Capitolo 17

Capitolo 17

Le sue dita premettero il pulsante. Un LED verde lampeggiò. E laggiù, nel brulichio grigio, una figura si irrigidì all’istante, diventando statua in attesa del prossimo comando.

Il gesto era stato meccanico. Una risposta muscolare a un’indicazione su uno schermo incassato nella parete del corridoio di servizio. Un pannello di monitoraggio secondario, etichettato **“Rete IAnti – Settore 7-Gamma”**. Mostrava una griglia di icone con codici alfanumerici: **I-4451, I-7783, I-9902**. Accanto a ciascuna, una barra di efficienza pulsante. Una di quelle barre era scesa al **12%**, lampeggiando in giallo ambra. Sotto, un’opzione in caratteri blu elettrico: **«Sospensione temporanea – Ciclo di ripristino Epsilon»**.

Aveva premuto. Non per ordine. Per curiosità. Per il muto test: *Funziona anche per me?*

La risposta era un gelo che gli si era espanso dalle nocche al gomito, un’impronta di ghiaccio sulle ossa.

Ora, mentre il rombo dell’Arca in costruzione – quel battito cardiaco di metallo e idraulica – gli risuonava nelle costole, il corridoio si immerse nella penombra rossastra delle luci di emergenza. Mino continuò a camminare, verso il ventre più profondo della balena, portandosi dietro il peso di quelle mani che non erano ancora sue.

Il pulsante. Il LED. La statua grigia.

Il corridoio di servizio si aprì su una balconata metallica che correva a mezz’altezza sopra un altro settore. Qui non c’era la vista epica della chiglia principale, ma la chirurgia precisa dell’impianto nervoso. File di IAnti, immobili su lettini inclinati, erano allineati come in una linea di assemblaggio di bambole. Tecnici in tute bianche sterili – non le tute grigie della manovalanza – si muovevano tra di loro. In mano non avevano chiavi inglesi, ma bracci meccanici sottili, modelli **“Neuro-Sync Mk.III”**, terminanti con aghi lunghi e lucenti che riflettevano la luce fredda dei neon.

Mino si appiattì contro la parete, il respiro bloccato. Uno dei tecnici si avvicinò a un IAnte, un uomo dai capelli grigi ancora visibili sotto il taglio standardizzato. Il braccio meccanico scese con un sibilo d’aria compressa. L’ago penetrò alla base del cranio, in un punto preciso segnato da una cicatrice circolare perfetta. Un breve ronzio. Il tecnico controllò un monitor portatile. L’IAnte non si mosse. Non un tremito. Gli occhi, già vuoti, fissavano il soffitto a rete metallica.

«Unità I-4451,» disse il tecnico, voce piatta amplificata dal microfono integrato nel colletto. «Modulo NCI-7, versione 4.3. Confermato decadimento sinaptico nel settore 8. Sostituzione fluido di interfaccia e reset del protocollo di base.»

Un altro tecnico, più in là, annuì senza guardare. «Registrato. Procedi. Siamo indietro di tre unità sul turno.»

Il primo fece scorrere un dito sul monitor. «Caricamento protocollo di ripristino “Epsilon”. Durata stimata: quarantadue minuti. Durante il quale sarà un peso morto.» Nessun fastidio nella voce, solo un dato di fatto. «Meglio del riciclo totale. Risparmiamo materiale.»

*Materiale.* Mino sentì la bile, acre e calda, salirgli in gola. Guardò il volto dell’uomo dai capelli grigi. C’era una piega agli angoli della bocca, un residuo di un’espressione forse di dolore, o di stupore, cristallizzato nel momento in cui tutto era stato portato via. *Dov’era stato? Cosa faceva? Aveva una famiglia?* Le domande erano assurde, pericolose. Ma erano l’unico baluardo contro l’orrore che stava diventando normale, contro l’impronta di ghiaccio che si faceva più profonda, più *aderente*.

Si allontanò dalla balconata, strisciando via come un’ombra. Doveva trovare un punto più alto, un luogo dove il rombo della costruzione fosse solo un sottofondo e non un martello nella sua testa.

Il labirinto di corridoi, scale a chiocciola metalliche e condotti di aerazione lo portò, dopo quello che gli parve un’eternità, su una piattaforma di osservazione apparentemente in disuso. Una gabbia di metallo e vetro sporco, sospesa a strapiombo su un vuoto laterale dell’enorme caverna. Da lì, la vista era parziale, ma più chiara. Vedeva una sezione della chiglia, dove gli IAnti saldavano una struttura a nido d’ape di titanio con fiamme al plasma bluastre. Vedeva i ponti mobili dove altri trasportavano cilindri criogenici etichettati **“Banca Genetica – Ceppo Sigma”**. E, in lontananza, incassata nella roccia viva, la cabina di controllo del Settore 7. Le sue vetrate erano ora opache, spente.

Si accasciò contro la parete fredda della gabbia, lasciando scivolare a terra il corpo esausto. Chiuse gli occhi. Il volto di Lord Adriano, pallido e insanguinato sul pavimento della camera del reattore, gli apparve con una chiarezza spietata. Non più il tiranno. L’architetto. L’uomo che aveva guardato negli occhi il baratro dell’estinzione e aveva deciso di pagare qualsiasi prezzo, anche quello della propria umanità, per costruire un ponte sopra di esso.

*Il custode di entrambe.*

Adriano non aveva scelto tra il mostro e l’Arca. Aveva *fuso* il mostro nell’Arca. Il sistema EMPS, le esclusioni, gli IAnti, tutta quella macchina di sofferenza… era il motore. La fonte di energia brutale, disumana, che permetteva di forgiare il sogno. Senza il mostro, il sogno era solo un disegno sulla carta. Senza il sogno, il mostro era solo sadismo senza scopo.

E lui, Perrini Mino, adesso cosa custodiva?

Apri gli occhi. Nella tasca, la forma del disturbatore era un nodo di realtà, un peso familiare e maledetto. Lo estrasse. Il metallo era freddo, segnato da graffi e una bruciatura a forma di stella sul lato. Lo strumento di Valerio. Lo strumento della ribellione, della distruzione del sistema. Valerio che era là fuori, da qualche parte, ferito, forse morente, sicuramente pieno di un odio semplice e puro. Valerio per cui la matematica di Adriano era solo una scusa per la crudeltà.

Un movimento attirò la sua attenzione. Laggiù, sulla passerella vicino alla chiglia, un IAnte inciampò. Non cadde, ma barcollò, interrompendo per un secondo il flusso perfetto, sincronizzato. Un drone **Serpe-9**, silenzioso e letale come un insetto metallico, scese in picchiata dalla penombra. Un fascio di luce rossa lo scansionò dalla testa ai piedi. L’IAnte si irrigidì, poi riprese a camminare, ma il suo movimento era ora più rigido, più meccanico. Il drone rimase sospeso un attimo, poi tornò nella sua pattuglia.

La correzione era stata immediata, automatica. Il sistema si auto-regolava, eliminando le imperfezioni, gli errori. Come aveva fatto con lui, quando l’EMPS lo aveva dichiarato escluso. Una variabile destabilizzante rimossa dall’equazione.

Ma lui non era stato rimosso. Era rientrato. E ora, seduto nella pancia della bestia, con in mano la chiave per forse sabotarla, si rendeva conto di una verità ancora più terribile.

Non era più una questione di *volere*.
Era una questione di *potere*.

Il potere di premere un pulsante e fermare un uomo. Il potere di guardare un’anima spegnersi e chiamarlo “decadimento sinaptico”. Il potere di decidere chi saliva sull’Arca e chi diventava il carbone per la sua fornace.

Adriano aveva quel potere. E lo aveva usato, convinto di essere l’unico a poterlo sopportare.

Un rombo diverso, più profondo e regolare, iniziò a propagarsi nella caverna. Non veniva dal reattore in agonia, ma da sotto, dalle profondità della Terra. Un vibrare ritmico, come il respiro di un gigante addormentato che si risveglia. Le luci dell’Arca, migliaia di punti bianchi e azzurri lungo la sua ossatura, pulsarono all’unisono in risposta.

Mino si alzò in piedi, avvicinandosi al vetro sporco. Laggiù, alla base della chiglia, qualcosa stava cambiando. Enormi bracci idraulici, modelli **“Titan-Lifter”** fino a quel momento nascosti nelle fosse di assemblaggio, si stavano muovendo. Con lentezza titanica, sollevavano una sezione dello scafo, allineandola con una precisione millimetrica. Era una danza di forze immani, silenziosa nella sua potenza, coreografata da un’intelligenza che doveva risiedere da qualche parte, in una **Sala di Controllo Primaria** ancora più nascosta.

L’Arca non era solo in costruzione. Stava entrando nelle sue fasi finali di assemblaggio. Si stava *svegliando*.

Il piano di Valerio – ferire Adriano, destabilizzare il comando, forse fermare tutto – era fallito nel modo più tragico. Aveva solo rimosso il pilota, ma la nave era ormai sulla rampa di lancio, e la sua inerzia era diventata una forza della natura. Fermarla ora avrebbe significato non la liberazione, ma il collasso. Milioni di tonnellate di metallo che si schiantavano, seppellendo IAnti, tecnici, e ogni barlume di speranza in una tomba di acciaio e fuoco.

E se il pilota mancava… qualcuno doveva prendere i comandi.

La rivelazione non fu un lampo di luce. Fu un lento, gelido annegamento. Sentì l’acqua nera della comprensione salirgli alle caviglie, alle ginocchia, al petto. Gli riempiva i polmoni, sostituendo l’aria con una certezza di piombo.

Le mani che non erano sue. L’impronta di ghiaccio.

Non era la maledizione di Adriano che stava ereditando.
Era la *responsabilità*.

Guardò il disturbatore nel palmo della sua mano. Lo strumento della ribellione. Poteva ancora usarlo. Trovare il nucleo di controllo principale, lanciare l’impulso, mandare in tilt i sistemi neurali, creare il caos. Sarebbe stato facile. Sarebbe stato giusto, secondo la giustizia semplice dell’uomo che ha subito un torto.

Ma poi guardò l’Arca. Il leviatano di metallo che era l’unica risposta alla domanda più grande di tutte: come sopravvivere alla fine del proprio mondo. Dentro di essa, c’erano celle criogeniche, banchi dati, semi di ecosistemi. E, forse, un posto per alcuni degli “inclusi”. Una selezione atroce, ingiusta, mostruosa. Ma una selezione. Invece del nulla.

Valerio avrebbe scelto il nulla, pur di non macchiarsi di quella colpa. Adriano aveva scelto la colpa, pur di evitare il nulla.

Mino rimase lì, sospeso tra i due abissi. Il respiro dell’Arca diventava più forte. Il rombo regolare dai sotterranei si sincronizzò con un aumento d’intensità delle luci lungo la colonna vertebrale della nave. Un suono di clangore metallico, diverso dai martelli, risuonò – il suono di enormi serrature che si impegnavano, di giunture vitali che si sigillavano.

Doveva muoversi. Doveva decidere.

Con un gesto che gli costò più fatica di qualsiasi corsa nella retro-città, portò il disturbatore alla fronte. Il metallo freddo toccò la pelle sudata. Respirò a fondo, l’odore di ozono e polvere di metallo che riempiva i polmoni. Poi, con uno scatto preciso, ripose il dispositivo nella tasca interna della tuta, contro il petto. Non lo gettò via. Lo *custodì*. Come si custodisce una pistola carica in una casa piena di bambini. Come si custodisce la memoria di ciò che si è stati, anche quando si deve diventare qualcos’altro.

Scese dalla gabbia di osservazione. Non più strisciando, non più da fuggiasco. Con una lentezza deliberata, da uomo che ha scelto la direzione ma non la velocità. Il suo obiettivo non era più l’uscita, non più Valerio, non più la vendetta.

Doveva trovare il cuore. Il luogo da cui Adriano governava. La **Sala di Controllo Primaria**. Non per distruggerla.

Per raggiungerla.

Il corridoio che imboccò era meglio illuminato, più pulito. Le pareti erano di un grigio chiaro, quasi bianco. Le porte avevano nomenclature in rilievo: **“Planetologia – Modelli Climatici Exo”**, **“Astrodinamica – Calcolo Rotta”**, **“Supporto Vitale – Settore Gamma”**. Era il distretto dei cervelli, non dei braccianti. L’aria stessa era diversa: filtrata, senza la patina oleosa della polvere di saldatura. Il rischio di incontrare qualcuno era concreto.

E lo incontrò.

L’uomo emerse da una porta contrassegnata **“Criogenesi – Accesso Autorizzato Livello 5”**. Indossava una tunica bianca, non una tuta. I loro sguardi si incrociano. Per un attimo, il dottore – doveva essere un dottore, quell’abito, quella postura – parve solo infastidito dalla presenza di un tecnico di basso livello in un corridoio riservato. Poi i suoi occhi, grigi e acquosi come pietre levigate, si fermarono sul volto di Mino, sulla tuta sporca e malconcia di Elara Jax, sulle tracce di fuliggine che segnavano le mani come guanti.

Si fermò. Non disse nulla. Sollevò lentamente un tablet sottile, lo schermo opalescente che rifletteva la luce del neon. Le sue dita non toccarono lo schermo. Semplicemente tenne il dispositivo come uno specchio, come uno strumento di misura.

Mino sentì il gelo serrargli lo stomaco. Cercò di mantenere il viso inespressivo, da IAnte, ma sapeva che i suoi occhi, pieni di una consapevolezza che nessun IAnte poteva avere, lo stavano tradendo.

«Mi sono perso,» riuscì a dire, la voce roca. «Stavo rispondendo a una chiamata per un guasto nel condotto di aerazione secondario.»

L’uomo non abboccò. I suoi occhi grigi scorsero Mino dalla testa ai piedi, analizzandolo non con sospetto, ma con un interesse clinico, distaccato. «Un guasto,» ripeté, voce un tenue sibilo educato. «Interessante. I registri del turno per questo settore sono… chiusi. Da ore.» Fece un passo avanti, non minaccioso, ma invadente nello spazio. «E la fuliggine è del reattore primario. Settore non accessibile da qui. Non per una tuta di Livello 2.»

Mino indietreggiò di un passo, la mano che cercò istintivamente la tasca interna, il nodo del disturbatore contro il petto. Un gesto minimo, quasi impercettibile.

L’uomo lo notò. Un lampo, quasi impercettibile, attraversò i suoi occhi grigi. Non paura. Illuminazione.

«Ah,» sussurrò. Abbassò il tablet. «La variabile imprevista. L’operaio-testimone. Lord Adriano ne parlò. Una cellula che il sistema non è riuscito a espellere.»

Mino rimase immobile. Il sangue gli pulsava alle tempie, un tamburo sordo. «Cosa sapete?»

«So che l’equilibrio è stato alterato,» disse l’uomo, scegliendo le parole come se le pesasse. «So che il progetto è in una fase critica di assemblaggio finale. Le sequenze di risveglio sono state avviate.» Fece una pausa, gli occhi che studiavano Mino con rinnovata intensità. «E so che un’Arca, per navigare verso un nuovo mondo, richiede un pilota. Il piano originale prevedeva una guida… simbolica. In stasi. Ora quel simbolo è… assente.»

Si guardarono in silenzio, nel corridoio bianco e sterile. Il rombo dai sotterranei sembrò intensificarsi, diventare un richiamo, un battito che chiedeva di essere assecondato.

L’uomo, il dottore, inclinò leggermente la testa. «Mi chiamo Soren. Mi occupo di… transizioni. Di passaggi da uno stato a un altro.» Un accenno di sorriso, sottile e privo di calore. «Sembra che il suo sia appena cominciato.»