Capitolo 11

Capitolo 11

Il ruggito del reattore era un’entità fisica. Non un suono, ma una pressione che spingeva contro i timpani, che faceva vibrare le ossa del cranio come corde di uno strumento troppo tese. Attraverso la griglia metallica della grata di aerazione, Mino vedeva il cuore della bestia: una camera cilindrica di vetro rinforzato, alta almeno tre piani, all’interno della quale turbinava un plasma blu elettrico. Era bello. Orribilmente bello. Una stella in gabbia, che pulsava con un ritmo regolare, ogni pulsazione accompagnata da un aumento del ronzio che saliva di un’ottava, facendo tremare la griglia sotto le sue dita.

E davanti a quella stella, di spalle, c’era lui.

Lord Adriano.

Non era come se lo era immaginato. Non un gigante su un trono, non un mostro con le corna. Era un uomo, solo. Più alto della media, sì, con le spalle larghe sotto una tunica semplice di tessuto grigio scuro. I capelli, brizzolati di argento, erano tagliati corti, militari. Stava immobile, le mani giunte dietro la schiena, a contemplare il reattore. La sua postura non era quella di un tiranno che ammira il suo potere. Era quella di un chirurgo che osserva un cuore trapiantato, con una concentrazione assoluta, carica di una terribile responsabilità.

Il gelo che Mino aveva sentito nello stomaco si solidificò in una lastra di ghiaccio. La nausea si trasformò in un acuto senso di pericolo. Non per sé stesso, ma per quello che stava per accadere. Girò la testa di un millimetro, abbastanza per vedere Valerio.

Il ribelle era diventato una statua di tensione. Il suo corpo, accovacciato accanto a Mino nella cavità buia dietro la grata, era irrigidito in ogni muscolo. Gli occhi grigi ferro non erano più fissi sul reattore, ma sull’uomo davanti ad esso. E in quegli occhi non c’era più la furia calcolatrice del guerrigliero, né l’odio freddo che Mino aveva visto prima. C’era qualcosa di più primitivo. Una fame. La fame del predatore che ha finalmente messo gli occhi sulla preda, dopo una caccia infinita.

Le dita di Valerio scivolarono lungo la coscia, verso lo stivale. Emergevano lentamente, stringendo l’impugnatura di un coltello. La lama non era metallo lucido, ma una striscia opaca di ceramica nera, progettata per non riflettere la luce, per non squillare ai metal detector. Era corta, letale, l’arma di chi non vuole fare rumore.

«No,» sibilò Mino, la voce un filo d’aria che si perse nel ruggito del plasma.

Valerio non lo guardò. Il suo intero essere era focalizzato sul bersaglio. Misurava la distanza: quindici metri di passerella metallica, illuminata dalla luce pulsante blu. Calcolava il tempo: il tempo per sollevare la grata, per scattare, per coprire quei quindici metri prima che l’uomo potesse girarsi, prima che un allarme potesse suonare. Forse c’erano sensori. Forse c’erano guardie nascoste. Ma in quell’istante, per Valerio, non esistevano. Esisteva solo la linea retta tra la sua lama e la schiena di Lord Adriano.

Kael, accucciato più indietro nel condotto, era immobile. L’occhio meccanico era spento, ma Mino sentiva il debole ronzio del suo impianto neurale che lavorava a pieno regime. Stava analizzando la scena, cercando guardie, tracciando percorsi di fuga. Il suo silenzio era un’approvazione.

«È solo,» mormorò Valerio, più a se stesso. «È qui. È il momento.»

«È una trappola,» insisté Mino, afferrandogli il polso. La pelle di Valerio era fredda, i tendini duri come cavi d’acciaio. «Nessuno sta qui, da solo, davanti a… a quello. È impossibile.»

«È arrogante,» replicò Valerio, strappando il polso dalla presa senza sforzo apparente. «Si crede al sicuro nel suo santuario. È il suo errore.»

Mino alzò lo sguardo, spinto da un brivido d’istinto. Il soffitto sopra la passerella dove stava Lord Adriano era una cupola di travi metalliche e cavi corazzati. Niente sembrava fuori posto. Eppure… una delle “travi”, proprio sopra la posizione di Adriano, aveva una geometria leggermente troppo regolare. I bordi erano troppo netti, senza le solite saldature a punti. Rifletteva la luce blu del plasma non come il metallo opaco circostante, ma con una leggera, quasi impercettibile, patina oleosa.

«Valerio, il soffitto…» cercò di dire.

Ma Valerio era già in movimento. Con un gesto rapido e silenzioso, infilò la punta della lama ceramica sotto il bordo della grata di aerazione. Un *clic* metallico, soffocato dal rombo del reattore. La grata si sollevò di un centimetro, sbloccata.

Fu in quel preciso istante che Lord Adriano parlò.

La sua voce non si alzò per sopraffare il rumore. Semplicemente lo attraversò, modulata in una frequenza che sembrava risuonare direttamente nella testa di chi ascoltava. Era una voce profonda, calma, priva di enfasi ma carica di un’autorità assoluta. Non stava parlando a nessuno nella stanza.

Stava dettando.

«…e quindi la variabile umana rimane l’unico coefficiente imprevedibile nell’equazione della sopravvivenza. La memoria è un lusso. L’individualità, un difetto di fabbricazione. Il modulo NCI-7 sopprime il difetto, ma non può eliminare il decadimento organico del substrato. La soluzione non è nella perfezione del controllo, ma nell’accettazione del tasso di fallimento calcolato.»

Si fermò, come ad ascoltare una risposta che solo lui poteva sentire. Forse un micro-auricolare. Forse qualcosa di più intimo.

Poi continuò, e la sua voce perse un frammento della sua calma, guadagnando una sfumatura che suonava quasi come… frustrazione. «No, Consiglio. Non stiamo parlando di ottimizzazione. Stiamo parlando di estinzione. Ogni unità IAnti che decade prima del completamento del modulo abitativo è un metro cubo di spazio vitale perso. È un respiro in meno per i diecimila che quel modulo dovrebbe ospitare. Voi parlate di costi. Io vi mostro i numeri del nulla.»

Mino rimase paralizzato, non dalla paura, ma dalla rivelazione. Quell’uomo, il Signore della Pace, l’architetto dell’orrore, non stava godendo della sua creazione. Stava *litigando* con essa. Stava combattendo con la macchina mostruosa che aveva costruito, cercando di spremere da essa anche solo un’altra manciata di vite salvate.

Valerio non sentì nulla di tutto ciò. Vide solo la schiena esposta. Vide l’opportunità.

Con uno scatto felino, sollevò la grata e si lanciò fuori dal condotto.

Il movimento fu silenziosissimo. Atterrò sulla passerella in un accovacciamento perfetto, le scarpe di gomma consumata che non emisero un suono sul metallo. Per un secondo, fu una sagoma nera stagliata contro il bagliore blu elettrico.

Lord Adriano non si mosse.

Valerio si raddrizzò e scattò.

Fu allora che la “trave” sul soffitto si staccò.

Non cadde. Semplicemente *si staccò* dalla sua posizione, come un’ombra che prende vita. I pannelli mimetici si spensero, rivelando la forma a disco del Sentinel Tau-9. Non emise alcun suono di attivazione. Non ci fu alcun fascio di scansione rossa.

Semplicemente, dal suo bordo inferiore, due aperture circolari si aprirono. E l’aria *vibrò*.

Non fu un suono che Mino sentì con le orecchie. Fu una pressione che lo colpì nello stomaco, nel petto, come se qualcuno avesse battuto un enorme tamburo fatto della sua stessa carne. La passerella sotto i piedi di Valerio sembrò incresparsi. L’uomo barcollò, non per l’intensità del colpo, ma per la sua natura disorientante. Era un’onda sonica a focalizzazione strettissima, progettata per destabilizzare il sistema vestibolare, per confondere il cervello.

Valerio cadde in ginocchio, il coltello ceramico che gli scivolò dalle dita inerti e tintinnò sulla passerella. Portò le mani alle orecchie, gli occhi che si strizzavano in una maschera di dolore e confusione.

Lord Adriano, finalmente, si girò.

Lo fece con lentezza, con una calma che era più spaventosa di qualsiasi scatto improvviso. Il suo volto venne illuminato dalla luce blu del reattore. Non era il volto di un mostro. Era un volto segnato, intelligente, con occhi di un grigio chiaro che sembravano vedere attraverso le cose, fino alla loro struttura più profonda. Occhi cerchiati da ombre profonde, scavate non dal sonno, ma dal peso di una conoscenza intollerabile. Guardò Valerio inginocchiato, senza sorpresa, senza rabbia. Con una specie di triste riconoscimento.

«Valerio,» disse, la sua voce che tagliava l’aria vibrante come un bisturi. «Il ribelle con la causa. Mi dispiace che tu sia arrivato fino a qui. Significa che ho fallito nel contenere il danno.»

Valerio alzò lo sguardo, cercando di focalizzarsi. La sua bocca si aprì per un insulto, per un grido di sfida, ma dalla gola uscì solo un rantolo. L’emettitore sonico del Tau-9 pulsò di nuovo, un’altra onda silenziosa e devastante che fece piegare Valerio in due, un filo di bava che gli colò dall’angolo della bocca.

Mino, ancora nascosto dietro la grata, sentì una mano sulla sua spalla. Era Kael. Il ragazzo lo stava tirando indietro, nel buio del condotto. Il suo occhio meccanico era acceso ora, ma la luce era tenue, una fiammella verde che illuminava appena la sua espressione impassibile. Scosse la testa, un minuscolo movimento. *Non c’è nulla da fare.*

Ma Mino non si mosse. Guardò il volto di Lord Adriano. Guardò gli occhi di quell’uomo mentre osservava Valerio soffrire. E non vide crudeltà. Vide la stessa espressione che aveva visto sul volto del Tecnico di Controllo Gamma mentre segnalava il “decadimento neurale” di un IAnti. Un fastidio clinico. Uno spreco di risorse.

«Hai resistito più a lungo di quanto i modelli predittivi indicassero,» continuò Adriano, come se stesse tenendo una lezione. «La tua rete è stata un’interessante variabile di caos. Ma il caos, in un sistema chiuso e al limite delle risorse, è veleno. Devi capire…»

«Io capisco… che sei un macellaio!» riuscì a gridare Valerio, la voce rotta, piena di una rabbia che l’arma sonica non poteva spegnere.

Lord Adriano sospirò. Un sospiro genuino, stanco. «Macellaio? Forse. Ma il macellaio non uccide per piacere. Uccide per nutrire. La domanda, Valerio, non è se io sia un macellaio. La domanda è: in un mondo morente, preferisci essere nutrito, o preferisci essere etico e morto?»

Fece un cenno con la mano, un gesto piccolo, quasi negligente.

Il Sentinel Tau-9 sul soffitto emise un *click* udibile. Gli emettitori sonici si ritrassero. Dal centro del suo disco, un braccio meccanico sottile si estese, terminando con un iniettore cilindrico pieno di un liquido lattiginoso.

«Il protocollo per gli intrusi nel Settore Omega prevede neutralizzazione e riconversione,» dichiarò Adriano, la sua voce tornata piatta, burocratica. «La tua resistenza fisica e la tua determinazione sono asset di valore. Il modulo NCI-7 le preserverà, eliminando il conflitto morale che le rende pericolose. Sarai utile. Più utile di quanto tu sia mai stato come ribelle.»

Il braccio meccanico si abbassò, puntando la nuca di Valerio.

Valerio alzò lo sguardo, gli occhi che cercarono quelli di Mino attraverso la grata. Non c’era paura in quello sguardo. C’era una disperata, feroce supplica. *Non lasciare che accada. Qualsiasi cosa, ma non questo.*

Mino guardò il liquido lattiginoso nell’iniettore. Ricordò gli sguardi vuoti degli IAnti. Ricordò il *shhh… shhh… shhh* del loro respiro sincronizzato. Vide il futuro di Valerio: un corpo vuoto che trasportava moduli di scafo, il fuoco nei suoi occhi grigi spento per sempre.

E senza pensare, senza calcolare, agì.

Non uscì dal condotto. Non aveva un’arma. Aveva solo una cosa: la verità.

Spinse via la mano di Kael, si portò alla bocca della grata, e urlò.

«LORD ADRIANO!»

La sua voce, rauca e piena di paura, squarciò il ronzio del reattore. Fu così inaspettata, così umana in quel luogo di macchine e decisioni disumane, che fece esitare il braccio meccanico del Tau-9 per un microsecondo.

Lord Adriano si girò completamente, per la prima volta, e i suoi occhi grigi incontrarono quelli di Mino attraverso le sbarre della grata. Non ci fu riconoscimento. Solo una curiosità acuta, rapida.

«Un altro?» mormorò. Poi, più forte: «Mostrati.»

Mino scivolò fuori dal condotto, atterrando goffamente sulla passerella accanto a Valerio inginocchiato. Si sentiva esposto, ridicolo, un insetto sotto una lente. Alzò le mani, in segno di non belligeranza che sembrò patetico.

«Lui… lui non è solo un ribelle,» disse Mino, la voce che gli tremava. Cercò di controllarla, di renderla ferma come quella di Adriano, e fallì miseramente. «È Valerio. Ma io… io sono Perrini Mino.»

Pronunciò il suo nome come se fosse una magia, una formula che avrebbe cambiato tutto. Per un attimo, sembrò che non avesse avuto effetto. Gli occhi di Adriano rimasero impassibili.

Poi, una minuscola ruga si formò tra le sue sopracciglia. Un lampo di… non sorpresa, ma di riconnessione. Come un uomo che sente il nome di un file dimenticato in un archivio polveroso.

«Perrini Mino,» ripeté, la voce più bassa. «Variabile destabilizzante. Codice di esclusione 7-Gamma-Phi. Segnalato come probabile disperso nella retro-città.» I suoi occhi scrutarono Mino, da capo a piedi, valutandone lo stato, la sopravvivenza. «I modelli davano il 97% di probabilità di morte per esposizione, aggressione o fame entro trenta giorni dall’esclusione. Sei sopravvissuto. E sei arrivato qui.» Fece una pausa. «Come?»

«Non importa come,» disse Mino, guadagnando un briciolo di coraggio. «Importa il perché. Lui,» indicò Valerio, «voleva distruggerti. Voleva distruggere tutto questo.» Fece un gesto vago verso il reattore, verso l’immensità della Zona Nera oltre le pareti. «Io… volevo solo capire. Volevo sapere perché.»

Lord Adriano lo studiò per un lungo momento. Il ruggito del plasma sembrò attenuarsi, come se anche la macchina trattenesse il respiro.

«E ora che sei qui,» chiese finalmente Adriano, «che hai visto, cosa pensi di aver capito, Perrini Mino?»

Mino aprì la bocca. Le parole che voleva dire – *mostro*, *assassino*, *tiranno* – gli morirono in gola. Perché guardando in quegli occhi grigi, non vide la follia del potere. Vide la lucida, terribile disperazione di un uomo che ha guardato nell’abisso e ha deciso di gettargli dentro tutto, pur di salvare qualcosa dal bordo.

«Penso…» iniziò Mino, la voce un sussurro. «Penso che tu abbia ragione. Sul mondo morente. Sul nutrire o morire.» Fece una pausa, il cuore che gli martellava contro le costole. «Ma lui,» disse, indicando di nuovo Valerio, che li guardava ora con uno sguardo di tradimento bruciante, «lui è la prova che non puoi spegnere tutto. Che non puoi trasformare tutti in… in quello.» Un cenno verso il nulla, verso gli IAnti invisibili ma onnipresenti. «Se lo fai, cosa salvi veramente? Una specie? O solo il suo guscio vuoto?»

Il silenzio che seguì fu più profondo di qualsiasi rumore. Il Sentinel Tau-9 rimase immobile, il suo iniettore ancora puntato. Valerio trattenne il respiro. Kael, nascosto nel condotto, era una presenza silenziosa.

Lord Adriano distolse lo sguardo da Mino. Lo posò sul reattore pulsante, sulla sua stella in gabbia. Per la prima volta, Mino vide qualcosa incrinarsi in quella maschera di controllo assoluto. Una fessura. Una stanchezza così profonda che sembrava poter inghiottire la luce stessa.

«Una domanda filosofica,» disse Adriano, la voce improvvisamente stanca, vecchia. «Per la quale non ho più tempo.» Si girò di nuovo verso di loro, e la fessura si richiuse. L’autorità tornò, ma ora sembrava una corazza pesante. «Tau-9. Procedi con la neutralizzazione dell’intruso Valerio. Porta l’altro al Settore di Valutazione Psico-Fisica Alfa. Voglio un profilo completo. Voglio capire come una variabile destabilizzante sia diventata un… testimone.»

Il braccio meccanico del drone si mosse di nuovo verso Valerio.

Valerio chiuse gli occhi.

Mino fece un passo avanti, sapendo di non poter fare nulla, ma incapace di restare fermo.

E in quel momento, dalle profondità della Zona Nera, arrivò un suono che nessuno di loro si aspettava.

Non un allarme. Non un’esplosione.

Era il suono di un’enorme, metallica *espirazione*. Seguito da uno scricchiolio profondo, come le fondamenta della terra che si spaccavano.

Il pavimento della passerella tremò. La luce del reattore sfarfallò, il plasma blu che guizzò in modo irregolare. Un’onda d’urto bassa e potente fece vibrare l’aria, facendo tremare i denti di Mino.

Lord Adriano si irrigidì, la sua attenzione strappata via dagli intrusi. Il suo sguardo si perse nel vuoto, ascoltando qualcosa attraverso il suo auricolare. Il suo volto, per un istante, perse ogni colore.

«No,» sussurrò. Una parola sola, carica di un orrore che andava oltre qualsiasi cosa Mino avesse visto fino ad ora. «Il modulo abitativo principale. La giuntura di pressione…»

Il Sentinel Tau-9 esitò, la sua programmazione in conflitto tra la minaccia immediata e la catastrofe sistemica che si annunciava.

E Valerio, cogliendo l’attimo di caos, con uno sforzo sovrumano, si scagliò non contro Adriano, non contro il drone.

Si scagliò contro la ringhiera della passerella.

Con l’ultimo barlume della sua forza, della sua volontà non ancora spezzata, vi si gettò sopra e si lanciò nel vuoto, giù verso i livelli inferiori della camera del reattore, scomparendo nel groviglio di cavi e strutture di supporto.

Il drone emise un bip acuto di allerta, ma era troppo tardi.

Lord Adriano non lo guardò nemmeno. Stava già correndo verso un terminale incassato nella parete, le dita che volavano sulla superficie.

Mino rimase solo sulla passerella, tra il ruggito di una stella morente in una gabbia e il crollo silenzioso di un sogno mostruoso, mentre il mondo che conosceva – il mondo di sopra, il mondo di sotto, il mondo della Zona Nera – iniziava a tremare dalle fondamenta.