Il cilindro pulsava nel vano portaoggetti, una stella azzurrina morente che batteva il tempo di un universo sconosciuto. Erica guidava con le mani che stringevano il volante come se fosse l’unica cosa reale in un mondo che si stava liquefacendo. Il messaggio sul telefono, ora spento e gettato sul sedile del passeggero, le bruciava nella mente: *Erica-Prime. Sincrotrasporto. Firma quantistica.*
Parole che non significavano nulla, eppure tutto.
La Banca Nazionale del Lavoro svettava in fondo a Via del Corso, un blocco di travertino e vetro riflettente che inghiottiva la luce dei lampioni. Di notte, con le saracinesche dei negozi abbassate e il traffico ridotto a un sussurro, sembrava una fortezza. O una tomba. Parcheggiò in seconda fila in una stradina laterale, il motore che taceva lasciando spazio solo al ronzio della città e al battito accelerato del suo cuore. Aprì il vano portaoggetti. La luminescenza del cilindro si rifletteva nei suoi occhi, un’ipnotica, fredda fiammella blu. Lo prese. Il calore era costante, uniforme, come se contenesse una minuscola fornace sigillata. Non un dispositivo. Un *cicalino*, aveva pensato. Un faro.
«E tu l’hai acceso,» mormorò a se stessa, la voce roca nella solitudine dell’auto.
Doveva entrare. Paolo era lì sotto. «Il laboratorio sotto la banca. Non è una banca. È una copertura.» Le sue parole, distorte dalla paura e da un fruscio di altre voci, erano l’unica mappa che aveva.
Uscì dall’auto, il freddo umido della notte romana che le avvolse il viso come un sudario. Infilò il cilindro nella tasca interna del cappotto, sentendo il suo calore anomalo attraverso la stoffa. Attraversò la strada deserta, gli occhi fissi sull’ingresso principale: un portale di vetro e ottone, oscurato dall’interno. Chiuso. Bloccato. Ma Paolo lavorava lì. Conosceva gli accessi. *Il parcheggio sotterraneo.*
Si diresse verso lo scivolo di servizio sulla destra, una rampa stretta che scendeva nell’oscurità, delimitata da cordoli sbrecciati. Un cartello giallo sbiadito avvertiva: **ACCESSO AUTORIZZATO - SORVEGLIANZA ELETTRONICA**. Le telecamere a cupola, fissate agli angoli, erano occhi di vetro opaco che brillavano di un LED rosso. Attive. Il suo stomaco si contorse. Non poteva tornare indietro.
Scese lungo la rampa, le sue scarpe che echeggiavano sul cemento umido. L’aria diventò più fredda, impregnata dell’odore di olio motore e muffa. Il parcheggio sotterraneo si aprì davanti a lei: un rettangolo di buio punteggiato dalle luci di sicurezza a bassa intensità, che proiettavano pozze di luce giallastra su file di auto in sosta, per lo più berline anonime. In lontananza, un muro di mattoni segnava la fine dello spazio pubblico. E a destra, quasi nascosta da un pilastro, c’era una porta metallica grigia, senza finestre, con un terminale a tastiera numerica e una fessura per badge a lato.
Erica si avvicinò, il respiro che le formava nuvolette nell’aria gelida. Paolo le aveva mostrato una volta, anni prima, l’ingresso riservato al personale del Dipartimento Sicurezza. «Il nostro bunker,» aveva scherzato, «dove teniamo i segreti più noiosi del mondo.» La tastiera era illuminata da un tenue verde. Provò il codice che ricordava: la data del loro primo anniversario. 1-8-0-7-2-1. Un clic meccanico, ma la luce rimase verde. Niente. Provò la data del loro matrimonio. Niente. La sua data di nascita. Niente.
Un senso di disperazione cominciò a salirle dalla gola. Stava per appoggiare la fronte contro il metallo freddo della porta quando sentì un leggero aumento di calore nella tasca. Il cilindro. Lo tirò fuori. La sua luminescenza pulsava più veloce, come un cuore accelerato. Senza sapere perché, lo avvicinò alla fessura del badge.
Non successe nulla per un secondo. Poi, un *click* sonoro, meccanico, proveniente dall’interno della porta. Un ronzio basso, e la serratura si sbloccò con un sibilo di aria compressa. La porta si aprì di un centimetro.
Erica rimase immobile, il cilindro stretto in mano, il suo calore ora quasi bruciante. Non era un badge. Era una chiave. Una chiave per qualcosa che non avrebbe dovuto aprire.
Spinse la porta. Si aprì su un corridoio stretto, illuminato da luci al neon posizionate a intervalli regolari nel soffitto basso. L’aria qui era diversa: asettica, filtrata, con una leggera nota di ozono, come in una sala server. Il pavimento era di linoleum grigio, perfettamente pulito. Il corridoio sembrava proseguire all’infinito, dritto, sfidando la logica dello spazio che avrebbe dovuto esserci sotto una banca. In lontananza, una vibrazione costante, profonda, faceva tremare le piastrelle sotto i suoi piedi.
«Non dovrebbe essere qui.»
La voce la fece sobbalzare. Era piatta, senza inflessione, e proveniva dalla sua sinistra. Un uomo era apparso da una nicchia che non aveva notato. Alto, massiccio, con una tuta grigia che sembrava assorbire la luce. Il suo volto era un’increspatura di linee neutre, ma gli occhi la scrutavano con un’attenzione totale, disumana.
«Io… mio marito. Paolo Di Girolamo. Lavora qui. Devo parlargli, è un’emergenza,» balbettò Erica, stringendo il cilindro dietro la schiena.
L’uomo non rispose immediatamente. I suoi occhi scorsero lungo di lei, poi si fissarono sulla mano che teneva nascosta. «Ha un dispositivo di firma non autorizzato. Deve consegnarlo.»
«No, questo è… mio.» Il panico le serrò la gola. «Dov’è Paolo?»
«Il soggetto Di Girolamo è in quarantena osservazionale.» La frase era priva di senso, pronunciata con la stessa cadenza con cui si legge un bollettino meteorologico. «Lei è Erica Da Silva. Aggregato Prime. La sua presenza è un’anomalia non schedulata.»
*Aggregato Prime.* Le parole del messaggio sul telefono. L’uomo fece un passo avanti, la sua ombra che inghiottì Erica. Non minaccioso, semplicemente… inevitabile. Nel panico, Erica alzò il cilindro, come per difendersi.
La reazione fu immediata e violenta. Le luci al neon sopra di loro sfarfallarono, emettendo un ronzio acuto. La vibrazione di fondo nel corridoio cambiò tono, diventando un lamento basso e distorto. L’uomo si fermò, una minuscola increspatura che attraversò la sua faccia inespressiva. I suoi occhi, per la prima volta, sembrarono focalizzarsi veramente sul cilindro, non su di lei.
«Interferenza di coerenza,» disse, più a se stesso che a lei. «Livello Theta.»
Approfittando del suo momento di esitazione, Erica scattò all’indietro, poi si girò e corse giù per il corridoio. I suoi passi echeggiavano sul linoleum. Si aspettava di sentire inseguimenti, grida. Sentì solo la voce piatta dell’uomo che diceva, senza alzare la voce: «Blocco Sezione Gamma. L’anomalia si sta muovendo verso il nucleo.»
Il corridoio curvava leggermente, scendendo con una pendenza quasi impercettibile. La vibrazione diventava più forte, più viscerale, una pulsazione che ora sentiva nelle ossa. Passò davanti a porte sigillate, ognuna con un codice alfanumerico: **GAMMA-3. DELTA-7.** L’aria era sempre più carica di ozono, e ora c’era un altro odore, sottile e metallico, come quello del cilindro, ma amplificato mille volte.
Alla fine del corridoio, un’altra porta. Ma questa era diversa. Era circolare, di un metallo opaco che sembrava assorbire la luce invece di rifletterla. Al centro, un pannello di vetro oscurato. Non c’era maniglia, né tastiera. Solo, incisa sulla superficie metallica, una scritta: **INTERFACCIA DIRAC - LIVELLO 0**.
*Hanno una finestra sulla parete, la chiamano l’Interfaccia di Dirac.*
Il cuore di Erica sembrò fermarsi. Era qui. Il luogo di cui Paolo aveva parlato. Si avvicinò, il cilindro stretto al petto. La sua luminescenza pulsava in sincronia con la vibrazione di fondo, come se stesse comunicando con la porta. Senza che lei facesse nulla, il pannello di vetro centrale si illuminò.
Non era uno schermo. Era una finestra.
E attraverso di essa, Erica vide.
Non una stanza. Non un laboratorio. Vide un *vuoto*. Un vuoto che non era buio, ma una sorta di grigio perlaceo, in movimento, pulsante. E sospeso in quel nulla, collegato a una foresta di cavi e bracci meccanici che sembravano crescere dal soffitto e dal pavimento della stanza oltre la porta, c’era un cubo. Di circa due metri per lato. La sua superficie non era solida: sembrava fatta di milioni di punti di luce, bianchi e azzurrini, che danzavano, si aggregavano e si disperdevano, come uno sciame di lucciole intrappolato in una geometria impossibile.
La vista le provocò una nausea immediata. Non era un’immagine, era una *presenza*. I suoi occhi cercavano un punto su cui focalizzarsi e non lo trovavano. Gli angoli del cubo sembravano retrocedere e avanzare contemporaneamente. Un brivido le corse lungo la spina dorsale, freddo e elettrico, come se qualcuno avesse versato elio nelle sue vene.
E all’interno di quel vortice di punti luce, come un’immagine che cerca di formarsi in un televisione sintonizzato male, c’erano delle forme. Contorni. Una sagoma che poteva essere un uomo, seduto, curvo su se stesso.
«Paolo,» sussurrò.
In quel momento, una voce parlò alle sue spalle. Non era la voce piatta della guardia. Era una voce maschile, roca, carica di una febbre trattenuta, di un’eccitazione profonda che rasentava l’ossessione.
«Affascinante, non è vero? Non è una prigione. È un ponte.»
Erica si voltò di scatto. L’uomo che aveva visto nel vicolo, sotto il lampione. Magro, cappotto scuro, ma ora il cappuccio era abbassato. Rivelava un volto dai lineamenti taglienti, capelli neri spettinati, occhi scuri che brillavano di un’intensità febbrile. Sembrava più giovane di quanto immaginasse, ma le sue mani, che teneva incrociate davanti a sé, erano segnate da sottili cicatrici bianche, come bruciature. Il dottor Ferrante.
«Dov’è Paolo? È lì dentro?» La sua voce tremava.
Ferrante inclinò la testa, come studiando una reazione interessante. «Paolo Di Girolamo è… in transito. La sua firma quantistica è stata catturata. È diventato un faro. Il nostro faro.» I suoi occhi, cerchiati da un’insonnia cronica, si fissarono sul cilindro nella sua mano. «Senza di lui, non avremmo mai trovato *lei*.»
«Me?»
«L’Aggregato Prime. L’anomalia che si ricorda di sé.» Fece un passo avanti, non minaccioso ma ipnotizzato. «Quel risonatore che tiene… raccoglie le imperfezioni nel tessuto della realtà. L’ha attivato quando è entrata in prossimità di un punto di frattura. La casa del suo amico. Questo luogo. Lei emette un segnale, signora Da Silva. Un segnale di qualcuno che non è… completamente ancorato qui.»
Le parole di Ferrante non erano una minaccia. Erano una diagnosi. Terribile, glaciale. Erica sentì le gambe cedere leggermente. «Cosa mi sta dicendo?»
«Lei ha visto i video. Non sono falsi. Sono *estratzioni*. Fotogrammi rubati a un flusso di probabilità adiacente.» La sua voce si fece più intensa, febbrile. «In un ramo della realtà molto, molto vicino a questo, Paolo Di Girolamo ha una relazione con una collega. In un altro, lei, Erica Da Silva, ha una figlia di nome Giulia e una vita felice con un uomo che non è Paolo.» Fece una pausa, lasciando che il peso delle parole si depositasse. «Sono tutti veri. Simultaneamente. La funzione d’onda non collassa in un solo stato. Si dirama. Noi… abbiamo semplicemente imparato a guardare negli altri rami.»
«E Paolo?» ripeté Erica, la voce un filo di suono.
«Paolo e il suo amico Costa hanno trovato le tracce delle nostre… indagini. Anomalie nei server della banca. Energie residue.» Disse questo con un leggero dispiacere, come per un esperimento fallito. «Costa è stato un incidente. Il dispositivo di sanificazione è andato oltre i parametri. Paolo, invece, ha mostrato una resilienza interessante. Quando lo abbiamo portato qui, la sua firma ha iniziato a risuonare in modo strano. Come se cercasse qualcosa.» I suoi occhi la trafissero. «Cercava *lei*. La sua Erica. Ma non questa Erica. O forse sì. È il paradosso, vede. Lei è l’anomalia. In quasi tutti i rami che abbiamo mappato, Erica Da Silva e Paolo Di Girolamo sono insieme. Ma in questo ramo, *questo* ramo, dopo il video, lei lo ha cacciato. Ha introdotto una divergenza significativa. Una ferita nella coerenza. E una ferita… può essere un varco.»
Ferrante fece un passo avanti. «Lei è qui perché il cilindro l’ha guidata. Ma è qui anche perché, a un livello che nessuno di noi comprende appieno, *lei sapeva dove venire*. Una parte di lei ricorda gli altri rami. Ricorda di essere anche quella del parco. Quella felice. Quella tradita. È un’anomalia che porta con sé l’eco delle sue altre possibilità. Ed è proprio ciò di cui abbiamo bisogno per stabilizzare il ponte.»
Alzò una mano verso un pannello a muro che Erica non aveva notato. «Credo che possiamo fare di più che guardare. Possiamo *attraversare*. Trovare il ramo perfetto. Correggere gli errori. Ma per farlo, serve un condotto. Due punti ancorati, uno qui, uno là, che si ricordino l’uno dell’altro. Paolo è il primo punto. Lei…» sorrise, un’espressione priva di vero calore, «lei potrebbe essere il secondo.»
«No,» sibilò Erica. «Lasciatelo andare.»
«È troppo tardi per questo,» disse Ferrante, la voce improvvisamente stanca, come se l’ossessione cedesse per un attimo al peso. Si avvicinò alla finestra sull’Interfaccia di Dirac, guardando il cubo pulsante con uno sguardo che era un misto di amore e disperazione. «Mia moglie e mia figlia sono morte in un incidente d’auto tre anni fa. In *questo* ramo. Ma in un ramo adiacente, statisticamente inevitabile, l’auto ha frenato un secondo prima. Loro vivono. Io… un altro me, vive con loro.» Deglutì, una vena che pulsava alla tempia. «Quello che lei chiama laboratorio è una stazione di ricerca. Cerchiamo il modo di rendere stabili queste connessioni. Di permettere non solo la visione, ma la riconciliazione. Paolo ha capito il potenziale, ma ha avuto paura. La paura è l’ostacolo principale.»
«Avete ucciso Matteo,» accusò Erica, il terrore che si trasformava in rabbia gelida.
Ferrante scosse la testa, un gesto stancato. «Un malfunzionamento. Il dispositivo di cancellazione doveva solo sovrascrivere i dati. La reazione di decadimento è andata in feedback. Costa… è collassato. Una transizione di fase involontaria.» I suoi occhi si posarono sul cilindro. «Quel risonatore che ha in mano è fratello di quel dispositivo. Ma invece di distruggere, attira. Attira le versioni di sé che sono quasi qui. La sua presenza, unita a quella di Paolo nell’Interfaccia, sta creando un ponte più stabile di qualsiasi cosa abbiamo mai visto.»
Si avvicinò a un terminale, le dita che volavano sui tasti. «La coerenza tra i due aggregati sta salendo. Il ponte si sta stabilizzando. Potremmo tentare una micro-estrazione di coscienza. Solo un assaggio, per verificare…» Mormorava a se stesso, perso in un calcolo febbrile.
Erica non capiva tutti i termini, ma capiva l’essenza. Erano topi in un labirinto di loro creazione. Paolo era intrappolato in quella… finestra. E lei era l’esca per qualcosa di ancora più grande. Guardò il cilindro nella sua mano. Un faro. Li aveva portati tutti qui. Ma un faro poteva anche accecare.
Con un gesto improvviso, lanciò il cilindro contro la finestra circolare dell’Interfaccia di Dirac.
«No!» urlò Ferrante.
Il cilindro colpì il vetro con un *tock* sordo. Per un attimo, nulla. Poi, la luminescenza azzurrina esplose, non come luce, ma come una sorta di gelatina luminosa che si sparse sulla superficie della porta. Il vetro opaco divenne istantaneamente trasparente, poi bianco accecante.
Dall’interno della stanza oltre la porta, dal cubo di punti luce, un suono emerse. Non attraverso l’aria, ma direttamente nella sua testa, nelle sue ossa. Un grido. Il grido di Paolo, distorto, moltiplicato, come se dieci uomini urlassero insieme in perfetta, agghiacciante sincronia.
La vibrazione di fondo divenne un ululato. Le luci al neon scoppiarono in una pioggia di scintille. Ferrante si coprì il viso, gridando ordini incomprensibili verso l’uomo della sicurezza che era apparso all’ingresso del corridoio.
E attraverso la porta ora bianca, Erica vide l’immagine nel cubo stabilizzarsi per un secondo, cristallizzarsi in una scena nitida, dolorosamente familiare.
Era il suo salotto. La luce del pomeriggio filtrava dalle finestre. Paolo era sul divano, la testa tra le mani. E lei, un’altra lei, con i capelli leggermente più corti, vestita con una felpa che non possedeva, gli si avvicinava, il viso rigato di lacrime, tendendo una mano. Non per colpire. Per toccare. Per perdonare.
Era il ramo in cui non lo aveva cacciato.
Poi, l’immagine si frantumò in milioni di pezzi di luce, e il cubo nell’Interfaccia di Dirac emise un lampo accecante, bianco-blu. Un’onda di forza silenziosa, pura pressione, colpì la porta circolare. Il metallo opaco si incurvò verso l’interno con uno strazio metallico.
Erica fu scaraventata all’indietro, cadendo sul linoleum. L’ultima cosa che vide, prima che le sirene d’emergenza iniziassero a ululare e le luci stroboscopiche rosse invadessero il corridoio, fu Ferrante che, invece di fuggire, si precipitava verso la porta deformata, le braccia tese verso la luce che divampava, il suo volto illuminato da un’espressione di estasi e terrore.
«Laura!» urlò, un nome che non era il suo. «Aspettami!»
Poi, il buio. E il suono di passi frettolosi che si avvicinavano, non quelli pesanti della guardia, ma diversi. Leggeri. Decisi.
Una mano le afferrò il braccio, tirandola su con forza insospettabile.
«In piedi. Ora.» Era la voce dell’agente Leonetti, tesa, urgente, e piena di una paura che non cercava nemmeno di nascondere. Alle sue spalle, l’ispettore Bianchi, il volto una maschera di granito sotto le luci lampeggianti, puntava una pistola d’ordinanza lungo il corridoio, verso la figura di Ferrante avvolta dalla luce bianca.
«Polizia! Fermatevi!» ruggì Bianchi.
Ma nessuno, in quel corridoio che odorava di ozono e realtà incrinata, sembrava più sapere cosa significasse obbedire.