Il peso non era una metafora. Era fisico. Uno strato di piombo che si depositava nelle sue ossa, nel midollo, nella cavità del petto dove un tempo batteva un cuore che poteva ancora sperare. Mino rimase con la fronte appoggiata al vetro freddo della parete osservativa, gli occhi fissi sulla teca di cristallo.
All’interno, immerso in un liquido ambrato che pulsava di luce propria, galleggiava un cervello umano.
Non era un organo statico. *Boom*. Una rete di fulmini azzurri esplodeva dalle profondità dell’ipotalamo, propagandosi lungo le circonvoluzioni come un’aurora boreale impazzita. Pausa. *Boom-boom*. Due scariche ravvicinate, questa volta verdi-acqua, che disegnavano mappe geometriche sulla corteccia frontale. Ogni impulso sembrava un pensiero tradotto in pura elettricità, un ordine lanciato nel nulla. Un pensiero che conosceva.
«Frammentazione,» ripeté, la voce un sussurro graffiato contro il vetro.
«È il processo intermedio,» spiegò Soren, la sua figura riflessa, nitida e immacolata, accanto alla sagoma sporca e curva di Mino. Non guardava la teca. Guardava Mino. «Prima della completa integrazione nel sistema di comando distribuito dell’Arca. Il modulo NCI-7 è un inibitore. Questo…» fece un cenno elegante, «è un amplificatore. Un ponte.»
«Un ponte verso cosa?»
Soren non rispose subito. Con un gesto fluido, sfiorò un pannello a lato del vetro. L’immagine nella stanza cambiò. Le pareti divennero trasparenti, rivelando la vista su una vasta galleria di assemblaggio sottostante.
Mino trattenne il respiro.
Centinaia di IAnti lavoravano alla struttura colossale dello scafo primario. Ma non si muovevano come prima, come singoli automi scoordinati. Ora si muovevano *all’unisono*. Un braccio si alzava per saldare, e come un’unica creatura tentacolare, decine di altri bracci si alzavano nello stesso istante, con lo stesso angolo, la stessa precisione millimetrica. Non c’era esitazione. Non c’era il vuoto tra un’azione e l’altra. Era un flusso continuo, ipnotico, come uno stormo di uccelli che volteggia con una sola mente. Il rombo dei macchinari era un unico respiro profondo.
«Verso l’unità,» disse finalmente Soren, la voce calma nel turbine di quella sinfonia meccanica. «L’Arca non è solo una nave, Perrini. È un organismo. Un ecosistema chiuso che dovrà sopravvivere per generazioni nel vuoto. Il caos della coscienza individuale è un lusso che non possiamo permetterci. Né il fallimento di un singolo comando centrale.»
Mino vide un IAnte in primo piano. L’uomo – o ciò che ne restava – aveva la testa leggermente inclinata, come in ascolto. Dagli angoli degli occhi vuoti, sottili rivoli di un fluido chiaro, quasi luminoso, gli scendevano lungo le tempie. Non erano lacrime. Sembrava linfa. Sembrava che il corpo si stesse sincronizzando, fisicamente, con qualcosa di più grande.
«Gli IAnti…» mormorò Mino.
«I moduli NCI-7 preparano il substrato neurale. Sopprimono il sé. Lasciano la macchina biologica intatta, efficiente, ricettiva.» Soren indicò di nuovo la teca. «Quando l’Arca sarà pronta, il segnale del Custode si sincronizzerà con ogni modulo. Migliaia di corpi. Una sola volontà. Una perfetta, inarrestabile unità operativa.»
Il conato di vomito tornò, più forte. Mino deglutì a vuoto. La saliva era metallica. *Il custode di entrambe*. La comprensione fu un colpo allo stomaco. La creazione *era* Adriano. La sua ossessione, la sua ferrea logica, distillata in impulsi elettrochimici e moltiplicata in quella legione di corpi vuoti. L’Arca non sarebbe partita con un dittatore sul ponte. Sarebbe partita *essendo* un dittatore. Un leviatano di carne, metallo e volontà unica.
«Chi è?» chiese Mino, la voce rotta. «Nel… nel sarcofago. Chi era?»
Soren esitò. Un battito di ciglia troppo lento, perfettamente calibrato. «Il soggetto donatore è irrilevante. Le sue memorie episodiche, la sua personalità emotiva, sono state cancellate. Rimane l’architettura neurale fondamentale. Un hardware biologico di eccezionale plasticità e capacità strategica.»
«Chi. Era.»
Il silenzio che seguì fu riempito dal rombo sordo dell’Arca e dal *crac* secco di una nuova scarica nel cervello – questa volta bianca, accecante.
«Il primo volontario,» disse Soren, con un tono di reverenza clinica. «Colui che ha concepito l’intero progetto. La malattia degenerativa del sistema nervoso centrale di Lord Adriano era avanzata più rapidamente delle previsioni. La scelta era tra lasciare che la fonte del comando decadesse con il corpo, condannando il progetto, o… trapiantare il nucleo della volontà nel cuore stesso della sua creazione. Preservare l’essenza strategica.»
*Boom*. Una scarica a spirale, violacea.
Mino guardò di nuovo il cervello. Quelle non erano semplici scariche. Erano schemi. Erano la lenta, metodica ossessione di un uomo che pianificava la fuga dell’umanità, ora ridotta a puro processo. Il corpo maestoso nel nucleo di comando, quello ferito da Valerio…
«Un duplicato biologico,» confermò Soren, come se leggesse il suo pensiero. «Un guscio con impianti neurali superficiali e un simulatore di personalità di base. Utile per le apparizioni pubbliche. Il vero Adriano… è qui. Da mesi.»
Il mondo si inclinò. Mino afferrò la ringhiera metallica. Le nocche sbiancarono. Tutto procedeva per inerzia, per la programmazione impressa in quel grumo di materia pensante.
«Perché mostrarmi questo?» La voce di Mino era un filo di rasoio. «Perché non farmi diventare solo un altro IAnte?»
Soren lo guardò, e nei suoi occhi grigi, sempre così lucidi e controllati, Mino vide finalmente una crepa: una curiosità profonda, insaziabile, *scientifica*. «Perché tu sei l’anomalia, Perrini Mino. Il modulo NCI-7 standard è un martello. Spegne. Ma i tuoi pattern neurali, nonostante il trauma, mostrano una coerenza atipica. Non collassi. Ti adatti. Non è solo resilienza.» Fece una pausa calibrata. «È compatibilità potenziale con il sistema di transizione. Potresti interfacciarti senza spegnerti. Mantenere una coscienza di osservatore all’interno del flusso collettivo. Un ponte più sofisticato. Un custode di secondo livello, in grado di monitorare l’integrità del Custode primario.»
L’offerta si dispiegò nella mente di Mino con una chiarezza glaciale. Non una statua grigia. Sarebbe diventato come Soren. Un tecnico della mente, un chirurgo dell’anima, condannato a osservare per sempre il cervello pulsante del suo carnefice. Una prigione di terribile, lucida consapevolezza. Era questo che brillava negli occhi di Soren? La prospettiva di avere un *collega* in quell’orrore?
Il rombo dell’Arca cambiò tono. Diventò più acuto, un fischio stridulo che penetrò il vetro. Le luci nella stanza sfarfallarono, passando dall’azzurro al rosso ambra per un istante.
Soren alzò la testa, un lieve aggrottamento sulla fronte liscia. «Una fluttuazione di potenza nel settore reattore. Nulla di grave. I sistemi di compensazione sono già attivi.»
Ma Mino sentì qualcos’altro. Sotto il fischio, quasi sepolto, un *clang* metallico distante. Poi un grido. Breve, soffocato, ma carico di un furore umano, disperato. Non il suono vuoto di un IAnte.
*Valerio*.
Il peso di piombo dentro di lui si incrinò. Si trasformò. Da passività a decisione.
Seguì l’istinto. Si portò una mano al collo, il volto contratto in una maschera di sofferenza improvvisa. «L’aria…» ansimò, la voce strozzata. «Troppo… densa.»
Fingere un malore era patetico, ma funzionò su un livello fondamentale: Soren, per tutta la sua intelligenza e cybernetica, era pur sempre programmato come medico. Il suo riflesso condizionato superò l’analisi logica. Fece un passo avanti, la mano tesa per prendergli il polso. «Calma. È una risposta psicosomatica. I parametri atmosferici sono ottimali.»
Mino barcollò in avanti, come se le gambe cedessero, e si aggrappò al braccio di Soren per non cadere. Il contatto fu un brivido: la stoffa impeccabile, il braccio sottile ma sorprendentemente solido sotto, come rinforzato. Nello stesso istante, con la mano sinistra, afferrò dalla tasca il disturbatore di Kael.
Non lo puntò. Lo premette contro il fianco di Soren, attraverso la tunica, e azionò il pulsante di carica massima.
Non ci fu un lampo. Solo un vibrare sordo, come un calabrone intrappolato nella stoffa. Soren sobbalzò, un tremito improvviso e perfetto che gli percorse tutto il corpo da capo a piedi. I suoi occhi grigi si spalancarono, non per dolore, ma per stupore puro. La bocca si aprì, ma invece di parole uscì un sibilo elettrostatico, un glitch sonoro. La sua postura impeccabile vacillò. Gli occhi, normalmente così penetranti, persero fuoco, fissando il vuoto con il vuoto.
Il disturbatore, calibrato per impianti IAnti, aveva trovato qualcosa da confondere: i sistemi cybernetici di Soren. L’eleganza innaturale, l’assenza di tic… non era solo disciplina. Era hardware.
Il corpo del dottore si irrigidì in una tetania controllata, poi divenne molle. Mino lo sorresse, impedendogli di cadere con fragore, e lo trascinò lontano dalla parete di vetro, verso un pannello di controllo secondario. Lo adagiò a terra. Soren respirava, brevi ansiti meccanici. Gli occhi erano aperti, vitrei, lampeggianti a intervalli irregolari. Fuori combattimento.
Mino si rialzò, il cuore che gli martellava nelle orecchie. Guardò la porta scorrevole. Era chiusa. Un pannello rosso accanto lampeggiava: “Accesso Biometrico – Autorizzazione Soren, Livello 9”.
*Cazzo*.
Il suo sguardo corse a Soren, immobile. Poi alla teca. *Boom*. Una scarica gialla, lenta, sinuosa.
Doveva muoversi. Ora. Il grido di Valerio era una ferita aperta nell’aria. Si chinò su Soren, cercando un badge, un dispositivo. Nulla. Solo la tunica impeccabile. Con un gesto di disperazione, gli afferrò la mano – fredda, leggera – e la sollevò verso il lettore biometrico.
Niente. Il pannello rimase rosso. “Rilevamento vita insufficiente per autorizzazione.”
Maledisse tra i denti. I suoi occhi caddero allora sul pannello di controllo accanto al quale aveva adagiato Soren. Uno schermo mostrava una planimetria del settore, con punti verdi e rossi. E una linea tratteggiata blu, che da questa stanza portava a un’area contrassegnata come “Settore Reattore – Accesso Ispezione Primaria”. Un percorso secondario. Di emergenza.
Sfiorò lo schermo. Rispose al tocco. Forse Soren l’aveva lasciato sbloccato. Forse, nella sua arroganza, non aveva considerato che qualcuno potesse arrivare fin lì.
Il suo dito tracciò il percorso blu. Lo schermo chiese: “Attivare sequenza di guida?”
Premette “Sì”.
Con un sibilo soffice, una striscia di luce azzurra si accese sul pavimento, uscendo dalla stanza attraverso una fessura quasi invisibile alla base di una parete. Un condotto di servizio. Piccolo. Appena sufficiente per un uomo che si muovesse carponi.
Una via d’uscita. O una trappola.
Si guardò alle spalle un’ultima volta. Il cervello nella teca emanò un ultimo, potente *BOOM*, una rete di fulmini bianco-azzurri che illuminò tutta la stanza, proiettando l’ombra scheletrica di Soren sul muro.
Poi si chinò, sollevò il pannello che la luce azzurra indicava (si staccò con un *click* magnetico) e si infilò nel condotto.
L’aria era calda, densa dell’odore di ozono e olio idraulico. La striscia di luce sul pavimento lo guidava, pulsando dolcemente. Davanti a lui, il condotto si perdeva nel buio, nel rombo crescente dell’Arca, verso il luogo dove la macchina e la ribellione si scontravano.
Il peso non era più passivo. Era uno zaino di esplosivi che si era legato alla schiena. E Perrini Mino, l’escluso, il testimone, ora il giudice, cominciò a strisciare.