Capitolo 1

Capitolo 1

Il bip del sistema-vita. Regolare. Meccanico. L’unico suono nella sua cella da tre giorni. Perrini Mino contò i secondi tra un bip e l’altro. Ventidue. Sempre ventidue. Il tempo, nella zona di detenzione preventiva dell’EMPS, non scorreva. Marciva.

La luce al neon, fredda e chirurgica, non si spegneva mai. Riflessa sulle pareti di polimero bianco, accecante. Mino teneva gli occhi socchiusi, le palpebre pesanti come lastre di piombo. Il mal di testa era una presenza costante, pulsante in sincrono con quel dannato bip. Non era la privazione del sonno a logorarlo. Era l’attesa. L’attesa di un verdetto che non sarebbe mai arrivato con un giudice, ma con un algoritmo.

La porta a tenuta d'aria sibilò e scivolò lateralmente. Mino non si mosse. Non alzò nemmeno lo sguardo. Conosceva la procedura.

«Perrini, Mino. Matricola 889-Gamma-7.» La voce dell’Ispettore Kael riempì la cella, più metallica del bip. «Alzati.»

Mino obbedì, le articolazioni che scricchiolavano dopo ore di immobilità. L’uomo in uniforme grigio-verde lo scrutò attraverso lenti che riflettevano la sua stessa immagine: pallido, barba incolta di tre giorni, tuta da lavoro sporca di grasso e polvere sintetica. L’odore di sudore e paura stagnava nell’aria riciclata.

Kael non entrò. Rimase sulla soglia, un tablet sottile di plastica nera tra le mani. Lo sfiorò. Un ologramma azzurro e tremolante si materializzò tra loro, pieno di cifre e grafici in movimento.

«Analisi del profilo sociale: declino costante negli ultimi dodici cicli.» Kael leggeva, ma i suoi occhi erano fissi su Mino. «Consumo di contenuti virtuali non autorizzati rilevato in tre occasioni distinte. Interazioni sociali al di sotto della soglia di produttività ottimale. Contributo al Fondo Comune di Sussistenza inferiore del 7.8% rispetto alla media del suo settore.»

«Ho avuto un’infezione polmonare due cicli fa,» disse Mino, la voce roca per il disuso. «Certificato medico depositato. Il sistema lo sa.»

«Il sistema sa tutto, Perrini.» Kael sfiorò di nuovo il tablet. L’ologramma cambiò, mostrando una mappa della città con un punto rosso lampeggiante. «Quello che il sistema non comprende è la tua presenza ricorrente nel Settore 7, zona di transizione verso la fascia di degradazione ambientale. Motivazioni?»

Mino sentì un groppo di ghiaccio nello stomaco. La Zona Cuscinetto. Ci andava per trovare le pillole probiotiche di contrabbando, quelle che non ti rendevano solo apatico, ma ti regalavano almeno l’illusione del sonno. «Passeggiate. Aria. Quella che c’è.»

«L’aria nel Settore 7 ha un tasso di particolato tossico del 42% superiore alla norma. Le "passeggiate" non sono logiche.» Kael inclinò la testa di un millimetro. Un movimento da macchina. «A meno che non ci siano motivazioni asociali. O commerciali.»

«Non sono un contrabbandiere.»

«No. Sei un operaio di terzo livello. Con tendenze asociali e produttività in calo.» Kael chiuse l’ologramma con un gesto secco. Il bip del sistema-vita sembrò improvvisamente più forte. «Il sistema EMPS ha un compito: ottimizzare le risorse per la sopravvivenza collettiva. Tu, Perrini Mino, non sei più ottimizzato.»

Le parole rimasero sospese nell’aria, più concrete del polimero delle pareti. Mino le sentì scivolare addosso, ma il loro significato non penetrò subito. Era come se Kael avesse parlato in una lingua straniera.

«Cosa… cosa significa?»

«Significa che la tua inclusione nel circuito produttivo e sociale è stata rivista.» Kael estrasse dal tablet una scheda di plastica trasparente. La gettò ai piedi di Mino. Cadde con un suono insignificante. «Il tuo status è cambiato. Sei ora un cittadino Escluso, Classe Delta. La tua matricola è stata cancellata dal Registro degli Abitanti. Le tue unità credito sono congelate. Il tuo alloggio è stato riassegnato.»

Mino guardò la scheda per terra. Il suo vecchio codice a barre era barrato da una linea rossa digitale. Sotto, ne brillava uno nuovo, più corto, senza prefisso alfabetico. Solo numeri. Come quelli sugli imballaggi che movimentava al magazzino.

«Avrai diritto a un pasto termostabilizzato ogni quarantotto ore, prelevabile dai distributori per Esclusi. L’accesso ai trasporti pubblici, alle aree verdi ricreative, alle unità abitative standard e alla rete dati pubblica ti è ora precluso.» Kael recitava un copione imparato a memoria, la sua voce un monotono ronzio di sottofondo al battito cardiaco impazzito di Mino. «La Federp, forza di pubblica sicurezza, è autorizzata a fermarti per accertamenti in qualsiasi momento. La resistenza all’accertamento è punibile con neutralizzazione immediata.»

«Neutralizzazione…» mormorò Mino.

«Termine tecnico.» Kael si sistemò gli occhiali. «Sei Escluso, Perrini. Non esisti più per la macchina. Esisti solo come variabile potenzialmente destabilizzante. Il consiglio è di spostarti verso le fasie di degradazione. Lì la Federp pattuglia con minore frequenza. Potresti… durare di più.»

Con quello, l’ispettore si voltò. La porta sibilò di nuovo, iniziando a chiudersi.

«Aspetta!» urlò Mino, gettandosi avanti. «C’è un errore! Un’infezione polmonare, cazzo! Non puoi… non puoi farlo!»

La porta si chiuse a pochi centimetri dal suo volto. Il sibido si spense. Silenzio. Poi, il bip riprese, regolare, meccanico. Ventidue secondi.

Mino rimase lì, la fronte premuta contro il polimero freddo della porta, le nocche bianche per la stretta. Respirava a fatica, come se l’aria riciclata si fosse improvvisamente fatta densa, pesante. Si voltò. La scheda di plastica luccicava per terra, un verme velenoso.

Si chinò, le ginocchia che cedevano. La raccolse. Era sottile, flessibile. Al tatto, sembrava la pelle di un serpente morto. La guardò contro la luce al neon. Il nuovo codice a barre sembrava una cicatrice.

Il bip continuava. Ventidue secondi.

Doveva uscire. Doveva muoversi. L’istinto di sopravvivenza, atavico, superò il torpore dello shock. Si avvicinò alla porta. Non c’erano maniglie, non c’erano pannelli di controllo. Solo una superficie liscia e bianca. Premette le mani contro di essa. Nulla.

«Uscita.» disse, la voce un rantolo. «Apri.»

Nessuna risposta. Solo il bip.

Cominciò a picchiare. Prima con i palmi, poi con i pugni. Il polimero assorbiva il suono, rendendo i colpi sordi, insignificanti.
«APRITE! APRITE QUESTA CAZZO DI PORTA!»

Picchiò fino a quando le nocche non gli si spellarono, lasciando strisciate rosse e umide sul bianco immacolato. Il dolore era lontano, annebbiato dall’adrenalina. Si fermò, ansimante, appoggiato alla porta. Il sudore gli colava lungo la schiena. Nella cella, l’unico odore era ora il suo, acre e animale.

Il bip si interruppe.

Per un secondo, ci fu un silenzio totale, così assoluto che Mino sentì il ronzio del sangue nelle orecchie. Poi, un nuovo suono: un clic metallico, seguito da un ronzio basso e vibrante che sembrava provenire dalle pareti stesse.

La porta sibilò e si aprì.

Oltre, non c’era il corridoio sterile dell’EMPS. C’era un altro spazio, più buio, illuminato solo da luci di emergenza al sodio che proiettavano lunghe ombre giallastre. L’aria che ne usciva era diversa: non più filtrata e asettica, ma carica di odori. Odore di umidità, di muffa, di rifiuti organici in decomposizione. Odore di degrado.

Mino esitò un attimo, la scheda di plastica stretta in mano come un’arma impropria. Poi, l’istinto parlò più forte della ragione. Varcò la soglia.

La porta si richiuse immediatamente alle sue spalle, con un suono finale, definitivo. Il ronzio nelle pareti cessò. Era fuori. O meglio, era dentro qualcos’altro.

Si trovava in un lungo corridoio di cemento grezzo, le pareti scrostate, macchiate di umidità e graffiti illeggibili. Tubature arrugginite correvano lungo il soffitto, gocciolando un liquido brunastro in pozze sul pavimento. Le luci di emergenza, protette da grate, sfarfallavano a intervalli irregolari, dando alla scena un’inquietante qualità stroboscopica.

Era la retro-città. Le viscere dell’urbano che nessun cittadino "incluso" avrebbe mai visto. La zona di servizio, di scarto. La sua nuova casa.

Si mise a camminare, i passi che echeggiavano nel corridoio deserto. La tuta da lavoro, una volta una seconda pelle anonima, ora sembrava una divisa da condannato. Ad ogni sfarfallio delle luci, cercava di decifrare i graffiti. Simboli, forse. Avvertimenti. Una volta vide chiaramente la scritta "FEDERP = CARNE" prima che la luce cedesse di nuovo.

Dopo quello che gli parve un’eternità, il corridoio sbucò in una specie di atrio crollato. Una parte del soffitto era franata, lasciando intravedere strati di vecchie strutture e, in lontananza, un brandello di cielo color fango. La pioggia acida cadeva attraverso l’apertura, gocciolando in una pozza grigia sul pavimento.

E lì, nell’atrio, Mino vide i primi Esclusi.

Erano accucciati in piccoli gruppi, avvolti in stracci e teli di plastica. Alcuni dormivano, o forse erano solo immobili. Altri fissavano il vuoto, gli occhi vitrei. Uno, più vicino a lui, stava scaldando qualcosa su una piccola fiamma alimentata da una bomboletta. L’odore di brodo sintetico, rancido, si mescolò agli altri.

Nessuno lo guardò. La sua presenza non suscitò curiosità, né ostilità. Era solo un altro fantasma che si aggiungeva al coro.

Mino si appoggiò a un pilastro di cemento, la forza che improvvisamente lo abbandonava. Chiuse gli occhi. Il rumore della pioggia acida che gocciolava, il sussurro dei clochard, il gorgoglio del brodo sul fuoco. Era questo il suono della non-esistenza.

Aprì gli occhi e guardò la scheda di plastica in mano. Il codice a barre luccicava debolmente alla luce del sodio. Non era più Perrini Mino, operaio di terzo livello, matricola 889-Gamma-7. Era un numero. Una variabile Delta. Escluso.

Dall’apertura nel soffitto, un drone di pattuglia della Federp sfrecciò via in alto, il suo ronzio elettrico che si perse nel rombo lontano della città soprastante. Una città a cui non apparteneva più.

Il primo giorno della sua nuova vita era appena iniziato. E l’unica certezza era il pasto termostabilizzato che avrebbe potuto ritirare tra quarantotto ore. Se fosse riuscito a trovare un distributore. Se fosse riuscito a sopravvivere fino ad allora.

Stringendo la scheda, Perrini Mino scivolò giù lungo il pilastro, fino a sedersi nella polvere e nel freddo. E aspettò. Non sapeva cosa. Forse solo il prossimo bip di un sistema che aveva smesso di sentire il suo cuore.