Capitolo 9

Capitolo 9

L’annuncio si spense, lasciando nel suo vuoto non un silenzio, ma il suono di un sistema che aveva appena cambiato stato. Come un respiro trattenuto prima di un urlo.

Valerio non si mosse. Le sue nocche sul manico del carrello erano bianche. Gli occhi, grigi come la scoria d’acciaio, erano fissi sulla porta scorrevole della cabina di controllo, a venti metri di passerella esposta.

«Anomalia,» sibilò. La parola condensò nell’aria gelida. «Non intrusione. Non sabotaggio. *Anomalia*.»

Mino sentì la differenza come un brivido lungo la schiena. Un’intrusione era un fatto. Un sabotaggio, un’azione. Un’anomalia era una domanda. E le macchine, come i sistemi, odiavano le domande senza risposta. Le avrebbero dissezionate fino a trovarne una, o fino a crearne una plausibile.

Dietro il vetro opacizzato della cabina, le sagome si muovevano con urgenza nuova. Una di esse – la donna dai capelli castani stretti in una coda severa, Anya Voss – si piegò su un terminale, le dita che danzavano sulla superficie luminescente. L’uomo calvo, Silas Ren, smise di tamburellare. Anche lui scrutava uno schermo, la mascella che si muoveva a vuoto, come se ancora masticasse il suo chicle nervoso.

«Stanno isolando i dati del Serpe,» mormorò Kael. La sua voce sintetica era un brusio modulato per non propagarsi oltre il loro cerchio. La cupola metallica dell’occhio meccanico era un cerchio opaco e spento contro la tempia. «Analizzeranno il pattern termico residuo sulla saldatura. Confronteranno con i log di manutenzione. Se non c’è corrispondenza…»

«Ci cercheranno,» completò Valerio. Non era una domanda.

Il flusso degli IAnti sulla passerella accanto non si interruppe. *Shhh… shhh… shhh…* Il loro respiro sincronizzato era l’unica costante in quel cambiamento di atmosfera. Passarono accanto al carrello, una fila di sei unità, ognuna con il modulo NCI-7 fissato alla nuca come un parassita di metallo. Nessuno di loro sollevò lo sguardo. Il loro mondo era la sequenza successiva, il punto sulla griglia. L’anomalia non li riguardava. La loro corteccia prefrontale, soppressa, non poteva nemmeno formularne il concetto.

«Non possiamo restare qui,» disse Mino. La sua voce gli sembrò fragile, troppo organica in quel luogo di metallo e sibili. «Se mandano una pattuglia a controllare il condotto…»

«Lo faranno,» tagliò corto Valerio. Il suo sguardo abbandonò la cabina, calcolò angoli, ombre, le profonde cavità sotto le strutture di supporto dello scafo colossale. «Ma non subito. Prima analisi. Poi valutazione. Poi dispiegamento. Abbiamo minuti. Forse dieci.»

«Dieci minuti per fare cosa?» La domanda di Mino era carica di una disperazione che cercava di tenere a bada. «Siamo in una caverna sigillata, piena di occhi elettronici e di… di quelli.» Indicò con un cenno del capo il flusso incessante.

«Per arrivare là,» rispose Valerio. Il suo dito indicò non la cabina, ma la parete opposta della caverna, dove la curvatura dell’astronave si perdeva nell’oscurità alta. Là, aggrappata alla roccia come un fungo parassita, c’era un’altra struttura. Più piccola, senza finestre. Solo una porta blindata e una serie di condotti che salivano verso l’alto, scomparendo in una galleria scavata nella roccia viva. Un’uscita. O l’ingresso al cuore della cosa.

«Il nucleo di comando,» sussurrò Kael. Il suo occhio biologico, azzurro pallido, seguì la direzione. «Accesso riservato. Livello Omega.»

«Adriano,» disse Valerio. Il nome non era un sussurro. Era un obiettivo. «È lì. Deve esserci. Il suo nido.»

Mino guardò la distanza. Cinquanta metri di passerella nuda. Attraversare significava esporsi completamente alla vista della cabina. E anche se quelli dentro erano distratti, i droni di sorveglianza passiva – quelle sfere nere sospese a intervalli regolari sotto la volta – non lo sarebbero stati.

«È una follia,» disse. «Ci vedranno.»

«Non se il sistema di sorveglianza ha un… punto cieco temporaneo,» replicò Valerio. Una luce febbrile accese i suoi occhi. Si chinò, aprì una delle casse metalliche sul carrello. All’interno, avvolti in stracci oleosi, c’erano tre cilindri lunghi un avambraccio, con un’estremità tronca e una fila di LED verdi spenti. Roba di contrabbando militare. Disturbatori a impulso.

«Disturbatori a banda larga,» spiegò, sollevandone uno. Il metallo era freddo e pesante. «Cortissimo raggio. Accecano sensori ottici ed elettromagnetici per quindici secondi. Creano un’anomalia localizzata e inspiegabile.»

«E dopo quei quindici secondi?» chiese Mino, il cuore che martellava contro le costole.

«Dopo, saremo già alla porta. O morti.» Valerio passò un cilindro a Kael, che lo esaminò con l’occhio biologico. Ne tenne un altro per sé. L’ultimo lo porse a Mino. «Tu copri le nostre spalle. Se qualcosa si muove dalla cabina, premi questo.» Indicò un pulsante nero sull’impugnatura. «Punta e tieni premuto. Non guardare la fonte.»

Mino afferrò il cilindro. Il peso della responsabilità era più freddo del metallo. Coprire le spalle. In una vita passata a chinare il capo, ora doveva tenere d’occhio il nemico.

Valerio non attese. Con un gesto, indicò a Kael un punto a metà della passerella. «Lì. Il punto di massima esposizione. Attivi il tuo quando io alzerò la mano. Poi corri verso la porta. Non voltarti.»

Kael annuì, un cenno secco. Il suo volto era una maschera, ma l’occhio biologico lampeggiò rapidamente. Paura? Eccitazione? Con Kael era impossibile dirlo.

Si misero in movimento, spingendo il carrello con lentezza studiata, mimetizzandosi nel flusso di un gruppo di IAnti che trasportava travi composite. Mino lo seguì, il disturbatore stretto in una mano sudata, l’altra aggrappata al bordo del carrello. Il ronzio di fondo dei sistemi – quel costante 58 hertz – sembrò trasformarsi nel ticchettio di un conto alla rovescia nella sua testa.

Attraversarono la prima parte, protetti dall’ombra di un argano sospeso. La cabina era alla loro sinistra, le sagome ancora concentrate. Fin qui, nulla.

Poi lo spazio si aprì. La passerella si allungava, nuda, sopra un vuoto di trenta metri popolato dal brulichio lento di centinaia di IAnti. Davanti, la porta blindata sembrava lontanissima.

Valerio si fermò. Alzò la mano sinistra, palmo aperto.

Kael, rimasto indietro di qualche passo, sollevò il disturbatore. Non ci fu suono, non un lampo visibile. Ma Mino lo *sentì*: un cambiamento di pressione nell’aria, un’onda subacquea che gli fece tappare le orecchie per un istante.

Sopra di loro, le sfere di sorveglianza vacillarono. Le loro lenti rosse sfarfallarono, diventarono grigie, poi opache. Per un raggio di dieci metri, erano cieche.

«Ora!» ringhiò Valerio, e si lanciò in una corsa silenziosa e rapida, abbandonando il carrello.

Kael gli fu dietro, i suoi passi felpati che non producevano eco neanche sulla griglia metallica.

Mino rimase un attimo, ipnotizzato. Poi un movimento catturò il suo sguardo. Dalla cabina, la porta scorrevole si aprì di scatto.

Uscì l’agente di sicurezza, il fucile a impulso già in mano, non puntato ma pronto. **Ryker Voss.** I suoi occhi, dello stesso verde glaciale di sua sorella Anya, scorsero la passerella, si fissarono sul carrello abbandonato, poi sul punto cieco dove le sfere erano morte.

Mino non pensò. Alzò il disturbatore, puntò la massa nera dell’agente, e premette il pulsante.

Nessun lampo. Ma Ryker Voss trasalì come preso da una scossa. Il fucile gli tremò in mano. Si portò una mano alla tempia, gli occhi persi, disorientato. Barcollò, urtando contro il montante della porta.

«Che succede…?» La voce di Anya Voss, tagliente, arrivò dall’interno.

Mino non attese. Si girò e corse, le gambe di piombo, il cuore in gola. Valerio e Kael erano già alla porta blindata. Valerio aveva estratto il tablet rubato a Elara Jax, lo avvicinava al lettore di badge.

Un *clic* metallico risuonò.

La porta non si aprì.

Un segnale rosso lampeggiò sul lettore. Un tono di errore, basso e insistente.

«Clearance insufficiente!» esclamò Valerio, una crepa di panico nella voce. «Livello 2 non basta!»

Dalla cabina, Ryker Voss si stava riprendendo. Strizzava gli occhi, ma alzava di nuovo il fucile, cercando una mira.

«Kael!» urlò Valerio.

Il giovane con l’occhio meccanico si fece avanti. Con un movimento rapido, si strappò dalla cintura una piccola sacca di tessuto resistente. La aprì, ne estrasse un oggetto che fece gelare il sangue nelle vene di Mino.

Era un modulo d’interfaccia neurale. Un NCI-7. Identico a quelli sulla nuca di ogni IAnti. Ma questo non era nuovo. Era consumato, opaco, con tracce di un fluido essiccato, marrone-rossastro, su un connettore. **Sangue. O qualcosa di simile.** Mino lo riconobbe all’istante, e il suo stomaco si contorse. Era stato strappato da qualcuno. Da *qualcosa*.

«Dove… l’hai preso?» riuscì a dire, la voce un filo di suono.

«Magazzino Alfa,» rispose Kael, la voce sintetica piatta come sempre. «Durante la deviazione. È di un’unità deceduta. Ma il codice di autorizzazione è ancora valido a livello di sistema.» **Spiegazione implicita: il modulo, anche se staccato da un IAnti deceduto, conservava i privilegi di accesso del suo portatore originale – probabilmente un tecnico di Livello Omega trasformato, o un supervisore. Il sistema riconosceva il chip, non la coscienza che una volta lo abitava.**

Avvicinò il modulo sporco al lettore.

Per un secondo, nulla. Poi un ronzio diverso, più profondo, uscì dalla porta. Il segnale rosso si spense. Verde.

Con un sibilo di pistoni idraulici, la porta blindata si ritrasse, rivelando un corridoio illuminato da una luce bianca e fredda, così intensa da far lacrimare gli occhi dopo la penombra della caverna.

«Dentro!» ordinò Valerio, spingendo Mino attraverso l’apertura.

Un fischio acuto, diverso da qualsiasi suono sentito prima, fendè l’aria. Il metallo della cornice della porta esplose in una pioggia di scintille arancioni, a pochi centimetri dalla testa di Kael che entrava per ultimo. Ryker Voss aveva sparato.

Poi la porta si richiuse alle loro spalle, con un *clang* definitivo che tagliò fuori il mondo della caverna, il ronzio, il respiro sincronizzato, e lasciò solo il silenzio pulsante del corridoio bianco, e l’odore asettico di sterilizzazione e di tomba sigillata.