Capitolo 15

Capitolo 15

Il corridoio lo inghiottì.

Il tonfo della porta alle sue spalle fu definitivo. Un taglio netto. Mino rimase appoggiato alla parete fredda, il respiro unico suono nel silenzio relativo. Qui, lontano dal cuore della catastrofe, il rombo del reattore era un brontolio sordo che faceva vibrare le ossa. Le luci d’emergenza, ogni venti metri, proiettavano cerchi rossastri sul pavimento polveroso. Aria ferma, odore di ozono bruciato e polvere di metallo. Un silenzio innaturale, dopo il caos.

Si guardò le mani. Sporche di fuliggine e di sangue secco che non sapeva se fosse suo, di Kael, o di Lord Adriano. Le strinse a pugno. Il disturbatore, nella tasca della tuta di Elara Jax, pesava come un macigno.

*Dove andare?*

La domanda gli esplose nella mente, nuda. Non c’era più un piano. Il piano era morto con Kael, era fallito con Valerio ferito e abbandonato in una stanza di servizio. Lui era solo. Perrini Mino, l’escluso, il finto mutante, il testimone.

Il corridoio si biforcava venti metri più avanti. A sinistra, una freccia verde sbiadita: “SETTORI LOGISTICI – MAGAZZINO BETA”. A destra, un cartello con un triangolo rosso: “ACCESSO RISERVATO – LIVELLO 3”. Nessuna mappa per l’uscita. La Zona Nera era un labirinto progettato per intrappolare.

Scelse a istinto. Destra. Il livello 3.

Si incamminò, i passi che echeggiavano nel corridoio deserto. La tuta troppo larga frusciava. Ogni porta era sigillata, con serrature a combinazione o scanner biometrici spenti. Occhi morti di telecamere punteggiavano il soffitto.

Un boato più profondo, dalle viscere della struttura, fece tremare il pavimento. Polvere di cemento piovve dal soffitto. Le luci d’emergenza sfarfallarono, poi si stabilizzarono in un rosso più cupo. Mino accelerò il passo.

Il corridoio terminò in un’ampia sala circolare. Al centro, un’enorme colonna di vetro opalino saliva verso il soffitto, alta almeno dieci metri. All’interno, sospesi in un liquido blu elettroluminescente, galleggiavano decine di moduli cerebrali. Piccoli, delle dimensioni di un pugno, collegati a una ragnatela di filamenti d’oro che pulsavano di luce ritmica. Non erano come i moduli NCI-7 visti sugli IAnti. Questi erano più piccoli, più raffinati, protetti come reliquie.

Mino si avvicinò, ipnotizzato. Il liquido blu emanava una luce fredda che gli illuminava il volto. Un odore dolciastro, di formaldeide e di ozono, gli pizzicò le narici. Alla base della colonna, una console con uno schermo piatto mostrava dati in flusso continuo.

*Archivio Mnemonico Primario – Settore Delta*
*Unità attive: 847*
*Integrità media: 94.7%*
*Accesso: Protocollo Theta attivo. Richiesta autorizzazione Livello Omega.*

“Mnemonico”. Memoria.

Un brivido gli corse lungo la schiena. Guardò più da vicino. Attraverso il vetro opalino, distinse la struttura cerebrale miniaturizzata, le circonvoluzioni preservate in una perfezione spettrale. Accanto a ogni modulo, un’etichetta olografica tremolava.

*Unià 447: LIO, MARCO. Ex-artigiano ceramista. Memorie selezionate: procedura manuale per smalto a riflessi metallici (cervelletto), ricordo olfattivo della pioggia su terra cotta (ippocampo), affetto cardinale per figlia “Mia” (corteccia prefrontale).*

*Unià 211: VENTURI, CHLOE. Ex-chirurgo pediatrico. Abilità muscolare: sutura microvascolare (cervelletto). Emozione cardinale: determinazione compassionevole (amigdala). Estrazione: parziale. Danni da resistenza al protocollo di svuotamento.*

Mino sentì un conato salirgli in gola. Non era solo deumanizzazione. Era una dissezione. Una conservazione in formaldeide luminosa. “Li abbiamo svuotati per riempirli di uno scopo più grande.” Le parole di Adriano gli rimbombarono nel cranio.

Un ronzio basso attirò la sua attenzione. Da un altoparlante nascosto nella colonna, una voce iniziò a parlare. Una registrazione. La voce era di Lord Adriano, ma diversa: più stanca, privata.

**Registrazione audio – Log personale, Adriano. Ciclo 447.**
«Il trapianto di personalità nucleare nel nuovo corpo è fallito. Ancora. L’unità 119 ha rigettato l’impianto mnemonico. Convulsioni. Autolesionismo fino al termine. Soren insiste che sia un problema di sincronizzazione bio-elettrica. Io… io vedo qualcos’altro. Vedo un’anima che rifiuta la gabbia. Forse la coscienza non è solo dati. Forse stiamo archiviando fantasmi.»

Un click. Poi un’altra registrazione, più recente.

**Log personale, Ciclo 812.**
«L’Arca è al 40% dei sistemi vitali. Il tempo scarseggia. Il Consiglio chiede di accelerare la Procedura. Ma se partiamo con corpi vuoti, cosa porteremo? Automi. Costruttori senza creatività. Sopravvissuti senza volontà di vivere. Queste memorie… sono il nostro unico seme. L’unica speranza che, quando troveremo un nuovo sole, sapremo ancora come essere umani. Non solo come termiti.»

La voce si interruppe. Lo schermo della console lampeggiò. Un prompt apparve: *Riprodurre documentazione di estrazione? (Y/N)*.

La mano di Mino tremò. Premette Y.

Un video in bianco e nero, a bassa risoluzione, si aprì. Una sala operatoria. Un uomo sulla quarantina, gli occhi vitrei fissi sul soffitto. Un braccio meccanico, con un ago sottilissimo, gli penetrava la tempia. L’uomo non urlava. Un singolo lacrima gli scorreva lungo la guancia. Lo schermo mostrava un grafico: onde cerebrali che si appiattivano, picco dopo picco, mentre un flusso di dati veniva catturato in un modulo identico a quelli nella colonna. Titolo: *Protocollo di Estrazione Mnemonica Selettiva – Soggetto I-447. Efficienza: 87%.*

Mino distolse lo sguardo. Lo stomaco gli si rivoltò. *Kael.* Pensò all’occhio meccanico che emetteva fumo grigio, al corpo leggero come un fagotto di ossa abbandonato nel condotto. *L’ho lasciato lì. Come un oggetto. Come loro trattano gli IAnti.* Un’ondata di nausea, più morale che fisica, lo travolse.

Un altro boato, più vicino. Un crepitio metallico percorse la sala. Una crepa sottile si aprì sul pavimento, a due metri dalla colonna. Il liquido blu all’interno oscillò, facendo danzare i moduli cerebrali. Per un attimo assurdo, sembrarono vivi.

*Devo uscire. Ora.*

Si voltò, cercando una via. Una porta più grande, sul lato opposto, recava un sigillo a forma di spirale galattica. L’accesso al Transitube. Ci si diresse, inciampando quasi.

Il pannello di controllo al lato era spento. Appoggiò il palmo sul lettore biometrico. Nulla. Inserì il badge di Elara Jax. Una luce rossa lampeggiò: *AUTORIZZAZIONE INSUFFICIENTE – LIVELLO OMEGA RICHIESTO*.

Il Livello Omega. L’accesso di Adriano.

Chiuse gli occhi. Il tempo scorreva, ogni secondo misurabile nel rombo crescente del reattore. Ricordò le dita di Adriano sul terminale nella camera di controllo, mentre il reattore collassava. Non una sequenza di tasti. Un *ritmo*. L’uomo aveva una firma digitale. Osservò la tastiera fisica, retroilluminata. Per i casi in cui i sistemi biometrici fallissero.

*Chi sei, Adriano? Cosa avresti messo qui?*

Non una parola. Un concetto. Il “Signore della Pace”. Un titolo amaro. Ma forse, nel suo cuore, ci credeva. Forse la password non era una parola d’ordine, ma una dichiarazione. Una firma per l’Apocalisse.

Le sue dita, tremanti, si libravano sopra i tasti. Poi le abbassò. Non doveva indovinare. Doveva *osservare*. Guardò il sigillo sulla porta. La spirale galattica. Ricordò il nome dell’Arca, menzionato nei log. Ricordò il numero che sembrava ossessionare Adriano: l’efficienza, la percentuale, il ciclo.

Con una determinazione improvvisa, digitò. Non una parola. Una coordinate, un’ammissione.

*EXODUS-01-EFFICIENZA-ZERO*

Il pannello emise un bip basso. La luce passò dal rosso a un verde spento. Con un sibilo di pistoni depressurizzati, la porta con il sigillo a spirale scivolò lateralmente nel muro, rivelando un tunnel cilindrico illuminato da una luce azzurra neutra. Un vagone sospeso magneticamente aspettava su una rotaia singola.

Il Transitube.

Mino fece per entrare, quando un movimento nell’ombra, all’estremità della sala mnemonica, lo fermò. Non era Soren. Era una figura esile, che si muoveva a scatti. Un IAnti. Indossava una tuta da lavoro strappata. Si avvicinò alla colonna di vetro, la testa inclinata da un lato in un angolo innaturale. Con una lentezza meccanica, alzò una mano e appoggiò il palmo contro il vetro, davanti a un modulo specifico. Rimase immobile.

Poi, un suono. Un gemito basso, gutturale, che non veniva dalla gola ma sembrava vibrare attraverso tutto il suo corpo. Un suono di pura, inconsapevole agonia. L’IAnti rimase lì, la mano contro il vetro, mentre il liquido blu pulsava. Forse un residuo, un eco neuronale. Forse il corpo ricordava ciò che la mente aveva perduto.

Mino rimase pietrificato. *Valerio.* Ferito, sanguinante, solo in quella stanza di servizio. *“Non lasciarmi qui, Mino.”* L’aveva guardato con gli stessi occhi, prima che la perdita di coscienza li annebbiasse. E lui era scappato. Per una missione? Per una scelta? O solo per fuggire dal peso di un’altra vita sulle spalle?

L’IAnti si voltò lentamente. Gli occhi vuoti incontrarono i suoi per un istante. Non c’era riconoscimento. Solo un vuoto che risucchiava ogni luce. Poi la creatura si allontanò, trascinandosi verso un’apertura secondaria, scomparendo nell’ombra.

La scelta non era tra distruzione e speranza. Era tra due tradimenti. Tradire Valerio e Kael, abbandonati al buio. O tradire quelle centinaia di moduli sospesi, e l’ultima, orribile possibilità che rappresentavano.

Un urlo metallico, distorto, squarciò l’aria.

**«ALLERTA SISTEMA! IMPLOSIONE REATTORE PRIMARIO IMMINENTE! ATTIVAZIONE PROTOCOLLO THETA! TUTTO IL PERSONALE AUTORIZZATO SI RECHI AI POSTI DI IMBARCO!»**

Non c’era più tempo per il dilemma.

Mino salì sul vagone. La porta si richiuse. Un display si illuminò.

*Destinazione: PIATTAFORMA DI IMBARCO PRIMARIA – ARCA “EXODUS”*
*Tempo stimato: 90 secondi*
*Avvio automatico in: 5… 4…*

Il vagone sobbalzò, poi partì con un’accelerazione silenziosa che schiacciò Mino contro il sedile. Attraverso le pareti trasparenti, i livelli della Zona Nera sfrecciarono via in un blur. Vide settori operativi in fiamme, gruppi di IAnti che vagavano senza meta tra le scintille, una paratia di sicurezza che cedeva in una cascata di schiuma estinguente.

Stava andando verso l’Arca. Verso la scelta che non aveva il coraggio di fare, ma che le circostanze avrebbero imposto.

E mentre il vagone lo portava via dalla tomba delle memorie, capì. Il dottor Soren, chiunque fosse stato, aveva sbagliato.

La scelta non era tra ereditare una maledizione o distruggere una speranza.

Era diventare il custode di entrambe.