheggiò nel parcheggio vuoto. Il furgone partì, scivolando via nella nebbia come un sogno che svanisce.
Bianchi le si avvicinò, il cappotto aperto sulla giacca stropicciata. «La mia macchina è qui. Leonetti verrà con noi.»
La vettura era una berlina scura, anonima. Erica si sedette sul sedile posteriore, il cilindro che le premeva contro la coscia attraverso il tessuto dei pantaloni. Leonetti si mise davanti, accanto a Bianchi che avviò il motore. Il riscaldamento iniziò a soffiare aria tiepida, ma un freddo di tipo diverso si era insediato nelle ossa di Erica.
Attraversarono una Roma notturna e quasi deserta. I semafori lampeggiavano gialli. I monumenti, illuminati dai fari, emergevano e scomparivano nella nebbia come giganti addormentati. Nessuno parlava. Il rumore del motore, il ticchettio intermittente della freccia, erano gli unici suoni.
La Questura di Roma, di notte, aveva un’atmosfera diversa. Meno caotica, più concentrata. Il ronzio dei fluorescenti nel corridoio che conduceva agli uffici della Squadra Mobile sembrava più alto, più insistente. L’aria sapeva di caffè stantio e disinfettante.
Bianchi la condusse non nella stanza d’interrogatorio spoglia del primo incontro, ma in un ufficio piccolo e disordinato. C’erano scaffali pieni di faldoni, una scrivania sommersa da carte, due sedie di fronte. Una terza, più comoda, era dietro la scrivania.
«Sedetevi,» disse l’ispettore, indicando una delle sedie. Lui si sistemò dietro la scrivania, accendendo una lampada da tavolo che gettava un cono di luce gialla sulle carte, lasciando il resto della stanza in penombra. Leonetti rimase in piedi vicino alla porta, appoggiata allo stipite, le braccia conserte.
Bianchi estrasse un registratore digitale, piccolo e nero, e lo posò sulla scrivania tra loro. Premette un pulsante. Un LED rosso si accese.
«Registrazione della deposizione della signora Erica Da Silva, in relazione agli eventi verificatisi presso i locali di QuantumTech Solutions, accesso dal parcheggio della Banca Nazionale del Lavoro, nella notte tra…» Controllò l’orologio. «…tra il 5 e il 6 marzo. Sono presenti l’ispettore Marco Bianchi e l’agente Sofia Leonetti.» Fece una pausa, guardando Erica. «Signora Da Silva, è consapevole che questa deposizione avrà valore legale?»
Erica annuì, le mani intrecciate in grembo per non farle tremare. «Sì.»
«Bene. Descriva, con i suoi tempi, cosa è accaduto stasera, dal momento in cui ha lasciato il suo appartamento.»
Erica prese un respiro. Da dove cominciare? Dal buio del parcheggio? Dal ronzio che faceva vibrare i denti? Dal momento in cui aveva visto Paolo intrappolato in quel cubo di possibilità?
Cominciò dalla chiamata di Leonetti, dalla decisione di andare alla banca. Le parole uscivano a fatica all’inizio, poi il fiume prese forza. Descrisse il guardiano dalla calma innaturale, il corridoio infinito, l’odore di ozono. Raccontò di Conti, delle sue spiegazioni febbrili su firme quantistiche e rami di realtà. Poi Ferrante, e la porta circolare, e il vuoto grigio.
Quando arrivò a descrivere il cubo, l’Interfaccia di Dirac, la sua voce si incrinò. «Era pieno di… punti luce. Come lucciole. E dentro… c’erano forme. E poi… c’era lui. Paolo. Ma non solo lui.»
«Cosa intende per “non solo lui”?» chiese Bianchi, la penna sospesa sul blocco.
Erica chiuse gli occhi, rivivendo l’onda di volti. «C’erano… altre versioni di lui. Alcune simili, altre diverse. Con cicatrici, con i capelli grigi, più giovani… e altre che erano… sbagliate. Come bozze non finite. E tutte mi guardavano.»
Leonetti, dalla porta, aggiunse una nota tecnica, la sua voce calma contrastava con il racconto di Erica. «Il dispositivo, che chiamavano Interfaccia di Dirac, sembrava funzionare come un risonatore quantistico. Sintonizzandosi sulla firma unica di un individuo – in questo caso, Paolo Di Girolamo – poteva “visualizzare” le sue controparti in stati quantistici adiacenti, cioè in universi paralleli teoricamente molto simili al nostro. La signora Da Silva, a causa della sua esposizione pregressa al video estrattivo e forse per una peculiare sensibilità della sua stessa firma quantistica, agiva da amplificatore, rendendo la risonanza più forte e… percettibile.»
Bianchi la guardò, poi tornò a Erica. «Continui.»
Raccontò della barriera grigia, del lock-down, delle voci-fantasma nelle pareti. Poi la scelta di Ferrante, la sua follia glaciale mentre tentava di “estrarre dati” attraverso di lei, usando Paolo come esca. E infine, il momento in cui aveva attivato il cilindro.
«L’ho stretto,» disse Erica, la voce che diventava un sussurro. «E ho pensato a lui. Solo a lui. Non alla bambina del video, non alle altre vite. Al mio Paolo. A nostro figlio che non abbiamo mai avuto, ma che forse, in qualche posto, abbiamo. Ho pensato a quella possibilità come a un’ancora. Non per tirarlo qui, ma per… per dirgli dove fosse “casa”.»
Il silenzio che seguì fu rotto solo dal leggero ronzio del registratore.
«E cosa è successo quando ha attivato il dispositivo?» chiese Bianchi dopo un momento.
«Il cubo… ha urlato. Una luce accecante. E tutte quelle altre versioni… sono svanite. È rimasto solo lui. Il nostro Paolo. E poi… c’è stata la bambina. Quella del video. Per un attimo l’ho vista, mi ha chiamato “mamma”. Poi è svanita anche lei.» Una lacrima, calda e improvvisa, le solcò la guancia. Non la asciugò. «Il dottor Conti… ha fatto qualcosa. Ha premuto dei tasti, ha attivato un “Protocollo Omega”. Diceva che era una sanificazione totale.»
«Ha salvato tutte le vite presenti, probabilmente,» mormorò Leonetti. «A costo di distruggere anni di ricerca e di… cancellare qualsiasi residuo quantistico instabile.»
Bianchi spense il registratore. Il LED rosso si spense. Per un lungo momento, nessuno parlò. Il peso della storia raccontata riempiva la stanza, più tangibile della carta e del legno.
«Signora Da Silva,» disse infine Bianchi, posando la penna. «Quello che ha descritto… non esiste nei manuali di polizia. Non esiste nel codice penale. Ferrante sarà accusato di cose concrete: sequestro, detenzione pericolosa, omicidio colposo per Costa. Ma questo…» Fece un gesto vago, che abbracciava tutto ciò che era stato detto. «Questo rimarrà tra queste quattro mura, in un fascicolo che forse nessuno aprirà mai, perché non saprebbe cosa farci.»
Erica lo guardò, sentendo una strana forma di gratitudine mescolata a una profonda, sconcertante tristezza. «Quindi… verrà sepolto.»
«Seppellito,» corresse Bianchi. «Non dimenticato. Ma protetto. Per il bene di tutti, incluso suo marito.» Si alzò, stiracchiandosi la schiena con un gemito soffocato. «Leonetti, la porti al Gemelli. Io rimango a coordinare con la Scientifica.»
Leonetti annuì. «Ispettore… e riguardo a lei?» Accennò a Erica.
Bianchi la guardò. Nella luce della lampada, i suoi lineamenti sembravano meno duri. «Signora Da Silva, la sua vita è cambiata. Non so in che modo, non so con quali conseguenze. Ma lei stasera ha fatto una scelta, in mezzo a quel caos, che ha salvato una vita. Forse più di una. Ricordi quello, quando i dubbi verranno. Ora andate.»
La strada per il Policlinico Gemelli fu percorsa in un silenzio meno opprimente. La nebbia si era diradata, lasciando il posto a una notte limpida e fredda. Le stelle, sopra Roma, erano poche e fioche, soffocate dall’inquinamento luminoso. Erica guardò fuori dal finestrino, pensando a un altro tipo di stelle, quelle che danzavano in un cubo, portatrici di verità parallele.
«Quella bambina,» disse improvvisamente, senza voltarsi. «Quella che ha chiamato “mamma”. Era reale?»
Leonetti, alla guida, esitò. «Secondo il modello di Ferrante… sì. In un ramo della realtà molto vicino al nostro, una serie di scelte diverse ha portato a quella timeline. Lei ha avuto una figlia con quell’altro uomo, quello del video. Quella bambina è… era… tanto reale quanto noi, in quel ramo.»
«E ora?»
«Ora il ponte è chiuso. Sanificato. Quel ramo… continua per la sua strada. Senza di lei. O con una versione di lei che non ricorderà mai di averci guardato, forse.»
Il dolore che l’attraversò fu acuto e profondo, un lutto per una perdita che non aveva mai posseduto. «È crudele.»
«La fisica non è crudele o gentile,» rispose Leonetti, la voce bassa. «È solo probabilità. Noi siamo quelli che ci mettiamo il cuore in frantumi sopra.»
Arrivarono al Gemelli, al padiglione di Neurologia. L’atmosfera era silenziosa, notturna. Una guardia in borghese, riconoscibile solo per il modo in cui scrutò loro e annuì a Leonetti, era seduta su una sedia fuori da una stanza al termine di un corridoio silenzioso.
Paolo era in una stanza singola, illuminata solo dalla luce bluastra dei monitor. Era sveglio, seduto a metà sul letto, lo sguardo fisso sulla finestra che dava sul buio. Si voltò quando entrarono. I suoi occhi, questa volta, si focalizzarono su Erica. Ci fu riconoscimento. E dietro, un oceano di confusione.
«Erica,» disse, la voce roca per il non uso.
Lei corse al letto, prendendogli la mano. Era calda, viva. *Sua*.
«Come ti senti?» chiese, spazzandogli una ciocca di capelli dalla fronte.
Lui scosse lentamente la testa, come se il movimento fosse difficile. «Strano. Come se… avessi dormito per anni e mi fossi svegliato in una casa simile alla mia, ma con tutti i mobili spostati di due centimetri.» I suoi occhi azzurri la scrutarono. «C’era… una bambina?»
Erica sentì il cuore fermarsi per un battito. «Sì,» sussurrò.
«Mi chiamava papà,» disse Paolo, e una lacrima gli scese lungo la guancia, silenziosa. «Era felice. E poi… è svanita. Era un sogno?»
Erica strinse la sua mano, guardando oltre di lui, verso la finestra buia. Oltre quel vetro, oltre le luci di Roma, c’erano infinite notti, infinite finestre su vite non vissute. Alcune con lacrime, altre con risate. Tutte reali, da qualche parte.
«No, amore,» disse, posando la testa sul loro letto di ospedale, nel loro universo, il solo che ora potevano chiamare casa. «Non era un sogno. Era solo… un’altra strada.»
E nella tasca del suo cappotto, il cilindro di metallo freddo rimase in silenzio, il suo compito finito, una reliquia di un confine attraversato e poi sigillato, forse per sempre.