Il silenzio pulsò per tre secondi interi. Tre secondi di vuoto, dove l’unico suono era il ronzio acuto nelle orecchie di Mino, l’eco dello sparo che aveva mancato Kael per un soffio. Poi il mondo tornò, con la violenza di un pugno.
«Muoviti!»
La voce di Valerio era un ruggito soffocato. Le sue mani lo spinsero, lo strapparono dal punto in cui era rimasto inchiodato, ipnotizzato dalla porta sigillata e dal ricordo delle scintille arancioni. Mino inciampò, si ritrovò a correre lungo il corridoio bianco, le luci al neon che sbattevano contro la sua visione in una sequenza stroboscopica.
Il corridoio era stretto, asettico. Pareti lisce di un polimero bianco opaco che assorbiva il suono, rendendo il loro respiro affannoso un segrego troppo rumoroso. L’aria era fredda, filtrata, con un odore chimico di ozono e disinfettante che bruciava le narici. Non c’era polvere. Non c’era ruggine. Era la purezza della tomba.
Kael correva davanti a loro, silenzioso come un fantasma, la sua sagoma magra che sembrava scivolare più che muovere le gambe. L’occhio meccanico era ancora spento, una protuberanza muta.
«Dove siamo?» ansimò Mino, il fiato che gli si condensava in piccole nuvole.
«Settore di transito logistico,» rispose Valerio a denti stretti, gettando uno sguardo alle spalle. «Il condotto sigillato portava qui. Zona di carico.»
«E quella porta?»
«Blindata. Con serratura magnetica di emergenza. Si è chiusa per lo sparo. Ma non resterà chiusa a lungo.»
Un *clang* sordo, metallico, risuonò attraverso la porta alle loro spalle. Qualcuno – o qualcosa – stava tentando di forzarla dall’esterno.
La corsa si trasformò in una fuga disperata. Svoltarono un angolo e lo videro.
Bloccava il corridoio venti metri più avanti. Sentinel LOG-12. Non si mosse verso di loro, non puntò un’arma. Semplicemente si girò, il cluster di sensori sul torace – una serie di lenti nere incastonate come occhi di ragno – che si illuminò di una luce rossa pulsante.
«*Rilevamento: firma biologica non autorizzata. Settore LOG-ALPHA in lockdown. Fermarsi e attendere verifica.*»
La voce era sintetica, piatta, senza origine precisa.
Valerio non rallentò. «Kael!»
Il ragazzo con l’occhio di metallo era già in movimento. Si lanciò a terra, scivolando sotto il fascio di scansione rossa. Rotolò, e quando si rialzò, aveva in mano il modulo NCI-7 consumato. Lo sollevò verso il cluster sensoriale del drone.
Non successe nulla per un secondo. Il drone continuò a ronzare.
Poi il ronzio cambiò tono. Diventò irregolare, strozzato. La luce rossa sfarfallò, diventò arancione, poi verde per un istante.
«*Verifica… in corso…*» biascicò la voce sintetica. «*Badge… riconosciuto. Anomalia… neurale…*»
Il drone rimase immobile, come in attesa.
«Cos’ha fatto?» sussurrò Mino, rimanendo schiacciato alla parete.
«Il modulo confonde i suoi protocolli,» disse Kael, la sua voce sintetica più bassa del solito. «Sta cercando di risolvere un’incongruenza.»
«Quanto ci mette?»
«Non lo so.»
Valerio studiò il drone, poi il corridoio oltre di esso. Vide un portello di servizio, metà aperto. «Lì,» indicò. «Prima che si sblocchi.»
Scivolarono oltre il drone, che continuava a emettere suoni meccanici di elaborazione. Il portello di servizio dava in una stanza di stoccaggio. Scaffalature alte fino al soffitto, cariche di scatole di plastica trasparente. E dentro quelle scatole…
Mino si avvicinò, il respiro che gli si bloccò in gola.
Abiti. Abiti civili. Camicie, pantaloni, gonne, scarpe. Non uniformi. Vestiti di tutti i giorni. E accanto, altre scatole: occhiali, orologi da polso a lancette ferme, portafogli di pelle sbiadita, piccoli gioielli, fotografie in cornici di plastica.
Tutti puliti, ordinati, catalogati. Su ogni scatola, un’etichetta: **IA-7783-Effetti**, **IA-9912-Abbigliamento**.
«Dio,» mormorò Mino, toccando il vetro freddo di una scatola. Dentro, un cardigan di lana blu, consumato ai gomiti. Sopra, una spilla a forma di farfalla, lo smalto sbeccato. «Sono… i loro vestiti.»
Valerio era immobile, il volto una maschera di granito. «Non li gettano via. Li archiviano. Efficiente.»
«Ma perché?» La domanda uscì da Mino come un gemito.
Un respiro. Rumoroso, raschiato. Proveniva dall’angolo più buio, tra le scaffalature. Non un sospiro, ma l’espirazione stanca di chi aspetta da molto.
«Perché la carta,» disse una voce roca, «va sempre firmata.»
L’uomo emerse dalle ombre non come una minaccia, ma come un’estensione di esse. Magro, sulla sessantina, barba grigio-ferro incolta. Indossava una tuta da tecnico rattoppata con toppe di materiale diverso. In mano, un tablet rudimentale, schermo incrinato. I suoi occhi infossati li osservarono con una curiosità stanca.
«Non alzate la voce,» disse l’uomo, Lysander. «I sensori acustici nei corridoi sono sensibili. E il LOG-12 laggherà ancora per…» guardò un orologio analogico sul polso sottile, «…novanta secondi. Poi riprenderà.»
«Chi sei?» chiese Valerio, la voce un basso ringhio, il corpo pronto allo scatto.
«L’addetto all’inventario,» rispose Lysander, con un gesto vago. «Catalogare, pulire, imballare. Assicurarsi che ogni memoria sia sigillata con il codice giusto.» Il suo sguardo si soffermò sull’occhio spento di Kael. «Voi non siete IAnti. Siete l’anomalia.»
«E tu? Sei un carceriere?»
Lysander emise un suono che poteva essere una risata strozzata. «Un carceriere? Io sono un prigioniero che tiene il registro degli altri prigionieri. Lavoro qui, da anni. In cambio, non mi trasformano in uno di loro.» Indicò le scatole. «E mangio.»
«Sei un collaboratore,» accusò Valerio, il disprezzo che gli affilava ogni parola.
«Sono un sopravvissuto,» corresse Lysander, senza calore. «Come voi, immagino. Solo che io ho smesso di lottare contro le pareti della mia cella. Le ho solo imparate a memoria.» I suoi occhi stanchi si fissarono su Valerio. «So chi sei. Valerio. Il ribelle. Stai cercando di arrivare al nucleo. Per uccidere il Signore della Pace.»
Valerio non rispose. Il suo silenzio era conferma.
«È una follia,» disse Lysander. «Non ci arriverete mai vivi.»
«Distruggerei questo sistema!» sibilò Valerio, facendo un passo avanti.
«Questo sistema,» replicò Lysander, alzando il tablet, «è l’unica cosa che tiene in piedi l’Arca. Senza il controllo di Adriano, il cantiere collasserebbe in una settimana. Gli IAnti smetterebbero di funzionare. I reattori si spegnerebbero.»
«A quale prezzo?» urlò Mino, la voce che gli si spezzava. Il ricordo degli occhi vuoti gli bruciava dentro. «Guardati intorno!»
Lysander lo guardò, e per la prima volta, nei suoi occhi stanchi, Mino vide un barlume di dolore. «Lo so. Lo vedo ogni giorno. Catalogando le loro foto.» Si avvicinò a una scatola, appoggiò una mano sul vetro. Dentro, una bambola di pezza, un occhio perso. «Ma Adriano ha una domanda, a cui nessuno di noi ha una risposta migliore: vale la pena salvare un milione, se per farlo devi condannare diecimila?»
«Non è una domanda!» ringhiò Valerio. «È un alibi.»
«È selezione,» insisté Lysander. «L’Arca ha spazio limitato. Chi decidi tu che salveresti? I più forti? I più buoni? Adriano ha scelto i più utili. E gli altri…» guardò le scatole, «…diventano utili in un altro modo.»
«Diventano schiavi.»
«Diventano carburante,» corresse Lysander, la voce improvvisamente stanca. «Il motore della salvezza ha bisogno di olio. La matematica della sopravvivenza.»
«La tua matematica puzza di sangue.»
«E la tua moralità,» replicò Lysander, voltandosi, «puzza di tomba collettiva. Hai mai visto morire un milione di persone, ribelle? Io sì. Nei registri. Per fame, per radiazioni, per aria avvelenata. Adriano offre una via d’uscita. Una sola. Stretta.»
Un *click* seguito da un ronzio che tornava regolare filtrò dal corridoio. Il LOG-12 si era ripreso.
«Dovete andare,» disse Lysander, la voce urgente. «Se vi trova qui, mi troverà con voi.»
«Perché ci stai aiutando?» chiese Mino, sconcertato.
Lysander esitò. I suoi occhi scorsero le scatole, la bambola di pezza. «Perché forse,» sussurrò, «ho bisogno di credere che qualcuno stia ancora provando a dare una risposta diversa. Anche se è sbagliata.» Si avvicinò a una parete, premete una sequenza su un pannello nascosto. Con un sibilo d’aria compressa, un pannello si ritrasse, rivelando un condotto di aerazione più grande del solito. Dall’interno proveniva un flusso d’aria calda e un lontano ronzio di macchinari.
«Dove porta?» chiese Valerio, diffidente.
«Alla colonna di ventilazione principale del settore reattori. È un condotto di manutenzione di Livello 4. Vi porterà più vicino al nucleo. Ma attenzione: l’aria è carica.»
Valerio guardò il condotto, poi Lysander. Alla fine, annuì, un cenno secco. «Grazie.»
«Non ringraziarmi,» disse Lysander, voltandosi. «State solo morendo in un modo leggermente più complicato.»
Kael entrò per primo nel condotto. Valerio lo seguì. Mino si voltò un’ultima volta.
«La bambola,» disse, indicando la scatola. «Di chi era?»
Lysander non si voltò. La sua voce arrivò, fioca. «Codice IA-3341. Una bambina. Nome: Elara. Sei anni. Ora è l’unità I-3341. Monta circuiti di guida. È efficiente al novantatré per cento. Sopra la media.»
Mino lo guardò, incapace di trovare parole. Poi si chinò ed entrò nel condotto.
L’aria calda lo avvolse come una coperta umida. L’odore era diverso qui: ozono sì, ma anche una punta metallica, dolciastra, che gli ricordò le vecchie radiografie. Il ronzio era più profondo, un basso costante che faceva vibrare le pareti metalliche.
Davanti a lui, la luce verdastra dell’occhio di Kael si era riaccesa, debole. Illuminava le pareti, ricoperte di uno spesso strato di polvere grigia che si sollevava al loro passaggio, luccicando nella luce come nebbia.
«Non respirare a fondo,» sussurrò la voce sintetica di Kael. «Particolato radioattivo. Basso livello, ma cumulativo.»
Scalarono. Il caldo diventò opprimente. Il sudore di Mino si mischiava alla polvere grigia, formando fanghi salati sugli avambracci. Dopo pochi minuti, un formicolio sottile iniziò a corrergli sulla pelle, come una pioggia di spilli invisibili. Una nausea bassa, sorda, si annidò sotto lo sterno. L’odore dolciastro gli rimase in gola, bruciante.
Il ronzio si fece più forte, più viscerale. Non era più solo un suono; era una vibrazione che partiva dallo sterno e risaliva fino ai denti, facendoli cigolare. L’aria stessa sembrava addensarsi, premere sui timpani.
Poi, improvvisamente, il condotto terminò in una griglia circolare. Kael si fermò, spense la luce del suo occhio. Attraverso le fessure, filtrava una luce diversa: un bagliore pulsante, azzurrognolo, che si intensificava e si affievoliva con un ritmo regolare, ipnotico.
Valerio si mise accanto a lui, guardò. Il suo respiro, per la prima volta, sembrò bloccarsi.
Mino si fece spazio, mise un occhio alla griglia.
E vide.
Una caverna a cupola. Al centro, sospeso in una rete di campi di forza che scintillavano come lamine d’argento liquido, pulsava il cuore dell’Arca.
Il reattore a fusione.
Un nucleo di plasma blu cobalto, contenuto in una gabbia di luce magnetica, ruotava lentamente su se stesso. Scariche di energia azzurra lambivano le pareti. L’aria stessa vibrava, satura di potenza grezza. Il calore attraversava la griglia metallica, colpendo il volto di Mino come il fiato di una fornace. La vibrazione gli risuonava nelle ossa, una frequenza primordiale che sembrava volerlo disassemblare, ridurre in risonanza. La pressione sulle orecchie divenne un dolore sordo.
La luce pulsante illuminava una piattaforma di osservazione a mezz’altezza.
E sulla piattaforma, di spalle, una figura sola guardava il reattore pulsante.
Un uomo alto, con una postura eretta. Tunica semplice grigio scuro. Capelli brizzolati, tagliati corti. Mani intrecciate dietro la schiena.
Non c’era bisogno che si voltasse. Mino lo riconobbe dall’aura di autorità solitaria, dalla calma assoluta con cui osservava il cuore di fuoco della sua creazione.
Era Lord Adriano.
Il Signore della Pace era lì, a dieci metri di distanza verticale, separato da loro solo da una griglia e dal ruggito silenzioso della stella imprigionata.
Valerio si irrigidì, ogni muscolo del suo corpo che si contraeva in un unico, tremendo intento. La sua mano scivolò verso l’impugnatura del coltello alla cintura.
Il momento che aveva inseguito era lì, vulnerabile, ignaro.
Mino guardò Valerio, poi guardò attraverso la griglia l’uomo solitario che contemplava la sua opera mostruosa e magnifica. Sentì il ruggito del reattore risuonare nelle sue ossa, una promessa di fuga e di dannazione. Il formicolio sulla pelle era diventato bruciore. La nausea un pugno nello stomaco.
E seppe, con un gelo che gli si insinuò nello stomaco più freddo della polvere radioattiva, che la prossima mossa di Valerio avrebbe cambiato tutto, per sempre.