Capitolo 4

Capitolo 4

La luce bianca che avvolgeva Ferrante pulsò, un battito sincrono con il ronzio che ora non era più solo un suono. Era una vibrazione che saliva dalle ossa del pavimento, che faceva tremolare le dita di Erica ancora strette attorno al cilindro, ora freddo e inerte. Lo stomaco le si rivoltò, non per paura, ma per un improvviso, vertiginoso sfarfallio della gravità. Per un istante i suoi piedi persero aderenza, poi ricaddero pesanti, come di piombo.

«Polizia! Fermatevi!» La voce di Bianchi rimbombò nel corridoio, ma le parole sembravano perdere sostanza, assorbite dall’aria densa di ozono e da quel nuovo odore, dolciastro e antico, di polvere stellare compressa.

Ferrante non si voltò. La sua sagoma, avvolta in quel bagliore innaturale, rimase immobile davanti alla porta circolare dell’Interfaccia. Poi, lentamente, alzò una mano verso il pannello di controllo.

«Non lo fate,» gemette una voce da terra. Conti era accasciato contro la parete, le mani che stringevano la testa. Il suo volto era una maschera di dolore fisico. «Alessandro, per l’amor di Dio, non attivare la sequenza di sincronizzazione. Non con lei qui. La coerenza è già al limite del—»

Un *clic* metallico, secco, interruppe le sue parole. Il ronzio cambiò tono, scendendo di un’ottava, diventando un lamento viscerale che fece contrarre lo stomaco a Erica. Il vuoto grigio perlaceo dietro il vetro dell’Interfaccia si agitò. I milioni di punti luce all’interno del cubo accelerarono la loro danza, formando vortici, schemi geometrici che bruciavano la retina e che sembravano *muoversi*, estendersi oltre i confini del vetro. Erica vide per un attimo un motivo frattale pulsare sulla parete di fronte, poi svanire.

«Agente Leonetti,» ringhiò Bianchi, la pistola sempre puntata, ma il suo sguardo scattò verso Erica per un microsecondo. «Portala via. *Subito.*»

Sofia Leonetti non aveva bisogno di essere pregata due volte. Le sue dita si serrarono attorno al braccio di Erica con una presa da tenaglia. «Indietro. *Ora.*»

Ma Erica si divincolò. La sua attenzione era tutta per il cubo, per quella sagoma curva al suo interno. «Paolo!» urlò, la voce che si spezzava contro il lamento della macchina.

La sagoma si mosse. Un lento, doloroso sollevarsi della testa. I contorni erano fluidi, distorti come se visti attraverso l’acqua calda, ma era lui. Gli occhi socchiusi, la bocca che sembrava formare il suo nome.

«Eri… ca…»

La voce non veniva dall’interno del cubo. Sembrava arrivare da ogni dove, sovrapposta a se stessa, un coro di sussurri leggermente sfalsati. Come se dieci Paolo parlassero tutti insieme, con un ritardo infinitesimale. Erica *sentì* quelle voci non solo nelle orecchie. Le sentì come un formicolio alla base del cranio, una risonanza nelle ossa mascellari.

«Soggetto Di Girolamo, mantieni la calma,» disse Ferrante, la sua voce ora amplificata, metallica. «La risonanza è positiva. L’aggregato Prime è in prossimità. Procediamo.»

«Fermati!» L’urlo di Erica si perse nel crescendo. Sentì la mano di Leonetti di nuovo sul suo braccio, più forte. Stavolta la stava trascinando via, indietro lungo il corridoio da cui erano arrivate. Bianchi avanzava invece, passo lento e misurato, la pistola che cercava una linea di tiro pulita su Ferrante.

«Dottor Ferrante,» disse Bianchi, il tono forzatamente calmo. «Spenga quella macchina. *Ora.*»

Ferrante finalmente si voltò. Il suo volto, illuminato dal basso dalla luce bianca, era una maschera di estasi fanatica. Gli occhi scuri brillavano di un’intensità febbrile. «Ispettore, lei non comprende. Non si tratta di spegnere. Si tratta di *scegliere.*» Fece un gesto ampio verso l’Interfaccia. «Lui e lei sono la chiave. L’anomalia e il faro. Insieme possono ancorare il ponte.»

Il cubo di luce emise un lampo accecante. Un urlo soffocato, moltiplicato, uscì dagli altoparlanti nascosti. Paolo si contorse, la sua forma che sembrò sfarfallare, diventando per un istante due immagini sovrapposte, poi tre, poi di nuovo una. L’aria tra la porta e il gruppo si mise a tremare, a *piegarsi*, come l’asfalto in una giornata di caldo estremo.

«Basta!» urlò Bianchi, e il suo dito si serrò sul grilletto.

Non fece in tempo a sparare.

Dal pavimento, esattamente nel punto in cui era accasciato Conti, si sollevò una lastra di metallo grigio con la velocità di una tagliola. Non emise suono. Semplicemente *comparve*, formando una barriera tra Bianchi e Ferrante, tra Erica e l’Interfaccia. Erica non la vide arrivare; la *sentì*: un’onda di pressione che le schiacciò il petto, seguita da un silenzio improvviso e assoluto, come se qualcosa avesse risucchiato ogni frequenza sonora al di sotto di un certo livello. Sulla superficie opaca, assorbente, comparvero scritte in un carattere pulito e senza grazie: **PROTOCOLLO TETA ATTIVO. QUARANTENA OSSERVAZIONALE INIZIALIZZATA.**

«No!» Lo strillo di Erica fu di puro terrore. Si scagliò contro la barriera, i pugni che battevano sul metallo freddo e insensibile. Dall’altra parte, non si vedeva più nulla. Non Ferrante, non l’Interfaccia, non Paolo. Solo la parete grigia e quelle parole crudeli.

Il lamento della macchina era diventato un ruggito sordo, attutito dalla barriera, ma non del tutto spento. Era un basso profondo che risuonava nelle cavità del corpo. Le luci al neon nel corridoio si spensero tutte insieme, sostituite da una luminescenza rossastra di emergenza che tingeva ogni cosa di sangue.

«Erica, qui!» Leonetti la strattonò di nuovo, ma i suoi occhi non erano più solo spaventati. Erano calcolatori. Scrutava il corridoio, il soffitto, le pareti. «Lock-down totale. Quelle porte» – indicò le porte sigillate con i codici GAMMA-3 e DELTA-7 – «si saranno chiuse. Siamo intraposti.»

Bianchi si era avvicinato alla barriera, toccandola con la punta della pistola prima di appoggiarvi una mano. «Solida. Non un ologramma.» Si voltò verso Conti, che singhiozzava silenziosamente accanto alla base della barriera. «Tu. Come si disattiva?»

Conti scosse la testa, gli occhi persi. «Non si disattiva. Il protocollo Theta isola il nucleo in caso di contaminazione esterna o di picco di instabilità di coerenza.» Un singhiozzo convulso. «Ci ha chiusi fuori. Li ha chiusi dentro.»

«Dentro?» La voce di Erica era un filo di se stessa.

«Con l’Interfaccia a piena potenza,» mormorò Conti. «Stanno tentando la sincronizzazione forzata. Senza di lei come ancoraggio stabile su *questo* lato…» Non finì la frase. Non ce n’era bisogno.

Il pavimento sotto i loro piedi tremò. Non una scossa. Era una vibrazione diversa, più profonda, come se la struttura dello spazio-tempo locale stesse cambiando frequenza.

Poi, le voci.

All’inizio furono un sussurro, appena percettibile sotto il ruggito attutito. Provenivano dalle pareti, dal soffitto, dal pavimento. Voci sovrapposte, che parlavano tutte insieme, in lingue che suonavano quasi come italiano ma con cadenze storte, parole familiari usate in contesti impossibili. Ma non erano solo suoni. Con ogni frase, Erica percepiva un corrispettivo fisico.

*“…il pane è sul… cielo?”* – Un odore improvviso di lievito fresco, subito sostituito dall’ozono.
*“…domani pioveranno… ricordi…”* – Una sensazione di umidità sulla pelle, come una pioggia che non c’era.
*“…Paolo, perché hai dimenticato di… specchiarti?”* – Un lampo di luce riflessa negli occhi, accecante e breve.

Erica si portò le mani alle orecchie, ma non serviva. Le voci risuonavano nelle sue ossa, nella sua bocca. Sapeva di cannella. Perché sapeva di cannella?

«Non sono loro,» disse Leonetti, la sua voce stranamente ferma nel caos. Si era inginochiata, toccando il pavimento di linoleum con le punte delle dita. «È interferenza residua. Rumore di fondo quantistico. L’Interfaccia sta permettendo a stati di realtà adiacenti di ‘percolare’. Sono echi. Fantasmi di possibilità.»

Bianchi la guardò, un sopracciglio alzato. «Fantasma o no, dobbiamo uscire da questo corridoio prima che crolli quella porta o arrivi qualcos’altro.» Indicò la barriera. «Conti. C’è un altro modo per entrare?»

Conti scosse di nuovo la testa, disperato. «Il nucleo è sigillato. L’unico accesso è attraverso l’Interfaccia stessa, ma per quello serve…»

«Serve me,» completò Erica, abbassando le mani. Le voci-sussurri erano ancora lì, ma ora le ascoltava. Non erano minacciose. Erano confuse. Perse. Come lei. Un’idea, folle e lucida allo stesso tempo, cominciò a formarsi nella sua mente, alimentata dal panico e da quella strana, dolorosa nostalgia che il secondo video le aveva piantato in mezzo al petto. *L’anomalia che si ricorda di sé.*

Guardò il cilindro che ancora stringeva in mano. Era spento. Freddo. Un pezzo di metallo inutile. Ma Conti lo aveva chiamato “dispositivo di firma”. Il Guardiano aveva detto “firma quantistica non autorizzata”.

«Questo,» disse, alzando il cilindro. La sua voce non tremava più. «Questo mi ha portata qui. Ha aperto le porte.»

Conti fissò il cilindro, e nei suoi occhi apparve un barlume di comprensione folle. «È un trasmettitore di firma quantistica a banda stretta. Emette un segnale che dice ‘io sono qui’, in un linguaggio che l’Interfaccia riconosce.»

«E se lo riaccendo?» chiese Erica. «Qui. Adesso.»

«No!» esclamò Leonetti e Bianchi all’unisono.

«Sarebbe come lanciare un razzo segnalatore in una foresta piena di predatori di cui non conosciamo neanche la forma,» disse Leonetti, alzandosi. «Potresti attirare qualsiasi cosa. O peggio, potresti destabilizzare completamente il poco confine che resta.»

Erica guardò la barriera grigia. Da dietro, il ruggito dell’Interfaccia sembrava aumentare ancora di volume. Immaginò Paolo, lì dentro, distorto, moltiplicato, usato come antenna vivente. Immaginò la bambina del parco, Giulia. Immaginò se stessa, in un altro studio notarile, in un’altra Roma, che forse in quel momento stava baciando Paolo senza un dubbio al mondo.

Era stata lei a creare la divergenza. Forse poteva essere lei a suturarla. Non per unire i mondi. Per salvare il suo. Per salvare Paolo.

«Mi ha chiamata,» disse semplicemente. «Nella chiamata. Mi ha detto che mi cercava. Che la mia firma… risuonava con la sua.» Guardò Leonetti. «Ha detto ‘non sono solo’. Forse… forse non lo è.»

Prima che qualcuno potesse fermarla, strinse il cilindro con forza. Non accadde nulla. Il metallo rimase freddo e morto.

«Il segnale si attiva per prossimità a un lettore, o per stress fisico estremo,» borbottò Conti. «O forse… forse per intento cosciente. La firma quantistica non è solo un dato. È uno *stato*. È legata all’osservatore.»

Erica chiuse gli occhi. Non pensò a interruttori o a frequenze. Pensò al parco. Al sole caldo che non ricordava. Alla risata della bambina, una risata che le risuonava nelle ossa come una verità antica. Pensò alla mano di Paolo sulla sua, la sera prima della prima chiavetta. All’odore del suo caffè troppo forte. Alla rabbia cieca. Al senso di colpa. Pensò a tutte le Erica che potevano esistere. E tra tutte quelle possibilità, scelse di essere *questa* Erica. Quella spaventata. Quella che aveva sbagliato. Quella che voleva tornare indietro.

Un calore familiare pulsò nel suo palmo.

Apri gli occhi. Il cilindro non brillava di luce azzurrina. Emetteva un bagliore caldo, dorato, come un piccolo sole tenuto in mano. E non era l’unica cosa che brillava.

La barriera grigia davanti a loro cominciò a cambiare. La superficie opaca divenne traslucida, poi trasparente. Non rivelò la stanza dell’Interfaccia. Mostrò… un corridoio. Lo stesso corridoio in cui si trovavano, con le luci di emergenza rosse, con Bianchi, Leonetti e Conti. Ma c’erano delle differenze. Sottili, agghiaccianti. Il linoleum sul pavimento era di un grigio più chiaro. Una delle porte sigillate portava la scritta “GAMMA-4”, non “GAMMA-3”. E davanti alla barriera, che in quella visione era anch’essa trasparente, c’erano loro.

Erano loro, ma non lo erano.

Erica vide se stessa. Indossava una giacca diversa, di un blu che non possedeva. Il suo viso era più tirato, gli occhi cerchiati da una stanchezza diversa. Accanto a lei, l’agente Leonetti aveva i capelli sciolti, non raccolti. E l’ispettore Bianchi… Bianchi teneva la pistola abbassata, e guardava la *sua* versione di Erica con un’espressione di profonda, devastante pietà.

Nell’altro corridoio, l’altra Erica teneva in mano un cilindro identico, che brillava della stessa luce dorata. E i loro sguardi si incontrarono, attraverso lo specchio della realtà.

L’altra Erica aprì la bocca. Le sue labbra si mossero. Il suono che uscì dalla barriera era distorto, come proveniente da un fondo marino.

«…aiuto…»

Poi, dall’interno del nucleo, dall’altra parte della barriera *originale*, il ruggito dell’Interfaccia raggiunse un apice straziante. E la visione del corridoio parallelo si frantumò in mille schegge di luce bianca.

La barriera grigia scomparve.

Non si aprì. Semplicemente *non ci fu più*.

E quello che Erica vide, nella stanza dell’Interfaccia di Dirac, la fece urlare.

Ferrante era inginocchiato davanti al cubo, non in preghiera, ma in estasi scientifica. Il cubo stesso non era più un contenitore di punti luce. Era diventato una finestra. E attraverso di essa, non si vedeva più la sagoma di Paolo, ma una *proliferazione*.

Paolo era molti. Dieci, venti, cento sagome leggermente sfalsate, tutte sovrapposte, tutte in lieve movimento asincrono. Alcune sedute, alcune in piedi, alcune curve in posizioni di dolore. Un coro di possibilità fisiche. E al centro di quel groviglio di realtà, una forma più densa, più definita: il Paolo di *questo* ramo, gli occhi spalancati sulla pura, incomprensibile vertigine di essere simultaneamente se stesso e tutti gli altri.

Ferrante si voltò verso di lei. Il suo sorriso non era più solo fanatico. Era commosso.

«Vedi?» sussurrò, la voce piena di meraviglia. «Vedi cosa sei riuscita a fare? Hai ancorato il ponte. Ora possiamo vedere. *Tutto.*»

E dietro di lui, attraverso la finestra del cubo, le infinite versioni di Paolo cominciarono, una dopo l’altra, a voltarsi verso Erica.