Il sorriso di Soren rimase susseso, un’incisione sottile su un volto di marmo. Il rombo dai sotterranei non era più solo un suono. Era una vibrazione che saliva attraverso le piastrelle, si insinuava nelle caviglie di Mino, saliva lungo lo sterno fino a fargli ronzare i denti. Una risonanza strana, familiare. Come se quel battito chiamasse qualcosa che aveva già dentro, un’armonia spaventosa.
«Transizioni,» ripeté Mino. La sua voce gli tornò in gola, secca e ruvida. Guardò le sue mani – calli, sporco sotto le unghie, la cicatrice sottile sul dorso sinistro – poi alzò lo sguardo sul dottore. «Da che stato a che altro?»
Soren non rispose. Con un gesto fluido della mano, indicò una parete del corridoio. Una linea di luce azzurra si accese al suo passaggio, disegnando il perimetro di una porta che Mino non aveva notato. Non c’erano cardini, né pannelli. Solo un sibilo d’aria compressa, e la parete si ritrasse, scivolando nel muro.
Al di là non c’era un’altra cella sterile, ma un vuoto di luce fredda.
Mino fece un passo avanti, e il respiro gli si bloccò.
La stanza era una vasca di penombra azzurrina, soffocante per la sua scala. Una parete intera era un unico blocco di vetro spesso, leggermente fumé. E oltre quel vetro, sospesa in una ragnatela di supporti metallici e cavi luminosi che pulsavano di un blu elettrico, galleggiava una teca.
Non era un “modulo”. Era un sarcofago di cristallo biotico, semi-trasparente. All’interno, immerso in un gel luminescente che emanava una fosforescenza madreperlacea, nuotava la sagoma di un cervello umano. Intatto. Le circonvoluzioni erano perfette, di un grigio perlaceo venato di filamenti dorati. E attraverso di essi, come sangue in vasi alieni, correvano sottili scariche elettriche azzurre. Pulsavano. *Lente*. Un battito ogni quattro secondi esatti. *Boom*. Pausa. *Boom*.
Un conato di vomito, acido e amaro, risalì la gola di Mino. Appoggiò una mano al vetro della parete osservativa. Era gelido, un freddo che sembrava succhiare il calore direttamente dal palmo. Le sue dita lasciarono un’impronta opaca sull’acciaio trasparente.
«Lo stato attuale,» disse la voce di Soren, vicina alla sua spalla, «è frammentazione.»
Mino non distolse lo sguardo dal cervello. Una scarica azzurra gli attraversò il lobo temporale. *Boom*.
«I moduli standard NCI-7 sopprimono la corteccia prefrontale. L’amigdala. I centri dell’identità.» Le parole di Soren erano precise, chirurgiche. «Lasciano intatte le funzioni esecutive di base. Memoria procedurale. Obbedienza al comando. Manovalanza perfetta.»
«E quello… sente?» La domanda uscì da Mino come un sospiro roco. «Sogna?»
Dietro di lui, il silenzio di Soren fu più eloquente di qualsiasi risposta.
Mino si costrinse a voltarsi. Le gambe erano di gomma. «E lo stato futuro?»
Soren lo guardò, e per la prima volta i suoi occhi grigi parvero cogliere Mino per intero, non come un’anomalia, ma come un soggetto. Un pezzo sulla scacchiera. Indicò la teca con un cenno del mento. «NCI-Omega. Non sopprime. Amplifica. Connette.» Fece una pausa, studiando il pallore sul volto di Mino. «È il ponte tra la coscienza residua e il sistema di guida dell’Arca. Lord Adriano lo chiamava “il Custode”. Una coscienza di bordo. Un faro che ricorda da dove veniamo.»
*Il custode di entrambe.* Le parole del terminale nell’Archivio risuonarono nella sua mente come un’eco metallica. Mino sentì un brivido, non di freddo, ma di comprensione orrenda che gli serpeggiò lungo la colonna vertebrale.
«Adriano… voleva diventare *quello*?»
«Era il piano originale. Il suo corpo era logoro. Il trasferimento della sua coscienza nel nucleo Omega sarebbe stato l’ultimo atto.» Soren incrociò le braccia. «Ma il processo richiede una stabilità neurale che la sua malattia non permetteva più. E richiede un soggetto con una resilienza… particolare.»
Il gelo che Mino aveva sentito alle ossa dopo aver premuto quel pulsante – il pulsante che aveva sospeso un IAnte – si diffuse, diventando chiaro, tagliente.
«Un escluso,» disse Mino, voce piatta. «Qualcuno che ha visto il sistema dall’esterno. Che ha vissuto nella retro-città. Toccato gli IAnti. Odiato Adriano.» Esitò, la verità mostruosa che gli bruciava la lingua. «E che ha ereditato il suo fardello.»
Soren annuì, lentamente. «Il Custode non può essere un tecnocrate che non conosce il fango. Deve essere qualcuno che ha tenuto in mano entrambe le facce della medaglia. La speranza e l’orrore. E le ha trovate fuse insieme.»
Un silenzio cadde, rotto solo dall’umido ronzio dei sistemi di sostentamento vitale che tenevano in vita quel grumo di materia pensante. Mino fissò le scariche azzurre. E per un attimo folgorante, *vide*: non un organo in un barattolo, ma il futuro. L’Arca. Il vuoto nero punteggiato di stelle fisse. Secoli di viaggio. Migliaia di anime ibernate. E una sola coscienza, sveglia, che vegliava. Che ricordava l’odore della pioggia sintetica, il sapore metallico del cibo al distributore, il vuoto negli occhi degli IAnti, il peso della tuta di Elara Jax, il bagliore morente dell’occhio di Kael. Che ricordava tutto. Per sempre.
Era una solitudine cosmica. Una dannazione senza fine.
«E se rifiuto?» chiese, anche se già conosceva la risposta.
Soren non si turbò. «Allora il nucleo Omega rimarrà vuoto. L’Arca partirà con un sistema di guida puramente algoritmico. Efficiente. Freddo. Senza il faro della memoria.» Fece una pausa calcolata. «Il rischio di fallimento, di follia sistemica durante il viaggio, aumenta del settantatré per cento. Lord Adriano credeva che senza un cuore che ricordi, l’umanità si perderebbe nello spazio, anche se fisicamente sopravvivesse.»
*Diventare il cuore di una macchina.* Il fantasma nella macchina. L’anima imprigionata in quel cervello pulsante.
«E Valerio?» La domanda scappò a Mino, un anelito disperato a qualcosa di umano, di concreto.
La porta alle loro spalle sibilò. Entrò Lira. Il suo volto era una maschera professionale, ma i suoi occhi scattarono verso Soren con un lampo di urgenza repressa.
«Dottore,» disse, voce bassa e chiara. «Il paziente della quarantena secondaria. Emorragia interna in ripresa. Le naniti riparatrici non tengono il passo. Il sistema di stasi mostra intermittenze.»
*Valerio.* Ancora vivo. Tenuto insieme da tecnologia e rabbia.
Soren sospirò, un suono raro che consumò parte della sua aria impeccabile. «Vedete, Perrini Mino? Anche le transizioni più grandi devono fare i conti con le urgenze più piccole.» Si voltò verso Lira. «Sala chirurgica Delta. Usate il protocollo di stabilizzazione neurale prima dell’intervento. Portate il soggetto.»
«*Soggetto*?» La parola esplose dalle labbra di Mino. «Ha un nome. Valerio.»
Soren e Lira lo guardarono. Lira distolse lo sguardo per prima, fissando un punto sul pavimento lucido.
«In questo reparto,» disse Soren con dolcezza letale, «i nomi sono un dettaglio amministrativo. Ciò che conta è la funzionalità residua e la compatibilità con i protocolli di salvezza.» Indicò la teca. «Lui, laggiù, se tutto procede, diventerà il Custode. Un nome, un titolo, una funzione. Il ribelle ferito… potrebbe diventare un’altra risorsa. O un ricordo custodito. Dipende da molte variabili.»
La minaccia non era esplicita. Era peggio. Era logica pura. Valerio, morente, era un problema da risolvere. In un modo o nell’altro.
«Voglio vederlo,» disse Mino, la voce roca come vetro roso. «Ora.»
Soren scambiò un’occhiata con Lira. Un micro-cessione.
«Come desiderate,» disse. «Forse è giusto che vediate l’intero spettro.»
Lira uscì per prima. Il corridoio che presero era più stretto, illuminato da luci al neon bianche e crudeli che esaltavano ogni graffio sul pavimento di polimero. Il rombo dell’Arca qui era un brontolio attutito, sostituito da suoni più immediati: il sibilo ritmico dei respiratori, il bip ipnotico e regolare di monitor cardiaci, il ronzio acuto di una sega ossea a ultrasuoni proveniente da una porta chiusa. L’aria era satura di odori: disinfettante al cloro, ozono, e sotto, una nota dolciastra e nauseabonda di carne bruciata e polimero fuso.
Lira si fermò davanti a una porta contrassegnata da un triangolo giallo lampeggiante. Inserì un codice. Un *click* metallico, e la porta si ritrasse.
L’anticamera era piccola, fredda. Oltre un altro pannello di vetro spesso, Mino vide la stanza di terapia intensiva.
Valerio giaceva avvolto in un guscio trasparente di stasi medica, un bozzolo di cristallo attraversato da fasci di luce rossa che scandagliavano il suo corpo. Tubi flessibili e cavi neurali in fibra ottica entravano ed uscivano dal suo corpo attraverso sigillature chirurgiche nere. Una tuta bianca sterile gli copriva il torso, ma sulla spalla sinistra la stoffa era stata tagliata via, rivelando una ferita sigillata da un gel polimerico nero che pulsava debolmente, come respirava. Il suo volto era cereo, gli occhi chiusi, i capelli nerissimi appiccicati alla fronte sudata di un sudore freddo e artificiale. Il petto si alzava e abbassava al ritmo meccanico del ventilatore polmonare: un sibilo in entrata, un rantolo umido in uscita.
Accanto a lui, due tecnici in tute sterili regolavano flussi su una console. Sopra il lettino, uno schermo olografico proiettava grafici verdi e rossi. L’attività neurale era un groviglio caotico di linee rosse, picchi improvvisi e abissi profondi.
«Il proiettile ha leso la colonna a livello C-4,» disse Lira, voce clinica, indicando un punto sul collo di Valerio nello schermo. «Le naniti ricostruiscono il tessuto, ma il danno ai fasci nervosi è esteso. Senza micro-chirurgia neurale assistita da AI, rimarrà tetraplegico. Se sopravvive.»
Mino guardò il volto di Valerio, così diverso dalla maschera di determinazione feroce. Vide l’uomo che lo aveva tirato fuori dalla retro-città.
«E l’intervento… cosa comporta?» chiese, senza distogliere lo sguardo.
«Per stabilizzarlo e dare una possibilità di recupero,» intervenne Soren, rimasto sulla soglia, «dovremmo impiantare una serie di interfacce neurali di collegamento. Le stesse che, in forma rudimentale, sincronizzano gli IAnti. Una versione medicalizzata.»
Mino chiuse gli occhi. Il cerchio si chiudeva, orribilmente perfetto. Valerio, il purista della libertà umana, salvato con la stessa tecnologia che riduceva gli uomini a fantocci.
«E se sopravvive,» disse Mino aprendo gli occhi, fissando il riflesso di Soren nel vetro, «cosa ne farete di lui?»
«Dipende dalla tua scelta, Perrini Mino. Se accetti di diventare il Custode, l’Arca avrà il suo faro. Valerio, se sopravvive, potrebbe essere ibernato. Trasportato come il resto del carico umano. Un testimone dormiente.» Soren fece una pausa. «Se rifiuti… la sua conoscenza della Zona Nera, la sua resistenza, potrebbero renderlo utile per altri ruoli. Più attivi.»
Mino capì. Se rifiutava, Valerio sarebbe diventato una pedina. Forse un nuovo Lord Adriano, plasmato dal dolore e dalla tecnologia. La sua ribellione, cooptata e sterilizzata.
Guardò Valerio, fragile nel suo bozzolo di luce. Guardò, nella sua mente, il cervello pulsante nel nucleo Omega. Guardò le sue mani.
La scelta non era tra salvare Valerio e condannare l’umanità. Era tra due modi di condannarli entrambi. O di salvarli entrambi, a un prezzo mostruoso.
Il rombo dell’Arca, attraverso strati di metallo e polimero, sembrò farsi più forte. Non era più un suono. Era una domanda. Un richiamo che risuonava nelle sue ossa, nella cavità vuota del suo stomaco.
E Perrini Mino, l’escluso, il testimone, cominciò a sentire la risposta formarsi dentro di sé. Non come un pensiero, ma come un peso. Uno strato dopo l’altro, che si depositava, fino a diventare la sua nuova, terribile ossatura.