Il condotto inghiottì Valerio. Per un attimo, Mino vide solo il buio, poi il bagliore verdastro dell’occhio di Kael si spense, lasciandolo in un’oscurità così totale che per un secondo perse l’orientamento. Il ronzio a 58 hertz non era più un suono che si sentiva alle spalle. Era l’aria stessa, che vibrava nel tunnel stretto, un battito meccanico che risuonava nelle ossa del cranio.
«Vai,» sibilò la voce sintetica di Kael, alle sue spalle. Piatta, priva di enfasi, ma l’ordine era netto.
Mino si gettò in avanti, le mani che incontrarono il bordo freddo e tagliente del portello. Il metallo era ruvido di ossidazione. Si infilò dentro, il corpo che strusciava contro la saldatura indebolita e ancora tiepida dove Kael aveva concentrato il suo raggio termico. L’odore cambiò all’istante: niente più muffa stagnante o dolciume nauseabondo del fiume nero. Qui l’aria era fredda, asciutta, e portava con sé una punta metallica, come l’ozono dopo una scarica elettrica. E quel ronzio. Costante. Invadente.
Il tunnel era circolare, largo appena abbastanza per passare carponi, e saliva con una leggera pendenza. Il cemento sotto le mani e le ginocchia era liscio, industriale, senza le incrostazioni viscide della retro-città. Davanti, il buio era assoluto. Non c’era traccia di Valerio.
«Valerio?» sussurrò Mino, la voce che gli morì in gola, soffocata dal battito meccanico dell’aria.
Nessuna risposta.
Si mosse, avanzando a tentoni. Dopo una decina di metri, le dita incontrarono qualcosa di diverso: una griglia metallica, fissata al pavimento. I fori erano piccoli, regolari. Sentì una corrente d’aria fresca salire da sotto, mescolandosi al flusso più caldo che scendeva dal tunnel. *Ventilazione*, pensò. *Questo è un condotto di areazione attivo.*
Un rumore di passi leggeri alle sue spalle. Kael scivolò dentro con la silenziosità di un’ombra. Il ronzio del suo impianto si riaccese, un brusio basso, e l’occhio meccanico emise un debole bagliore verdastro, appena sufficiente a illuminare il tunnel per un paio di metri davanti a loro. La cupola di metallo opaco riflesse la luce in modo sinistro.
«Dov’è?» chiese Mino, indicando il buio davanti.
Kael inclinò la testa. L’occhio biologico, di un azzurro pallido e acquoso, fissava il nulla. Quello meccanico proiettò il fascio in avanti, scandagliando. *Click*. Mise a fuoco su qualcosa a terra, più avanti. Un pezzo di stoffa scura. Un brandello della giacca di Valerio, strappato dalla saldatura.
«Segue,» disse Kael, la voce sintetica che uscì dall’impianto con un leggero fruscio statico. «Silenzio. Il suono viaggia qui.»
Proseguirono. La pendenza aumentava lievemente. Il ronzio a 58 hertz sembrava intensificarsi, diventare più fisico. Mino sentiva le vibrazioni attraverso le mani appoggiate a terra. Il tunnel fece una curva ampia verso sinistra, e alla fine della curva, vide una luce.
Non era la luce giallastra e malata delle lampade a batteria, né il bagliore verdastro di Kael. Era una luce bianca, accecante, che filtrava da un’altra griglia, questa volta nel soffitto del condotto. La luce della Zona Nera.
Si fermarono, accucciati nell’ombra prima della pozza di biancore. Valerio era lì, appiattito contro la parete, la testa rivolta all’insù. Il suo profilo, tagliato dalla luce brutale, era una maschera di tensione pura. Fece un cenno con la mano: *piano*.
Mino si avvicinò strisciando, fino a raggiungerlo. Attraverso i fori della griglia, vide.
Era una passerella sospesa, una piattaforma di metallo grigio che correva lungo una parete curva, immensa. Sotto di essa, si apriva un vuoto. No, non un vuoto. Un *volume*. Uno spazio così vasto che la luce bianca accecante delle lampade alogene montate sulla passerella stessa non riusciva a illuminarne i confini. L’aria vibrava non solo del ronzio a 58 hertz, ma ora di un altro suono: un brusio basso, costante, fatto di mille rumori meccanici fusi insieme – il sibilo di attuatori idraulici, il rombo sordo di generatori, il clangore metallico distante.
E poi, le sagome.
A centinaia. Forse migliaia.
Lavoravano in file ordinate, perfette, su una struttura che si perdeva nella penombra oltre la portata della luce. Una struttura curva, liscia, che sembrava salire all’infinito, seguendo la parete dell’enorme caverna. Era di un colore grigio opaco, quasi nero, e rifletteva la luce in modo spento, assorbente. L’astronave.
Ma erano i lavoratori a bloccare il respiro di Mino. Gli IAnti.
Avevano visto le sagome da lontano, attraverso un portello opacizzato. Ma qui, a una ventina di metri di distanza verticale, i dettagli erano agghiaccianti nella loro chiarezza. Indossavano tute da lavoro monopezzo, logore e sporche, di un beige sporco. I movimenti non erano umani. Erano efficienti, economici, ripetitivi. Un IAnti vicino alla passerella sollevava un pannello curvo di metallo composito. Le braccia si muovevano con uno scatto preciso, senza esitazione, senza sforzo apparente. Lo posizionava su una struttura di supporto. Le mani, guantate di materiale consumato, serravano i fermi. Scatto. Clank. Passo indietro. Il corpo ruotava di novanta gradi esatti. Attendeva. Un altro IAnti gli porgeva un utensile – una saldatrice a impulsi. Scatto. Presa. Girarsi. Applicazione. Una scintilla bluastra, breve e silenziosa. Girarsi. Restituzione utensile. Attesa.
Nessun parlarsi. Nessuno sguardo incrociato. Nessuna pausa per asciugarsi il sudore, per stiracchiarsi la schiena. Solo il ciclo. Perfetto. Infinito.
Il volto dell’IAnti più vicino era rivolto verso il basso, concentrato sul compito. Ma quando si raddrizzò per attendere il prossimo componente, la luce bianca lo colpì in pieno. Mino trattenne un gemito.
Era un volto umano. O, meglio, lo era stato. La pelle era grigiastra, spenta, come privata di sangue. Gli occhi erano aperti, ma lo sguardo era… assente. Non vacuo. Assente. Fissavano il nulla davanti a sé con una concentrazione totale e al contempo completamente vuota. Non c’era stanchezza, frustrazione, dolore, noia. Non c’era nulla. Era la faccia di un manichino che respirava.
«Dio mio,» sussurrò Mino, la voce un filo spezzato.
Valerio gli afferrò il braccio, le dita che serrarono come una morsa. «Zitto,» sibilò. Il suo sguardo non si era staccato dalla scena. Bruciava di un’ira gelida, impotente.
Sulla passerella, il Tecnico di Controllo Gamma si avvicinò al bordo, il tablet in mano. Non guardava gli IAnti. Guardava il tablet. «Sequenza 7-Alfa, modulo di scafo secondario, procedere,» disse, la voce piatta che risuonò metallica nella vastità. Non era un ordine urlato. Era una constatazione.
Immediatamente, un gruppo di sei IAnti si mosse all’unisono, come un unico organismo, verso una pila di componenti. Li sollevarono senza uno sforzo visibile, nonostante le dimensioni, e iniziarono a trasportarli verso un’area di assemblaggio.
«Non sono legati,» osservò Mino, terrorizzato. «Non ci sono guardie con i fucili. Perché non scappano?»
Valerio emise un suono che era a metà tra una risata e un rantolo. «Guarda i loro colli.»
Mino si concentrò. All’attaccatura del collo, sopra il colletto della tuta sporca, ogni IAnti aveva una piccola protuberanza metallica, delle dimensioni di un bottone. Era di colore nero opaco. A intervalli regolari, una minuscola spia LED su di essa lampeggiava di verde, in sincrono con il ronzio di fondo a 58 hertz.
«Interfaccia neurale di base,» disse Kael, la sua voce sintetica che sembrò ancora più aliena in quel contesto. Il suo occhio meccanico si era focalizzato su uno dei dispositivi. Il fascio verdastro si restrinse a un punto. *Click*. «Modello NCI-7. Emette il segnale di sincronizzazione. Sopprime l’attività della corteccia prefrontale. Mantiene le funzioni motorie e procedurali di base.»
«Li spegne,» tradusse Valerio, ogni parola un veleno. «Non sono schiavi incatenati. Sono… spenti. Corpi vuoti che obbediscono a un metronomo.»
Il Tecnico di Controllo Gamma controllò il tablet e annuì, soddisfatto. Si voltò e iniziò a camminare lungo la passerella, allontanandosi. La sua figura divenne più piccola, poi scomparve dietro una curva della struttura sospesa.
«Ora,» sussurrò Valerio. Spostò lo sguardo dalla scena infernale alla griglia sopra di loro. Era fissata con quattro bulloni a leva rapida. «Kael. La griglia.»
Kael alzò il braccio, l’occhio meccanico che si focalizzò sul primo bullone. Il fascio verdastro si trasformò, diventando per un istante un punto di luce bianco-azzurra intensissimo e silenzioso. Il metallo del bullone divenne incandescente per un secondo, poi si spense. Kael ripeté l’operazione sugli altri tre. Un odore acre di metallo surriscaldato scese nel condotto.
Valerio spinse. La griglia si sollevò senza un rumore, spostata lateralmente. Un’ondata di rumore e di quella luce bianca, cruda, li investì. Il ronzio a 58 hertz era ora un martello fisico nel petto.
«Fuori,» ordinò Valerio. Si issò con un movimento fluido, rotolando sul pavimento metallico della passerella e appiattendosi immediatamente contro la parete curva. Mino lo seguì, il cuore in gola. Kael uscì per ultimo, riposizionando la griglia al suo posto con cura maniacale.
Erano sulla passerella. Sotto di loro, a una decina di metri, la linea infinita degli IAnti lavorava al loro compito silenzioso e spettrale. Davanti e dietro, la passerella sembrava proseguire per chilometri, seguendo la curva della caverna. L’astronave, da qui, era ancora più mostruosa. Seguiva la parete opposta, così vasta che la sua curvatura era appena percettibile, come l’orizzonte di un mondo morto. Era incompleta. Vidi squarci nello scafo, dove l’oscurità dello spazio interno inghiottiva la luce. Intorno ad essi, ponteggi metallici si arrampicavano come ragnatele titaniche.
«Dove andiamo?» chiese Mino, la voce che gli tremava nonostante lo sforzo di controllarla.
Valerio indicò una direzione, lontano da dove era sparito il tecnico. «Lì. Verso la fonte del segnale. Verso il controllo.» I suoi occhi grigi erano vitrei, fissi su un punto lontano sulla passerella, dove una struttura più grande, una cabina di controllo vetrata, era aggrappata alla parete come un nido di vespe. Dalla sua base partiva un groviglio di cavi e condotti che si immergevano nella massa dell’astronave. «Lì c’è chi comanda questo inferno.»
Iniziarono a muoversi, strisciando bassi lungo la parete, usando le ombre proiettate dai lampioni alogeni. Il rumore di fondo copriva il suono dei loro passi, ma ogni movimento sembrava un’eresa in quel tempio dell’efficienza disumana. Mino cercava di non guardare in basso, ma non poteva farne a meno. Gli occhi gli si posavano su un IAnti che saldava una giuntura, le scintille blu che illuminavano per un attimo il volto vuoto. Su un altro che trasportava un carico troppo pesante per un uomo, ma le gambe si muovevano con lo stesso passo meccanico, regolare. Vedeva le rughe su quei volti, i capelli radi e sporchi, le mani callose. Erano persone. O lo erano state. Ora erano ingranaggi.
Passarono davanti a un punto dove la passerella si allargava in una piccola piattaforma. Su di essa, un distributore automatico di acqua e una panca di metallo. Tre IAnti erano fermi davanti al distributore. Non bevevano. Non si sedevano. Erano semplicemente fermi, in piedi, in attesa. I loro corpi immobili, le spalle leggermente incurvate, gli sguardi fissi sul distributore come se stessero aspettando un comando per compiere l’azione “bere”. Il lampeggio verde ai loro colli pulsava, costante, ipnotico.
Valerio li superò senza degnarli di uno sguardo, ma la sua mascella era serrata al punto che i muscoli guizzavano.
Stavano per raggiungere un’intersezione, dove una passerella secondaria si diramava verso l’astronave, quando Kael si bloccò. Il ronzio del suo impianto cambiò tono, diventando più acuto, ansioso. L’occhio meccanico si girò di scatto verso l’alto, lungo la parete della caverna.
«Movimento,» disse la sua voce sintetica. «Alto. Non umano.»
Tutti e tre si appiattirono contro la parete, guardando in su. Inizialmente, Mino non vide nulla oltre le reti di ponteggi e i fasci di cavi. Poi lo vide. Scivolava lungo un cavo di supporto spesso come un braccio, silenzioso come un serpente.
Era un drone. Ma non un drone Occhio. Questo era più grande, più massiccio. Aveva una forma allungata, come un millepiedi metallico, con una dozzina di segmenti articolati che gli permettevano di avvolgersi attorno al cavo. Non aveva evidenti sensori ottici, ma lungo il suo corpo opaco lampeggiavano piccole luci rosse in sequenza. Si muoveva con una fluidità inquietante, scrutando l’area sottostante con un lento movimento oscillatorio della “testa”.
Il Drone Serpe si fermò, sospeso a circa trenta metri sopra di loro. Le luci rosse lampeggiarono più rapidamente. Un fascio di luce rossa, sottile come un laser, spazzolò la passerella proprio nella zona dove erano passati pochi secondi prima.
«Termografo a scansione,» sibilò Kael. Il suo occhio meccanico si spense completamente. «Il mio campo di interferenza è esaurito. Il tuo disturbatore è morto.»
Mino guardò il polso. Il disco opaco era spento, freddo. La spia LED non lampeggiava più.
Il fascio rosso continuò a spazzolare, avvicinandosi lentamente alla loro posizione. Cercava differenze di calore, tracce di vita che non fossero il freddo metallo o il calore spento degli IAnti.
Valerio guardò davanti a sé. La cabina di controllo vetrata era ancora a duecento metri. Guardò il drone sopra di loro. Guardò gli IAnti immobili al distributore, a pochi passi di distanza.
Un’idea, terribile e lucida, gli illuminò gli occhi.
«Mino,» disse, la voce un sibilo d’urgenza. «La tuta. Toglila. Ora.»
«Cosa?»
«La tuta che hai addosso. È del mondo di sopra. Ha una firma termica diversa, residui. Toglila!»
Mino, con le mani che tremavano, iniziò a slacciare la tuta da lavoro logora che portava dai giorni nella retro-città. Valerio fece lo stesso, sfilandosi la giacca di pelle sintetica. Kael, impassibile, osservava il drone, calcolando.
«Lì,» disse Valerio, indicando la panca di metallo vicino ai tre IAnti immobili. «Appoggiale lì, come se fossero state lasciate. Poi, fai quello che faccio io.»
Mino gettò la sua tuta sulla panca, accanto alla giacca di Valerio. Poi guardò l’uomo.
Valerio si raddrizzò. Non più accucciato, non più furtivo. Assunse una postura… diversa. Spalle leggermente incurvate, testa bassa, braccia pendenti lungo i fianchi. Camminò verso il distributatore d’acqua con un passo strascicato, meccanico. Si fermò accanto ai tre IAnti, immobile. Alzò lo sguardo verso il distributore, fissandolo con occhi che a poco a poco svuotò di ogni espressione. Diventò vuoto. Assente.
Mino capì. Un brivido di orrore assoluto gli percorse la spina dorsale. Doveva farlo. Doveva diventare, anche solo per pochi minuti, uno di loro. Doveva spegnersi.
Inspirò a fondo, l’aria fredda e vibrante che gli bruciò i polmoni. Camminò verso il distributatore. Con ogni passo, cercava di ricordare i movimenti che aveva visto. Economici. Precisi. Senza spreco. Si fermò accanto a Valerio, lasciando uno spazio regolare tra di loro, come facevano gli IAnti. Alzò lo sguardo. Fissò la macchina. E dentro di sé, iniziò a contare. *Uno. Due. Tre.* Cercò di svuotare la mente, di non pensare al drone sopra di loro, al ronzio, alla mostruosità della situazione. Fissò un punto sullo sportello del distributore e cercò di diventare quel punto. Vuoto. In attesa.
Il fascio rosso del Drone Serpe li raggiunse. Scivolò sulle loro schiene, sulle loro teste. Mino sentì un leggero calore sulla nuca. Il fascio si spostò, andò a scansionare le tute abbandonate sulla panca, poi tornò su di loro. Si fermò. Le luci rosse sul corpo del drone lampeggiarono in una sequenza lenta, regolare.
Il drone rimase sospeso per altri dieci secondi interminabili. Poi, con lo stesso movimento fluido e silenzioso, riprese a scivolare lungo il cavo, allontanandosi, la sua attenzione rivolta altrove.
Attesero. Un minuto. Due. Il battito del cuore di Mino martellava nelle orecchie, un tamburo selvaggio in contrasto con il metronomo di 58 hertz.
Valerio fu il primo a muoversi. Un leggero, impercettibile rilassamento delle spalle. Un respiro più profondo. Si voltò lentamente, i suoi occhi riacquistando la loro intensità ferrea, ma ora velata da una stanchezza nuova, più profonda. Guardò Mino.
«Hai visto,» disse, non una domanda. Una constatazione. «Hai visto cosa bisogna diventare per sopravvivere qui. Per avvicinarsi al cuore di questa cosa.» Indicò con un cenno del capo la lontana cabina di controllo. «Ora vieni. Prima che un altro pezzo della mia anima muoia qui in piedi.»
Si chinò, recuperò la giacca, ma non se la rimise. La tenne in mano. Mino fece lo stesso con la tuta. Non osava più indossarla. Era contaminata.
Ripresero a camminare lungo la passerella, più veloci ora, due fantasmi tra fantasmi, diretti verso la luce della cabina di controllo, mentre sotto di loro l’esercito dei vuoti continuava, instancabile, a costruire l’arca che li avrebbe lasciati indietro, per sempre.