Capitolo 2

Capitolo 2

Il freddo del cemento risalì lungo la schiena di Mino, penetrando la tuta sottile. Stringeva la scheda di plastica così forte che i bordi leggermente taglienti gli incisero il palmo. Il dolore era un punto focale, un’ancora di realtà in quel mondo di polvere e ombre.

Dall’alto, attraverso la voragine nel soffitto, continuava a cadere una pioggerellina insistente. Non era acqua. Era un liquido brunastro, oleoso, che lasciava striature opache e fumanti sulle superfici. Pioggia acida di terza generazione. Mino la sentì gocciolare su una spalla, attraverso uno strappo nella tuta. Un pizzicore chimico, poi una fitta sottile, come se la pelle stesse lentamente dissolvendosi.

Il bip regolare del sistema-vita della sua ex-cella era ormai solo un ricordo, sostituito dal coro di suoni della retro-città. Un gocciolio diffuso, il sibilo lontano di condotti di pressione, il brusio di voci basse e spente. E, in lontananza, il rombo costante della città soprastante, il battito cardiaco meccanico di un organismo che lo aveva espulso.

«Prima volta.»

Non era una domanda. La voce era roca, raschiata dal particolato, e così vicina che Mino trasalì, sbattendo la testa contro il pilastro di cemento.

L’uomo era accovacciato a un paio di metri, un’ombra rattoppata appoggiata a un ammasso di detriti. Indossava quello che una volta era stato un soprabito da tecnico EMPS, ora un cencio tenuto insieme da nastro adesivo industriale e ruggine. Il cappuccio era tirato su, ma sotto si intravedeva un volto scavato, pelle grigiastra segnata da cicatrici poco profonde, come graffi mal curati. Gli occhi, però, erano vividi. Acuti. Osservavano Mino con la curiosità sterile di chi esamina un insetto sotto una lente.

«Si vede.» L’uomo fece un gesto vago con la testa verso la scheda. «Stringi quella merda come se potesse ancora aprirti una porta. Non apre niente, qui. Solo lo sportello del distributore. Se arrivi vivo.»

Mino non rispose. La diffidenza era un istinto sopravvissuto all’esclusione. Aprì la mano, guardò la scheda. Il codice a barre corto, anonimo. Merce.

«Paura fresca. Attira i raschiatori.» L’uomo emise un suono breve, un grugnito secco. «Ex-esclusi. Peggio. Ti raschiano via quel poco che hai. Cibo. Vestiti. La scheda, se è ancora vergine.» Fece una pausa, gli occhi che scrutavano Mino. «A volte anche la pelle. Se resisti. Hai fame?»

La domanda era un gancio di ferro nello stomaco. Mino annuì, una volta. La fame era un vuoto che cominciava a farsi sentire, più profondo della paura.

L’uomo – Leo, come si presentò dopo un silenzio carico di valutazione – si alzò con un movimento fluido, nonostante la magrezza. «Allora muoviti. E stai dietro. Due regole: occhi bassi. E se senti il ronzio, diventi una pietra.»

Seguirono il perimetro dell’atrio crollato. Mino cercò di non guardare i gruppi accucciati sotto i teli di plastica, ma gli occhi gli scappavano verso quelle sagome avvolte in stracci. Alcuni mormoravano una litania di numeri e lettere – vecchie matricole EMPS, forse, o semplici nonsense generati da menti in frantumi. L’odore era una miscela persistente: umidità di muffa, escrementi, disinfettante chimico rancido e, sottostante, la dolcezza nauseabonda del brodo sintetico riscaldato.

Il Condotto Principale era ciò che doveva essere stato un enorme collettore fognario. Le pareti di cemento erano coperte da uno spesso strato di una sostanza nerastra, untuosa, che rifletteva debolmente la luce delle poche lampade al sodio ancora funzionanti, appese a cavi penzolanti. Il rombo della città di sopra era assordante qui, una vibrazione costante che risuonava nelle ossa e faceva tremare il liquido oleoso nelle pozzanghere.

E c’era gente. Molta più gente di quanto Mino si aspettasse. Un formicaio umano, operoso e disperato, che si muoveva lungo i bordi del tunnel. Alcuni trascinavano sacchi di plastica gonfi di chissà cosa, altri spingevano carrelli rudimentali carichi di rottami metallici che stridevano sul cemento. Nessuno parlava ad alta voce.

«Mercato nero,» borbottò Leo, camminando a passo svelto con la testa bassa. «Ciò che cade da sopra. Ciò che si recupera dai cadaveri. Tutto vale. Anche le info.»

«Info?»

«Passaggi sicuri. Punti deboli. Nomi di funzionari EMPS corro—»

Un ronzio acuto, metallico, tagliò l’aria. Non era un suono meccanico normale. Era una frequenza che perforava il timpano, che sembrava vibrare direttamente nei denti.

Mino si irrigidì, il cuore che gli martellava in gola. Leo lo afferrò per un braccio con una forza sorprendente e lo spinse verso una rientranza nella parete, una nicchia dove un tubo di scarico si era staccato. «Fermo. Respiro lento. Non battere ciglio.»

Si appiattirono contro il cemento umido. Il ronzio si avvicinò, diventando un dolore fisico alle tempie. Mino vide solo una sagoma scura sfrecciare a mezza altezza lungo il centro del condotto: una sfera perfetta, nera come il vuoto, senza apparenti sensori. Una luce verde pulsava sulla sua superficie, e con ogni pulsazione il ronzio cambiava tono, come se stesse scandagliando l’ambiente. Mino sentì un sudore freddo scendergli lungo la schiena. Trattenne il respiro finché i polmoni non gli bruciarono. La cosa passò, il suo suono che si affievolì gradualmente fino a perdersi nel rombo di fondo.

«Occhio-classe,» mormorò Leo, rilasciando la presa. La sua voce era ancora più roca. «Vede il calore. Vede il movimento. Se stai fermo, sei un’anomalia. Se ti muovi, sei un bersaglio. Andiamo.»

Ripresero a camminare. Dopo altri cento metri, il condotto si allargava in uno slargo illuminato da un’apertura circolare nel soffitto. Sotto di essa, incassato in una nicchia blindata di metallo corrugato e ossidato, c’era il distributore. Una macchina tozza, di un grigio opaco, con uno schermo opaco e una fessura per le schede.

Davanti ad essa, una fila disordinata di venti persone. E due figure che la fiancheggiavano, immobili come guardiani di una tomba.

Uno era magro, nervoso, gli occhi che si muovevano in continuazione su ogni volto in fila. L’altro, massiccio, si appoggiava a una spranga di metallo consumata, la punta macchiata di qualcosa di scuro. Non parlavano. Agivano. Quando un uomo esile raggiunse la testa della fila, quello magro – Finn, come Mino sentì qualcuno sussurrare – gli prese la scheda, la sfiorò su un tablet scassato, poi tese la mano. L’uomo esile protestò, agitando le braccia. Senza un’espressione, quello massiccio – Tor – sollevò la spranga di un centimetro. Solo un centimetro. L’uomo esile recedette, consegnò metà di una barretta grigiastra, e solo allora poté avvicinarsi al distributore.

«Il pedaggio,» sibilò Leo all’orecchio di Mino. «Finn controlla lo storico. Se hai ritirato di recente, paghi con altro. Rottami. Info. Favori. Se è il primo pasto, passi. Ma la prossima volta…»

Si misero in coda. L’attesa fu interminabile. Mino sentiva gli sguardi degli altri esclusi su di lui, pesanti, valutanti: la tuta ancora relativamente integra, le scarpe non consumate, l’assenza dello strato di sporco permanente. Era nuovo. E il nuovo, qui, era una risorsa da spremere o una minaccia da eliminare.

Quando fu il loro turno, Finn alzò lo sguardo. I suoi occhi, rapidi, passarono da Leo a Mino.

«Leo. Giorno.» La voce di Finn era stridula, come metallo su vetro.

Leo passò la sua scheda, una plastica così consumata che il codice a barre era quasi illeggibile. Finn la scansionò, annuì. Leo si diresse verso il distributore, inserì la scheda. Un clic, un ronzio, e da uno sportello uscì un pacchetto rettangolare avvolto in pellicola argentata. Leo lo afferrò e si allontanò senza una parola, sparendo nell’ombra. Promessa mantenuta. Mino era solo.

Finn fissò Mino. «Nuovo. Scheda.»

Mino gli porse la sua scheda nuova, la plastica ancora liscia. Finn la scansionò. Sul tablet, righe di testo verde. Finn lesse, le sue labbra sottili si contrassero. «Primo ritiro. Matricola… cancellata. Classe Delta.» Alzò lo sguardo. Un lampo d’interesse. «Niente pedaggio. Oggi.»

Mino annuì, sollevato. Fece per prendere la scheda.

«Aspetta.» Finn si avvicinò, l’odore di sudore acido e metallo che precedeva il suo corpo. «Delta. Fresco. L’algoritmo ti ha sputato fuori da poco.» Abbassò la voce. «Dove lavoravi? Settore?»

«Quattro. Manutenzione condotti di ventilazione secondari,» rispose Mino, istintivamente.

«Condotti di ventilazione…» mormorò Finn, come se assaporasse le parole. Poi, scattò: «Ritira. Ma dopo, parliamo. Info che valgono più di un pasto.»

Senza attendere risposta, gli fece cenno di procedere. Mino, con un nodo allo stomaco, si avvicinò al distributore. Inserì la scheda. Un LED rosso lampeggiò, poi verde. Un rumore di ingranaggi arrugginiti. Lo sportello si aprì ed espulse il pacchetto. Freddo. Leggero. Sull’etichetta: “APPROVVIGIONAMENTO DI SUSSISTENZA – TIPO 7. VALORE NUTRIZIONALE: 1800 kcal.”

Stringendolo, Mino si voltò. Finn lo aspettava, un sorriso che mostrava denti gialli e scheggiati. Tor, al suo fianco, continuava a fissare il vuato, la spranga poggiata a terra.

«Vieni,» disse Finn, accennando verso un’alcova laterale, un ripostiglio ricavato da un armadio tecnico divelto. «Parliamo. Un consiglio per la prima notte. Gratis.»

Mino guardò il pacchetto, poi l’alcova buia. La fame gli torceva le viscere, ma l’istinto gli urlava di scappare. Ogni cosa qui aveva un prezzo.

Fece un passo indietro. «Grazie. Forse un’altra volta.»

Il sorriso di Finn si gelò. I suoi occhi divennero due fessure. «Offerta cortese, Delta. Non si ripete.»

Tor si raddrizzò. La spranga si sollevò di un centimetro. Non una minaccia esplicita. Una possibilità fisica. Immediata.

Il panico salì in gola a Mino. Guardò la via di fuga. Tra lui e il condotto, altri esclusi osservavano con interesse passivo. Nessuno si sarebbe mosso.

«Lascialo stare, Finn. Ha già abbastanza problemi.»

La voce era chiara, ferma, carica di un’autorità che non apparteneva a quel luogo. Tutti si voltarono.

Era in piedi all’imbocco di un condotto laterale. Alto, fisico asciutto ma con una forza contenuta. Giacca di pelle sintetica consunta. Capelli neri spruzzati di grigio. Ma erano gli occhi a colpire: grigio ferro, fissi, che sembravano vedere attraverso le maschere di tutti. Bruciavano di uno scopo.

Finn impallidì. «Valerio. Non è affare tuo. Stiamo… socializzando.»

«Socializzando con una spranga in mano?» Valerio fece un passo avanti. Ogni gesto era economico, controllato. «Ha detto no. La parola “no” dovrebbe ancora avere un peso, anche quaggiù. O abbiamo adottato anche le loro regole?»

Il “loro” era carico di un disprezzo talmente profondo che sembrò raffreddare l’aria. Tor abbassò la spranga, di un millimetro. Finn lanciò un’occhiata velenosa.

«Stai attento, ribelle. I droni ti cercano. E quando ti trovano, trovano anche chi ti sta intorno.»

«Mi cercano da due anni. E io sono ancora qui.» Valerio si fermò a pochi passi da Mino. I suoi occhi grigi lo scrutarono, veloci. «Tu. Nome?»

«Mino.»

«Mino. Vuoi mangiare in pace, o contrattare con uno sciacallo?»

Mino annuì verso Valerio.

«Allora vieni.» Si voltò e iniziò a camminare, senza controllare se fosse seguito. Fiducia assoluta, o sfida.

Mino esitò un istante. Gettò un’ultima occhiata a Finn, il cui volto era una maschera di rabbia impotente, e seguì Valerio nell’oscurità.

La luce dello slargo si affievolì rapidamente. Valerio camminava sicuro, evitando detriti con familiarità innata. Dopo una cinquantina di metri, il condotto si aprì in una camera circolare, forse un’antica cisterna. Una lampada a batteria appesa a un gancio emanava una luce tenue. C’erano coperte ammucchiate, scatole di metallo, un fornello a catalisi che emanava un debole calore.

Valerio si voltò. «Mangia qui. È sicuro. Per ora.»

Mino guardò il pacchetto, poi l’uomo. «Perché? Perché mi hai aiutato?»

«Finn non voleva il pedaggio. Voleva sapere dei condotti di ventilazione. Info che vende a chi può pagare. Compresi gli agenti della Federp in borghese. Saresti stato spremuto e gettato via.» Valerio si appoggiò alla parete umida. «Io voglio sapere perché sei qui. Non “escluso”. Tutti lo sono. Voglio sapere *come*. Cosa ha deciso l’algoritmo che tu non eri più ottimizzato?»

La domanda lo trafisse. La rabbia, l’ingiustizia, tornarono tutte insieme. «Non lo so. Consumavo contenuti non autorizzati. Non socializzavo abbastanza. Ero malato. L’algoritmo ha deciso. Punto.»

«Non è un punto. È l’inizio.» Valerio scosse la testa. «L’EMPS non esclude a caso. Esclude per necessità. Per alimentare qualcosa.» Fece una pausa, i suoi occhi che catturavano la poca luce. «Hai mai sentito parlare della Zona Nera?»

Mino scosse la testa.

«Leggenda tra gli esclusi vecchi. Un’area proibita, oltre le fasce di degradazione. Dove mandano quelli che… spariscono. Non diventano esclusi. Diventano altro.» Valerio si avvicinò. «Io credo che sia reale. La chiave. Perché escludono. Perché ci lasciano marcire. Perché costruiscono qualcosa che richiede che noi non esistiamo più.»

Mino fissò il pacchetto. 1800 calorie. Il valore di una vita, ridotto a un numero. La stanchezza lo travolse. Si lasciò scivolare a sedere su una cassa.

«Io… voglio solo sopravvivere.»

Valerio lo osservò a lungo. Poi, la sua espressione si ammorbidì, di un millimetro. «Mangia. Dormi. Poi deciderai. Ma sappi: sopravvivere non basta. O scopriamo cosa c’è nella Zona Nera, o diventeremo tutti come gli IAnti. E quando li vedrai, capirai che ci sono cose peggiori della morte.»

Mino alzò lo sguardo. «Gli IAnti?»

Valerio non rispose. Si era voltato, ascoltando qualcosa nel silenzio del condotto. Il suo corpo era di nuovo teso, all’erta. «Mangia in fretta. La notte qui non è quieta. E i sogni… i sogni sono pieni di ronzii.»

Mino strappò la pellicola. Un odore neutro, di amido e proteine sintetiche. Il primo boccone aveva la consistenza del cartone bagnato e un sapore che non era né dolce né salato, semplicemente *nutriente*. Era cibo. Era vita, per altre quarantotto ore.

Mentre mangiava, nella cisterna rischiarata da una sola lampada, con il rombo della città come un lamento costante, Perrini Mino capì una cosa. La sua vecchia vita era finita. Ma la sua nuova vita non era iniziata nella polvere dell’atrio.

Era iniziata ora, in quel buio, con un ribelle dagli occhi di ferro che parlava di zone proibite e di un destino peggiore della morte. E con un nome nuovo, che gli dava i brividi, anche se non sapeva ancora perché.

*IAnti*.