La mano di Paolo era calda. Troppo calda, come se la febbre della realtà alterata non si fosse ancora spenta del tutto. Erica la stringeva, le dita che si intrecciavano alle sue, un ancoraggio in un mondo che aveva appena finito di tremare. L’odore di ospedale sterile, metallico e pulito, aveva sostituito il dolciastro marcio della polvere stellare. Quel residuo olfattivo della sanificazione le bruciava ancora le narici, un fantasma chimico. Il silenzio era rotto solo dal respiro affannoso di Conti, che Leonetti aiutava a rialzarsi, e dal clic metallico delle manette che Bianchi serrava ai polsi di Ferrante.
Ferrante non opponeva resistenza. Stava in piedi, immobile, lo sguardo fisso sulla porta circolare dell’Interfaccia di Dirac, ora opaca e muta come la pietra di una tomba sigillata. La luce di emergenza rossastra gli dipingeva il profilo di una statua antica, erosa. Non c’era più follia in quel volto. Solo un vuoto profondo, l’abisso di un uomo che aveva visto il suo dio svanire in un lampo di sanificazione.
«Dottor Alessandro Ferrante,» disse Bianchi, la voce bassa ma carica di un’autorità che riempiva il corridoio desolato, «in nome della legge, la dichiaro in arresto per sequestro di persona, omicidio colposo di Matteo Costa, detenzione illegale di apparecchiature…» Esitò un attimo, cercando le parole per definire l’indicibile. «…per esperimenti non autorizzati e pericolo pubblico.»
Ferrante sbatté le palpebre, lentamente. «L’omicidio di Costa fu un incidente. Il dispositivo di sanificazione… reagì in modo imprevisto. Una transizione di fase involontaria.» La sua voce era piatta, priva di qualsiasi emozione, come se recitasse un rapporto tecnico.
«Lo racconterà al giudice,» tagliò corto Bianchi, dandogli una leggera spinta verso il corridoio. «Leonetti, chiama i rinforzi e una ambulanza. Controlla lui.» Accennò a Conti, che si reggeva in piedi barcollando, appoggiato al muro.
Sofia Leonetti annuì, già con il radio alla bocca. «Qui Leonetti, settore Alpha. Richiedo immediato supporto medico e rinforzi al punto di accesso principale del parcheggio BNL. Abbiamo un ferito lieve e un arrestato. Situazione… contenuta.» La sua voce era professionale, ma lo sguardo che incrociò quello di Erica era carico di una domanda silenziosa, di un’inquietudine che andava oltre il protocollo.
Erica non la sentiva. Tutta la sua attenzione era per Paolo. Lui aveva gli occhi chiusi, le palpebre che tremavano come se dietro di esse danzassero ancora i fantasmi delle sue infinite versioni. Il suo respiro era superficiale, irregolare.
«Paolo,» sussurrò, accarezzandogli la guancia. La pelle era sudata, fredda. «Paolo, sono qui. È finita.»
Le sue palpebre si sollevarono. Gli occhi azzurri, annebbiati, la cercarono e la trovarono. Per un terribile istante, Erica vide in loro un lampo di estraneità, come se la persona che la stava guardando non fosse del tutto sicura di chi fosse lei. Poi la nebbia si diradò. La riconobbe. Un dolore immenso, puro, attraversò quel suo sguardo.
«Erica,» mormorò, la voce un graffio. «Li hai visti anche tu?»
La domanda le trafisse il petto. *Li hai visti anche tu?* I Paolo alternativi. La bambina-fantasma che l’aveva chiamata mamma. Il parco di un universo che non era il loro. Annuì, incapace di parlare, stringendo ancora più forte la sua mano.
«Erano… ovunque,» continuò lui, gli occhi che si perdevano nel soffitto basso. «Come sogni che si sovrappongono. Sentivo… sentivo le loro vite. Frammenti. Un Paolo che prendeva il treno delle sette. Un altro che litigava con te per… per non ricordo cosa. Un altro che era felice.» La sua voce si ruppe. «Erano tutti veri. Per un attimo, sono stato tutti loro.»
«Non ora, Paolo,» disse Erica, ma era troppo tardi. La diga si era rotta.
«C’era una versione di me che non ti aveva mai conosciuta,» disse, le parole che uscivano a fiotti, confuse. «Era più leggero. E un’altra… un’altra in cui eravamo ancora insieme, ma tu eri diversa. Avevi i capelli più corti. E c’era… c’era la bambina. La sentivo. La sentivo come se fosse mia figlia.» Un singhiozzo gli scosse il corpo. «Dio, Erica, mi mancava. Mi mancava anche se non è mai esistita.»
Erica sentì le viscere contrarsi. L’eco di quella vita parallela, che per mesi aveva vissuto solo come un’immagine su uno schermo, ora aveva una risonanza nella carne dell’uomo che amava. Era dentro di lui. Una memoria fantasma, un lutto per qualcosa che non era mai stato eppure, in qualche ramo della realtà, *era*.
Il rumore di passi frettolosi risuonò nel corridoio. Due paramedici in uniforme giallo-verde spingevano una barella, seguiti da un uomo più anziano con una borsa nera e l’aria di chi non si stupisce più di nulla. I rinforzi di Bianchi, due agenti giovani con il volto teso, si posizionarono ai lati del corridoio.
Il medico, il dottor Varese, diede un’occhiata rapida alla scena: il corridoio devastato, le pareti annerite in punti dall’energia della sanificazione, Ferrante ammanettato, Conti che tremava. I suoi occhi si posarono su Paolo, ancora a terra tra le braccia di Erica.
«Lui è il paziente?» chiese, la voce roca. Senza aspettare risposta, si inginocchiò accanto a loro. Tirò fuori una piccola torcia e sollevò delicatamente la palpebra di Paolo. La pupilla si contrasse, ma con una lentezza innaturale. «Reazione pupillare rallentata. Stato confusionale. Esposizione a cosa?»
Bianchi e Leonetti si scambiarono un’occhiata. «Agenti non convenzionali, dottore,» disse infine l’ispettore, scegliendo le parole con cura. «Campi energetici… sperimentali.»
Varese fece un rumore gutturale, di comprensione e fastidio. «QuantumTech. Lo immaginavo. Li abbiamo già avuti in ospedale, per “incidenti di laboratorio”.» Aprì la borsa e prese un saturimetro, applicandolo al dito di Paolo. I numeri ballarono sullo schermo prima di stabilizzarsi su valori bassi ma non critici. «Livelli di coerenza neurale sono una zuppa. Ha avuto convulsioni?»
«Non che abbiamo visto,» rispose Erica, la voce che le tremava. «Era… era dentro quella macchina.»
Varese la guardò per la prima volta, e nei suoi occhi dietro le lenti spesse Erica lesse una compassione professionale, ma anche una curiosità scientifica accesa. «E lei?»
«Sto bene,» mentì lei, stringendo il cilindro spento nell’altra mano. Lo sentiva, freddo e morto, eppure il suo palmo ricordava ancora il calore pulsante, il potere di aver attirato un intero universo verso un unico punto.
«Lo vedremo,» borbottò Varese. Poi si rivolse ai paramedici. «Sollevatelo con cautela. Trauma cranico da escludere, ma la priorità è la destabilizzazione neuro-chimica. Prepariamo un cocktail di stabilizzatori a largo spettro. E monitorate l’EEG come se fosse un sismografo prima del terremoto.»
Mentre i paramedici sollevavano Paolo con delicatezza sulla barella, la sua mano scivolò via da quella di Erica. Il distacco fu un dolore fisico. Lui la cercò con lo sguardo, disorientato.
«Vengo con te,» disse Erica, alzandosi. Le gambe le tremavano.
«Signora, deve rimanere,» intervenne Bianchi, posando una mano pesante ma non aggressiva sulla sua spalla. «Devo sentire la sua deposizione. Ora. Mentre è tutto fresco.»
«Mio marito ha bisogno di me.»
«E la verità su quello che è successo qui ha bisogno di lei,» ribatté l’ispettore, la voce più morbida di quanto Erica si aspettasse. «Leonetti l’accompagnerà in ospedale appena avremo finito. Ma prima, devo capire. Per Paolo, per Costa, per tutti.»
Erica guardò la barella che si allontanava lungo il corridoio, scortata da un agente. Poi guardò Ferrante, che ora fissava il pavimento, e Conti, che si lasciava visitare da un paramedico con l’aria di un sonnambulo. Il cilindro pesava nella sua tasca. La verità era un mostro a più teste, e tutte mordevano.
«D’accordo,» sussurrò.
Bianchi la condusse in una stanza laterale, non molto più grande di un ripostiglio, che doveva essere stata una postazione di sicurezza. C’erano un tavolo di metallo, due sedie pieghevoli e uno scaffale vuoto. L’aria era ancora viziata dall’odore della sanificazione, ma sotto si percepiva qualcos’altro: un’assenza. Come se il ronzio di fondo del mondo, quello che non si sente mai finché non cessa, qui fosse stato cancellato. Un silenzio di vuoto quantistico.
Leonetti entrò con loro, chiudendo la porta. Si appoggiò allo scaffale, incrociando le braccia, il suo tablet spento stretto al petto come uno scudo. I suoi occhi verdi erano febbrili, fissi sul rigonfiamento nella tasca di Erica.
Bianchi non si sedette. Rimase in piedi, la sua mole che riempiva lo spazio angusto. «Partiamo dall’inizio, Erica. Dalla seconda chiavetta. Quella con il video del parco.»
Erica chiuse gli occhi. Il parco. L’uomo con gli occhiali. La bambina. *Mamma*. «Ve l’ho già detto tutto.»
«No,» disse Leonetti, la voce che usciva a scatti, come se stesse formulando pensieri a metà. «Ci ha detto cosa vedeva. Non ci ha detto cosa *sentiva*. Quando l’ha guardato, la prima volta. Prima della rabbia, prima della paura. C’è stato un momento, anche solo un millisecondo, in cui le è sembrato… familiare?»
La domanda la colpì come un dardo. Era la domanda che si era negata per mesi. Aprì gli occhi. Sofia la stava guardando con un’intensità da scienziata, non da poliziotta. Cercava dati. Prove soggettive.
«Sì,» ammise Erica, la parola che le usciva come una confessione rubata. «Per un attimo. L’angolo del parco, il modo in cui la luce filtrava attraverso gli alberi… mi ha ricordato un posto dove sono stata da bambina, a San Paolo. Un posto che non pensavo di ricordare. E la bambina…» La voce le si incrinò. «Avevo la sua stessa fossetta sul mento. Quando sorrideva.»
Bianchi annuì, come se un pezzo di un puzzle si fosse incastrato. «E il cilindro? Come l’ha trovato, esattamente?»
Erica raccontò di Ginevra Rossetti, del vicolo, del cassonetto. Della luminescenza azzurrina. Mentre parlava, la sua mano sinistra strinse involontariamente il cilindro nella tasca. Freddo. Inerte. Eppure, sotto le dita, le parve di sentire una vibrazione residua, un’eco di frequenza così bassa da essere più un tremore osseo che un suono. Come il ronzio di un trasformatore in una notte silenziosa, ma interno a lei.
Leonetti si raddrizzò, il respiro che le si fece più rapido. «“Aggregato di dati”. Non “persona”. Aggregato. Come se fosse un… pacchetto di informazioni coerenti. Una firma quantistica unica che si ripete attraverso i rami.» Si passò una mano sui capelli rossi, un gesto di frustrazione pensierosa. «Ispettore, quello che Ferrante stava facendo… non era solo spiare. Stava *cercando* qualcosa. O qualcuno. Erica.»
«Perché?» chiese Bianchi, lo sguardo che tornava su di lei.
Erica estrasse il cilindro. Lo posò sul tavolo di metallo. Opaco. Senza vita. Ma mentre le sue dita si staccavano dalla superficie liscia, un brivido le corse lungo l’avambraccio. Non dolore. Riconoscimento. Come toccare la maniglia di una porta di casa dopo anni di assenza.
«Perché io… ricordo?» ipotizzò, sentendo l’assurdità delle parole. «Perché quando ho visto il video, ho riconosciuto qualcosa che non avrei dovuto conoscere?»
«Più che ricordare,» intervenne Leonetti, le parole che si accavallavano. «Ha *risuonato*. La sua firma quantistica – l’essenza di ciò che la rende Erica in *qualsiasi* universo – ha una stabilità insolita. Quando è stata esposta a un’immagine di un suo altro sé, invece di respingerla come un falso, il suo cervello… l’ha accettata come una possibilità. Ha creato un ponte di coerenza. Debole, ma reale. Ferrante l’ha rilevato. E ha usato Paolo, che lavorava qui sopra e aveva una firma quantistica legata alla sua, come esca. Come faro per attirarla qui, dove il ponte poteva essere amplificato.»
Mentre Leonetti parlava, Erica fissava il cilindro. Non era solo un oggetto. Era un *riflettore*. In quel corridoio, quando l’aveva attivato, non aveva semplicemente emesso luce. Aveva preso il caos urlante di infinite possibilità – quel cubo di punti luce impazziti – e l’aveva focalizzato. Come una lente gravitazionale che piega la luce di una galassia lontana in un unico, nitido anello. Lei era stata la lente. Il cilindro, lo strumento. E Paolo, il punto focale.
«La bambina,» mormorò Erica, non come una domanda, ma come una constatazione. La sua voce sembrò risuonare nel metallo del tavolo. «Nel video. E quella che ho visto qui, prima che tutto… svanisse. Era reale?»
Leonetti abbassò lo sguardo verso il cilindro, poi verso Erica. «In un ramo della realtà, sì. In quel ramo, lei è sua madre. Ferrante ha estratto un’immagine di quella realtà. Poi, quando lei ha attivato questo» – indicò il cilindro con un cenno del mento – «che è un trasmettitore di firma quantistica, un amplificatore personale… ha focalizzato il ponte. Per un istante, ha portato quel ramo così vicino al nostro che… che ne abbiamo percepito gli echi.»
*Mamma.* La parola-eco le bruciò nell’anima. Non era un inganno. Era un saluto da un’altra vita, da una figlia che in questo universo non sarebbe mai nata. Un lutto improvviso, acuto e assurdo, le serrò la gola. Il cilindro sul tavolo le sembrò improvvisamente pesante, non di grammi, ma di possibilità soppresse. Di vite non vissute.
Bianchi osservò la sua reazione. Il suo volto duro si ammorbidì di un grado. «E suo marito? Cosa gli è successo, esattamente?»
«L’hanno usato come sorgente di risonanza,» disse Leonetti, la voce che perdeva il frenetico per diventare piana, quasi clinica. «La sua firma è intrecciata a quella di Erica. Tenendolo nell’Interfaccia, immerso in un campo che sovrapponeva infinite sue versioni, creavano un segnale potentissimo, un richiamo specifico. Lo stavano… dissolvendo. Sfumando i confini della sua identità per renderlo un conduttore migliore. Se Conti non avesse attivato il Protocollo Omega, che ha azzerato tutti gli stati quantistici non nativi, Paolo Di Girolamo sarebbe semplicemente svanito. Dissipato in un rumore di fondo tra i mondi.»
Erica portò le mani al viso. Il sollievo di averlo riavuto si mescolava all’orrore di aver capito quanto pericolosamente vicino lo avesse perso per sempre. Non in morte, ma in qualcosa di peggio: nell’oblio tra le realtà. Le sue dita erano fredde. Toccò di nuovo il cilindro, quasi per assicurarsi che fosse ancora lì, che fosse stato reale. Il metallo era tornato tiepido, assorbendo il calore del suo palmo.
«E ora?» chiese, la voce soffocata dalle mani. «Adesso che è… sanificato? Cosa gli rimane?»
Leonetti scambiò un’occhiata con Bianchi. «Non lo sappiamo,» ammise, onesta. «Nessuno è mai stato esposto così a lungo e poi “riportato indietro”. Potrebbe avere… ricordi intrusivi. Sensazioni fantasma. Come un arto amputato che duole ancora.»
Bianchi si schiarì la voce. «La sua deposizione, Erica, è fondamentale. Ferrante e QuantumTech hanno amici potenti, risorse. Senza la sua testimonianza, e senza le prove fisiche» – indicò il cilindro – «potrebbero cercare di insabbiare tutto. Lei è la chiave.»
Erica abbassò le mani. Il dolore era ancora lì, acuto, ma sopra di esso stava salendo qualcos’altro. Una rabbia fredda, cristallina. Non era più la rabbia cieca della gelosia per un video fasullo. Era la rabbia precisa di chi è stato usato, smembrato. Guardò il cilindro. Non era un oggetto passivo. Era stato un’estensione della sua volontà. In quel caos, aveva scelto un Paolo, il *suo* Paolo, e lo aveva ancorato con la forza bruta del suo essere. Con un grido silenzioso che aveva viaggiato più veloce della luce, lungo sentieri di probabilità che la fisica non aveva ancora mappato.
«Cosa devo fare?» chiese, guardando Bianchi dritto negli occhi.
«Venire in questura. Registrare tutto. Formalmente. Poi, andare da suo marito.» Fece una pausa. «E prepararsi. Perché quello che è successo qui stasera… non è una conclusione. Ferrante ha parlato. Ha detto che lei è un’anomalia. E le anomalie, in un sistema che qualcuno vuole controllare, o vengono eliminate, o vengono studiate.»
Fuori, nel corridoio, si sentì il rumore dei rinforzi che portavano via Ferrante. I suoi passi erano lenti, misurati. Non c’era traccia di lotta.
Erica prese il cilindro. Lo strinse nel pugno. Non era più tiepido. Scaldava, come una batteria che si ricaricasse a contatto con la sua pelle. Nella sua mente, per un frammento di secondo, non vide il corridoio rosso di emergenza, ma il vuoto grigio-perla dell’Interfaccia. E in quel vuoto, non solo la bambina che svaniva. Vide altre forme, altre silhouette appena abbozzate, che si voltavano verso il punto in cui lei era stata. Non erano minacciose. Erano… attente. Curiose. Come se il suo segnale, il suo grido di ancoraggio, fosse stato un faro acceso in una notte cosmica di possibilità dormienti.
Un faro che qualcuno, da qualche ramo della realtà, poteva aver visto.
Prese un respiro profondo, l’odore sterile dell’ospedale futuro che già le riempiva i polmoni, coprendo ma non cancellando il dolciastro fantasma della polvere stellare.
«Andiamo,» disse. E il cilindro, nel suo pugno chiuso, pulsò una volta, sordo e distante, come il battito di un cuore attraverso anni luce di vuoto.