Capitolo 5

Capitolo 5

Le infinite versioni di Paolo si voltarono.

Non fu un movimento simultaneo. Fu un’onda che si propagò attraverso il cubo di punti luce, un’eco di volti che si susseguiva come un domino cosmico. Alcuni erano familiari: il suo Paolo, con quella stanca piega della bocca. Altri erano stranieri: un Paolo con una cicatrice sulla guida, uno con i capelli grigi, uno con gli occhi ancora pieni di una speranza che il suo aveva perso da anni. E altri ancora erano… sbagliati. Contorni sfocati, occhi vuoti come schermi spenti, sagome che si dissolvevano e si ricomponevano in un ciclo perpetuo.

Tutti guardavano Erica.

Il ronzio dell’Interfaccia di Dirac non era più un suono. Era una pressione fisica sui timpani, una colonna d’aria vibrante che le schiacciava i polmoni. L’odore di ozono bruciato si era mescolato a qualcosa di dolce e marcio, come fiori lasciati marcire in un vaso sigillato.

«Non guardarli,» ringhiò Bianchi, ma la sua voce fu strappata via dalla cacofonia. La sua pistola tremava, ancora puntata su Ferrante.

Sofia Leonetti era accovacciata vicino alla barriera grigia, le dita che tastavano la superficie opaca. Il suo tablet proiettava un fiume di equazioni impazzite. «È probabilità congelata, ispettore. Non si abbatte. Si dissolve solo se la coerenza quantistica del sistema crolla.»

«E come si fa?» urlò Erica, incapace di distogliere lo sguardo dal *suo* Paolo, quello al centro del cubo, piegato su se stesso come per tenersi insieme.

Leonetti indicò l’Interfaccia con il mento. «Spegnendo *quello*. O uccidendo la fonte di coerenza.» I suoi occhi verdi, acuti e spaventati, si posarono su Erica. «Sei tu che stai alimentando il ponte. La tua firma quantistica… è come un diapason. Li sta risuonando tutti.»

Ferrante rise, un suono leggero che tagliò il lamento della macchina. Si era avvicinato alla finestra, il viso illuminato dal balletto di luci al suo interno. «Non “risuonando”, agente. *Sincronizzando.*» Si voltò, e la luce del cubo gli danzava negli occhi scuri, rendendoli pozzi di stelle in movimento. «Erica, non capisci la meraviglia? Sei un’anomalia che si ricorda. Solo *tu* hai visto l’altro ramo. E il semplice atto di averlo riconosciuto ha creato un ponte.»

«Mio marito,» disse Erica, la voce un filo di rasoio. «Cosa gli avete fatto?»

«Niente che non fosse già scritto nella geometria del multiverso,» rispose Ferrante. La sua calma era di ghiaccio. «Paolo, in questo ramo, ha trovato echi. Echi di altri rami che interferivano con il nostro. Ha costruito dei fari per localizzarli.» Un gesto vago verso il cubo, dove una sagoma di Paolo svanì in una nuvola di scintille. «Quello che hai in mano è uno dei suoi prototipi.»

Erica strinse il cilindro nella tasca. Freddo.

«L’ha usato per trovarti,» continuò Ferrante. «Perché tu, tra tutte le infinite Eriche, eri l’unica contaminata. Un ricordo fantasma. Quando lui ha attivato il faro, tu hai risposto. Il video che hai visto non è stato *inviato*. È stato *estratto*. Un’istantanea di un ramo adiacente.»

Le parole colpirono Erica come pugni. La nostalgia fisica per una felicità che non era mai stata sua, ma che in qualche angolo dell’esistenza, *era*.

«Il primo video…» mormorò.

«Una contro-misura,» disse una voce roca. Conti si era trascinato in piedi, appoggiato alla parete. Il suo volto era cereo, ma gli occhi bruciavano. «Paolo stava cercando di avvertirti. Alessandro ha intercettato la comunicazione. Ha creato il video del “tradimento” estraendolo da un ramo dove Paolo aveva effettivamente una relazione. Sapendo che la rabbia… avrebbe amplificato la tua instabilità. Ti avrebbe resa un bersaglio più luminoso.»

«Un catalizzatore emotivo,» annuì Ferrante, senza rimorso. «Il dolore concentra l’attenzione cosciente. Ti ha fissata in questo momento, rendendoti il perfetto ancoraggio.»

«E Matteo Costa?» domandò Bianchi, la sua voce pericolosamente calma.

Ferrante sospirò, come infastidito. «Stava per divulgare le anomalie. Il dispositivo di sanificazione che ha usato Valerio…» Un cenno verso Conti, che rabbrividì, «…è andato oltre i parametri. Una transizione di fase involontaria. Pulito.»

«Avete ucciso un uomo,» sibilò Bianchi. «Per i vostri esperimenti.»

«Per la *scoperta*!» tuonò Ferrante, e la sua calma si incrinò, rivelando la follia fervente sotto la superficie. «Stiamo guardando oltre il velo! Paolo non è un prigioniero. È un pioniere! Sta vivendo, simultaneamente, frammenti di tutte le sue vite possibili.»

Nel cubo, il Paolo centrale emise un suono. Non un grido. Un gemito basso, viscerale, che sembrava contenere un coro di voci soffocate. La sua sagoma tremò violentemente.

«Lo state uccidendo,» disse Erica. Una constatazione, fredda e tagliente come il metallo del cilindro. «La sua mente non può reggerlo.»

«La mente umana è più resiliente di quanto creda,» replicò Ferrante. «Immagina, Erica! Immagina di poter raggiungere il ramo in cui tua figlia esiste. Di vivere la vita in cui sei più felice. Non è questo il sogno ultimo?»

Era una tentazione perversa. Erica guardò le infinite versioni di Paolo, e vide in alcuni volti una pace che il suo Paolo non aveva mai conosciuto. In altri, un dolore ancora più profondo.

«Non esiste un “migliore”,» mormorò Leonetti, come se avesse letto il suo pensiero. Fissava il tablet, pallida. «Sono tutti ugualmente reali. Sceglierne uno è un atto di violenza cosmica.»

«Silenzio!» urlò Ferrante. Il suo volto era contratto. «La sequenza è completa. Ora viene la fase due: il trasferimento selettivo. Possiamo diventare la somma di tutte le nostre possibilità!»

Alzò la mano verso il pannello.

«No!» l’urlo venne da Conti. Non si lanciò verso Ferrante, ma verso la barriera. Picchiò i pugni contro la superficie opaca. «Alessandro, fermati! La coerenza di Erica non è stabile! Se tenti di estrarre dati attraverso di lei, rischi un collasso ricorsivo! Potresti far collassare *tutti* i rami adiacenti!»

Ferrante lo ignorò. Il suo dito si posò su un pulsante.

Erica non pensò. Agì.

Strappò il cilindro dalla tasca e lo puntò verso il cubo. Verso Paolo. Seguiva un impulso primordiale, venuto dal profondo di quella contaminazione cognitiva.

Il cilindro non si illuminò.
*Si svegliò.*

Un impulso di luce cobalto, puro e silenzioso, esplose dalla fessura. Un’onda sferica che si espanse da Erica, attraversando la barriera grigia come se non esistesse.

Per un istante, tutto il rumore cessò.

Poi, il cubo di luce *urlò*.

I milioni di punti luminosi impazzirono, accelerando in un turbine bianco accecante. Le sagome di Paolo si contorsero, si fusero, si frantumarono. Il ronzio divenne un fischio acuto che trapanò il cervello.

Ferrante barcollò, portandosi le mani alle orecchie. «Cosa hai fatto?! Stai destabilizzando la risonanza!»

Ma non era destabilizzazione. Era qualcos’altro.

La sfera di luce cobalto si era posata sul cubo, avvolgendolo. E dentro quel vortice, una sola sagoma iniziò a solidificarsi. Il Paolo centrale. Gli altri volti, le altre vite, si allontanarono, sfocandosi, dissolvendosi nel grigio perlaceo come sogni al risveglio. Si ritirarono.

Il ponte si era focalizzato.

Il cilindro pulsava ora con un battito regolare, caldo, quasi umano. Un battito che sentiva risuonare nel suo petto.

«Ha… ha selezionato un ramo,» sussurrò Leonetti, sbalordita. Sul tablet, le equazioni caotiche si erano riorganizzate in un pattern stabile. «Il segnale di firma… ha agito da filtro. Ha isolato la nostra linea di coerenza.»

Nel cubo, ora c’era solo Paolo. Reale, i lineamenti nitidi anche se straziati. Aprì gli occhi. Li fissò su Erica. E per la prima volta, quello sguardo era completamente lucido, completamente *suo*.

«Erica,» disse la sua voce, chiara, proveniente dagli altoparlanti. «Spegni il faro. Ora.»

Ferrante si riprese. Con un ringhio, si scagliò contro il pannello. «No! Se non possiamo avere il multiverso, avremo almeno i suoi frutti!»

Premette una sequenza.

Dall’Interfaccia non uscì più luce. Usci *suono*. Una melodia semplice, infantile, distorta da un velo di staticità. Una ninna nanna.

Erica la riconobbe all’istante. La stessa che fischiettava a volte, senza sapere perché.

E dal vuoto grigio alle spalle di Paolo, una nuova forma iniziò a materializzarsi. Più piccola. Una silhouette di una bambina.

«No,» gemette Paolo, voltandosi. «No, per favore.»

La forma divenne più definita. I capelli scuri, legati in due codicine. Un vestitino a fiori. Il viso sfocato, come se la realtà si rifiutasse di metterlo a fuoco, ma la postura… era la bambina del video.

Ferrante rise, un suono isterico. «Vedi? L’eco rimane! La felicità che hai perduto! Possiamo sovrascrivere questo ramo con uno migliore!»

«Non è reale,» urlò Paolo, afferrando le barre invisibili. «È un ricordo quantistico! Se la materializzi qui, la destabilizzi! La uccidi!»

La bambina-fantasma alzò una mano. La sua bocca si mosse. Solo un sussurro di neve televisiva. Ma Erica *sentì* la parola, impressa direttamente nella corteccia come un ricordo imploso.

*Mamma.*

La barriera grigia sfarfallò. Il campo di contenimento vacillò sotto il contraccolpo delle due forze contrastanti.

«Ora!» gridò Bianchi.

Si rivolgeva a Conti.

Il fisico, ancora appoggiato al muro, lo guardò. I suoi occhi scuri passarono da Ferrante, alla bambina-fantasma, a Paolo nel cubo. Vide la disperazione di Erica. Vide la follia trionfante del suo mentore. Per un attimo, il suo volto fu un campo di battaglia: l’ambizione dello scienziato, la complicità del complice, il rimorso dell’uomo. Poi, qualcosa in lui si spezzò. Chinò la testa. Con uno sforzo tremendo, allungò una mano e premé una sequenza su un tastierino nascosto.

Un nuovo ronzio, basso e meccanico, si levò dalle pareti. Sistemi di emergenza che si risvegliavano.

Una voce fluida, metallica, riempì il corridoio. **«Rilevata instabilità di coerenza di Livello Omega. Protocollo di Sanificazione Totale attivato. Sessanta secondi.»**

Ferrante impallidì. «Custode! Annulla! Autorizzazione Ferrante-Alpha!»

**«Autorizzazione riconosciuta. Priorità sovrascritta da Protocollo Omega: Contenimento Collasso Quantistico. Cinquanta-nove secondi.»**

«Cos’ha fatto?» urlò Erica.

«L’ultima opzione,» rispose Conti, spossato, scivolando a terra. «Il sistema autonomo. Considera questa instabilità un rischio esistenziale. Sterilizza l’area. Azzera qualsiasi stato quantistico non nativo. Un ripristino di fabbrica.»

«Ucciderà Paolo! Ucciderà tutti!»

«Ridurrà tutto a vuoto quantistico,» confermò Leonetti, il volto terreo. **«Un hard reset.»**

**«Quarantacinque secondi.»**

Caos. Ferrante imprecava, picchiando sul pannello. Bianchi e Leonetti cercavano un modo per forzare la barriera tremula.

E Erica guardava Paolo. Paolo che la guardava a sua volta. In quello sguardo non c’era più paura. C’era una triste, immensa tenerezza. E una richiesta.

Lei alzò di nuovo il cilindro. Ora sapeva. Non era un’arma. Era un *accordatore*.

L’unica nota che poteva suonare per salvare l’uomo che amava era la sua stessa firma. L’essenza di ciò che era, in *questo* ramo.

Chiuse gli occhi. Non pensò alla bambina-fantasma, alla vita che non aveva vissuto. Pensò al profumo del caffè di Paolo la mattina. Alla sua risata strozzata. Alla sensazione della sua mano nella sua, solida e reale, in quattro anni di vita insieme, in *questa* vita.

E spinse quel ricordo, quella certezza, attraverso il cilindro.

L’impulso di luce cobalto divenne dorato. Caldo. Si diresse verso Paolo, non per liberarlo, ma per avvolgerlo, per ricoprirlo come uno scudo.

**«Trenta secondi.»**

«Cosa sta facendo?» chiese Bianchi.

«Sta rinforzando la sua coerenza locale,» spiegò Leonetti, stupita. **«Sta dicendo al multiverso: “Questo è il mio ramo”. Sta ancorandolo così saldamente che l’impulso di sanificazione… forse… lo riconoscerà come nativo.»**

**«Quindici secondi.»**

Il cubo di luce iniziò a dissolversi. I bracci meccanici si ritrassero. Paolo, avvolto nella luce dorata, rimase sospeso nel vuoto grigio che si ritirava. La bambina-fantasma era già svanita, il suo sussurro spento per sempre.

Ferrante lanciò un ultimo, disperato sguardo alla sua creazione che si disfaceva. Poi i suoi occhi incontrarono quelli di Conti. Non c’era rabbia. Solo una delusione infinita. «Potevamo vedere Dio, Valerio,» sussurrò. «E tu hai chiuso gli occhi.»

**«Cinque secondi.»**

La barriera grigia crollò. Si frantumò in milioni di scaglie di luce spenta.

«Erica!» urlò Bianchi, tuffandosi in avanti.

Lei non si mosse. Rimase in piedi, il braccio teso, il cilindro che pulsava di luce dorata, legata a Paolo da un filo di pura intenzione.

**«Uno.»**
**«Sanificazione.»**

Silenzio assoluto. Poi, un lampo bianco che non ferì gli occhi, perché non era luce. Era l’assenza di tutto. Per un istante che durò un’eternità, Erica non fu né viva né morta, né qui né altrove. Fu solo un ricordo: la mano di Paolo nella sua.

Poi, il mondo ritornò.

Era stesa sul pavimento di linoleum, il volto premuto contro il freddo. Un ronzio acuto le riempiva le orecchie. Si sollevò a fatica.

Il corridoio era intatto. Luci di emergenza rossastre. Odore sterile, da ospedale dopo una pulizia profonda.

Davanti a lei, l’Interfaccia di Dirac era spenta. Opaca, muta. Del cubo, dei bracci, non c’era più traccia. Solo una stanza vuota.

E sul pavimento, al centro, giaceva un corpo.

Paolo.

Erica si alzò, le gambe che cedevano. Oltrepassò Bianchi e Leonetti che si rialzavano storditi. Oltrepassò Conti, che singhiozzava silenziosamente a terra. Oltrepassò Ferrante, immobile come una statua, gli occhi fissi sul nulla.

Cadde in ginocchio accanto a lui. Il suo viso era pallido, segnato. Ma respirava. Un respiro leggero, regolare.

Lo toccò. La pelle era calda. Viva.

Lui aprì gli occhi. Li focalizzò su di lei, lentamente.

«Erica?» un sussurro roco.

«Sono qui,» disse lei, le lacrime che finalmente le solcavano il viso. «Sono qui, amore.»

Lui la guardò, e nei suoi occhi azzurri non c’era la vertigine dell’infinito. C’era solo riconoscimento. E un dolore familiare, umano. «Ho… ho sognato…» mormorò, confuso. «Non ricordo. Ma tu… mi hai tenuto la mano.»

Erica strinse la sua mano, reale e solida tra le sue. «Sì. Te l’ho tenuta.»

Alle sue spalle, il suono metallico delle manette. Bianchi ammanettava un Ferrante docile. La realtà si era richiusa. Aveva espulso il corpo estraneo del possibile, sigillando la ferita con il fuoco della sanificazione.

Ma mentre teneva la mano di Paolo, mentre sentiva il cilindro dorato, ora spento e freddo nell’altra, Erica sapeva.

La ferita non era guarita. Si era solo cicatrizzata. E sotto quella cicatrice, l’eco di altre vite continuava a pulsare. Un sussurro nel sangue. Una domanda che ora viveva dentro di lei per sempre:

*E se?*