Capitolo 14

Capitolo 14

Il tunnel di ispezione era una cosa viva. Non l'assenza di luce, ma una sostanza densa, oleosa, che si insinuava negli occhi, nelle orecchie, nella bocca aperta per respirare. Mino strisciava, le braccia che tiravano il suo corpo in avanti, le ginocchia e gli stinchi che si trascinavano sul metallo ruvido e freddo. Tra le braccia, Kael era un peso terribilmente leggero, un fagotto di ossa e tessuto senza vita. Il corpo del ragazzo non opponeva alcuna resistenza, non respirava, non cercava di aiutare. L'unico occhio biologico azzurro pallido era vitreo, fisso nel vuoto. L'occhio meccanico era morto, una cavità fumante che odorava di plastica bruciata e silicio fuso.

Dietro di lui, il suono.

Non era più solo il ruggito del reattore, né il gemito del vetro. Era un coro di fallimento. Un ululato metallico che saliva e scendeva, punteggiato da scoppi secchi come ossa che si spezzano e da sibili lunghi, disperati, di vapore sotto pressione. La galleria di servizio vibrava come la corda di un contrabbasso gigante, trasmettendo l'agonia della camera attraverso ogni centimetro di acciaio. La vibrazione entrava nelle ossa di Mino, gli faceva ballare i denti, gli confondeva i pensieri in un ronzio bianco di panico. Un sapore metallico, di sangue e paura, gli riempiva la bocca. L'aria era così densa, così morta, che sembrava bruciare i polmoni ad ogni respiro.

E poi, il respiro.

Veniva da dietro, a pochi metri di distanza nel cunicolo stretto. Non era un respiro, era un rantolo. Un suono umido, strozzato, che cercava di incastrarsi tra i boati della macchina morente. Valerio. Si stava trascinando. Mino sentiva il fruscio irregolare della tuta di Elara Jax sul metallo, uno strascico, una pausa, un altro strascico. Più lento ad ogni ciclo. Più debole.

«Non fermarti,» sibilò Mino nella direzione del buio, la voce un graffio secco che il rombo inghiottì immediatamente.

Non ci fu risposta. Solo un altro rantolo, più profondo.

Mino continuò a strisciare. Il tunnel di ispezione sembrava non finire mai. Il fascio verdastro dell'occhio meccanico di Kael era spento per sempre, morto con il suo sacrificio. L'unica luce proveniva da deboli striature rossastre che filtravano attraverso le giunture del cunicolo, probabilmente i riflessi delle luci d'emergenza che dovevano essersi attivate nella Zona Nera. Dipingeva il percorso di bagliori infernali intermittenti.

Dovevano uscire. Dovevano allontanarsi dal reattore. Il freddo del metallo gli bruciava la pelle attraverso la tuta, un freddo innaturale, improvviso. La temperatura stava crollando. Mino sentiva l'aria cambiare, diventare più leggera, più sottile. Il reattore moriva, e con lui moriva il calore che aveva tenuto in vita la Zona Nera. L'idea che potesse esplodere, che l'intera struttura potesse diventare un cratere, si trasformò in una certezza più terribile: non ci sarebbe stata esplosione. Solo un lento, inesorabile spegnimento. Ma uscire dove? Il cunicolo di ispezione doveva avere uno sbocco, un portello di manutenzione, qualcosa. Doveva.

Il rantolo dietro di lui si interruppe.

Mino si bloccò, il cuore che gli martellava contro le costole. Tese le orecchie oltre il rombo.

«Valerio?»

Silenzio. Poi, un suono diverso. Un colpo sordo. Come un corpo che si abbandona completamente al pavimento.

«Merda.»

Mino si girò nella galleria stretta, una manovra goffa e claustrofobica che gli fece sbattere la spalla contro una saldatura sporgente. Lasciò Kael con delicatezza, il corpo del ragazzo che si adagiò molle contro la parete, la testa che ricadde di lato con un angolo impossibile per un uomo vivo. Si trascinò all'indietro, i palmi che premevano sul metallo viscido di condensa e polvere.

Valerio era crollato a circa tre metri di distanza. Era piegato su un fianco, un braccio teso in avanti come se avesse cercato di raggiungere qualcosa. La tuta blu scuro era nera di sangue sul fianco, una macchia che si allargava lentamente anche nell'oscurità. Il suo volto, illuminato da un bagliore rosso intermittente da una fessura, era cereo, il sudore che brillava come una patina di gelo. Gli occhi erano aperti, ma fissi su qualcosa di interno, di lontano.

Mino gli si avvicinò, gli posò una mano sulla spalla. «Valerio. Devi alzarti.»

Le palpebre del ribelle batterono una volta, lentamente. Gli occhi grigi ferro si focalizzarono a fatica su Mino. Non c'era più la furia, né la lucidità ferina dell'ultimo attacco. C'era solo una stanchezza abissale. E qualcos'altro. Una specie di… smarrimento.

«È morto,» mormorò Valerio, la voce un filo roco. «L'ho… sentito morire.»

Mino non rispose. Sapeva che Valerio non parlava di Kael.

Il rombo del reattore cambiò di nuovo. Divenne più acuto, più disperato, poi improvvisamente si attenuò. Come un cuore che salta un battito. La galleria vibrò così forte che Mino sentì la polvere staccarsi dal soffitto e cadergli sui capelli. Dalla direzione da cui erano venuti, un nuovo suono: un crepitio elettrico, come milioni di scintille. Poi, silenzio. Un silenzio innaturale, soffocante.

Il campo magnetico era collassato. Mino lo sapeva, lo sentiva nelle ossa, nel modo in cui l'aria sembrava improvvisamente più pesante, più densa. Il plasma che aveva alimentato quella macchina mostruosa si stava spegnendo, privato della gabbia invisibile che lo conteneva.

«Dobbiamo andare,» disse Mino, la voce che cercava un'autorità che non sentiva. Afferrò Valerio sotto le ascelle, cercando di sollevarlo. Il ribelle emise un gemito soffocato, ma non oppose resistenza. Il suo corpo era pesante, molle, come se le ossa avessero perso la loro struttura.

Con uno sforzo che gli fece bruciare i muscoli della schiena, Mino riuscì a trascinarlo avanti di qualche metro, fino a dove giaceva Kael. Si fermò, il respiro a brandelli. Non poteva portarli entrambi. Non così.

Guardò i due corpi nel bagliore rosso intermittente. Kael, il volto giovane reso antico dall'occhio vuoto e fumante, il prezzo della loro fuga pagato in silicio e neuroni bruciati. Il corpo freddo, rigido. Morto. Valerio, l'idealista spezzato, che aveva visto la sua crociata trasformarsi nella condanna di tutto ciò che voleva salvare.

E poi guardò le sue mani. Le mani di Perrini Mino, operaio, escluso, finto mutante. Non erano le mani di un salvatore. Erano mani sporche di polvere, di sangue altrui, della fuliggine di un mondo morente.

Il crepitio elettrico si avvicinò. Diventò un sibilo, come di cavi ad alta tensione che si squagliano.

*Pragmatico fino alla fine.*

La frase di Valerio gli rimbalzò nel cranio. Non era la filosofia di Lord Adriano. Era la legge della retro-città, la legge del distributore, la legge di Finn e Tor. Salva te stesso. Il pedaggio si paga in carne altrui.

Mino chiuse gli occhi per un secondo. Nel buio delle palpebre, vide non il volto di Adriano, ma quello di Kael, mentre staccava il cavo dalla sua tempia. Il gesto non era stato di disperazione. Era stato di scelta. Calcolato. Sacrificale.

E vide se stesso, nella cabina del comando, con la maschera di Adriano premuta contro il viso, mentre la voce del Signore della Pace usciva dalla sua gola per salvare un'astronave piena di schiavi.

Aprì gli occhi.

Si chinò su Kael. Con delicatezza, gli sistemò il corpo in una posizione più composta, appoggiandolo alla parete. Chiuse l'unico occhio biologico azzurro pallido con il pollice. Poi si girò verso Valerio.

«Mi dispiace,» mormorò, ma le parole furono ingoiate da un boato che fece tremare il cunicolo come se fosse stato colpito da un martello gigante.

Non c'era tempo per il rimorso, per le scelte giuste. C'era solo la scelta possibile.

Afferrò Valerio di nuovo, con una forza che sapeva di disperazione, e si mise a strisciare in avanti, trascinando il corpo del ribelle dietro di sé. Abbandonava Kael al buio, al rombo, al destino che si avvicinava.

Ogni metro era una tortura. I muscoli gli urlavano. Il respiro di Valerio diventava sempre più superficiale, più distante. La galleria sembrava allungarsi, un girone dantesco di metallo e paura. Il freddo del metallo gli lacerava i palmi, la condensa gelata che gli si incastrava sotto le unghie. L'aria morta gli raschiava la gola ad ogni respiro, un sapore di ruggine e morte.

Poi, davanti a lui, una forma diversa nel buio. Non più la linea infinita del tubo, ma un'interruzione. Un cerchio di metallo più scuro, incorniciato da una sottile fessura da cui filtrava un po' più di luce rossa. Un portello.

Con un ultimo, straziante sforzo, Mino raggiunse il cerchio di metallo. Con la mano libera, tastò i bordi. Trovò una leva di sblocco, arrugginita, incastrata. Ci appoggiò tutto il suo peso, spingendo in basso.

La leva cedette con uno scatto metallico che sembrò un colpo di pistola nel tunnel. Il portello si aprì verso l'interno, cigolando su cerniere malandate.

Oltre, non c'era la libertà. C'era un altro spazio chiuso, più grande. Una stanza di servizio, forse, o un vano tecnico. Illuminata dalla luce rossa d'emergenza, piena di rack metallici con componenti elettronici spenti e scatole di strumenti abbandonate. L'aria era ferma, polverosa, ma il rombo qui era più attutito, sepolto sotto strati di cemento e isolamento.

Mino trascinò Valerio attraverso il portello, poi si voltò per richiuderlo. Per un attimo, attraverso l'apertura, guardò indietro nel tunnel buio, verso la forma indistinta di Kael. Il corpo immobile, abbandonato. Morto. Poi spinse il portello chiuso. Il *clunk* finale della serratura che scattava fu un suono definitivo, una tomba che si sigillava.

Si lasciò cadere contro la parete, il respiro che gli usciva a razzi dal petto. La stanza rossa girava lentamente attorno a lui. Valerio giaceva ai suoi piedi, immobile.

Dopo un minuto, forse due, il rombo che veniva dal portello sembrò raggiungere un apice. Un ululato finale, disumano, che fece vibrare il pavimento e fece cadere una scatola di viti da uno scaffale. Poi, un silenzio improvviso.

Non un silenzio vero. C'era ancora un ronzio di fondo, il sibilo dei sistemi di supporto, il crepitio delle luci d'emergenza. Ma il cuore del mostro, il ruggito del plasma, si era spento.

Era finito.

Mino rimase seduto, in ascolto del nuovo silenzio. Era un silenzio pesante, carico di conseguenze. Il silenzio di un fallimento. Il silenzio dopo un collasso troppo profondo per essere udito.

Valerio si mosse. Un braccio si sollevò, la mano che tastò il pavimento. Gli occhi si aprirono, vitrei.

«Kael?» la sua voce era un sussurro roco.

Mino scosse la testa, guardando il portello chiuso.

Valerio chiuse gli occhi. Un tremito gli attraversò il corpo. Non era un tremito di dolore, ma di qualcosa di più profondo. Quando riaprì gli occhi, erano lucidi, ma vuoti. Avevano perso il loro fuoco grigio-ferro. Adesso erano solo cenere.

«Allora è tutto… finito,» disse, non come una domanda, ma come una constatazione.

«Il reattore è morto,» disse Mino. La sua voce suonava piatta, estranea.

«L'astronave è un guscio, ora,» completò Valerio, guardando il soffitto rosso. «Senza l'ARES-9, non ha potenza. Non ha campo di contenimento per il plasma di fuga. È ferro vecchio. Un monumento.» Una risata breve, amara, gli uscì dalle labbra. «Il monumento di Lord Adriano. E il nostro.»

Si mise a sedere, lentamente, stringendo il fianco. Il dolore sembrò ridargli un barlumo di lucidità. Guardò Mino. «E tu? Cosa farai adesso, Perrini Mino? L'eroe che ha ucciso la speranza dell'umanità?»

Mino non rispose. Guardò le sue mani. Non erano le mani di un eroe. Erano le mani di un sopravvissuto. Di un uomo che aveva fatto scelte. Che aveva abbandonato un ragazzo morto in un tunnel. Che aveva aiutato a distruggere l'unica via di fuga da un pianeta morente.

Si alzò in piedi, le gambe che tremavano. Camminò fino al centro della stanza, guardando le attrezzature abbandonate. Su uno scaffale, vide qualcosa che luccicava debolmente nella luce rossa. Un tablet. Uno spesso, vecchio modello, con lo schermo opalescente spento. Forse di un tecnico di manutenzione di questa stanza.

Lo prese. Era freddo e pesante. Premette il pulsante di accensione sul lato.

Nulla.

Premette di nuovo, tenendo premuto.

Lo schermo si illuminò di un bagliore bianco sporco, poi si stabilizzò. Mostrava il logo dell'EMPS, sbiadito. Poi il desktop. Era un'interfaccia amministrativa di basso livello. File di log, schemi di manutenzione, mappe dei sistemi di supporto.

Mino scorse le icone con un dito tremante. La sua mente, annebbiata dalla fatica e dallo shock, cercava un appiglio, una direzione. Cosa si faceva, quando tutto era finito? Si cercava una via d'uscita. Sempre.

Trovò un'icona: *Mappe di Settore - Livello Sub-7*.

La toccò. Lo schermo impiegò un momento a caricare, poi mostrò uno schema complesso di corridoi, stanze, condotti. Era la pianta della Zona Nera, o almeno di una sua parte profonda. Vide il simbolo del reattore. Accanto, in rosso lampeggiante, la scritta: *SISTEMA ARES-9 - OFFLINE - CAMPO MAGNETICO: 0% - TEMPERATURA NUCLEO: IN CADUTA LIBERA*.

Il collasso era completo. Definitivo.

Vide i settori logistici, i magazzini. E vide, in un angolo dello schema, un simbolo che non si aspettava. Una freccia che puntava verso l'alto, accompagnata dalla scritta: *Via di Evacuazione di Emergenza - Condotto di Sollevamento A-12 - Uscita di Emergenza Superficiale (Bloccata)*.

Il cuore di Mino fece un balzo. Superficiale. Uscita.

«Valerio,» disse, voltandosi.

Il ribelle lo guardava, gli occhi di cenere fissi su di lui.

«C'è una mappa. Una via d'uscita. Di emergenza.»

Valerio non mostrò alcun entusiasmo. Annuì lentamente. «Bloccata, dice.»

«Possiamo provare.»

«Per fare cosa?» chiese Valerio, la voce senza inflessione. «Uscire in superficie? Tornare nella retro-città? Nell'aria avvelenata, tra gli esclusi e i cacciatori della Federp? Per sopravvivere altri sei mesi, un anno, fino a quando i polmoni cedono o un raschiatore ti trova?» Scosse la testa. «No, Mino. La mia guerra è finita. L'ho persa due volte. Ho perso quando non sono riuscito a fermare Adriano. E ho perso quando l'ho aiutato a distruggere l'unica cosa per cui valeva la pena combattere.»

«Non è vero,» disse Mino, ma le parole suonavano vuote anche alle sue orecchie.

«Cosa c'è lassù per te?» insisté Valerio, puntandogli un dito tremante. «La memoria di Leo che ti guarda come un insetto? Il sorriso giallo di Finn che ti vende per un pasto? L'ispettore Kael che ti comunica la tua esclusione con voce piatta? È questo il mondo che vuoi salvare?»

Mino strinse il tablet. Lo schermo gli illuminava le dita di un bianco spettrale. «Non voglio salvare niente,» disse, e per la prima volta la sua voce aveva un barlumo di verità. «Voglio uscire. Voglio vedere il cielo. Voglio…» Si interruppe. Cosa voleva? Non lo sapeva più. Forse voleva solo smettere di strisciare nel buio.

Valerio lo studiò per un lungo momento. Poi, con uno sforzo evidente, fece cenno verso il tablet. «Mostrami la mappa.»

Mino si avvicinò, tenendo lo schermo in modo che Valerio potesse vederlo. Il ribelle indicò un punto, un corridoio di servizio che portava al condotto di sollevamento.

«Qui,» disse, la voce un po' più forte. «Il blocco sarà una paratia di sicurezza, probabilmente sigillata dall'altro lato dopo la dismissione di questo settore. Potrebbe esserci un pannello di controllo locale. Se ha ancora energia di riserva…»

«Potremmo aprirla,» completò Mino.

Valerio annuì. «Potresti. Tu.» Si appoggiò indietro contro la parete, chiudendo gli occhi. «Io non arriverò fino a lì, Mino. Lo sai.»

Mino lo guardò. Il sangue sulla tuta non si era esteso molto, ma il colore del volto di Valerio era quello di un uomo che aveva perso troppo, troppo in fretta. Non era solo la ferita. Era qualcosa che si era rotto dentro.

«Non posso lasciarti qui,» disse Mino, ma era una formalità.

«Hai già lasciato Kael,» rispose Valerio, aprendo gli occhi. Non c'era accusa nella sua voce. Solo fatto. «Questa è solo un'altra scelta pragmatica. L'ultima che ti chiedo.» Tese una mano, non verso Mino, ma verso la sua cintura. Dalla fondina laterale, estrasse il disturbatore, il dispositivo che Mino aveva usato per confondere i droni. Era piccolo, nero, la superficie graffiata. «Prendilo. Potrebbe servirti, lassù. Per confondere i sensori delle porte, se sono ancora attivi.»

Mino prese il disturbatore. Era freddo.

«E tu?» chiese.

Valerio guardò la stanza rossa, le attrezzature abbandonate, il portello che sigillava il tunnel del loro fallimento. «Io aspetterò qui,» disse semplicemente. «Forse… forse i soccorsi arriveranno. Quando si accorgeranno che il reattore è morto.» Sapevano entrambi che era una bugia. I soccorsi non sarebbero arrivati. Arriverebbe solo il silenzio, e forse, alla fine, il crollo.

Mino annuì. Non c'erano altre parole. Si chinò, per un istante, e posò una mano sulla spalla di Valerio. Il ribelle non si ritrasse. Poi Mino si raddrizzò, infilò il tablet nella cintura, il disturbatore nella tasca.

Si diresse verso la porta della stanza di servizio, una normale porta metallica con una maniglia. La aprì. Oltre, c'era un corridoio buio, illuminato solo da luci d'emergenza ogni venti metri. L'aria era ancora più ferma qui, morta.

Si voltò un'ultima volta. Valerio aveva chiuso gli occhi di nuovo, il volto rilassato in un'espressione che poteva essere rassegnazione, o forse pace.

Mino varcò la soglia e chiuse la porta alle sue spalle.

Il corridoio lo inghiottì.