Il nome gli rimase in gola, un sapore metallico e freddo. *IAnti*. Valerio non lo aveva spiegato oltre, ma il modo in cui lo aveva pronunciato, con una miscela di orrore e disprezzo, aveva detto più di qualsiasi definizione.
Mino finì il pasto, masticando lentamente ogni boccone insapore. Il gesto era meccanico, ma la mente lavorava a scatti, come un motore arrugginito che tentava di ripartire. Guardò Valerio. L’uomo era seduto su una cassa metallica, la schiena dritta contro la parete curva della cisterna, gli occhi chiusi. Non dormiva. Mino lo capiva. Era un’immobilità vigile, l’atteggiamento di un predatore che ascolta il territorio. La lampada a batteria appesa al gancio oscillava leggermente, spostando ombre lunghe e deformi sulle pareti umide. La luce era giallastra, malata, e rendeva il volto di Valerio una maschera di crepe profonde e occhiaie scure.
«Dove sono?» chiese Mino, la voce bassa per non violare quel silenzio carico.
Valerio aprì un occhio. «Vecchia cisterna di decantazione. Settore 12-B, se i nomi qui sotto hanno ancora un senso. È uno dei miei punti sicuri. Per ora.»
«Per ora.»
«I droni Occhio imparano. Lentamente, ma imparano. I pattern di calore, i percorsi. Non hanno mai trovato questo ingresso, ma è solo questione di tempo prima che un algoritmo incroci i dati e deduca che c’è uno spazio vuoto qui dove non dovrebbe esserci.» Fece una pausa, l’occhio grigio-ferro che fissava Mino. «Tutto, qui sotto, è “per ora”.»
Mino annuì, guardandosi intorno. Oltre alle coperte e alle poche scatole, notò delle incisioni sulla parete. Non erano graffiti come quelli visti nel condotto principale. Erano segni, linee rette e angoli, come una mappa schematica. Si avvicinò, sfiorandole con le dita. La pietra era fredda e ruvida.
«I settori,» disse Valerio senza alzarsi. «Quello che conosco. Le zone dove i droni pattugliano a intervalli regolari. I distributori controllati da sciacalli come Finn. I passaggi crollati. Le trappole.» Indicò un punto con un cerchio inciso più profondamente. «Qui è dove ho trovato il primo.»
«Il primo cosa?»
Valerio si alzò, i movimenti fluidi e silenziosi nonostante la stanchezza che trasudava da ogni poro. Si avvicinò alla parete, il dito indice che seguì una linea tratteggiata che si allontanava dalla mappa principale, verso il margine della pietra. «Il primo che parlava della Zona Nera. Non un mito. Un uomo. Un ex-tecnico di manutenzione dei condotti di ventilazione ad alta pressione. Come te.»
Mino sentì un brivido. «Cosa gli è successo?»
«È stato preso.» Valerio ritrasse la mano come se la pietra scottasse. «Non dalla Federp. O, non solo. C’era… un altro tipo di squadra. Uniformi nere, senza insegne. Silenziosi. Usavano dispositivi diversi. Non armi a impulso. Qualcosa che emetteva un campo… stordente. L’ho visto da un condotto di aerazione. L’hanno portato via mentre era ancora cosciente, ma… non lottava. Aveva gli occhi vuoti. Come se già sapesse.»
«Sapesse cosa?»
«Che per lui era finita. Che stava andando *là*.» Valerio si voltò, i suoi occhi che cercavano quelli di Mino nel buio. «Prima di essere preso, mi aveva parlato. Disse che durante una riparazione di emergenza, il suo team era stato dirottato su un condotto sigillato, oltre i settori di quarantena.»
Valerio si interruppe. Chiuse gli occhi, come per richiamare parole non sue. Quando riprese a parlare, la sua voce era cambiata, più piatta, più meccanica. Stava citando.
«“L’aria era diversa,” disse. “Filtrata ma… morta. Sterile. E il rumore. Non il rombo della città. Un ronzio. Basso. Costante. Un La bemolle a 58 hertz. Ti entrava nelle ossa, ti risuonava nei denti.”»
Mino sentì le proprie mani diventare fredde. Il sudore gli si gelò lungo la colonna vertebrale.
«“Vidi, attraverso un portello di ispezione opacizzato,” continuò Valerio con quella voce da medium, “delle sagome muoversi in una luce bianca accecante. Sagome umane, ma… a scatti. Coordinate. Come macchine. Lavoravano su qualcosa di enorme, una struttura curva che sembrava salire all’infinito, perdendosi in un’oscurità più alta del cielo.”»
Il cuore di Mino batté più forte, un martello contro le costole. *L’astronave*. La leggenda dei dormitori. Ma non era una leggenda. Era un incubo che respirava, che ronzava a 58 hertz.
Valerio aprì gli occhi. Il contatto era di nuovo diretto, bruciante. «Hai sentito parlare anche tu di quella storia.»
«Voci. Nei dormitori. Storie di folli che dicevano che l’EMPS stava costruendo un’arca per scappare dalla Terra morente. Le consideravano fantasie da disadattati.»
«E ora?»
«Ora sono un disadattato.» Mino fece una pausa, la gola secca. «E tu credi che sia vero.»
«Non credo. So.» Valerio tornò alla sua cassa, si sedette. Il suo corpo sembrava più pesante. «Il tecnico aveva un nome per quelle sagome. Li chiamava “i senza volto”. Disse che uno di loro, per un attimo, si era voltato verso il portello.»
Qui, Valerio esitò. Guardò la lampada oscillante, le ombre danzanti. Quando parlò di nuovo, le parole uscirono a fatica, come se pronunciarle le rendesse reali.
«“Non aveva occhi,” mi disse. “Solo… superfici lisce, riflettenti. Specchi opachi. E sotto la tuta da lavoro standard, sulla spalla, c’era un marchio a fuoco. Una lettera: I.”»
*IAnti*.
Il pezzo del puzzle si incastrò con un click udibile solo nella mente di Mino, seguito da un’ondata di nausea. La sua immaginazione, contro la sua volontà, tradusse le parole in immagini: una fila infinita di sagome sotto una luce chirurgica, braccia che si muovevano con la precisione insensibile di un braccio robotico, e al posto dei volti, solo ovali lisci che riflettevano la luce bianca, vuoti, privati di tutto. Anche della finestra dell’anima. Esseri umani ridotti a manodopera. Privati di tutto. Anche del volto.
«Perché mi stai dicendo tutto questo?» chiese Mino, la voce più roca di quanto si aspettasse. «Sono solo un altro escluso. Fresco di stampa. Non posso aiutarti.»
Valerio sorrise, un’espressione amara che non raggiunse gli occhi. «Per due motivi. Il primo: sei fresco, sì. Ma hai conoscenze *recenti* del mondo di sopra. Conosci i layout dei condotti di ventilazione del Settore 7, quelli ad alta portata. Sono gli unici abbastanza grandi da poter essere, forse, un varco non completamente sorvegliato verso l’esterno. Verso le fasce di degradazione.»
«E il secondo motivo?»
«Il secondo è che Finn ti ha visto. Ti ha parlato. Sa che sei un ex-manutentore. E Finn vende informazioni.» Valerio incrociò le braccia. «Ora, o la Federp verrà a prenderti per interrogarti su cose che non sai, oppure… qualcun altro potrebbe farlo. Quelle squadre in nero. Se hanno sentito parlare di un nuovo escluso con le tue competenze, potrebbero decidere di… reclutarti.»
«Reclutarmi.» Mino rise, un suono secco e senza gioia. «Per diventare un IAnte?»
«Forse. O forse per lavorare fino a morire di stenti costruendo la loro arca. La differenza, a quel punto, è sottile.» Valerio si chinò in avanti. «Io voglio arrivare alla Zona Nera. Voglio vedere con i miei occhi. Voglio capire se c’è una verità che possiamo usare per distruggere questo sistema, o se…» Esitò, e per la prima volta Mino vide una crepa nella sua determinazione di ferro. «Se siamo già condannati, e tutto questo è solo l’agonia.»
«E io? Cosa ci guadagno ad aiutarti? A parte una probabile morte orribile?»
«La possibilità di non morire da solo.» La risposta di Valerio fu semplice, devastante nella sua onestà. «E forse, solo forse, di fare un danno. Di lasciare un segno. Anche se piccolo. È più di quanto offra il distributore di Tipo 7.»
Il rombo della città sopra di loro sembrò intensificarsi per un momento, un brontolio minaccioso che fece vibrare il pavimento. Un sibilo d’aria attraversò la cisterna, proveniente da una griglia alta sul muro. Portava con sé un odore diverso: non più umidità e marcio, ma ozono e metallo caldo. L’odore della macchina che li sovrastava.
La figura emerse dall’ombra di un condotto secondario così silenziosamente che Mino trasalì, il cuore in gola. Valerio, invece, non si mosse. Alzò appena il mento in segno di riconoscimento.
«Sivo. Notizie?»
Il giovane annuì, l’occhio meccanico che si focalizzò su Mino con un leggero ronzio di autofocus. «Finn è nervoso. Sta parlando con due nuovi volti al mercato nero. Non Federp in borghese. Abbigliamento tecnico, nero. Silenziosi. Chiedono del “nuovo arrivato del condotto di ventilazione”.»
Valerio scambiò un’occhiata con Mino. «Quanto tempo?»
«Stanno offrendo crediti sintetici. Finn sta contrattando. Forse un’ora, forse meno se decidono di prenderselo e basta.» La voce di Sivo era monotona, priva di enfasi. L’occhio biologico, di un azzurro pallido, era fisso su Valerio. «Hanno un localizzatore a largo spettro. Non è standard.»
«Squadra di recupero speciale,» borbottò Valerio. Si alzò, una tensione nuova nella sua postura. «Allora è vero. Raccolgono manodopera specializzata. Non vogliono solo carne da macello. Vogliono cervelli. Prima che marciscano.»
Si diresse verso un angolo della cisterna, spostando una lastra di metallo corrugato che Mino non aveva notato. Sotto, c’era una borsa tattica consunta. Valerio ne estrasse due oggetti: un tubo di metallo corto, con un’impugnatura isolata, e un dispositivo piatto e circolare, simile a un orologio da polso ma più spesso, con una superficie nera opaca.
«Prendi,» disse, lanciando il dispositivo a Mino, che lo afferrò al volo. Era freddo e pesante, come un ciondolo di tomba.
«Disturbatore di segnale passivo, modello “Eco”,» spiegò Valerio. «Lo attivi premendo il centro. Copre la tua firma biometrica e termica per circa venti minuti. Basta per spostarsi, non per nascondersi se ti puntano addosso un rilevatore.»
Mino guardò il disco nero. Premette il centro con il pollice. Non ci fu suono, ma un formicolio immediato gli percorse l’avambraccio, come una corrente statica diffusa. L’aria attorno alla sua pelle sembrò vibrare leggermente, distorcendo per un attimo la vista della lampada, come guardare attraverso l’acqua calda. Sentì un calore sottocutaneo, non bruciante ma presente, come se il suo corpo stesse emettendo un’ombra elettromagnetica.
«E questo?» chiese Mino, indicando il tubo, la voce un po’ alterata dalla strana sensazione.
«Quello è mio.» Valerio lo infilò nella cintura. «Conduttore ad alta tensione, modello “Scossa”. Rubato da un drone di manutenzione caduto. Una scarica a 40.000 volt può fermare un uomo. Due possono fermare qualcosa di… meno umano.» Il suo sguardo era cupo. «Sivo, porta via il nuovo. Percorso Gamma. Il punto di rendez-vous al vecchio impianto di filtraggio.»
Il giovane annuì, facendo un cenno a Mino di seguirlo verso il condotto secondario, un buco nero nella parete.
«Aspetta,» disse Mino, guardando Valerio, il formicolio al braccio che ora era un ronzio costante, familiare e inquietante. «E tu?»
«Io devo dare un messaggio a Finn e ai suoi nuovi amici. Che la retro-città non è il loro mercato di schiavi personale.» Gli occhi di Valerio erano diventati di ghiaccio. «E devo recuperare qualcosa dal nascondiglio di Finn. Il suo tablet. Se ha registrato la tua descrizione, dobbiamo cancellarla.»
«È una trappola.»
«Probabile.» Valerio sorrise di nuovo, quella smorfia amara. «Ma è anche un’opportunità. Vai. Ora.»
Sivo tirò il braccio di Mino. «Movimento. Ora.»
Mino esitò un ultimo secondo, poi annuì. Seguì il giovane sentinella nel condotto, un tunnel stretto e basso che costringeva a camminare piegati in due. L’occhio meccanico di Sivo era la loro unica fonte di luce, proiettando un fascio verdastro che tagliava il buio come un bisturi.
Il condotto non era di cemento, ma di un materiale composito più vecchio, una ceramica porosa ricoperta da uno strato spesso e spugnoso di muffa nera. L’odore colpì Mino per primo: non più la fetidità umida della cisterna, ma un tanfo dolciastro e chimico, di plastica bruciata e solventi decaduti, mescolato a un sottotono metallico, come sangue vecchio su ferro. L’aria era densa, polverosa, ogni respiro gli raschiava i polmoni di una sottile patina di sporco secco.
Il rombo della città si attenuò dopo pochi metri, inghiottito dall’isolamento del condotto. Il silenzio che lo sostituì era peggiore: opprimente, rotto solo dal loro respiro affannoso, dal fruscio dei loro vestiti contro le pareti e dal leggero, costante ronzio dell’occhio di Sivo. Un suono artificiale che diventava, in quel vuoto, l’unico metro di realtà.
Mino sentiva il disturbatore stretto nel pugno, il metallo che ora aveva la temperatura del suo corpo. Il formicolio era diventato un calore pulsante in sincrono con il suo battito cardiaco. Ogni volta che si avvicinava a una parete, la muffa nera sembrava ritrarsi leggermente dal fascio di luce verdastra, come se fosse sensibile alla radiazione. Vide cose incastrate nello strato spugnoso: frammenti di circuiti, un guanto di gomma lacero, l’osso lungo e sottile di qualcosa che non voleva identificare.
La claustrofobia, tenuta a bada dall’adrenalina, iniziò a strisciargli addosso. Il soffitto era così basso che i capelli a volte sfioravano la superficie umida. Le pareti, quando le toccava per equilibrio, cedevano leggermente, morbidamente, come la carne di una creatura morta. Il percorso non era diritto: Sivo svoltava in intercapedini ancora più strette, scivolava giù per brevi discese di metallo liscio e arrugginito, il cui odore di ossido copriva per un attimo tutto il resto.
In lontananza, da qualche condotto parallelo, arrivò un suono: un tonfo metallico, seguito da un sibilo prolungato, come di vapore sotto pressione. Poi un ronzio diverso da quello dell’occhio, più acuto, meccanico. Forse un drone di servizio in un settore vicino. Forse qualcos’altro.
La sua vecchia vita era finita. La sua nuova vita, fatta di buio che respirava, di nomi che facevano venire il vomito e di uomini con occhi di ferro pronti a tendere trappole, era appena cominciata per davvero. E da qualche parte, nel buio più profondo oltre tutti questi tunnel, degli esseri senza volto chiamati IAnti continuavano a costruire, al ronzio costante di 58 hertz, l’arca che forse avrebbe salvato una specie, cancellandone un’altra. Il suo braccio, dove pulsava il disturbatore, sembrava già un pezzo staccato di quel futuro.