Il ruggito del reattore cambiò tono. Non fu un aumento di volume, ma una distorsione, come la voce di un gigante che si strozza. Il plasma blu elettrico nella camera cilindrica pulsò, poi si contorse. Un serpente di luce bianca, accecante, si formò al suo centro, serpeggiando contro le pareti di vetro rinforzato. Il vetro emise un gemito, un suono acuto e sottile che tagliò attraverso il rombo di fondo.
Lord Adriano si girò di scatto, lontano dal terminale che stava manovrando. I suoi occhi – Mino li vide chiaramente ora attraverso la grata – non erano gli occhi di un tiranno sorpreso. Erano gli occhi di un ingegnere che vede il suo calcolo più perfetto andare in frantumi. Non c’era paura. C’era un’ira fredda, cristallina, e sotto di essa, una disperazione così profonda da essere quasi un vuoto.
Valerio giaceva a pochi metri da lui, sul pavimento metallico della passerella. Il coltello di ceramica nera era caduto dalla sua mano aperta, scivolando via con un debole *clink*. Non si muoveva. Il petto gli si sollevava a scatti, troppo veloce. Il sangue, scuro e denso, si allargava lentamente dalla ferita che Lord Adriano gli aveva inflitto con un movimento rapido e preciso, un contrattacco istintivo che aveva sfruttato la cieca carica del ribelle. Non era un colpo mortale, non subito. Era un colpo per fermare, per disabilitare. Efficiente. Spietato.
«Stupido,» sibilò Lord Adriano, la voce un basso profondo che Mino sentì più che udire, portata dalle vibrazioni del metallo. «Stupido idealista.»
Si chinò, non per finire il lavoro, ma per afferrare Valerio sotto le ascelle. Con uno sforzo che fece tirare i muscoli del suo collo, trascinò il corpo pesante del ribelle lontano dal bordo della passerella, verso una nicchia di controllo incassata nella parete. Lo appoggiò lì, come un pacco ingombrante. Poi tornò al terminale, le dita che ricominciavano a volare.
Mino rimase immobile dietro la grata, il respiro bloccato in gola. Il mondo tremava. Non metaforicamente. Le strutture di supporto della camera del reattore vibravano, emettendo scricchiolii metallici inquietanti. Dalla grata sotto di lui, nella cavità del condotto di aerazione, non proveniva alcun suono. Kael era un’ombra silenziosa, forse in attesa, forse calcolando possibilità che si riducevano a zero.
Sul terminale, schermi lampeggiavano in sequenza rapida. Lord Adriano ne fissò uno, i lineamenti del volto illuminati da una luce rossa d’allarme.
«Contenimento del plasma al 78% e in calo,» borbottò, più a sé stesso che a chiunque altro. «Stabilità del campo magnetico compromessa. Danni al sistema di raffreddamento secondario.» Premette una serie di comandi. «Attivazione protocolli di emergenza Delta. Riallineamento bobine primarie.»
Il ruggito del reattore si attenuò di un grado, ma la distorsione rimase. Il serpente di luce bianca continuava a divincolarsi.
Fu allora che gli occhi di Lord Adriano si alzarono. Non verso la grata dove Mino era nascosto. Verso un punto più in alto, sulla parete opposta della camera. Lì, incassata nel metallo, c’era una griglia di aerazione identica a quella da cui Mino spiava. E per un istante, i loro sguardi si incrociarono attraverso il vasto, ruggente spazio della camera.
Mino si irrigidì, il cuore che gli martellava contro le costole. Era stato visto? No. L’uomo non lo stava guardando *lui*. Stava guardando *il punto*. Il punto di accesso. Il punto di vulnerabilità.
«Quindi c’è un terzo,» disse Lord Adriano, la sua voce improvvisamente chiara e proiettata, come se parlasse direttamente a Mino. Non c’era sorpresa. Solo un’amara constatazione. «Il ribelle non sarebbe mai arrivato qui da solo. Non attraverso i LOG-12, non attraverso i blindati. C’è sempre un topo nei condotti.»
Premette un altro comando. Un *bip* acuto risuonò nella camera, seguito da una voce sintetica, femminile e impassibile, che sembrò uscire dalle pareti stesse.
«*Protocollo di quarantena attivato. Settore Reattore Primario. Sigillatura di tutti i condotti di aerazione e manutenzione non essenziali. In corso.*»
Un rumore meccanico, potente, si propagò attraverso la struttura. Sotto i piedi di Mino, la griglia vibrò. Poi, con un sibilo d’aria compressa, una serie di paratie metalliche spesse almeno venti centimetri cominciarono a scendere dalle cavità sopra ogni griglia e ogni portello di servizio visibile nella camera. Una di esse era proprio sopra la sua testa.
Il riflesso fu puro istinto di sopravvivenza. Mino si ritrasse, scivolando all’indietro nel condotto buio, urtando contro la sagoma immobile di Kael.
«Si sta sigillando,» sibilò il ragazzo, la sua voce sintetica un brusio d’emergenza. L’occhio meccanico si riaccese all’improvviso, proiettando un fascio verdastro che illuminò il tubo stretto e le pareti di metallo ondulato. Il fascio si fissò sulla paratia che scendeva lentamente, inesorabilmente, all’estremità del condotto da cui erano entrati. «Saremo intrappolati.»
«Indietro!» ringhiò Mino, spingendolo. «Torna indietro verso l’incrocio!»
Si voltarono e strisciarono, le ginocchia e i gomiti che battevano contro il metallo freddo. Il condotto era angusto, progettato per il passaggio di robot di pulizia o, al massimo, per un tecnico magro. Mino sentiva il peso del silenzio di Kael, una domanda non formulata: *e Valerio?*
La paratia alle loro spalle, quella che avrebbe sigillato la camera del reattore, si chiuse con un *clang* definitivo, soffocando all’istante il ruggito distorto del plasma. Poi un altro *clang*, più vicino. La paratia all’ingresso del loro condotto. La luce verdastra di Kael illuminò il metallo liscio e senza prese che ora bloccava la via di fuga.
Fermi. Nel buio, a parte quel fascio di luce aliena. L’aria già cominciava a sentirsi più stagnante, più calda.
«Analisi,» disse Kael, la voce piatta. L’occhio meccanico si spostò lungo le giunture della paratia. «Titanio-carburo. Ventidue centimetri. Sigillatura ermetica. Nessuna apertura manuale.»
Mino appoggiò la testa contro la parete fredda del condotto. Il metallo trasmetteva un vibrare basso, costante. Il reattore, anche sigillato, era vivo. E morente.
«Allora è finita,» mormorò. Non era una resa, era una constatazione. Intrappolati in un tubo di metallo, mentre il cuore dell’astronave andava in meltdown. Una fine assurda, dopo tutto.
Il fascio di luce di Kael si spostò su di lui. La lente opaca sembrò studiarlo. «Il tuo disturbatore.»
«Cosa?»
«L’impulsore EM. Quello usato contro il guardiano.»
Mino lo toccò attraverso la stoffa della tuta rubata. Il dispositivo era ancora lì, una protuberanza fredda e rettangolare. «È scarico. L’hai detto tu. Venticinque minuti per una ricarica minima.»
«Per un’emissione ad ampio spettro. Per sovraccaricare un sistema biologico.» Kael fece scorrere la luce lungo la paratia, fermandosi su un punto vicino alla giuntura superiore. «Ma l’emissione può essere focalizzata. Impulso di picco, breve, localizzato.»
Mino lo guardò, cercando di decifrare l’espressione impossibile dietro la cupola di metallo. «Cosa stai dicendo?»
«Le paratie hanno serrature magnetiche. Un impulso EM focalizzato, nel punto giusto… potrebbe indurre un cortocircuito nel circuito di blocco. Abbastanza per farle scattare in emergenza.»
«E il “punto giusto”?»
L’occhio meccanico di Kael emise un debole *click*. Il fascio verdastro si ridusse a un puntino luminoso, intenso, che si posò su una minuscola, quasi invisibile, griglia di ventilazione sulla paratia, grande quanto un’unghia. «Qui. Condotto di equalizzazione pressione. Conduce al controllore della serratura.» La luce si spense. Il condotto fu avvolto da un buio quasi totale, rotto solo dal debole bagliore verdastro che filtrava dalle fessure dell’impianto di Kael. «Ma l’impulso deve essere calibrato. Troppo debole, nulla. Troppo forte, il circuito fonde e la serratura si blocca. Permanentemente.»
Mino estrasse il disturbatore. Nella fioca luce, sembrava un oggetto primitivo, un mattone di plastica nera con un interruttore a slitta. «E come si calibra un’emissione “perfetta” senza strumenti?»
«Con questo,» disse Kael. Con un movimento fluido, si portò la mano alla tempia, alla base della cupola metallica. Ci fu un suono leggero, un *click* umido, meccanico. Poi staccò qualcosa. Quando riportò la mano giù, tra le dita stringeva un cavo sottile, flessibile, terminante con una spina d’acciaio microscopica. All’altra estremità, il cavo scompariva nella carne della sua tempia, dove la cupola era ora leggermente disallineata, rivelando un innesto lucido.
Il cavo brillava di una tenue luminescenza azzurra, come se al suo interno scorresse qualcosa di vivo.
«L’interfaccia neurale del mio occhio,» spiegò Kael, la sua voce ora leggermente distorta, come se parlare mentre il sistema era parzialmente disconnesso richiedesse uno sforzo. «Può analizzare segnali EM. Posso collegarla al tuo impulsore. Leggere la carica residua. Calcolare il punto di saturazione esatto. Guidare la tua mano.»
Mino fissò il cavo luminescente, poi il volto di Kael. Nella penombra, il ragazzo sembrava più fragile, più umano. E più spaventato. Staccare quella parte di sé non era un gesto da poco.
«E se sbaglio?» chiese Mino, la voce bassa.
«Allora moriremo qui. O il reattore esploderà e moriremo comunque.» Kael tese il cavo verso di lui. La spina d’acciaio luccicava debolmente. «Ma se il calcolo di Lord Adriano è corretto… allora anche noi siamo una variabile nel suo piano. Una variabile che non ha calcolato.»
Mino guardò il cavo. Guardò il disturbatore. Guardò il buio che li circondava. Non c’era scelta. Non c’era mai stata, veramente, dal momento in cui l’ispettore Kael (l’altro Kael, quello burocratico) aveva pronunciato la parola “escluso”.
Prese il disturbatore con la mano sinistra. Con la destra, afferrò il cavo. La spina era fredda. Cercò un ingresso, una porta, qualsiasi cosa sul dispositivo nero. Non c’era.
«Il pannello laterale,» indicò Kael. «Premi agli angoli.»
Mino obbedì. Con un *click*, un piccolo pannello di plastica si staccò, rivelando un nido di circuiti minuscoli e, in un angolo, una porta dati obsoleta, una semplice presa femmina a quattro pin. La spina di Kael vi si adattò perfettamente.
Il cavo azzurro pulsò di luce. Il disturbatore emise un ronzio bassissimo, quasi impercettibile. Sullo spesso vetro opaco che copriva i suoi indicatori, numeri e diagrammi verdi cominciarono a danzare, proiettati dall’interno. Non erano scritte che Mino potesse leggere. Erano curve di energia, livelli di carica, equazioni in una grafia fluida e aliena.
«Carica residua: 11.7%,» recitò Kael, la sua voce ora completamente piatta, priva di inflessioni, come se stesse leggendo da uno schermo interno. «Reindirizzamento energia verso condensatore di picco. Tempo di accumulo: centododici secondi.»
Un timer apparve sul vetro del disturbatore: 1:52… 1:51…
«Quando arriva a zero,» continuò la voce di Kael, «premi l’interruttore. Ma non lasciarlo andare. Mantienilo premuto per la durata esatta dell’impulso. Tre secondi. La mia interfaccia ti guiderà. Sentirai… una pressione. Nel palmo.»
Mino annuì, le dita che già si posizionavano sull’interruttore a slitta. Il metallo era freddo.
Il conto alla rovescia procedeva. 1:30… 1:29… Il condotto sembrava diventare più stretto, l’aria più pesante. Mino sentiva il sudore freddo scendergli lungo la schiena. Pensò a Valerio, là fuori, sanguinante vicino a un reattore instabile. Pensò agli IAnti, che forse continuavano a spostare i loro carichi, ignari che il loro mondo artificiale stesse per collassare. Pensò a Lord Adriano, l’uomo che teneva in mano il destino di tutti, che ora combatteva per salvare la sua creazione mostruosa.
0:05… 0:04…
«Pronto,» sussurrò Kael.
0:01… 0:00.
Un *bip* acuto, soffocato, uscì dal disturbatore. Il vetro si illuminò di un rosso intenso.
«Ora.»
Non era solo una parola. Era una sensazione. Una leggera pressione, proprio al centro del palmo della mano di Mino che reggeva il dispositivo, come se una guida invisibile stesse spingendo.
Mino premette l’interruttore.
Non successe nulla di visibile. Nessun lampo, nessun suono. Ma nel palmo della sua mano, la pressione aumentò, divenne un calore localizzato, intenso. Mantenne il dito premuto. Uno… due… la pressione diventò quasi dolorosa, un punto di bruciore che sembrava volergli perforare la carne, come se il dispositivo stesse succhiando il calore dal suo stesso corpo. Un odore sottile di ozono, di metallo surriscaldato, riempì il condotto stagnante.
*Tre.*
Rilasciò.
Per un secondo, nulla. Solo il ronzio sordo del reattore attraverso il metallo e il battito impazzito del suo cuore. Poi, dalla paratia, provenne un suono. Un *zzzt* breve, acuto, come una scarica statica amplificata. Una piccola nuvola di fumo, odorante di ozono bruciato e plastica fusa, si levò dalla griglia di ventilazione dove Kael aveva puntato la luce.
La paratia non si aprì.
Mino chiuse gli occhi, un’ondata di nausea finale che lo travolse.
Poi, con un sibilo d’aria che sembrò un sospiro di sollievo metallico, la massiccia lastra di titanio-carburo tremò. Un meccanismo interno scattò, *clang-clang-clang*, in rapida successione. E lentamente, con una lentezza esasperante, la paratia cominciò a ritrarsi verso l’alto, nel suo alloggiamento nel soffitto del condotto.
L’aria fresca – o almeno, meno viziata – della zona dei condotti di servizio si riversò su di loro. La via di fuga era aperta.
Kael staccò il cavo dal disturbatore con un altro *click* umido e se lo riconnesse alla tempia. La cupola si riallineò con un suono soffice. «Funzionato,» disse, la sua voce tornata al normale brusio modulato. Ma c’era una nota, sottile, di sollievo.
Mino guardò il disturbatore. Il vetro era ora opaco, spento. Completamente scarico. Lo rimise nella tasca.
«Adesso?» chiese.
Kael si sporse, guardando fuori dal condotto ormai aperto. Il corridoio di servizio era deserto, illuminato da luci di emergenza rosse che pulsavano a un ritmo lento, costante. L’allarme generale era attivo.
«Adesso,» disse Kael, voltandosi verso di lui, l’occhio meccanico che fissava Mino con la sua lente inespressiva, «dobbiamo decidere. Fuggire. O tornare indietro.»
Il significato era chiaro. Tornare indietro significava tornare nella camera del reattore. Da Valerio. Da Lord Adriano. Dal cuore della bestia che stava pericolosamente battendo fuori tempo.
Mino guardò l’apertura, la via verso l’esterno, verso un’ignota possibilità di sopravvivenza. Poi guardò il buio del condotto alle sue spalle, che portava alla paratia sigillata della camera del reattore.
La decisione, quando arrivò, non fu eroica. Fu logica. Era la stessa logica spietata che governava quel luogo. Valerio era la loro unica fonte di informazioni, la loro unica connessione con la resistenza, con un mondo al di fuori di questo incubo. Era un asset. E in un mondo che trattava le persone come risorse o scarti, lasciare un asset utile a morire era uno spreco.
«Torniamo indietro,» disse Mino, la voce più ferma di quanto si sentisse. «Ma non dalla stessa via.»
Kael annuì, una breve inclinazione del capo. «C’è un condotto di ispezione per i cavi del campo di contenimento. Dà su un’altra sezione della camera. Più in alto.»
Senza aggiungere altro, si infilò nel corridoio di servizio e si diresse verso una griglia più piccola, contrassegnata da un simbolo tecnico sbiadito. Mino lo seguì, il rumore dei loro passi coperto dal basso, incessante ronzio di allarme che ora riempiva l’aria, il suono di un sogno di fuga che stava morendo, e di una scelta che si stringeva intorno a loro come una morsa.