Il fiume nero si muoveva sotto di loro con un lento risucchio, un suono che sembrava provenire dalle viscere stesse della città. Mino teneva gli occhi fissi sulla schiena di Valerio, un’ombra che scivolava con sicurezza innaturale lungo la sporgenza di cemento. Ogni passo era una preghiera muta. A sinistra, la parete umida e scrostata. A destra, il vuoto e il fiume di veleno iridescente che catturava e deformava il bagliore dell’occhio di Kael in macchie oleose e tremolanti.
Kael procedeva in retroguardia. Il ronzio del suo impianto era appena percettibile, un brusio d’insetto elettronico che si fondeva con lo sciabordio viscoso della corrente. Ogni tanto, il fascio verdastro dell’occhio meccanico si spostava dietro di loro, e Mino vedeva la propria ombra, allungata e spettrale, danzare sulla parete opposta. *Click*. Metteva a fuoco. *Click*. Si spostava. Il suono era secco, chirurgico, e ogni volta il cuore di Mino sobbalzava.
«Duecento metri,» sibilò Valerio, la voce strappata via dal rumore di fondo. «Portello di manutenzione a livello dell’acqua.»
«E se è bloccato?» La domanda di Mino uscì più acuta di quanto volesse.
«Allora siamo fottuti.» Valerio non si girò. «Ma i cardini potrebbero ancora muoversi.»
Mino annuì, anche se l’altro non poteva vederlo. Il disturbatore al polso pulsava, ma la vibrazione era diventata intermittente, un tic nervoso. *Sta esaurendo la carica*, pensò con un groppo di panico. Guardò il disco opaco. Una piccola spia LED, che non aveva notato prima, emetteva un debole bagliore rosso. *Rosso. In qualsiasi sistema, rosso è male.*
L’aria era fetida, densa di vapori dolciastri che gli bruciavano la gola. Il fiume sotto di loro non era acqua. Era una sostanza più densa, che si muoveva con lentezza ipnotica. Ogni tanto, qualcosa galleggiava in superficie: brandelli di materiale sintetico non identificabile, bolle di gas che scoppiavano rilasciando un odore di cloro e decomposizione.
Un suono diverso interruppe il monotono risucchio. Un *clang* metallico, soffocato. Veniva da davanti.
Valerio si immobilizzò all’istante, un blocco di tensione vivente. Alzò una mano chiusa a pugno. *Fermi*. Kael, alle loro spalle, smise di muoversi. Il ronzio del suo occhio si attenuò fino a svanire.
Il *clang* si ripeté. Più vicino. Ritmico. *Clang… clang… clang…* Come qualcuno che batte debolmente contro il metallo.
Valerio si abbassò, scivolando lungo la parete fino a una piccola rientranza. Fece cenno a Mino. Kael rimase indietro, una sentinella nel buio, l’occhio meccanico ora spento, solo una cupola opaca che rifletteva il luccichio malato del fiume.
«Non sono squadre nere,» sussurrò Valerio, l’orecchio teso. «Non sono così rumorosi.»
«Allora cosa…»
«Aspetta.»
Il *clang* era proprio davanti a loro ora. Valerio si mosse prima che Mino potesse reagire. Attraversò gli ultimi metri che li separavano da un portello circolare, incassato nella muratura. Era coperto di ruggine. E qualcuno la stava colpendo dall’interno.
*Clang… clang…*
Valerio si appoggiò con l’orecchio al metallo freddo. Per un lungo momento, solo il gorgoglio del fiume.
Poi, dall’interno, una voce. Fioca, roca, filtrata attraverso l’acciaio.
«Se siete loro, andatevene. Non c’è più niente da prendere.»
Non era una voce di paura. Era una voce di stanchezza infinita, di qualcuno che ha finito le risorse per aver paura.
Valerio batté le nocche contro il portello, due volte rapide.
Silenzio. Poi: «Chi?»
«Non siamo Federp,» sibilò Valerio, la bocca vicino alla giuntura. «Cerchiamo rifugio. Kael ci ha guidati.»
Il nome fece effetto. Un meccanismo scattò, un cigolio lungo e penoso. La manopola al centro iniziò a girare, lentamente, come se chi la muoveva non avesse forza. Valerio si mise di fianco, pronto, il conduttore ad alta tensione stretto in pugno.
Il portello si aprì verso l’interno, con un ultimo gemito. Oltre, c’era buio, ma un’aria ferma, polverosa. Una figura si stagliò nell’apertura, bassa, curva.
Era una donna. I capelli corti e radi le incorniciavano un volto scavato, una mappa di linee profonde. Indossava strati di tute da lavoro logore. Teneva in mano una barra di metallo arrugginita, ma non in posizione di attacco. Più come un bastone. I suoi occhi, di un azzurro pallido e acquoso, li scrutarono uno per uno, per poi fermarsi su Kael. Su quell’occhio meccanico che ora si riaccendeva, proiettando un cono di luce verdastra che la avvolgeva.
«Kael,» disse, la voce un graffio. «Dovevi avvisare.»
«Non c’era tempo, Drey.» La voce sintetica di Kael risuonò nel tunnel, piatta. «Squadre in movimento. Settore 11-C. Direzione cisterna.»
La donna, Drey, annuì, come se quelle informazioni fossero solo un’ulteriore conferma di un mondo già conosciuto. Un sorriso le increspò le labbra, ma non raggiunse gli occhi; fu solo una contrazione muscolare, l’angolo destro della bocca che si sollevò di un millimetro, rivelando una fila di denti consumati. La tosse la prese allora, secca, strappata, un suono che sembrava venire dal profondo del petto. Si portò una mano alla bocza, aspettò che passasse.
«Entrate,» disse infine, facendosi da parte. «Prima che qualcosa nel fiume decida che siete un pasto migliore.»
Valerio entrò per primo, veloce. Mino lo seguì, il sollievo di essere fuori da quella sporgenza viscida così intenso da fargli quasi male. Kael entrò per ultimo e richiuse il portello. Il *clang* finale risuonò come un sigillo.
Erano in una stanza di controllo, o quello che ne rimaneva. Il debole bagliore dell’occhio di Kael rivelò console obsolete, schermi incrinati. L’aria era ferma, carica di polvere e dell’odore dolciastro della muffa. Ma era asciutta.
Drey accese una lampada a olio chimico, una fiammella bluastra e tremolante che proiettò ombre danzanti. Rivelò uno spazio più ampio. Oltre, si intravedeva la cavernosa navata dell’impianto di filtraggio: vasche colossali, asciutte, una foresta di tubature arrugginite.
«Siete i primi che arrivano da quella via in… mesi,» disse Drey, appoggiando la barra. Si trascinò verso un angolo, dove un materasso di fortuna era disposto accanto a una pila di scatole. «Di solito, chi cade nel collettore Gamma non risale.»
«Abbiamo avuto una guida,» disse Valerio, guardando Kael. Poi i suoi occhi tornarono su Drey. «Sei sola?»
«Da quando hanno dismesso il sistema. Hanno sigillato gli ingressi principali. Si sono dimenticati di questo.» Tossì di nuovo. «Ero tecnica di manutenzione di terzo livello. Quando hanno emesso l’ordine di evacuazione, io ero giù, nella vasca di sedimentazione numero tre. Il comunicato non è mai arrivato. Hanno chiuso tutto e se ne sono andati.»
La sua voce era piatta, come se raccontasse un fatto accaduto a un’altra persona. Mino la guardò, questa donna che viveva nella pancia di una macchina morta. Sopravviveva. Come Leo. Come Valerio. Un’esistenza di scarti.
«Kael dice che le squadre nere si muovono,» riprese Valerio, la voce bassa e urgente. «Hanno la posizione della mia cisterna. Stanno setacciando i settori adiacenti. Finn ha venduto anche le informazioni su di lui.» Un cenno del capo verso Mino.
Drey osservò Mino, quegli occhi acquosi che sembravano vedere attraverso di lui. «Nuovo. Fresco di esclusione. Ha ancora l’odore della città di sopra addosso.» Annusò l’aria in modo esagerato, un tic, poi scosse la testa. «Cosa sai fare?»
La domanda diretta colse Mino di sorpresa. «Io… ero operaio. Manutenzione condotti di ventilazione. Settore 7.»
Un lampo di interesse attraversò lo sguardo di Drey. «Condotti ad alta pressione? Quelli che portano ai settori di quarantena?»
Mino annuì. «Sì. Perché?»
Drey si voltò verso una console, sfiorando la polvere su uno schermo incrinato. «Questo impianto filtrava anche aria dai settori periferici. C’è una rete di condotti di collegamento. Molti sono crollati, altri sigillati… ma alcuni potrebbero ancora essere percorribili.» Si girò verso Valerio. «Se le squadre nere stanno cercando nei settori bassi, la via di fuga non è più giù. È su.»
Valerio rimase in silenzio. Il suo sguardo si perse tra le ombre delle gigantesche vasche. «Su verso dove? I settori di quarantena sono sigillati. Oltre ci sono solo le fasce di degradazione, e poi…»
«E poi la Zona Nera,» completò Drey, la voce un sussurro. «Lo so. Ne parlano anche qui, nelle tubature. I sussurri arrivano con le correnti d’aria.» Si portò una mano al petto. «Ma tra i settori di quarantena e la Zona Nera ci devono essere dei varchi. Per far passare… la manodopera.»
La parola rimase sospesa nell’aria polverosa. *Manodopera*. Gli IAnti.
«Conosci un varco?» chiese Valerio, un’intensità nuova nella voce.
Drey scosse la testa. «No. Ma i condotti che partono da qui… alcuni puntano in quella direzione. Sono stati sigillati. Il metallo, col tempo, si corrode. E io… ho avuto molto tempo.» Una pausa. I suoi occhi persero fuoco per un attimo, fissi su una macchia di umidità sul muro. «Troppo tempo, forse.»
Si alzò, con uno sforzo visibile, e prese la lampada. «Venite.»
Li condusse fuori dalla stanza di controllo, nella vastità dell’impianto. I loro passi echeggiavano sul cemento asciutto. L’aria era fresca, quasi fredda, e Mino si rese conto di tremare. La lampada bluastra illuminava le pareti curve delle vasche, alte come edifici, e i grovigli di tubature come liane di metallo. Una cattedrale industriale in rovina.
Drey si fermò davanti a una parete laterale, dove un groviglio di tubi convergeva in un pannello di controllo arrugginito. Accanto, quasi nascosta, c’era una porticina di metallo, bassa e stretta. Sigillata da una saldatura grezza lungo tutto il perimetro. Mino, da operaio, vide subito che la saldatura era vecchia, fragile, piena di crepe di ossidazione.
«Questo condotto,» disse Drey, indicando un tubo spesso che si perdeva nel buio del soffitto, «era il collettore principale dal Settore Esterno 9. Un settore di quarantena. Una diramazione punta verso un’area indicata come ‘Transito Logistico Alpha’.»
«Transito Logistico Alpha,» ripeté Valerio. «Suona come un luogo dove si spostano cose. Non persone.»
«Esatto,» disse Drey. La sua voce era diventata meccanica, come se recitasse informazioni memorizzate per non impazzire. «Ho tentato di aprirla per anni. Da sola, non ce l’ho mai fatta. La saldatura è debole, ma il cardine superiore è bloccato.»
Tutti gli sguardi si spostarono sul conduttore ad alta tensione che Valerio teneva ancora in mano. Poi su Kael. Il suo occhio meccanico emise un *click*, e il fascio di luce si concentrò sulla saldatura, diventando un punto luminoso e intenso che sprigionava un calore percettibile sulla pelle del viso.
«Potenza residua sufficiente per un ciclo di riscaldamento localizzato,» disse la voce sintetica di Kael. «Il metallo fuso potrebbe compromettere la stabilità del cardine.»
Valerio guardò Drey, poi Mino. C’era un calcolo rapido nei suoi occhi grigi. «Se apriamo questo condotto, dove ci porta?»
«Nel buio,» rispose Drey onestamente. «E verso qualcosa che l’EMPS ha voluto sigillare. Potrebbe essere una via. Potrebbe essere una trappola.» Fece una pausa. «Ma è l’unica via che non scende più in profondità. E se le squadre nere salgono da sotto…»
Non c’era bisogno di finire la frase. Mino guardò il disturbatore al polso. La spia LED rossa ora lampeggiava, debolmente, a intervalli irregolari. Un battito cardiaco morente. Sarebbe presto di nuovo visibile.
Valerio seguì il suo sguardo. I suoi lineamenti si indurirono.
«Kael,» disse. «Riscalda la saldatura. Cardine superiore.» Si girò verso Mino. «Tu, quando il metallo sarà incandescente, aiuterai me a forzare la porta. Drey, stai in ascolto.»
«So cosa fare,» tagliò corto Drey, con la rassegnata competenza di chi ha già vissuto troppe fughe.
Kael si avvicinò alla porta. Il ronzio del suo impianto aumentò di tono, diventando un fischio acuto. L’occhio meccanico si spense per un secondo, poi dal centro della lente partì un raggio di bianco-azzurro intenso e doloroso da guardare. Il fascio si ridusse a un punto piccolo come una moneta, centrato sulla crepa della saldatura.
Un odore di metallo riscaldato, di polvere che brucia, riempì l’aria. La saldatura iniziò a brillare di un rosso cupo, poi arancione. Piccole scintille di ossido incandescente schizzarono via.
«Ora!» gridò Valerio.
Lui e Mino si gettarono contro la porta, le spalle premute sul metallo caldo. Spinsero. Il metallo gemette. Il cardine, indebolito dal calore, cedette con uno schianto secco. La porta si aprì di scatto verso l’interno, sbattendo contro il muro con un fragore che rimbombò nella navata.
Davanti a loro si spalancò l’oscurità del condotto. Un tunnel circolare, largo abbastanza per passare carponi, che saliva. Da esso usciva un flusso d’aria. Fredda. Asciutta. E portava con sé, debolissima, appena percettibile, l’eco di un ronzio.
Un ronzio a 58 hertz.
Mino lo sentì prima nelle ossa, una vibrazione subdola che risuonò nella cassa toracica. Poi la pelle d’oca, un brivido che non era da freddo. Il ricordo del racconto del tecnico di Valerio tornò intatto: *un ronzio basso e costante, che entra nelle ossa*. Lo stesso. E con esso, un’onda di nausea, non per l’odore, ma per l’implicazione. Quel suono era il battito cardiaco della Zona Nera. Ed era lì, in quel condotto che saliva.
Valerio lo guardò, e nei suoi occhi Mino vide riflessa la stessa consapevolezza, la stessa orribile fascinazione. Non era una via di fuga. Era un invito.
Dalla direzione da cui erano venuti, molto in lontananza, risuonò un altro suono. Non il risucchio del fiume.
Era il sibilo distintivo, ad alta frequenza, di un drone Occhio in modalità di scansione attiva. Più di uno.
«Sono qui,» sussurrò Drey, gli occhi azzurri spalancati nel buio. Non c’era accusa nella sua voce, solo un fatto. «Li hai portati fin qui.»
Valerio non rispose. Guardò il condotto, poi il buio alle loro spalle, dove il sibilo dei droni si faceva più acuto, più vicino. Il calcolo era finito.
«Kael, spegni tutto. Drey, nasconditi. Mino,» disse, e la sua voce era un filo di acciaio, «tu vieni con me.»
E senza un’altra parola, si infilò per primo nell’apertura del condotto, scomparendo nel buio che risuonava del battito meccanico di 58 hertz.