Capitolo 8

Capitolo 8

Il bagliore bianco si intensificò, trasformando le pareti umide del condotto in una lastra di ghiaccio illuminata dall’interno. Il ronzio del drone Serpe non era un suono, era una sensazione: un vibrare metallico che precedeva la sagoma, come il sibilo di un serpente prima del morso.

Valerio si schiacciò contro la parete, il volto una maschera di calcolo frenetico nel riverbero. «Indietro,» sibilò, la voce un filo spezzato. «Lentamente. Senza fare rumore.»

Mino obbedì, scivolando all’indietro, le spalle che strusciavano contro il cemento ruvido. Il condotto era troppo stretto per voltarsi, troppo stretto per correre. Il drone avanzava con una fluidità innaturale, il suo corpo segmentato che si contorceva per adattarsi alla curva. La luce bianca era accecante, spietata, cancellava ogni ombra, ogni nascondiglio.

Kael era rimasto immobile, l’occhio meccanico spento. La cupola di metallo opaco non rifletteva nulla, assorbiva la luce come un buco nel mondo.

«Non può vederci se non ci muoviamo,» mormorò Valerio, più a se stesso che a loro. «Sensori a movimento, termici, acustici. Ma il condotto è caldo, c’è rumore di fondo…»

Il *clang* metallico si ripeté, più vicino. Un segmento del drone che urtava contro la parete. Il suono era preciso, meccanico. Non c’era esplorazione casuale in quel movimento. Stava ispezionando l’ostruzione, la saldatura indebolita che Kael aveva creato.

Mino sentì il sudore freddo scendergli lungo la schiena. Il disturbatore al polso era morto. Guardò Valerio, cercando un piano, una disperata via di fuga negli occhi grigi ferro dell’uomo. Vide solo concentrazione assoluta.

Il fascio di luce bianca li investì.

Per un secondo, Mino fu certo di essere stato visto. La luce gli bruciò le retine. Attese il suono di un allarme, il sibilo di un’arma a energia.

Niente.

Il fascio scivolò su di loro, continuò oltre. Il drone Serpe avanzò ancora di un metro, poi si fermò. La sua “testa” – un modulo cilindrico con una lente centrale nera come la pece – ruotò di novanta gradi, puntando dritto sulla saldatura del portello, a meno di tre metri dalla loro posizione.

Un raggio rosso sottile come un ago uscì dalla lente, scansionando la giuntura metallica. Un *bip* udibile, monotono, si unì al ronzio.

«Sta analizzando il danno,» sussurrò Kael, la sua voce sintetica improvvisamente così vicina che Mino trasalì. L’impianto non aveva emesso il solito ronzio preliminare. «Probabilità di segnalazione: alta.»

«E dopo?» chiese Mino, la voce un rantolo.

«Dopo chiama la manutenzione. O ci disinfetta.»

Il raggio rosso continuava a scorrere avanti e indietro. Il drone era immobile, sospeso nel condotto come un verme meccanico in agguato.

Valerio chiuse gli occhi per un secondo. Quando li riaprì, c’era una decisione feroce nel loro grigio. Guardò Kael, poi fece un cenno quasi impercettibile con la testa verso il drone.

Kael inclinò la cupola metallica. Un debole ronzio, questa volta udibile, emise dall’impianto. L’occhio meccanico non si accese. Invece, dalla fessura lungo il bordo della cupola, iniziò a filtrare una luminescenza diversa: un bianco sporco, caldo. L’aria attorno a loro iniziò a tremare, come sopra un’asfalta in estate. Le gocce di condensa sulla parete vicina vibrarono, poi esplosero in una fine polvere di vapore.

«Campo di interferenza,» disse Kael, la voce piatta. «Durata: dodici secondi.»

«Basta?» chiese Valerio.

«Basta per confonderne i sensori a corto raggio. Non per fermarlo.»

«Non dobbiamo fermarlo. Dobbiamo fargli credere che qui non ci sia niente di anomalo, oltre al danno.» Valerio prese un respiro profondo. «Al mio segnale. Tu emetti. Io mi muovo.»

«Valerio, no…» iniziò Mino, ma l’altro lo zittì con uno sguardo.

«Ha sensori acustici. Sta’ zitto e stai fermo.»

Il raggio rosso del drone completò la scansione. Il *bip* cessò. La testa cilindrica ruotò lentamente, tornando in asse con il corpo. La luce bianca si spostò, iniziando a illuminare il condotto dietro di sé.

«Ora!» sibilò Valerio.

Kael emise un suono basso, un ronzio che saliva di frequenza fino a diventare un fischio acuto, appena al limite dell’udibile. L’aria attorno a loro sembrò liquefarsi, distorcendosi. La luce bianca del drone sfarfallò, per un istante si frammentò in un arcobaleno di aberrazioni cromatiche, come olio su acqua.

Valerio si mosse.

Non indietro, ma *avanti*. Scattò lungo il condotto con la velocità di un felino, silenzioso nonostante la fretta. Le sue dita agguantarono il brandello della sua giacca a terra, lo strapparono. Nel movimento, il suo braccio sfiorò la parete, staccando una piccola scheggia di cemento.

Il drone si bloccò. La sua testa scattò di nuovo verso di loro. La lente nera sembrò fissarli. Il ronzio cambiò tono, diventando più acuto, interrogativo.

Kael mantenne l’emissione. Il bagliore bianco sporco dalla sua cupola pulsava. Mino vide il metallo della parete vicino al drone perdere definizione, come visto attraverso il vetro bollente.

Il drone rimase immobile per tre secondi interminabili. Poi, con un movimento fluido, la sua testa si ritrasse leggermente. La luce bianca si attenuò del cinquanta per cento. Emise una serie di *bip* rapidi, diversi dai precedenti. Un codice.

Poi iniziò a retrocedere.

Si contorse, i segmenti del suo corpo che si ripiegavano l’uno sull’altro con precisione meccanica, e iniziò a scivolare all’indietro lungo il condotto, verso la curva da cui era venuto. La sua luce si allontanò, lasciandoli di nuovo nel buio, interrotto solo dal debole bagliore morente dell’impianto di Kael.

Il fischio cessò. Il ronzio di Kael si spense con un ultimo sussurro elettronico.

Silenzio. Poi il respiro affannoso di Mino, che sembrò rimbombare nel tunnel.

«Cos’è successo?» ansimò.

«Gli ho dato un motivo per il danno,» disse Valerio, la voce rauca. Si guardò il brandello di stoffa in mano. «Un frammento di materiale organico, strappato, intrappolato nella giuntura. Più una piccola caduta di detriti. Per i suoi logici, è sufficiente: ostruzione accidentale. Niente intrusioni. Solo incuria.»

«E i nostri segnali termici? I nostri movimenti?»

«Il campo di Kael li ha distorti. Per dodici secondi, ai suoi sensori, siamo sembrati un’anomalia di calore diffusa.» Valerio si passò una mano sul viso. «Per ora.»

«Per ora,» ripeté Kael. Il suo occhio meccanico si riaccese, emettendo il solito fascio verdastro, ma debole, tremolante. «Batteria residua: undici per cento. Campo di interferenza: esaurito.»

«Allora muoviamoci,» disse Valerio, infilando il brandello di stoffa in tasca.

Ripresero ad avanzare, più in fretta di prima. L’incontro con il drone aveva iniettato una nuova, gelida urgenza nei loro movimenti. Il condotto continuava a salire, la pendenza diventando più marcata. Il ronzio a 58 hertz era onnipresente, ora, il battito cardiaco della Zona Nera che li chiamava.

Dopo altri cinquanta metri, il condotto terminò in un’altra griglia, più grande della precedente. Questa non era sul pavimento, ma su una parete curva. Attraverso i fori, Mino vide non il buio, ma una penombra grigiastra, interrotta da luci lampeggianti rosse e verdi in lontananza.

Valerio si avvicinò, mise un occhio a un foro. Rimase immobile per un lungo momento.

«Dove siamo?» chiese Mino.

«Sopra un corridoio di servizio secondario,» rispose Valerio, senza voltarsi. «Poco traffico. Illuminazione di emergenza. Sembra… dismesso, o in standby.»

«Accesso?»

«La griglia è fissata con bulloni dall’esterno. Dobbiamo spingerla.» Si girò verso Kael. «Puoi?»

Kael si avvicinò. Il suo occhio meccanico si focalizzò sui bulloni, uno dopo l’altro. *Click. Click. Click.* «Leghe standard. Ossidazione media. La mia forza residua è insufficiente. Deve essere forza fisica.»

Valerio annuì. Si posizionò sotto la griglia. «Mino, dall’altra parte. Spingi. Kael, tu stai in ascolto.»

Mino si mise accanto a lui. Il metallo era freddo e ruvido sotto le sue dita. «Uno, due, TRE!»

Spinsero.

Un gemito metallico, soffocato, riempì il condotto. La griglia cedette di un millimetro, poi si bloccò. I bulloni arrugginiti stridettero nelle loro sedi.

«Di nuovo!» ringhiò Valerio.

Spinsero con tutta la forza che avevano rimasta. Il gemido diventò uno scricchiolio. Uno dei bulloni, con un *pop* secco, si spezzò. La griglia si inclinò da un lato.

Il terzo tentativo fu decisivo. Con un rumore di lacerazione metallica, la griglia si staccò dalla parete, cadendo all’indietro nel condotto con un fragore che a Mino parve assordante. Valerio la afferrò al volo, attenuando il colpo.

Si immobilizzarono, il fiato sospeso, in ascolto.

Dall’apertura entrò solo il ronzio dei 58 hertz, leggermente attenuato. Nessun allarme.

«Passa,» ordinò Valerio.

Mino si infilò attraverso il buco, atterrando goffamente su un pavimento di metallo grigio dall’altra parte. Si ritrovò in un corridoio stretto e basso, illuminato da strisce LED azzurre posizionate a intervalli regolari sul soffitto. L’aria era fresca, filtrata, con lo stesso retrogusto metallico. Alle pareti, pannelli di comando spenti, tubature cromate sigillate.

Valerio e Kael lo raggiunsero. Valerio riposizionò approssimativamente la griglia sull’apertura.

«Dove siamo?» chiese di nuovo Mino.

Valerio non rispose. Stava guardando una targa smaltata fissata alla parete. La pulì con un dito. C’era scritto: **SETTORE 7 - SOTTO-SETTORE GAMMA - CORRIDOIO DI MANUTENZIONE 12**. E sotto: **ACCESSO AUTORIZZATO SOLO A PERSONALE CON CLEARANCE LIVELLO 3 O SUPERIORE. VIETATO L’ACCESSO A UNITÀ IANTI.**

«Siamo dentro,» sussurrò Valerio. Un sorriso senza gioia gli increspò le labbra. «Nella pancia della bestia.»

Il suono di un carrello a motore elettrico, un ronzio basso e uno stridore di ruote mal lubrificate, li fece sobbalzare. Proveniva dalla curva del corridoio, una cinquantina di metri più avanti.

«Nasconditi!» sibilò Valerio, spingendo Mino e Kael dietro un grosso armadio metallico che ospitava valvole di controllo.

Si accucciarono. Il ronzio si avvicinò, accompagnato da un fischietto stonato. Qualcuno stava fischiettando.

Una figura apparve alla curva, spingendo un carrello modello *TransiTrak-4*, carico di scatole di componenti. Era una giovane donna, la tuta blu sporca di grasso, i capelli rossi legati in una treccia. Fischiettava guardando il pavimento. Si fermò a pochi metri dal loro nascondiglio, davanti a un pannello. Sospirò, posò il carrello, e iniziò a cercare una chiave.

«Cazzo, ancora questo guasto,» borbottò a mezza voce. «Sarebbe ora di sostituire tutto questo cablaggio analogico…»

Lavorò per un minuto, aprendo il pannello, estraendo un modulo bruciato. Valerio guardò Mino, poi fece un cenno verso la donna. Il suo sguardo diceva chiaramente: *È la nostra occasione.*

Mino scosse la testa, terrorizzato.

Ma Valerio non stava chiedendo il permesso. Con un movimento fluido e silenzioso, uscì dal nascondiglio. Camminò, con passo normale. La donna, sentendo dei passi, si girò di scatto.

«Oh! Mi hai spaventata, non ti avevo sentito…» iniziò, poi si interruppe, vedendo il volto sconosciuto, i vestiti sporchi. I suoi occhi verdi si spalancarono. «Ehi, tu chi…»

Valerio fu su di lei prima che potesse finire la frase. Una mano le coprì la bocca, un braccio le immobilizzò il corpo. La lotta fu breve, silenziosa. La trascinò dietro l’armadio.

Mino la vide da vicino. Gli occhi verdi erano dilatati dal terrore, fissi su di lui. Sulla tuta, sopra il cuore, c’era una targhetta: **JAX, ELARA - TECNICO LIVELLO 2**. Accanto, fissata con nastro adesivo consunto, una foto piccola e sbiadita: lei, più giovane, sorridente accanto a un uomo su uno sfondo verde che non poteva essere sulla Terra. Al dito anulare, una fede di metallo semplice, consumata dal lavoro.

«Per favore…» riuscì a gemere tra le dita di Valerio.

«Dormi,» disse Valerio, e con un movimento rapido e preciso, le premette un punto sul collo. La tensione abbandonò all’istante il corpo della donna. I suoi occhi si chiusero. Valerio la adagiò a terra con una cura quasi surreale, sistemandole la treccia di capelli rossi.

«L’hai… uccisa?» chiese Mino, la voce tremula.

«Addormentata. Per qualche ora.» Valerio si stava già sfilando la giacca. «Aiutami a spogliarla. Prendi la sua tuta.»

«Non possiamo…»

«Possiamo e dobbiamo,» tagliò corto Valerio, già slacciando la cintura degli attrezzi. «È la nostra copertura.»

Con mani che tremavano, Mino aiutò Valerio a sfilare la tuta blu. La stoffa era calda, impregnata del suo odore: sudore, olio di macchina, un vago sentore di sapone sintetico. Sotto, sulla maglia termica, c’era una macchia di caffè secco a forma di stella.

Valerio si infilò la tuta. Prese la cintura degli attrezzi, il tablet incrinato, il badge.

«Tu prendi i suoi vestiti, mettili sotto la tuta che hai addosso.» Indicò un condotto di aerazione più piccolo. Con l’aiuto di un cacciavite, svitarono la griglia, vi infilarono dentro il corpo incosciente di Elara, e riserrarono. Non era un nascondiglio perfetto.

Valerio si sistemò la tuta. Con il volto sporco, non assomigliava affatto alla foto sul badge. Ma da lontano, con la tuta blu, poteva funzionare.

«E noi?» chiese Mino.

Valerio guardò il carrello *TransiTrak-4*. C’erano coperte termiche ripiegate. Ne tirò fuori due. «Avvolgiti in questa. Fingiti un componente da trasportare. Kael… devi spegnere l’occhio. E coprirti.»

Kael inclinò la cupola. «Spegnimento protocollare: novanta secondi. Riaccensione: tre minuti. Sarò non operativo.»

«Fallo.»

Il bagliore verdastro dell’occhio iniziò a attenuarsi, a pulsare lentamente. Dopo novanta secondi esatti, la luce si spense. La cupola diventò solo una protesi muta. Valerio gli gettò addosso l’altra coperta termica.

«Bene,» disse Valerio. «Adesso, ascolta. Il nostro obiettivo è il centro di controllo principale.» Prese il tablet di Elara, lo accese. Lo schermo mostrò una mappa, una lista di lavori, e un indicatore: **LIVELLO 2 - MANUTENZIONE GENERICA**.

«Con questo possiamo muoverci. Segui il carrello. Stai zitto.»

Spinse il carrello, che stridette. Mino si avvolse nella coperta. Kael, avvolto nell’altra, camminava come un automa.

Si incamminarono lungo il corridoio. Passarono davanti a porte sigillate. Incrociarono un altro tecnico, che annuì distrattamente. Un altoparlante gracchiò un annuncio incomprensibile.

Alla fine del corridoio, una porta scorrevole più grande. Sopra, una targa: **ACCESSO A SETTORE 7 - ZONA OPERATIVA PRIMARIA. CLEARANCE LIVELLO 3 RICHIESTA.**

Valerio passò il badge di Elara sul lettore.

Un LED rosso lampeggiò. Un bip negativo.

**CLEARANCE INSUFFICIENTE.**

Valerio sfiorò il tablet, aprì la lista dei lavori. Ne selezionò uno in cima: **SOSTITUZIONE MODULO ILLUMINAZIONE - CORRIDOIO 7-G/12 (URGENTE - SEGNALATO DRONE SERPE)**. Sorrise, un’espressione fredda.

Premette il pulsante per la comunicazione vocale.

«Qui tecnico Jax, Sotto-Settore Gamma,» disse, con voce neutra, stanca. «Ho l’ordine di sostituzione per il modulo d’illuminazione nel Corridoio 7-G/12, segnalato dal drone Serpe. Clearance di Livello 2 per il lavoro. Richiedo accesso temporaneo.»

Silenzio. Poi una voce robotica: **VERIFICA ORDINE DI LAVORO… ATTENDERE.**

Secondi che sembrarono ore.

**ORDINE CONFERMATO. ACCESSO TEMPORANEO AUTORIZZATO PER TECNICO JAX E ASSISTENTE. DURATA: TRENTA MINUTI. OLTRE IL TERMINE, SCATTANO ALLARMI DI SICUREZZA.**

Un clic metallico. La porta si aprì con un sibilo d’aria compressa.

Al di là, non c’era un altro corridoio.

C’era la vista.

Un balcone di osservazione, sospeso nel vuoto. Sotto di loro, a perdita d’occhio, si estendeva il cuore operativo della Zona Nera.

Mino sentì le ginocchia cedere. La coperta gli scivolò dalle spalle. L’aria gli uscì dai polmoni in un sibilo muto.

Era una città di lavoro. Piattaforme mobili sospese su campi anti-gravitazionali si muovevano con lentezza maestosa, trasportando sezioni di scafo titaniche. Bracci robotici articolati, alti come grattacieli, saldavano con fasci di luce azzurra che lasciavano dopoimmagini violacee sulla retina. E ovunque, il flusso costante degli IAnti. Migliaia. Decine di migliaia. Piccole figure in tute grigie che si muovevano su impalcature, un formicaio umano silenzioso, efficiente, disumano. Il ronzio qui non era più un suono. Era una pressione fisica, un peso sullo sterno che coincideva con il battito del suo cuore. I 58 hertz risuonavano in ogni struttura metallica, si propagavano attraverso l’aria stessa, una nota fondamentale dell’orrore.

E al centro di tutto, che saliva verso un soffitto così alto da perdersi nella penombra, la Nave.

Non era più solo una curva nel buio. Era una montagna di metallo e compositi, una forma che evocava sia un chicco di grano che una lancia, un utero e un proiettile. Lo scafo, grigio opaco-nero, assorbiva la luce delle saldatrici senza rifletterla, un buco di materia nel cuore della caverna. Era già enorme, eppure Mino *sapeva*, con una certezza viscerale che gli annodava lo stomaco, che era solo lo scheletro. Doveva ospitare decine di migliaia di persone. Un’arca. La vista lo stordiva, lo annichiliva. Ogni singolo punto grigio in movimento laggiù era stato una persona. Con un nome, una storia, una foto in tasca, una fede al dito. Ora erano ingranaggi. E lui li guardava, e sentiva non solo terrore, ma una colpa mostruosa e precoce, perché sapeva che per salvarli tutti, forse, bisognava lasciarli lì.

«Dio mio,» mormorò, la voce che gli morì in gola.

Valerio rimase immobile sulla soglia, la mano ancora sul carrello. I suoi occhi grigi percorrevano la scena sotto di loro. Non c’era trionfo nel suo sguardo. C’era una specie di terrore reverenziale, misto a un odio così profondo da sembrare fisico.

«Sì,» disse Valerio, la voce più bassa di un sussurro, carica di una rabbia gelida. «Ecco cos’è la salvezza. Ecco il prezzo.» Indicò un punto, in lontananza, sulla parete opposta della caverna. Una struttura più grande delle altre, una specie di nido d’ape di luce e vetro incastonato nella roccia. Finestre a tutta altezza riflettevano il bagliore delle saldatrici. «Il Centro di Controllo Primario. Il nido dell’aquila.»

Era lì. La meta.

«Trenta minuti,» ricordò Valerio a se stesso, strappando lo sguardo dalla vista ipnotica. Spinse il carrello sulla passerella. Il metallo risuonò sotto le ruote. «Dobbiamo attraversare.»

Iniziarono a camminare lungo la passerella sospesa, sopra l’abisso brulicante. Mino sentiva gli sguardi, immaginari o reali, salire da sotto. Sentiva il peso di quegli occhi vuoti.

A metà della passerella, un altoparlante gracchiò. La voce robotica, questa volta, non annunciava codici.

**ATTENZIONE TUTTO IL PERSONALE. AGGIORNAMENTO DI SICUREZZA. SI SEGNALA UNA POSSIBILE ANOMALIA NEI SOTTO-SETTORI PERIFERICI. TUTTE LE UNITÀ DI SICUREZZA INCREMENTINO I LIVELLI DI VIGILANZA. REPORTARE IMMEDIATAMENTE OGNI ATTIVITÀ SOSPETTA O PERSONALE NON IDENTIFICATO.**

Valerio si irrigidì. La sua mano si strinse attorno al manico del carrello.

Il drone Serpe aveva fatto la sua segnalazione, dopo tutto. Non di un’intrusione. Ma di un’anomalia.

E la macchina aveva iniziato a sospettare.