Capitolo 4

Capitolo 4

Il braccio di Mino pulsava. Non era dolore, ma una vibrazione sottile che risaliva dall’osso, un ronzio a 58 hertz che gli faceva ronzare i denti. Il disturbatore al polso – un disco di metallo opaco legato con una fascetta di plastica nera – era freddo come la pelle di un rettile. Succhiava il calore del suo corpo per generare il campo di menzogne. Valerio gli aveva infilato quel parassita addosso dodici minuti prima. Mino sentiva la sua firma termica dissolversi, grammo dopo grammo.

Nella cisterna di decantazione, l’odore di ruggine bagnata e muffa vecchia era così denso che ogni respiro aveva il sapore di ferro e marcio. Valerio non si era mosso dalla sua posizione contro la parete curva. Teneva gli occhi aperti, fissi sul condotto secondario. Il suo conduttore ad alta tensione – un tubo di metallo rubato a un drone caduto, con l’impugnatura avvolta in nastro isolante nero – era appoggiato sulle ginocchia. Le sue dita lo accarezzavano con una familiarità che fece rabbrividire Mino.

«Il tecnico che ho trovato lo ripeteva,» disse Valerio, la voce un sussurro raschiato che la curvatura della cisterna inghiottì. «Cinquantotto hertz. Entra nelle ossa. Dopo un po’, lo senti anche quando non c’è.»

Mino guardò il braccio. Il disturbatore ne emetteva una diversa, un rumore bianco per un corpo umano. *Carne da macello con la firma camuffata*, pensò. Sollevò il polso. Il disco luccicò debolmente alla luce gialla della lampada a batteria.

Valerio girò la testa. Gli occhi grigi, nella penombra, erano pozzi. «Finn ti ha venduto. Le squadre in nero sanno che esisti. O vengono a interrogarti sui condotti del Settore 7, o ti portano direttamente là, a lavorare con gli altri.» Fece una pausa, osservando la vibrazione al polso di Mino. «Questo ti dà venti minuti. Forse trenta, se sei magro e freddo. Non è una salvezza. È un ritardo.»

«E poi?»

«E poi dobbiamo muoverci prima di loro. Il vecchio impianto di filtraggio. Kael dovrebbe già essere lì.»

Il nome fece sobbalzare Mino. L’ispettore dai modi piatti, dalle lenti fotocromatiche.

«Un altro Kael,» precisò Valerio, un’ombra di sarcasmo nella voce. «Il mio sentinella. Quello con l’occhio.» Fece un gesto vago verso il proprio volto. «Lui conosce i movimenti. Ha visto Finn contrattare.»

Si chinò su una cassa metallica, l’aprì con un cigolio soffocato. Dentro, nel disordine, Mino vide batterie a cristallo sintetico dalla carica opalescente e pacchetti di pasti Tipo 7. Valerio ne lanciò uno a Mino. «Mangia. Ora.»

Mino strappò l’angolo, schiacciò in bocca la gelatina nutriente. Il sapore era nullo, un’offesa. Valerio estrasse un oggetto piatto e rettangolare, simile a un tablet ma più spesso, con connettori ossidati.

«Cos’è?»

«Registratore di log di manutenzione. Rubato a un drone Occhio caduto.» Valerio sfiorò lo schermo opaco. Nulla. «La batteria è morta. Ma la memoria a stato solido potrebbe ancora avere dati. Il drone pattugliava i settori di quarantena, quelli che confinano con la Zona Nera.» Guardò Mino. «Il tuo amico tecnico… quello che ha visto la struttura curva… lavorava lì. Se troviamo un modo per alimentarlo, potremmo vedere cosa ha visto il drone. Percorsi. Forse un varco.»

Il piano prendeva forma, un peso di piombo sulle spalle di Mino. Lui, Perrini Mino, operaio di manutenzione, diventato esploratore della zona più proibita della Terra. L’assurdità gli serrò la gola.

«E se non ci sono varchi?» sussurrò.

Valerio chiuse la cassa. Il *clang* sordo echeggiò. «Allora useremo quello che hai nella testa. Layout. Punti di debolezza. Niente è inutile. Soprattutto non la conoscenza di come funziona la macchina che ti ha schiacciato.» Si avvicinò. Mino vide le minuscole screpolature sulla sua pelle, il grigio alle tempie come polvere di cenere. «Finn ti ha venduto per quello. Perché la tua conoscenza è fresca. Per loro, sei una risorsa da recuperare prima che si degradi. Per me, sei una mappa.»

Un suono. Un’assenza di suono. Il gocciolio costante da una fessura nel soffitto si interruppe per un secondo, poi riprese. Valerio si irrigidì, la mano che serrò il conduttore. Mino trattenne il respiro.

Dall’ingresso del condotto, una figura emerse senza un suono. Come se l’ombra stessa si fosse staccata dalla parete. Magrissimo, capelli rasati a zero. Ma era l’occhio – o la mancanza di uno – a inchiodare lo sguardo. Dal lato sinistro del volto, al posto dell’orbita, c’era un impianto di metallo opaco, una cupola liscia con una lente centrale di vetro annerito. In quel momento, dalla fessura lungo il bordo, filtrava un bagliore verdastro, intermittente e fioco, come il respiro di una lucciola morente. L’occhio destro era di un azzurro pallido, acquoso, e fissava Valerio.

«Kael,» sussurrò Valerio.

Il giovane annuì, un movimento breve. La bocca non si aprì. Invece, dall’impianto uscì un ronzio basso, modulato in una voce sintetica, piatta. «Movimento. Squadra nera. Tre unità. Settore 11-C. Direzione stimata: questa. Tempo stimato: venti minuti.»

La voce elettronica risuonò, straniera. Mino fissò l’impianto. *Perché parla così? Perché non usa la sua?*

Valerio digrignò i denti. «Venti minuti. Hanno un localizzatore?»

Kael girò la testa verso Mino. L’occhio meccanico emise un *click* udibile. Il bagliore verdastro si intensificò, proiettando un cono di luce fioca sul petto di Mino, poi sul disturbatore. Il ronzio cambiò tono, una nota più acuta. «Dispositivo di occultamento attivo. Efficacia: parziale. Localizzatore a largo spettro potrebbe penetrare a distanza ravvicinata. Consiglio: spostamento immediato.»

«Il punto di rendez-vous?»

«Sicuro. Per ora.» Kael fece un passo indietro, fondendosi con l’ombra. «Percorso Gamma è chiaro. Seguire.»

Valerio lanciò un’occhiata a Mino. «Hai sentito. Muoviti. Stai vicino. Non fare rumore.»

Uscire dalla cisterna fu come rientrare nell’intestino del mondo. Il condotto secondario era stretto, così basso che dovettero procedere carponi. Il cemento era viscido di un’algida condensa mista a residui oleosi che lasciavano strisce nere sui palmi. L’aria bruciava le narici con una punta acre di ammoniaca. Kael li precedeva, muovendosi con l’agilità silenziosa di un ragno. Il bagliore intermittente del suo occhio era l’unica fonte di luce, dipingendo le pareti di verdi spettrali.

Mino strisciava. Le ginocchia e i palmi diventarono presto un unico dolore sordo e freddo. Il disturbatore pulsava, un promemoria costante. Pensò alle “tre unità”. Uomini in uniformi senza insegne, armati di dispositivi che emettevano campi stordenti. La sua paura aveva un timer: venti minuti.

Il condotto si allargò in un incrocio a T. Kael si fermò, premendo l’orecchio biologico contro la parete. Il ronzio del suo impianto si fece un brusio. Poi annuì.

«Percorso Gamma,» sibilò Valerio. «Seguiamo il tubo grande a sinistra. Attenzione ai crolli. E all’acqua.»

“Acqua” era un eufemismo. Il collettore era un tunnel alto, la cui volta si perdeva nel buio. Sotto i piedi, invece di una passerella, c’era un fiume lento e nero. Non era acqua, ma un liquido denso, oleoso, che rifletteva il bagliore di Kael in macchie iridescenti e malate – viola, verde acido, arancione marcio. Emetteva un odore dolciastro e nauseabondo, come carne in putrefazione mista a solvente. Il rumore era un gorgoglio basso e costante, il suono della digestione della città.

Camminavano su una stretta sporgenza di cemento instabile, ricoperta dello stesso liquido viscido. Mino teneva le braccia tese per bilanciarsi, il cuore in gola. Un passo falso e sarebbe scivolato in quel brodo. L’idea di toccarlo gli rivoltò lo stomaco.

Procedevano da dieci minuti quando il disturbatore emise un *bip* sommesso, un suono che si perse nel gorgoglio ma che a Mino sembrò un’esplosione. Guardò il disco. Una piccola luce rossa, prima fissa, aveva iniziato a lampeggiare lentamente.

Valerio si voltò, gli occhi che catturarono immediatamente quel segnale nel buio. «Batteria. Si sta scaricando. Quando la luce diventerà fissa, sei visibile come un falò.»

Mino annuì, una morsa di panico al petto. La sua sopravvivenza era legata al lampeggiare di una luce rossa su un oggetto rubato.

Kael, in testa, si fermò di colpo. Il suo occhio meccanico si spense completamente, immergendoli in un buio quasi totale. Solo il debole riverbero iridescente del liquido nero sotto di loro offriva una percezione di profondità. Valerio alzò un pugno chiuso. *Fermi.*

Nell’oscurità, i suoni si amplificarono. Il gorgoglio. Il loro respiro affannoso. E poi, da molto lontano, a monte del collettore, un nuovo suono. Un *sibilo* regolare, meccanico. Non il rombo dei droni Occhio. Qualcosa di più pulito, più preciso. E delle luci, deboli all’inizio, poi sempre più forti, che si riflettevano sulla superficie oleosa del fiume nero in lunghe strisce tremolanti: fasci bianchi, freddi, che scandagliavano il tunnel con movimenti metodici, incrociandosi.

Le squadre.

Kael si accucciò, diventando un’ombra tra le ombre. Valerio spinse Mino contro la parete umida, il suo corpo che faceva scudo. «Non muoverti. Non respirare forte.»

I fasci di luce si avvicinavano. Ora Mino poteva sentire anche il rumore di passi, leggeri ma distinti, sull’altra sporgenza del collettore, dall’altro lato del fiume nero. Tre paia di piedi. Tre unità. Il *sibilo* meccanico era più vicino, accompagnato da un leggero ronzio elettrostatico che faceva rizzare i peli sulle braccia di Mino.

Uno dei fasci attraversò il tunnel, passando a pochi metri da loro. Illuminò la parete opposta, le incrostazioni minerali come denti marci. Poi si spostò, scivolando sulla superficie iridescente del liquido, verso di loro. La luce bianca e cruda si avvicinò, toccò la sporgenza ai piedi di Valerio, risalì lungo la sua gamba…

Il disturbatore al polso di Mino emise un altro *bip*, leggermente più acuto. La luce rossa lampeggiava più veloce, un cuore elettronico in fibrillazione.

Il fascio di luce si fermò. Poi, con una lentezza agghiacciante, iniziò a risalire verso di loro, un dito luminoso che cercava la carne.

Mino chiuse gli occhi. Sentì il corpo di Valerio irrigidirsi, le dita che serravano il conduttore. Sentì il ronzio quasi impercettibile dell’occhio di Kael, spento ma vivo.

Poi, dall’altro lato del tunnel, un tonfo. Qualcosa di pesante e metallico cadde nel liquido nero. Uno schizzo alto. Un gorgoglio violento, come un singhiozzo.

Il fascio di luce che li stava per scoprire sussultò, poi si spostò di scatto verso il rumore, unendosi agli altri due fasci che si concentravano sul punto della caduta, incrociandosi in un nodo di biancore accecante sulla superficie oleosa.

«Controlla,» disse una voce dall’altro lato, distorta da un respiratore ma umana, troppo umana nella sua pragmatica freddezza.

Il fascio di luce rimase puntato, scandagliando le acque nere dove le iridescenze danzavano impazzite. Il *sibilo* meccanico si intensificò. Mino trattenne il respiro fino a sentire un dolore al petto.

Poi, la voce del respiratore, più bassa: «Nessuna firma organica. Rifiuto metallico. Probabile cedimento strutturale. Procedere.»

I fasci di luce si staccarono, ritirandosi. Il *sibilo* e i passi si allontanarono a valle, mescolandosi al gorgoglio, fino a svanire.

Nell’oscurità, Mino espirò con un rantolo. Il suo corpo tremava, scosso da brividi incontrollabili che gli facevano battere i denti.

Valerio si mosse per primo, la mano che afferrò il braccio di Mino per aiutarlo a rialzarsi. «Kael,» sussurrò. «Grazie.»

Dall’oscurità, il giovane sentinella emerse. Nella mano teneva un pezzo di tubo di metallo arrugginito, ancora gocciolante del liquido nero che colava in filamenti viscosi. L’aveva gettato dall’altra parte. Il suo occhio meccanico si riaccese, il bagliore verdastro che sembrava più fioco, la lente opaca che sfarfallò per un istante.

«Batteria disturbatore: critica,» ronzò la sua voce sintetica. L’occhio si focalizzò sul polso di Mino. La luce rossa lampeggiava in una frenetica danza d’agonia. «Tempo residuo stimato: tre minuti. Il vecchio impianto di filtraggio è a duecento metri. Deve correre.»

Valerio guardò Mino, poi il tunnel davanti a loro, dove le luci erano ormai solo un ricordo riflesso nel fiume nero. «Allora corriamo,» disse. E si lanciò lungo la sporgenza, i suoi passi che schizzarono il liquido viscido.

Mino li seguì, il cuore in tumulto, le gambe che obbedivano per istinto. Il disturbatore pulsava, un tic-tac elettronico che segnava i secondi rimasti della sua invisibilità. Duecento metri nel buio, sopra un fiume di veleno iridescente, braccato da cacciatori silenziosi. Davanti a lui, l’unica speranza era un luogo chiamato “vecchio impianto di filtraggio”, e la fragile alleanza con un ribelle e un ragazzo con un occhio solo che vedeva nel buio e parlava con la voce di una macchina morente.