La luce fluorescente della stanza d’interrogatorio pulsava con un ronzio impercettibile, ma costante. Erica Da Silva lo sentiva nelle tempie, un’eco metallica che si sovrapponeva al battito accelerato del suo cuore. L’aria era ferma, impregnata di disinfettante e polvere di gesso. Davanti a lei, l’ispettore Marco Bianchi posò la penna accanto al blocco note, un gesto studiato, lento.
«Signora Da Silva,» disse, la voce neutra come la parete grigia alle sue spalle. «Ripartiamo dall’inizio. Ventiquattr’ore fa. Lei ha chiamato noi.»
Erica annuì, le mani intrecciate sul grembo per non far vedere che tremavano. Il ricordo era nitido, tagliente: il silenzio vuoto dell’appartamento dopo la lite, il telefono che squillava nel vuoto, la voce dell’operatrice del 113, professionale e distante. *Persone scomparse, si, signora. Un uomo adulto. Paolo Di Girolamo. Ultima volta che l’ha visto?*
«L’ho chiamata io,» confermò, la sua voce le sembrò strana, troppo bassa nella stanza insonorizzata. «Ero… non ero lucida. Ero arrabbiata. Ma quando non si è fatto vivo per la notte, quando non ha risposto a nessun messaggio…»
«Dopo averlo cacciato di casa,» completò Bianchi, senza alzare lo sguardo dagli appunti. Non era un’accusa, era un fatto. Eppure trafisse Erica come se lo fosse.
«Sì,» sussurrò. Il nodo in gola le impediva di dire di più. *L’avevo cacciato.* Le parole risuonavano nella sua testa, mescolandosi alle immagini del video. Quel video maledetto.
L’agente Leonetti, seduta in un angolo accanto a un portatile silenzioso, alzò lo sguardo per un istante. Le sue dita sfiorarono il trackpad, forse avviando una nuova registrazione, forse solo un riflesso nervoso.
«Parliamo del motivo per cui lo ha cacciato,» riprese Bianchi. Si appoggiò allo schienale, un movimento calcolato per sembrare più rilassato, per invitare alla confidenza. Erica conosceva la tattica. Lavorava in uno studio notarile, aveva visto abbastanza interrogatori legali da riconoscere le mosse. Ma la conoscenza non la proteggeva dalla morsa dell’ansia.
«Un video,» disse, costringendo le parole a uscire. «Arrivato in un pacco anonimo, un mese fa. Una chiavetta USB. C’era… c’era Paolo. Con un’altra donna.»
Descrivere quelle immagini ad alta voce, in quella stanza sterile, le diede una nausea improvvisa. Non erano solo immagini di tradimento. C’era una familiarità agghiacciante nei gesti, un’intimità che sembrava vera. Paolo che accarezzava il viso di quella sconosciuta bionda. Paolo che rideva, con un’espressione di totale abbandono che Erica non gli vedeva da mesi. La scena era girata in un interno, forse un hotel, la luce calda delle applique riflessa su uno specchio.
«E suo marito cosa ha detto, di fronte a queste immagini?»
«Ha negato.» Erica chiuse gli occhi, rivide il volto straziato di Paolo, pallido sotto la luce del lampadario del salotto. Le sue mani che si alzavano, un gesto di disperata impotenza. *Non sono io, Erica. Ti giuro su tutto. È un falso. Guarda bene, è… è troppo perfetto. Come un deepfake, ma più profondo.* «Diceva che era un fatto con l’intelligenza artificiale. Un deepfake.»
Bianchi scambiò un rapido sguardo con Leonetti. Un impercettibile cenno del capo.
«Deepfake,» ripeté l’ispettore. «Una tecnologia che conosce?»
«So cosa è. Manipolazione video. Ma quello…» Erica scosse la testa, i capelli castani le sfiorarono le guance. «Paolo è informatico, lavora nella sicurezza digitale per la banca. Ne sapeva più di me. Insisteva che c’era qualcosa di strano, che i parametri di compressione del file, i frame rate… cose tecniche che non ho capito. Diceva che sembrava vero perché era *troppo* vero. Come se qualcuno avesse avuto accesso a… a una sua copia.»
La parola “copia” rimase sospesa nell’aria, assurda. Erica stessa sentì quanto suonasse folle.
Bianchi non batté ciglio. «E lei non gli ha creduto.»
Non era una domanda. Era la cronaca di un fallimento. Il silenzio che seguì fu più eloquente di qualsiasi risposta. Erica rivisse la rabbia, cieca e ustionante, che le aveva riempito la bocca di parole taglienti. *Bugiardo. Vigliacco. Vattene.* Lo aveva visto impallidire, come se lei lo avesse colpito fisicamente. Poi era uscito, la porta di casa che si era chiusa con un tonfo sordo, definitivo.
«Nei giorni successivi,» proseguì Bianchi, come se stesse leggendo una lista della spesa macabra, «ha ricevuto un altro pacco. Corretto?»
Il freddo che aveva invaso Erica in quel momento, davanti alla porta di casa, tornò a gelarle il sangue. Un mese dopo il primo. Stesso pacchetto marrone anonimo, stesso mittente inesistente.
«Sì,» riuscì a dire. «Un’altra chiavetta.»
«E il contenuto?»
Erica inspirò a fondo. L’aria della stanza le sembrò sottile, insufficiente. «C’ero io.»
Bianchi inclinò la testa di un millimetro. Leonetti smise di battere i tasti.
«Ero in un parco. Un parco che non riconoscevo. C’era un uomo. E una bambina.» La voce di Erica si incrinò. «La bambina… correva verso la telecamera. Rideva. E mi chiamava. Mi chiamava “mamma”.»
Mostrarlo era stato ancora più devastante del primo video. Perché non mostrava un tradimento, mostrava una felicità. Una vita intera, piena e solare, che le era estranea. Lei, nel video, sorrideva con una leggerezza che non provava da anni. Accarezzava i capelli dell’uomo – un tipo con gli occhiali, un viso gentile e sconosciuto – e poi si chinava per sollevare la bambina, una creatura di circa cinque anni con le sue stesse fossette sulle guance. Era una scena familiare, intima, perfetta. E completamente falsa. Doveva esserlo.
«Anche in questo caso, pensa fosse un deepfake?»
«Cosa altro potrebbe essere?» sbottò Erica, un fremito di panico nella voce. «Io non ho figli! Non conosco quell’uomo! Non sono mai stata in quel parco!»
«E suo marito? Ha visto questo secondo video?»
Erica scosse la testa, un movimento secco. «No. L’avevo già cacciato. L’ho guardato da sola.» La solitudine di quelle visioni, la notte, davanti al laptop, le tornò addosso come un peso. «Dopo… dopo ho provato a chiamarlo. Volevo… non so cosa volevo. Chiedergli scusa? Confrontare quelle follie? Ma il telefono era spento. Sempre.»
Bianchi annuì, come se un tassello si fosse incastrato. «Quindi, ricapitolando: un mese fa, un video che incastra suo marito. Lei lo caccia. Un mese dopo, un video che incastra lei. Poco dopo, suo marito scompare. E ieri mattina…» Fece una pausa teatrale, lasciando che il peso della prossima informazione calasse da solo. «Ieri mattina, il corpo di Matteo Costa, collega e amico di suo marito alla Banca Nazionale del Lavoro, è stato trovato carbonizzato nel suo appartamento a Trastevere. Le indagini preliminari parlano di incidente, corto circuito. Ma alcuni dettagli non tornano.»
Il nome “Matteo Costa” colpì Erica come un pugno. Lo conosceva. Paolo lo invitava a cena a volte. Un tipo silenzioso, appassionato di scacchi. Paolo aveva iniziato a diventare paranoico proprio dopo aver parlato con Matteo di qualcosa, nelle ultime settimane prima della lite. *Sta succedendo qualcosa di strano in ufficio, Erica. Anomalie nei sistemi. Matteo ne ha trovate di più di me.*
«Che tipo di dettagli?» chiese, la voce un filo di speranza. Forse se le cose non tornavano, significava che Paolo aveva ragione. Che c’era qualcosa di più grande.
Bianchi la studiò per un lungo momento, i suoi occhi grigio-acciaio che sembravano pesarle l’anima. «Il calore,» disse infine. «L’intensità dell’incendio era… localizzata. Troppo. Come se la fonte non fosse un semplice corto circuito domestico. E i rilevatori di fumo erano stati manomessi. In modo professionale.»
Leonetti, nell’angolo, parlò per la prima volta. La sua voce era chiara, priva di inflessioni. «Abbiamo recuperato il disco rigido del suo computer personale. Era stato sottoposto a un wipe magnetico ad alta potenza. Non il tipo di danno che fa un incendio casuale. Sembra più una… sanificazione.»
Sanificazione. La parola riecheggiò nella stanza, sinistra, militare.
«Signora Da Silva,» disse Bianchi, piegandosi in avanti, i gomiti sul tavolo. La distanza tra loro sembrò ridursi a nulla. «Lei crede che suo marito possa essere coinvolto in qualcosa di pericoloso? Qualcosa che ha a che fare con il suo lavoro in banca? Con queste… anomalie di cui parlava?»
Erica fissò le sue mani. Vide le immagini del parco. La bambina che la chiamava mamma. Poi vide il volto disperato di Paolo. *È troppo perfetto. Come una copia.*
«Io credo,» disse lentamente, ogni parata un macigno, «che qualcuno stia cercando di distruggerci. Prima dividendo noi due. E ora…» Alzò lo sguardo, incontrando quello di ferro dell’ispettore. «Ora forse sta eliminando le tracce. Matteo era una traccia. Paolo… Paolo forse ne sapeva troppe.»
Bianchi non sorrise, ma un lampo di qualcosa – rispetto? Allerta? – attraversò i suoi occhi. Si raddrizzò.
«Leonetti, per favore accompagna la signora Da Silva all’uscita. Le darai il mio biglietto da visita. Quello con il numero diretto.» Poi si rivolse a Erica. «Vada a casa. Ma stia attenta. Se suo marito cerca di contattarla, se nota qualcosa di strano, *qualsiasi* cosa, mi chiami immediatamente. Non è più solo una questione di tradimento o di video falsi. C’è un morto. E suo marito è l’ultimo che lo ha visto vivo, prima di sparire.»
Le parole caddero come una sentenza. Erica si alzò, le gambe molli. L’agente Leonetti le si avvicinò, silenziosa, e con un gesto discreto le indicò la porta.
Fuori, nella hall della questura, l’aria era diversa. Più rumorosa, piena di voci e di passi frettolosi. Ma Erica non sentiva nulla oltre al ronzio nella sua testa. *Un morto. Paolo, cosa hai trovato?*
Leonetti le porse un biglietto da visita bianco e sobrio. «L’ispettore è diretto, signora. Se ha bisogno, risponde lui di persona.» Poi esitò, un attimo di rottura nella sua impeccabile professionalità. Abbassò la voce. «Quel secondo video… il parco. L’ha analizzato? Con software di rilevamento deepfake?»
Erica scosse la testa. «Non so come si fa.»
«Me lo mandi,» disse Leonetti, rapida. «All’indirizzo email sul retro del biglietto. Noi… abbiamo strumenti migliori.»
C’era una curiosità scientifica nel suo sguardo, mista a una preoccupazione genuina. Erica annuì, stringendo il biglietto come un talismano.
Uscì nella notte romana. La pioggia della sera prima si era trasformata in una nebbiolina fredda che avvolgeva i lampioni in aloni giallastri. La città, la sua città da dieci anni, le sembrò improvvisamente estranea, un set dove ogni ombra poteva nascondere un pacchetto anonimo, ogni finestra illuminata poteva essere la stanza da cui qualcuno la osservava, studiava le sue reazioni, cuciva insieme i brandelli della sua vita per crearne un’altra.
Tirò su il colletto del cappotto e si incamminò verso la fermata dell’autobus, le scarpe che scricchiolavano sul selciato bagnato. Doveva tornare a casa. In quell’appartamento vuoto che profumava ancora di Paolo, della sua colonia, del suo caffè forte. Doveva guardare di nuovo quei video. Doveva trovare l’errore, il dettaglio che non tornava, il pixel fuori posto che provava che erano falsi.
Perché se non erano falsi…
Un autobus passò rombando, spruzzando acqua dal marciapiede. Erica si fermò, il respiro che le si appannava nell’aria gelida. Nella pozza d’acqua illuminata dal lampione, vide riflessa la sua immagine: una donna spaventata, sola.
E poi, per un frammento di secondo, le sembrò di vedere, sovrapposto al suo riflesso, il profilo di un’altra. Una donna che sorrideva, con una bambina in braccio.
Chiuse gli occhi. Quando li riaprì, nella pozza c’era solo lei.
Era stanchezza. Era stress.
Ma mentre si allontanava, frettolosa, il dubbio si era già insediato, profondo e inquietante come la radice di un dente marcio. E se i video non erano falsi nel senso tradizionale? E se erano finestre? Non su bugie create al computer, ma su verità rubate da… da altrove?
La logica si ribellò. Era impossibile. Era follia.
Eppure, la voce di Paolo riecheggiò nella sua memoria, piena di uno sgomento che andava oltre la paura di essere scoperto in un tradimento: *È troppo vero, Erica. Come se qualcuno avesse avuto accesso a una mia copia.*
Copia.
Universo.
La nebbia sembrò infittirsi, inghiottendo i contorni dei palazzi, confondendo le strade. Erica accelerò il passo, sentendo per la prima volta non solo la paura di aver perduto suo marito, ma il terrore, sottile e glaciale, di star perdendo se stessa.