La luce della cabina di controllo tagliava il buio della passerella come una lama chirurgica. Mino la fissava, i passi diventati meccanici, il corpo che seguiva Valerio per puro istinto di sopravvivenza. La tuta da IAnti, gettata via, gli aveva lasciato addosso una patina oleosa, come se il vuoto negli occhi di quelle cose si fosse trasferito sulla sua pelle per contatto.
Il ronzio a 58 hertz non era più un suono. Era una vibrazione che gli riempiva il cranio, che faceva tremare i molari. Ogni passo sulla griglia metallica sembrava amplificarlo, trasformandolo nel battito cardiaco meccanico della caverna stessa.
Valerio camminava davanti, la schiena una linea tesa, i tendini del collo corde sotto la pelle. Non si voltava. La sua attenzione era tutta assorbita da quel rettangolo di luce, e dalle ragnatele metalliche delle passerelle che si diramavano nell’abisso. Su ognuna, il flusso costante degli IAnti. Ora li sentiva passare a pochi metri.
Non erano i passi, leggeri sulle suole di gomma consumata. Era il respiro. Un sibilo regolare, sincronizzato, da decine di gole. *Shhh… shhh… shhh…* Come il vento in una condotta, ma troppo umano. E gli occhi. Li incrociava per un attimo quando i flussi si incrociavano. Occhi che riflettevano la luce bianca delle lampade alogene come vetri opachi. Nessuna pupilla che si dilatava, nessun battito di ciglia. Uno sguardo che perforava il suo e andava oltre, verso un punto fisso nell’infinità curva della struttura che saliva nel buio.
«Non guardarli negli occhi,» sibilò Valerio, senza voltarsi. La sua voce era un filo teso sopra il ronzio. «Ti svuota.»
Mino fissò le sue scarpe fradice che lasciavano impronte umide sulla griglia. Ma l’immagine era già stampata: il volto di una donna, capelli tagliati corti, una traccia di sporco sulla guancia. E quegli occhi. Più vuoti di quelli di un cadavere. Un cadavere almeno aveva avuto una vita. Quello sguardo negava che una vita ci fosse mai stata.
La cabina si avvicinava. Una struttura prefabbricata in lega grigio chiaro, aggrappata alla parete della caverna come un bozzolo. Finestre panoramiche opacizzate correvano lungo il lato che dava sull’abisso. Sotto, il bagliore fioco di schermi, il movimento di sagome.
L’accesso era una porta scorrevole in vetroresina rinforzata. Valerio si fermò a dieci metri, tirandosi nell’ombra di un pilastro. Mino si accucciò accanto a lui, il cuore che batteva a martello contro le costole, in dissonanza totale con il battito meccanico dei 58 hertz.
«Lì dentro,» mormorò Valerio, gli occhi grigi fissi sulla porta. «Il controllo di settore. I registri. Forse le mappe del progetto.» Fece una pausa. Mino sentì, più che vide, la mascella serrarsi sotto la pelle. «O forse ci sono solo degli stipendiati che premono pulsanti.»
«Cosa facciamo?» chiese Mino, la voce un sussurro roco.
Valerio gli lanciò un’occhiata rapida. «Il disturbatore?»
Mino sollevò il polso. Il disco di metallo opaco era freddo. La spia LED rossa, un tempo intermittente, era fissa. Un punto di sangue elettronico. «Sta morendo.»
«Il campo di interferenza si restringe. Tra poco, gli scanner ci vedranno.» Valerio estrasse dalla tasca un lettore di codici magnetici nero, modello Tech-7. «Kael me l’ha passato. Firma di accesso generica, livello tre. Dovrebbe aprirci le porte non critiche.»
«“Dovrebbe”?»
«È la Zona Nera. Niente è certo, tranne che se restiamo qui, siamo morti.» Valerio scrutò l’area. «C’è un condotto di aerazione. Lì.» Indicò con il mento un grosso tubo corrugato in alluminio che scendeva dal soffitto e si innestava nel tetto della cabina. A tre metri da terra, un portello di ispezione circolare con maniglia a farfalla. «Prima opzione: la porta. Se dentro c’è gente, siamo allo scoperto. Seconda: quel portello. Meno elegante, più silenzioso.»
Mino guardò il portello. Tre metri. Senza appigli. «E come ci arriviamo?»
Valerio si tolse la giacca di pelle sintetica, la arrotolò. Sotto, una maglia nera aderente mostrava i muscoli delle braccia, temprati da una vita di fuga. «Tu mi fai da piedistallo. Poi io ti tiro su.»
Il ronzio sembrò intensificarsi, premendo sulle tempie di Mino. Ogni secondo in più era un secondo in cui il disturbatore moriva. Annuì.
Si avvicinarono al tubo, tenendosi nell’ombra del pilastro. Sotto, a venti metri, un gruppo di IAnti assemblava un pannello di scafo. Un concerto di clangori metallici attenuati, viti elettriche che ronzavano, tutto sovrastato da quel sibilo costante dei polmoni vuoti. Nessuno alzò lo sguardo.
Arrivati sotto il portello, Valerio si appoggiò al tubo. «Mettiti a quattro zampe.»
Mino obbedì, sentendosi ridicolo e disperato. Valerio gli mise un piede sulla schiena, poi l’altro. Il peso era notevole, concentrato. Mino strinse i denti, le braccia che tremavano. Sentì Valerio sollevarsi, le dita che cercavano appiglio sulle corrugazioni. Un grattare di unghie sul metallo. Un *thud* sordo quando la suola spinse più forte sulla sua spina dorsale.
Poi il peso si alleggerì. Valerio era aggrappato al tubo. Con uno sforzo silenzioso, si tirò su, afferrò la maniglia a farfalla. Con un cacciavite piatto infilato nel meccanismo di blocco, fece leva. Un *clic* metallico, soffocato dal rombo di fondo.
Il portello si aprì verso l’interno, un buco nero. Un flusso d’aria più fredda e pulita scese, mescolandosi all’odore di ozono. Valerio si infilò dentro e scomparve.
Mino rimase lì, inginocchiato sotto il tubo, solo. Il sibilo degli IAnti sembrò avvicinarsi. *Shhh… shhh… shhh…* Sentì il bisogno irrefrenabile di voltarsi. Resistette, gli occhi chiusi, il respiro corto.
Una mano apparve dal buco nero. La mano di Valerio, tesa, dita che si richiudevano in un gesto impaziente.
Mino saltò, l’afferrò. La presa era una tenaglia. Valerio lo tirò su con uno strattone che gli strappò un guaito dalla spalla. Mino si ritrovò a metà corpo nel condotto, poi strisciò sul ventre nel tubo stretto e freddo.
Era un condotto principale, alto abbastanza da stare carponi. L’aria che fluiva era filtrata, priva dell’odore metallico, ma portava tracce di plastica calda, circuiti, caffè sintetico. E voci. Umane, ovattate dal metallo.
Valerio era già in avanscoperta, strisciando verso una griglia di ventilazione da cui proveniva luce e suono. Mino lo raggiunse.
Attraverso le lamelle della griglia, vedevano l’interno.
Uno spazio ampio, forse venti metri per dieci. Lungo la parete finestrata, una consolle continua illuminata dal bagliore bluastro di una dozzina di schermi olografici. Schemi tecnici ruotavano, flussi di dati scorrevano in colonne verdi. Una mappa topografica mostrava la forma a sigaro dell’astronave, con percentuali di completamento lampeggianti.
Di fronte, su sedie ergonomiche, due persone.
La donna, sulla trentina, capelli rossi raccolti in un nodo severo. Indossava una tuta da supervisore grigio scuro con spalline nere. Il suo volto era un modello di efficienza distaccata, occhi verdi che scansionavano i dati senza emozione. Le sue dita, lunghe e precise, sfioravano un pannello olografico, spostando icone con gesti economici.
L’uomo accanto a lei era più giovane, magro, con una barba incolta che contrastava con l’uniforme pulita. Sgranocchiava qualcosa da una confezione termica, gli occhi cerchiati fissi su tre monitor che mostravano schemi idraulici.
Un terzo uomo, in tuta grigio chiaro, era in piedi dietro di loro. Il Tecnico di Controllo Gamma che avevano visto dalla passerella. Parlava a bassa voce.
«…anomalia nel flusso di consegna del modulo 7-Alfa. Unità I-7783, calo di efficienza del quaranta per cento. Sostituita e reindirizzata al ricondizionamento.»
La donna – Anya Voss, intuì Mino dal tono di comando – non alzò lo sguardo. «Efficienza post-ricondizionamento stimata?»
«Settanta, forse settantacinque per cento. Il modulo NCI-7 mostra segni di decadimento neurale. Terzo caso questo ciclo.»
«Segnala al Biotech. Lotto difettoso di interfacce.» La voce era piatta, professionale. «Autorizza il prelievo di un’unità di riserva dal magazzino Alfa. Nessun ritardo sulla timeline del Settore Sette. Lord Adriano ha richiesto un aggiornamento personale per domani.»
Il nome cadde nella cabina come un sasso in uno stagno di mercurio. L’uomo magro smise di masticare per un secondo. Il Tecnico Gamma annuì con un brivido di deferenza. «Subito, Supervisore Voss.»
Accanto a Mino, Valerio si irrigidì. Attraverso la griglia, Mino vide le sue nocche sbiancare mentre si stringeva al bordo metallico. Il respiro di Valerio diventò un sibilo appena percettibile, diverso da quello degli IAnti. Carico di una tensione che era quasi tangibile nel condotto stretto.
«È qui,» mormorò Valerio, le parole che uscivano a fatica tra i denti serrati. «O ci sarà domani.»
La sua mano scivolò verso la fondina alla cintura. Mino gli afferrò il polso, gli occhi spalancati in un muto avvertimento. *No.*
Valerio girò la testa. Nella penombra, i suoi occhi erano pozzi d’ombra. Per un istante, Mino vide solo il bianco delle sclere, tese. Poi Valerio annuì, una volta, secca. Rilasciò la presa sul conduttore. Ma il suo sguardo rimase inchiodato ad Anya Voss, come se stesse incidendo ogni linea del suo volto nella memoria.
Nella cabina, la routine continuava.
«Supervisore Voss,» disse l’uomo magro – Silas Ren, secondo l’etichetta sul suo schermo – indicando un monitor. «Pressione nel collettore idrico adiacente al Settore Sette. In salita. Leggermente fuori parametro. Possibile ostruzione parziale.»
Anya Voss si spostò con la sedia. I suoi occhi verdi scorsero i numeri. «Il collettore è stato dismesso e sigillato vent’anni fa. Non ci dovrebbe essere flusso.»
«Eppure i sensori riportano movimento. Acqua, o simile. Livello: dodici per cento.»
Mino e Valerio si scambiarono un’occhiata. Il collettore idrico. Il fiume nero. Qualcosa aveva ostruito il flusso.
«Manda un drone di ispezione Serpe, modello a tenuta stagna,» ordinò Anya Voss, già tornata al suo schermo. «Verifica e report. Se è detrito, programma pulizia automatica per il ciclo notturno. Niente allarmi ingiustificati.»
«Subito.»
Il Tecnico Gamma uscì da una porta laterale. Nella cabina rimasero Anya Voss e Silas Ren, immersi nel bagliore dei loro schermi.
Valerio si ritrasse dalla griglia, strisciando indietro di un metro. Mino lo seguì, il sangue che gli rimbombava nelle orecchie.
«Hai sentito,» disse Valerio. La sua voce era un sibilo carico di una tensione che sembrava vibrare come il ronzio dei 58 hertz. «Adriano. Domani.»
«La nostra occasione per cosa?» chiese Mino, la gola secca. «Hanno scanner, droni, un intero esercito di… di quello là fuori!»
«Per ucciderlo.» La risposta era semplice, piana. Nella penombra, gli occhi di Valerio erano punti fermi. «Se riusciamo a arrivare a lui, tutto questo crolla. Il progetto si ferma.»
«E poi?» La domanda scappò a Mino, carica di disperata logica. «L’astronave è a metà. La Terra sta morendo. Fermare Adriano significa condannare tutti. Loro… e noi.»
Valerio lo guardò a lungo. Nel buio, Mino vide qualcosa spegnersi in quell’espressione feroce. Non la determinazione, ma la fragile speranza che ci potesse essere una via d’uscita pulita.
«Allora moriamo tutti,» disse Valerio, la voce finalmente vuota, risonante come gli occhi degli IAnti. «Ma moriamo da uomini. Non da ingranaggi.»
Stava per rispondere, quando un nuovo suono riempì il condotto. Da dietro di loro. Dal punto in cui erano entrati.
Un ronzio diverso. Più acuto. Meccanico. E il suono leggero, sinistro, di qualcosa di metallico che strisciava sul metallo.
*Click.*
*Click.*
*Click.*
Zampe multiple, articolate.
Valerio si immobilizzò, il volto improvvisamente privo di sangue nel bagliore verdastro che iniziava a filtrare dalla curva del condotto. «Drone Serpe. Di ispezione. A tenuta stagna.»
Si voltarono. In lontananza, dove il tubo curvava, un bagliore bianco, freddo, chirurgico. E dietro, una sagoma lunga, snodata, che avanzava con movimenti a scatti fluidi e innaturali.
Il drone aveva trovato l’ostruzione. E stava risalendo il condotto per verificarla.
Dritto verso di loro.