Capitolo 2

Capitolo 2

La nebbia sembrò infittirsi, inghiottendo i contorni dei palazzi, confondendo le strade. Erica accelerò il passo, sentendo per la prima volta non solo la paura di aver perduto suo marito, ma il terrore, sottile e glaciale, di star perdendo se stessa.

Il cellulare vibrò nella tasca del cappotto. Un brivido la percorse, un’improvvisa, folle speranza che fosse Paolo. Ma il display illuminato nella penombra umida mostrava un numero sconosciuto, prefisso romano. Esitò. Le dita, intirizzite dal freddo, sfiorarono lo schermo bagnato di condensa.

«Pronto?»

«Signora Da Silva? Sono l’agente Leonetti. Sofia.» La voce era più giovane, meno scolpita di quella di Bianchi, ma non per questo meno professionale. C’era un sottofondo di rumore, il clicchettio frenetico di una tastiera meccanica. «Mi scuso per l’ora. L’ispettore mi ha passato il suo numero. Ho… dato un’occhiata al file.»

Erica si fermò sotto un lampione, l’alone giallastro della luce che la avvolgeva come una bolla isolata nel grigio della notte. «Il secondo video? Quello con… con me.»

«Esatto.» Una pausa. Il clicchettio si interruppe di colpo. «Posso farle una domanda, signora Da Silva? A livello personale, prima che professionale.»

«Dica.»

«Quando l’ha guardato… cosa ha sentito? Oltre allo shock, intendo. Nello stomaco. Nella pelle.»

La domanda la colse di sorpresa. Non era la domanda di un poliziotto. Era la domanda di qualcuno che aveva visto qualcosa che non tornava. Erica chiuse gli occhi, rivide il parco sconosciuto, i colori che scottavano gli occhi, la sensazione di sole sulla pelle che non ricordava. «Ho sentito… una nostalgia. Fisica. Come un crampo allo stomaco per qualcosa che non ho mai avuto. Ma era mio. E non lo era.»

Dall’altro capo del telefono, un respiro profondo, quasi affannoso. «È quello che temevo,» sussurrò Leonetti, la voce che perdeva per un attimo il tono ufficiale, diventando quella di una donna spaventata. Poi, tornando al protocollo, ma con un tremito sottile: «Ho eseguito un’analisi con DeepScan 4.2. Il software militare per i deepfake.»

«E?»

«Non ci sono errori.» La voce di Leonetti si fece più veloce, le parole che si accavallavano come se stesse leggendo da uno schermo, cercando di tradurre in italiano concetti che nella sua testa erano numeri e pattern. «Nessun artefatto di compressione fantasma. Nessuna micro-incongruenza nell’illuminazione facciale. La bambina… la bambina proietta un’ombra sul suo braccio. Microscopica. Si sposta di 0,3 millimetri per fotogramma, in perfetta coerenza con la rotazione del suo polso. È… è fisica pura. Non generativa.»

Le parole caddero nel silenzio umido della notte romana con il peso di una pietra tombale. *Fisica pura*. Non un falso. Una registrazione. Ma di cosa?

«C’è dell’altro,» riprese Leonetti, la voce ora un filo elettrico di eccitazione repressa. «I metadati. Cancellati con un wipe a sovrascrittura quantistica. Roba da manuale di intelligence. L’unica cosa rimasta, incisa nel substrato magnetico come un tatuaggio, è un timestamp.»

Il cuore di Erica sembrò fermarsi. «Una data?»

«Una data e un orario. Tre giorni fa. 14:23.»

Tre giorni fa. Mercoledì. Erica rivide mentalmente la sua agenda. Mercoledì pomeriggio era in ufficio, dalle due alle sei. C’erano testimoni, registrazioni di accesso, la collega Ilaria che le aveva portato un caffè alle tre meno un quarto. Un alibi di ferro.

«Io… io ero al lavoro,» disse, la voce un filo di suono. «Posso dimostrarlo.»

«Lo so,» rispose Leonetti, immediata. «Ho verificato. E questo è il punto. Questo video mostra un evento che non è potuto accadere. Ma i dati dicono che *qualcosa* è stato filmato, in quel preciso momento, da una telecamera reale.» Una pausa carica di statica. «Signora Da Silva, l’ispettore Bianchi pensa a uno stalker sofisticato. Io… io ho studiato fisica delle informazioni. Ci sono teorie, ai margini…»

«Non finisca la frase,» la interruppe Erica, un brivido più freddo della nebbia che le serpeggiava lungo la schiena. «Per favore.»

Silenzio. Poi Leonetti, con un tono che era di scusa e di avvertimento insieme: «Le ho solo detto cosa dice l’analisi. Il resto non è di mia competenza. L’ispettore le chiederà di venire in questura domattina. Io le consiglio… di fare attenzione. A chiunque abbia prodotto questo materiale, la tecnologia non è un problema.»

La chiamata si interruppe. Erica rimase immobile sotto il lampione, il telefono stretto in una morsa. *Fisica pura. Timestamp incongruente.* Le parole di Paolo tornarono a martellare: *Come se qualcuno avesse avuto accesso a una mia copia.*

Non era paranoia. Era una diagnosi.

Doveva tornare a casa. Ma la casa era vuota. Il pensiero corse a Claudia Moretti, la sua notaia, la sua ancora. Ma coinvolgerla significava trascinarla in quest’incubo. C’era solo un altro posto dove andare, un posto che avrebbe fatto infuriare Bianchi se lo avesse scoperto.

L’appartamento di Matteo Costa.

Trastevere, di notte, era un labirinto di vicoli silenziosi. L’animazione turistica era svanita, lasciando il posto all’oscurità umida e alle finestre buie delle case. Vicolo del Moro. Il portone era sbarrato da un nastro giallo della polizia scientifica, svolazzante nella debole corrente d’aria. “DIVIETO DI ACCESSO – SCENA DEL CRIMINE”. La porta di legno scuro sembrava annerita attorno alla serratura, non dal fuoco, ma da un calore intenso e localizzato, come se qualcuno avesse appoggiato una stella in miniatura contro il metallo. Erica guardò in su. La finestra del primo piano era coperta da una lastra di legno inchiodata. Attorno al bordo, il muro presentava una patina vetrosa, luccicante alla luce del lampione come la saliva di una lumaca gigante.

«Cercava qualcuno?»

La voce la fece sobbalzare. Da una porta accanto, leggermente socchiusa, spuntò il volto rugoso di una donna anziana, avvolta in un cardigan di lana color malva. I suoi occhi, acuti, la scrutarono.

«Io… conoscevo il signor Costa. Di vista.»

«Povero Matteo,» sospirò la donna, uscendo sulla soglia. Il suo sguardo corse al nastro giallo. «Un ragazzo tranquillo. Lo sentivo ticchettare la notte. Poi quella sera…»

«Quella sera?» incalzò Erica, il cuore in gola.

«Non è stato un incendio, glielo dico io,» bisbigliò la signora, avvicinandosi. Un odore di lana bagnata e di brodo di verdura le avvolse. «Ero a letto. Sentii un sibilo. Alto, sottile, come l’aria che esce da una bombola. Poi un lampo. Non di fuoco. Una luce bianca, accecante, che filtrava dalle fessure. Dura un secondo. Poi il buio. E l’odore.»

«Quale odore?»

«Ozono. Come dopo un temporale, ma tagliente. E caldo. Metallo fuso. La mattina dopo… hanno trovato lui. Carbonizzato, ma solo dentro. La mia porta, accanto, nemmeno scottata.» La vecchia scosse la testa. «Strano, no?»

Stranissimo. Impossibile. Erica ricordò le parole di Bianchi: *sanificazione*.

«Ha visto qualcuno, quella sera? Prima del… lampo?»

La vecchia socchiuse gli occhi. «Sì. Un uomo. Suonò al citofono. Non l’ho visto bene, cappuccio alzato. Magro, nervoso. Aspettò che Matteo aprisse, poi entrò in fretta. Non era il suo solito amico, quello con gli occhiali.»

«Paolo?» chiese Erica, il fiato corto.

«Sì, Paolo. Veniva spesso. Ma quell’altro no. E dopo che è entrato… forse mezz’ora… il sibilo e il lampo.» La donna la fissò. «Lei è la moglie di Paolo, vero? L’ho vista una volta con lui. Lui è sparito anche.»

Erica annuì, incapace di parlare. Magro, nervoso, cappuccio.

«C’è un’altra cosa,» aggiunse la vicina, la voce un graffio nell’aria umida. «Dopo che se ne sono andati tutti, sono uscita. Vicino al cassonetto, per terra.» Aprì la mano. Nel palmo rugoso c’era un oggetto cilindrico, lungo circa tre centimetri, di un metallo opaco che sembrava assorbire la luce invece di rifletterla. Non era liscio: la superficie presentava una trama sottile, organica, come la pelle di un serpente. E pulsava. Una luminescenza azzurrina emanava dal suo interno, non da un punto preciso, ma dall’intero volume, con un ritmo lento e regolare. *Lub-dub. Lub-dub.* Come un cuore alieno.

«L’ha toccata?» chiese Erica, ipnotizzata da quel battito di luce.

«Con un fazzoletto. È… calda. Non come il corpo. Calda in modo uniforme. E se la si tiene, vibra. Piano.» La donna le tese l’oggetto, avvolto in un fazzolettino di carta. «Prenda. Mi dà i brividi.»

Erica esitò, poi prese il fazzolettino. Nonostante lo strato di carta, sentì immediatamente il calore. Non bruciava, ma era presente, costante, come la pietra di un termosifone spento da poco. E sotto le dita, una vibrazione quasi impercettibile, una frequenza bassa che le faceva formicolare le nocche. La luce azzurra pulsò, e per un attimo le parve di sentire un suono corrispondente, un ronzio sordo che veniva dalle ossa più che dalle orecchie.

«Grazie,» mormorò.

«Trovi suo marito,» disse la vecchia, e rientrò in casa, chiudendo la porta senza rumore.

Erica si allontanò dal vicolo, l’oggetto stretto nel pugno. Il calore sembrava aumentare, o forse era la sua immaginazione. La vibrazione le risaliva lungo l’avambraccio, una sensazione inquietante, come se il cilindro stesse cercando di sincronizzarsi con il suo polso. La sua auto era parcheggiata due isolati più in là. Camminò a passo svelto, le orecchie tese. La sensazione di essere osservata era diventata una certezza fisica, un prurito tra le scapole.

Raggiunse la macchina, una piccola utilitaria grigia. Sbloccò le portiere. Il *clack* dello sblocco risuonò, assordante nel silenzio.

Si sedette al posto di guida, chiuse la portiera e accese la luce interna. Con mano tremante, dispiegò il fazzolettino.

Il cilindro giaceva nella sua mano. Alla luce dell’abitacolo, la sua superficie opaca rivelava dettagli nuovi: la trama non era casuale, ma composta da microscopici anelli concentrici, come le impronte digitali di un gigante. La luminescenza azzurra pulsava dal centro di quegli anelli, diffondendosi verso l’esterno in onde lente. Non emanava calore visibile, ma l’aria sopra di esso tremolava lievemente, come sopra l’asfalto in una giornata estiva.

Cosa poteva essere? Un residuo? Un trasmettitore? Un seme di qualcosa?

Istintivamente, come si fa con un oggetto tecnologico sconosciuto, la portò vicino al telefono, ancora acceso sulla schermata delle chiamate.

L’effetto fu immediato e violento.

Lo schermo del cellulare impazzì. I numeri si dissolsero in glifi fluidi, geometrie che si formavano e si disfacevano troppo in fretta per l’occhio. I colori invertirono, poi esplosero in un bianco accecante che illuminò l’abitacolo come un flash. Dall’altoparlante uscì un suono: una nota bassa, costante, che sembrava vibrare attraverso lo scafo dell’auto, facendo tremare il volante tra le sue mani. Erica lasciò cadere il cilindro sul sedile del passeggero, il cuore in gola.

Il telefono tornò normale di colpo. La nota cessò.

Sul display, però, qualcosa era cambiato. Al posto della schermata delle chiamate, c’era una semplice finestra di testo bianco su sfondo nero. Come un terminale vecchio stile. Vi erano scritte due righe:

**SORGENTE DI PERTURBAZIONE RILEVATA: SEGNALE DI FIRMA QUANTISTICA NON CATALOGATA.**
**PROSSIMITÀ AGGREGATO DI DATI “ERICA-PRIME” CONFERMATA. PROTOCOLLO DI SINCROTRASPORTO IN STANDBY.**

Erica fissò quelle parole. “Aggregato di dati”. *Prime*. Come primaria? Originale?

*Sincrotrasporto*.

Il telefono vibrò di nuovo. Questa volta era una chiamata in arrivo. Il numero era nascosto.

Con un tremito che le scuoteva tutto il corpo, rispose. «Pronto?»

Dall’altro capo, non ci fu voce. Solo un respiro. Affannoso, come di qualcuno che corre. Poi, un sussurro roco, distorto da un’interferenza che sembrava strappare le sillabe.

«Erica… non… non guardare gli specchi.»

Era Paolo. La sua voce, ma consumata, piena di statiche come se parlasse dal fondo di un pozzo.

«Paolo! Dove sei? Che succ—»

«Hanno… una finestra. Sulla parete. La chiamano… l’Interfaccia di Dirac. Ti vedono quando… quando la coerenza decade. Non fidarti di… di quello che vedi. Io non sono… non sono solo.»

La connessione si fece instabile, crivellata di un fruscio che sembrava contenere voci lontane, sovrapposte, tutte uguali.

«Paolo, dimmi dove sei! Ti vengo a prendere!»

«Il laboratorio… sotto la… la banca. Non è una banca. È una… copertura. Cercano il ponte stabile. Hanno bisogno di un… di un’anomalia che si ricorda di sé. Tu… tu sei…»

Un rumore improvviso, metallico, come un portone che si spalanca contro una parete di metallo. Un grido soffocato. Poi la linea cadde nel silenzio assoluto.

«Paolo! PAOLO!»

Solo il tono di occupato.

Erica rimase a fissare il telefono, il respiro che le usciva a fiotti corti, visibili nell’aria fredda dell’abitacolo. *Non sono solo. Un’anomalia che si ricorda di sé.*

Il cilindro sul sedile accanto pulsava, la sua luce azzurra che si rifletteva sul cruscotto in ritmi ipnotici. “Sorgente di perturbazione”. Forse non era un’arma. Forse era un faro. E forse, pensò con un brivido di comprensione orrorifica, tenendolo in mano, stringendolo, l’aveva appena acceso.

Guardò fuori dal parabrezza. Nel vicolo di fronte, una figura era ferma sotto un lampione. Magra, cappotto scuro, cappuccio alzato. Non si muoveva. Guardava dritto verso la sua auto.

Era l’uomo descritto dalla vicina?

Senza pensare, Erica infilò la chiave e accese il motore. Il rombo familiare la riportò parzialmente alla realtà. Mise la prima, sterzò bruscamente e si lanciò nella strada.

Nello specchietto retrovisore, vide la figura sotto il lampione non muoversi per inseguirla. Rimase semplicemente ferma, a guardarla andare. Poi, lentamente, alzò un braccio. Non per salutare. Teneva in mano un rettangolo scuro. Uno smartphone. Lo puntò verso la sua auto in fuga.

Erica distolse lo sguardo, concentrandosi sulla strada, il cuore che le batteva in gola. Dove andare? Non a casa. Non dalla polizia, non ancora. Paolo aveva detto: *Il laboratorio sotto la banca.*

La Banca Nazionale del Lavoro. Il posto di lavoro di Paolo.

Svoltò in Via del Corso, i lampioni che sfilavano come meteore gialle. Doveva pensare. Aprì il vano portaoggetti e vi fece scivolare dentro il cilindro pulsante, avvolto nel suo fazzolettino. Chiuse il coperchio. Attraverso la plastica, una tenue luminescenza azzurra continuava a filtrare, a ritmo costante.

*Lub-dub. Lub-dub.*

Un’anomalia che si ricorda di sé.

Copia.

Universo.

Forse, si disse mentre la città correva fuori dal finestrino, il vero tradimento non era stato di Paolo verso di lei. Forse il vero tradimento era della realtà stessa, che aveva infranto la sua prima legge: essere una, e una sola. E ora, i pezzi frantumati di quello specchio rotto cercavano di ritrovarsi, taglienti e pericolosi, nelle viscere di una Roma che dormiva, ignara del varco che pulsava, silenzioso e caldo, nel vano portaoggetti di una piccola auto grigia.