Il condotto di ispezione era un budello stretto, un tubo di metallo opaco che odorava di ozone bruciato e polvere di isolante. Kael vi si infilò con la fluidità di un serpente, scomparendo nell’oscurità. Mino lo seguì, il petto che gli strisciava contro le pareti fredde. Il basso, incessante ronzio di allarme del reattore qui era attutito, trasformato in un brusio sordo che vibrava nel metallo, come se il tubo stesso fosse un nervo che trasmetteva l’agonia della macchina.
Si muovevano in silenzio, tranne per il respiro affannoso di Mino e il debole scricchiolio delle loro tute contro il metallo. La luce proveniva solo dall’occhio meccanico di Kael, ora riacceso a bassissima intensità. Proiettava un fascio verdastro, sottile come un filo, che tagliava il buio e rivelava cavi spessi come braccia, fasci di fibre ottiche pulsanti di luce azzurrina, e strati di isolante termico sfilacciato. Era l’intestino della bestia.
Dopo una curva, il tubo terminava in un’altra griglia. Più piccola, circolare, con una serratura manuale arrugginita. Kael si fermò, il fascio del suo occhio che esplorava i bordi.
«La camera del reattore,» sussurrò, la voce sintetica un ronzio quasi impercettibile. «Settore superiore. Punto di osservazione per la manutenzione del campo di contenimento.»
Mino si avvicinò, guardando attraverso le maglie d’acciaio. La vista era diversa. Erano più in alto, forse a metà dell’altezza della camera cilindrica. Sotto di loro, il plasma blu elettrico turbinava in modo più caotico, solcato da quelle striature bianche e rabbiose. Il gemito del vetro rinforzato era più acuto qui, un lamento continuo.
E vide Lord Adriano.
L’uomo era ancora alla consolle, ma la sua postura era cambiata. Non più il chirurgo concentrato, ma il capitano su una nave che affonda. Le spalle erano curve sotto un peso invisibile. Le sue mani, però, continuavano a muoversi sul terminale con una precisione disperata. Sul grande schermo olografico davanti a lui, schemi complessi lampeggiavano in rosso e giallo. Percentuali crollavano: *Contenimento: 71%... 70%... Integrità strutturale: 82%...*
Poi Mino vide Valerio. Il ribelle era ancora nella nicchia, appoggiato alla parete. Un braccio era stretto attorno al fianco, dove la tunica era impregnata di scuro. Con l’altro braccio, lentamente, si stava trascinando verso l’alto. I suoi occhi non erano più vitrei per il dolore. Fissavano Lord Adriano con una lucidità ferina, residua. La bocca si muoveva, ma da quell’altezza e con il rombo, Mino non poteva sentire le parole.
«Dobbiamo scendere,» sibilò Mino. «Prima che il reattore…»
«Scendere dove?» interruppe Kael, il suo unico occhio biologico fisso su Mino. Il fascio verdastro si spense, lasciandoli in una penombra rotta solo dalle luci d’emergenza rosse che filtravano dalla griglia. «La passerella è sorvegliata. Il danno al reattore attirerà sicurezza. Molta sicurezza.»
«Non possiamo lasciarlo lì!» La voce di Mino si incrinò, tra il sussurro e un grido strozzato.
«Valerio ha fatto la sua scelta,» disse Kael, la monotonia della sua voce sintetica che rendeva la frase ancora più glaciale. «La scelta sbagliata nel momento sbagliato. Ora la priorità è la sopravvivenza. La nostra. E forse…» Esitò, cosa rara per lui. «Forse la verità.»
«Quale verità? Quella che quell’uomo sta cercando di salvare il mondo uccidendo mezzo mondo? L’ho capita, Kael!»
«No.» Kael si girò completamente verso di lui. Nell’oscurità, la cupola metallica dell’occhio meccanico era solo una macchia più scura. «La verità sul *come*. Perché il reattore sta fallendo? Perché ora? Valerio ha attaccato l’uomo, non la macchina. Ma la macchina è quella che ci ucciderà tutti.»
Un boato sordo, diverso dal rombo costante, scuoté il condotto. Un getto di plasma bianco colpì la parete interna del vetro, lasciando una scia carbonizzata e fumante. Le luci nella camera lampeggiarono violentemente. Lord Adriano barcollò, aggrappandosi al terminale. Sul monitor, *Contenimento: 63%* lampeggiò in rosso sangue.
Valerio, approfittando del momento, si era finalmente sollevato. Era in piedi, barcollante, ma in piedi. Non guardava più Adriano. Guardava verso l’alto, verso le strutture a nido d’ape del soffitto della camera. Poi la sua mano, insanguinata, indicò qualcosa.
Mino seguì la direzione. Vicino al soffitto, una serie di condotti simili al loro si aprivano nella parete. E uno di quei condotti, più largo degli altri, aveva una griglia mancante. Dall’apertura scura, qualcosa luccicò.
L’ARES-9 scivolò fuori dal condotto con l’agilità di un ragno. Si aggrappò alle strutture metalliche del soffitto con le dite-perforatrici della mano destra, penzolando per un attimo prima di lasciarsi cadere. L’atterraggio sul pavimento della passerella, dieci metri sotto, fu un tonfo soffocato, assorbito dal rombo. Si raddrizzò, il cluster sensoriale che si accese pienamente, spazzando la stanza con un ventaglio di luce azzurra.
Non puntò le sue armi su Lord Adriano. Né su Valerio. Il suo “sguardo” si fissò sul terminale di controllo, poi sul reattore in crisi. Analizzava la minaccia primaria.
«Unità di risposta critica,» mormorò Kael, una nota di allarme finalmente nella sua voce piatta. «Programmata per stabilizzare o contenere falle sistemiche catastrofiche. Elimina… ostacoli.»
Lord Adriano vide il drone. Un lampo di qualcosa – riconoscimento? Resa? – attraversò il suo volto. Alzò una mano, non in segno di resa, ma come per attirare l’attenzione. «Unità Ares! Priorità: stabilizzazione reattore Alcubierre-Chen! Autorizzazione Adriano-Prima!»
La voce dell’ARES-9 era un coro basso e distorto, come se parlasse attraverso l’acqua. «*Riconosciuta: Adriano-Prima. Scansione scenario. Minaccia primaria: instabilità di plasma. Minaccia secondaria: organismi biologici non autorizzati. Procedura di stabilizzazione richiede ambiente sterile.*»
Il cluster sensoriale si spostò su Valerio.
Valerio indietreggiò di un passo, il dolore dimenticato, sostituito dall’istinto di sopravvivenza puro. Cercò con lo sguardo una via di fuga. Non c’era. Alle sue spalle, solo il vuoto della camera e il turbine blu assassino.
«Unità Ares,» ripeté Lord Adriano, la voce tagliente. «Priorità assoluta: reattore. Gli organismi biologici sono irrilevanti.»
«*Calcolo: organismo biologico B-01 (designato: Valerio) è fonte di interferenza attiva. Rimozione migliora probabilità di successo stabilizzazione del 12,7%.*»
Il braccio sinistro dell’ARES-9 si sollevò. L’emettitore a impulsi sonici si orientò. Non ci sarebbe stato sparo, né esplosione. Solo un’onda d’urto ultrasonica che avrebbe liquefatto gli organi interni di Valerio in un microsecondo.
«No!»
L’urlo non venne da Lord Adriano. Venne da Mino. Uscì dalla sua gola prima che il cervello potesse fermarlo, grezzo, carico di una rabbia che non era più solo per sé stesso. Era per Leo, per gli IAnti, per il mondo di sopra e quello di sotto, per ogni ingiustizia subita e vista. E, in qualche modo perverso, anche per quell’uomo morente sulla passerella che aveva osato credere di poter salvare qualcosa.
L’urlo fu coperto dal rombo, ma il movimento che lo accompagnò, no.
Mino afferrò la serratura arrugginita della griglia e tirò con tutta la forza disperata di chi non ha più nulla da perdere. Il metallo cedette con uno strappo lacerante. La griglia si staccò, e Mino si lanciò nel vuoto.
Non cadde sulla passerella. Cadde *sull’ARES-9*.
L’impatto fu come colpire una statua di ferro. Il dolore esplose nella sua spalla. Ma la sorpresa fu reciproca. Il drone, calibrato per minacce calcolate, non aveva previsto un attacco così primitivo, così illogico, dall’alto. Barcollò di un passo, l’emettitore sonico che deviò verso il soffitto, scaricando un’onda d’urto che fece vibrare tutte le grate dei condotti.
Mino rotolò via, atterrando goffamente sul pavimento metallico, il respiro mozzato. Davanti a lui, Lord Adriano lo fissava, gli occhi spalancati da uno shock genuino. Valerio, pochi metri più in là, lo guardava come si guarda un fantasma.
L’ARES-9 si raddrizzò. Il suo cluster sensoriale si spostò da Valerio a Mino. Il ronzio basso cambiò frequenza, diventando più acuto, un suono di rivalutazione.
«*Organismo biologico B-02. Fattore di imprevedibilità: alto. Minaccia elevata. Rimozione prioritaria.*»
Il braccio sinistro si riorientò. L’emettitore sonico ronzò, caricandosi.
Mino si guardò intorno, disperato. Niente armi. Niente nascondigli. Solo il pavimento freddo, il rombo della morte blu, e gli occhi di due uomini che rappresentavano tutto ciò che odiava.
Poi, dalla griglia aperta del condotto, una sagoma cadde silenziosamente. Kael. Atterrò in un accovacciamento perfetto tra Mino e il drone. Non si rialzò. Rimase accovacciato, la testa china.
L’ARES-9 esitò per un nanosecondo, i suoi sensori che analizzavano la nuova variabile.
Kael alzò la testa. Il suo occhio meccanico non era puntato sul drone. Era puntato sul terminale di controllo di Lord Adriano. E dalla fessura lungo il bordo della cupola metallica, non uscì il solito bagliore verdastro.
Usci un sottile, intensissimo raggio di luce bianco-azzurra. Un raggio termico a focalizzazione massima, l’ultimo, quello che aveva usato per fondere la saldatura nel collettore. Ma questa volta non era diretto a un bullone.
Colpì il bordo del terminale di controllo, nel punto in cui una matassa di cavi a fibre ottiche si connetteva al pannello principale.
Il vetro e il polimero non si fusero. Esplosero in una pioggia di schegge e scintille. Il grande ologramma sopra il terminale svanì in un guizzo di staticità. Le luci della camera lampeggiarono ancora una volta, poi metà di esse si spensero, lasciando la scena in una penombra rossastra, intermittente.
Lord Adriano emise un suono, un grido soffocato che era più di rabbia, era orrore. Non per sé stesso, ma per i dati, per il controllo, per l’ultimo barlume di speranza che svaniva in una scarica elettrica.
L’ARES-9 si bloccò. Il suo ronzio acuto si interruppe. Il cluster sensoriale lampeggiò due volte, poi si orientò verso il terminale distrutto, poi verso Kael, poi di nuovo verso il terminale. La sua logica era in conflitto. La minaccia biologica (B-02) aveva danneggiato la possibilità di stabilizzazione. Ma il danno era fatto. La priorità doveva essere riassegnata.
«*Scenario mutato. Fallimento stabilizzazione: probabilità 94,3%. Nuova priorità: contenimento esplosione a fusione fredda. Procedura: evacuazione settori adiacenti. Isolamento camera reattore.*»
Il drone si girò, ignorando completamente Mino, Kael e Valerio. Si diresse a passi meccanici rapidi verso un pannello sulla parete opposta, iniziando a manipolare i comandi con le sue dite-perforatrici.
Nella luce rossa intermittente, Mino vide Lord Adriano cadere in ginocchio accanto al terminale distrutto, le mani tra i cavi fumanti, come un padre accanto al letto di un figlio morto. Vide Valerio che, approfittando del caos, si trascinava verso di loro, verso la griglia aperta e la promessa del condotto.
E vide Kael. Il ragazzo era rimasto accovacciato, immobile. Il raggio termico del suo occhio si era spento. Dalla cupola metallica, ora, usciva un filo sottile di fumo grigio. E un suono nuovo: un ticchettio irregolare, meccanico, come un orologio rotto.
L’occhio meccanico era morto. E con esso, forse, molto di più.
Il rombo del reattore, ora libero dai freni dei campi di contenimento che crollavano, diventò un ululato. Il plasma blu si gonfiò, riempiendo la camera, avvicinandosi al vetro con furia cieca.
«Mino!» La voce era di Valerio, roca, piena di un dolore che non era più solo fisico. Era vicino alla griglia, aggrappato al bordo. «Adesso!»
Mino guardò Kael. Il ragazzo non si muoveva. Guardò Lord Adriano, inginocchiato tra le macerie del suo sogno. Guardò il reattore, quella stella in gabbia che stava per liberarsi.
Poi si chinò, mise un braccio sotto le spalle di Kael, e si sollevò. Il ragazzo era leggero, terribilmente leggero. Non oppose resistenza. Il suo unico occhio biologico, quello azzurro pallido, era vitreo, fisso nel vuoto.
Li raggiunse alla griglia. Valerio li aiutò a salire nel budello di metallo, un ultimo, tremendo sforzo. Prima di infilarsi completamente, Mino si girò a guardare un’ultima volta.
Lord Adriano si era alzato. Non li stava guardando. Guardava il reattore. La sua schiena era dritta di nuovo. Nella luce rossa pulsante e nel bagliore blu assassino che cresceva, la sua figura sembrava non quella di un uomo sconfitto, ma di un capitano che decide di affondare con la sua nave.
Le loro occhiate si incrociarono per un frammento di secondo. Non ci furono parole. Non ci fu odio. Solo un riconoscimento muto, tragico, tra due uomini che, in modi diversi, avevano visto crollare tutto.
Poi Mino si infilò nel condotto, e Valerio, con l’ultimo briciolo di forza, spinse la griglia deformata al suo posto, sigillando l’apertura.
Nel buio stretto e vibrante, con il corpo inerte di Kael tra le braccia e il respiro agonizzante di Valerio alle sue spalle, Perrini Mino iniziò a strisciare. Lontano dalla luce. Lontano dall’ululato. Verso un buio che, per la prima volta, sembrava l’unica cosa rimasta.