Il vagone procedeva con un basso ronzio sinusoidale, una vibrazione metallica che sembrava un’impertinenza dopo il silenzio tombale dell’Archivio. Mino rimase in piedi, aggrappato alla ringhiera fredda, mentre il tunnel di trasporto sfrecciava oltre i finestrini curvi in un flusso ipnotico di cemento armato, condutture e cavi corazzati. L’aria che gli sferzava il volto sapeva di ozono e polvere di ferro. Niente più odore di morte antica. Solo il pulito, asettico odore della macchina al lavoro.
Guardò le sue mani. Vuote. Il disturbatore era un peso familiare nella tasca, ma ora sembrava diverso. Non un’arma. Un testimone. E il testimone ora sapeva.
*Il custode di entrambe.*
Le parole non erano un lampo. Erano una pietra che affondava in uno stagno nero, lenta, inesorabile, trascinando tutto verso il fondo. Non una scelta tra la maledizione di Adriano e la distruzione della sua Arca. La maledizione *era* l’Arca. La speranza *era* il crimine. Separarle significava uccidere entrambe.
Il vagone iniziò a decelerare. Il ronzio si abbassò a un gemito, le luci a LED bluastre accelerarono il loro ritmo intermittente. Con un sibilo d’aria compressa, le porte scorrevoli si aprirono.
Mino sbatté le palpebre contro una luce bianca e cruda, filtrata da alte vetrate sporche che lasciavano intravedere un cielo color fango. Il rombo lo colpì prima dell’immagine: un oceano di suoni sovrapposti. Martellamenti ritmici, sibili acuti, rombi bassi, stridori metallici. Un suono di creazione mostruosa.
Poi vide.
La Stazione di Assemblaggio Principale si apriva come la gola di un dio industriale. La piattaforma su cui era fermo il vagone correva lungo una parete a picco. Sotto, a perdita d’occhio, giaceva lo scafo dell’Arca. Non una nave. Una geologia di metallo. Chilometri di chiglia nera e lucida come ossidiana sotto i fari alogeni sospesi nel vuoto. Strutture abbozzate, torri scheletriche, foreste di antenne. Un leviatano in gestazione nel ventre della Terra morente.
E intorno, come globuli bianchi attorno a un cuore, si muovevano gli IAnti.
Migliaia. Una marea lenta e perfetta di tute grigie. Trascinavano cavi spessi come tronchi. Fiamme ossidriche sputavano scintille azzurre sulle giunture. Gru a contrappeso cigolavano issando pannelli di scafo. Un’orchestra di forza bruta.
Ma il vuoto era dentro quel rumore. Nessuna voce umana. Nessun grido, bestemmia, canto. Solo il clangore della materia e il fruscio innaturale di migliaia di piedi che si muovevano all’unisono. Una sinfonia eseguita da strumenti vuoti.
Lo stomaco di Mino si contorse. Un conato acido gli salì in gola. Represse il vomito, stringendo la ringhiera fino a sentire il metallo scricchiolare sotto le nocche.
«Prima volta?»
La voce era roca, consumata. Mino si voltò di scatto, il cuore in gola.
L’uomo appoggiato alla ringhiera a pochi passi non sembrava una minaccia. Sembrava esausto. Brenn – la targhetta sulla tuta grigio chiaro lo identificava – doveva avere una cinquantina d’anni, ma ne dimostrava dieci di più. Il volto era un territorio di pieghe profonde e ombre violacee sotto occhi acquosi e spenti. Una cicatrice sottile, precisa, gli solcava la mandibola sinistra. Le mani che reggevano un controller rettangolare dalle finiture consumate erano grandi, con nocche gonfie e unghie spaccate piene di residui neri. Si reggeva con una leggera inclinazione a sinistra, come se un dolore cronico gli abitasse la schiena.
Il suo sguardo non era su Mino, ma sulla marea sottostante. Premette un pulsante sul controller. Un LED verde lampeggiò. Lontano, sul ponte di assemblaggio quattro, un gruppo di una dozzina di IAnti che trasportava una trave d’acciaio si fermò all’istante, perfettamente sincronizzato. Un altro lampeggio. Ripresero a muoversi, cambiando direzione verso un’area di stoccaggio con meccanica precisione.
«Si vede dalla faccia,» continuò Brenn, senza voltarsi. «Mezzo stupore, mezzo vomito.» Sospirò, un suono che sembrava provenire dalle sue fondamenta. «Poi passa. Diventa rumore di fondo. Come la pioggia acida.»
Mino cercò di controllare il tremore che gli attanagliava le viscere. Aprì la bocca. Solo un respiro roco uscì.
Brenn gli lanciò un’occhiata laterale, indicando con il mento la sua tuta sporca e strappata. «Relitto, eh? Settore 3, io. Esplosione condotto refrigerante. Una ventina di unità perse, due tecnici coperti di brina. Un casino.» La parola “unità” uscì piatta, neutra. «Tu da dove vieni? Il botto al reattore? Si è sentito fin quaggiù. Trema ancora tutto.»
Mino annuì, un cenno breve. Il nodo alla gola gli impediva di parlare.
«Brutta storia,» borbottò Brenn. Premette un’altra sequenza. Un IAnti più in basso, che muoveva una gamba con un impercettibile strascico, si immobilizzò di colpo mentre gli altri fluivano attorno. Un LED rosso si accese sul controller. «Lord Adriano ci ha messo una pezza, dicono. Ma il ritardo è assicurato. Ora le quote di produzione sono aumentate del quindici per cento. Per recuperare.»
Mino fissò il controller, poi la statua umana lasciata indietro dal flusso. «Come… come fanno?» riuscì a graffiare. «A seguirli tutti?»
Brenn sollevò appena il dispositivo. «Segnale ai moduli NCI. Comandi base: muovi, ferma, carica, scarica. Non devi dirgli *come* fare. Il modulo sa già come far muovere il corpo per la sequenza. È come… dirigere un fiume. Tu apri la diga, l’acqua sa già dove scorrere.»
*L’acqua sa già dove scorrere.* La frase penetrò nelle ossa di Mino, gelida.
«E se… se si rompe?»
Brenn fece un clic con la lingua. «Decadimento neurale. Succede. Il modulo consuma le ultime connessioni residue. Dopo un po’, il corpo non risponde più bene.» Indicò il LED rosso. «Calo di efficienza sotto soglia. Viene segnalato.»
«E poi?»
Una scrollata di spalle che sembrò costargli fatica. «Prelievo. Riciclo. Moduli troppo degradati non sono riparabili. Il corpo, se ancora utile, viene ripulito. Nuovo modulo su nuovo recluta.» La parola “recluta” strisciò fuori, distortasi da un uso improprio e orribile.
Il Riciclo. Non un ospedale. Una linea di smontaggio. Mino chiuse gli occhi per un secondo. La nausea tornò, potente.
«Tu… non ti fa niente?» La domanda era un filo di voce, carica di un orrore che non poteva più contenere.
Brenn lo guardò. Davvero lo guardò, per la prima volta. Quello sguardo acquoso scavò in Mino, attraverso di lui, come se vedesse un fantasma familiare. «Fa,» disse, la voce improvvisamente piatta, senza più traccia del cinismo professionale. «La prima notte ho vomitato per ore. La seconda anche. La terza ho bevuto fino a svenire. La centesima…» Fece un gesto vago con il controller. «La centesima conti solo le unità perse e le quote da raggiungere. È più semplice. Sopravvivi.»
Si voltò verso l’abisso. «Lui dice che è il prezzo. Dice che ogni anima qui consumata è un mattone nell’Arca. Che quando guarderemo il nuovo sole, ci ricorderemo di loro. Che il loro sacrificio avrà un senso.» Una pausa. Un respiro che sembrò pesare tonnellate. «A volte ci credo. Altre volte… altre volte penso solo che l’acqua nel canale non sa di essere acqua. E forse è meglio così.»
Un segnale acuto emise dal controller. Brenn sussultò, la maschera del tecnico stanco ricadendo sul suo volto come un portello che si chiude. «Settore 9, anomalia pressione in una saldatura. Devo andare.» Si staccò dalla ringhiera. Esitò. «Tu. Smarrito o in servizio?»
Mino esitò. L’istinto urlava fuga. Ma verso cosa? Brenn, con la sua stanchezza mortale, era la prima cosa reale che toccava da ore. Non un fanatico, non un ribelle, non un vuoto. Solo un uomo che pagava, giorno dopo giorno, un tributo di anima.
«Smarrito,» disse.
Brenn annuì, come se si aspettasse quella risposta. «La placca di Elara Jax non ti autorizza qui. Pattuglia di sicurezza ti becca, finisci in quarantena. E da lì… beh.» Indicò con il mento un corridoio laterale, buio. «Segui quel passaggio. Porta ai dormitori di servizio, Settore 7. Lì, cuccetta libera, forse razione. Stai lontano dalle aree operative. E…» La sua voce si fece più bassa. «Cerca di non guardarli troppo negli occhi. Non ci troverai niente. Fa solo più male.»
Senza aggiungere altro, si allontanò con passo pesante, la schiena curva, già parlando nel microfono incorporato.
Mino rimase solo, stordito. Le parole di Brenn si mischiavano al rombo, al ricordo degli occhi vitrei di Kael. *Fa solo più male.*
Guardò giù. Cercò, tra le migliaia di volti, uno sguardo. Niente. Solo il riflesso opaco delle luci alogene su pupille fisse. Giacevano già altrove. O forse non erano mai stati lì.
*Il custode di entrambe.*
Respirò a fondo, l’aria carica di ozono che bruciava i polmoni. Si staccò dalla ringhiera. Non era fuga. Era esplorazione. Doveva vedere l’intera macchina, non solo il cuore marcio o il cervello calcolatore. Doveva vedere il prezzo fino all’ultimo centesimo di anima.
Mentre si inoltrava nel corridoio laterale, il rombo dell’assemblaggio si attutì in un brusio sordo, un battito cardiaco lontano. Attraverso un portale aperto, vide una fila di IAnti avanzare lentamente verso la zona mensa. Stesso passo meccanico. Stesso silenzio.
Allora, la domanda che lo ossessionava non fu più *come distruggere tutto questo*. Scivolò via, sostituita da un’immagine concreta, immediata: le sue stesse mani, non più sue, che stringevano un controller dalle finiture consumate. Le sue dita, autonome, che premevano un pulsante. Un LED verde che lampeggiava. E laggiù, nel brulichio grigio, una figura che si fermava all’istante, diventando statua, in attesa del prossimo comando.
Il corridoio si immerse nella penombra rossastra dei lampadi di emergenza. E Perrini Mino continuò a camminare, verso il ventre più profondo della balena, portandosi dietro il peso di quelle mani che non erano ancora sue, ma che già sentiva formarsi sulle sue, come un’impronta di ghiaccio.