Il condotto era un intestino di metallo che digeriva il calore. Mino strisciava, i gomiti che trovavano ritmo sui pannelli vibranti. La striscia luminosa sul pavimento pulsava, sincrona al rombo che saliva dal basso. Non era più solo il suono dell’Arca. Era il suo polso. E strisciando verso di esso, Mino sentiva il proprio cuore cercare di adeguarsi, un ritmo alieno che tentava di riscrivere il suo.
L’odore era una miscela chimica: ozono pungente, olio idraulico rancido, e sotto, una traccia dolciastra di disinfettante che non riusciva a coprire il tanfo della carne stanca. L’aria era densa, pesante da respirare. Ogni inspirazione gli riempiva i polmoni di quel calore umido.
La luce pulsante lo guidò per una curva, poi si interruppe bruscamente davanti a una griglia di ventilazione. Il rombo qui era diverso. Più profondo, più viscerale. Un ruggito sordo che faceva vibrare i denti. Mino si avvicinò, appoggiando le mani fredde sulle sbarre di metallo.
Al di là si apriva la camera del reattore.
Non era come l’aveva vista dalla balconata superiore. Da quassù, la prospettiva era schiacciante, divina e terribile. Il reattore a fusione **ARES-9** non era una macchina. Era un tempio costruito attorno a un dio artificiale. Un cilindro centrale di un bianco accecante, alto almeno trenta metri, era avvolto in una ragnatela di condotti pulsanti di luce blu cobalto. Energie titaniche scorrevano in quelle vene, visibili come bagliori che si spostavano sotto la superficie opalescente. Un alone di calore distorceva l’aria sopra di esso, facendo tremare la vista.
E ai suoi piedi, il campo di battaglia.
Valerio era un punto nero e disperato contro il bianco abbagliante. Si muoveva a scatti, dietro un banco di controllo parzialmente fuso. Dalla sua posizione, Mino non poteva vedere il suo volto, ma ne riconosceva la postura: la schiena curva, la testa che si voltava continuamente, braccata. Non era più il ribelle carismatico. Era un animale accerchiato.
Gli accerchiatori erano quattro guardie della Zona Nera in armature tattiche nere, caschi opachi con striscia rossa. Si muovevano con coordinazione spaventosa. In mano, fucili compatti **“Pacifier-12”**. Mino ne conosceva la reputazione: proiettili a bassa velocità, progettati per incapacitare, non per uccidere.
*Vogliono un altro cervello per il ponte*, realizzò, un groppo di ghiaccio nello stomaco.
Una guardia fece un cenno. Un’altra si lanciò in un avvolgimento laterale. Valerio reagì con la feroce, disperata intelligenza che lo aveva tenuto in vita. Afferrò un estintore e lo scagliò contro un pannello di monitoraggio. Vetro e scintille. La guardia indietreggiò per istinto, e Valerio scattò verso un generatore ausiliario che ronzava lamentoso.
Ma la fuga era temporanea. Una guardia puntò. Un *phut* soffocato. Valerio si accasciò con un grido strozzato, afferrandosi la coscia. Barcollò, la gamba gli cedette. Cadde su un ginocchio.
Mino strinse le dita attorno alla griglia fino a farle scricchiolare. Il metallo era caldo, quasi bruciante. Il peso che si era legato alla schiena nel corridoio di Soren premeva, reclamando una scelta. *Giudice*, aveva pensato. Ma un giudice osserva e decreta. Lui stava solo guardando.
Poi, il rombo del reattore cambiò.
Non fu un calo di potenza. Fu un’armonia che si spezzava. Il ruggito costante divenne irregolare, un sussulto, poi un ringhio profondo che sembrò scuotere le fondamenta della cupola. Le luci blu cobalto vacillarono, diventarono viola, poi rosso sangue per un secondo spaventoso. Un allarme iniziò a squillare, acuto e meccanico.
Le guardie esitarono, alzando la testa verso il mostro di energia che borbottava sopra di loro. Anche Valerio sollevò lo sguardo.
Fu in quel momento che Mino vide l’altro.
Dall’ombra di un portello di manutenzione, a metà altezza della parete opposta, una figura emerse. Si muoveva lentamente, dolorosamente, aggrappandosi alle maniglie di sicurezza. Indossava i resti di una tuta da lavoro della retro-città, strappata e macchiata. La testa era china, ma quando si voltò verso la luce tremolante, Mino trattenne il respiro.
Era Ryker Voss. Il fratello minore di Anya, il tecnico che Valerio aveva colpito con il disturbatore nel settore logistico. Il volto, un tempo arrogante, era ora una maschera di dolore e determinazione febbrile. Una brutta bruciatura gli solcava la guancia sinistra, livida e umida. Ma gli occhi, quelli che Mino ricordava vitrei per la sbornia del potere di Livello 3, ora bruciavano di una lucidità allucinata.
*Come ha fatto ad arrivare fin qui?* La domanda lampeggiò e svanì. Ryker teneva in mano un oggetto. Un modulo di interfaccia neurale **NCI-7**, ma modificato in modo grottesco. I cavi erano stati spellati, riconnessi a una batteria a spalla grezza con nastro adesivo. Nell’altra mano, un vecchio detonatore a pressione da demolizioni pre-collasso.
Ryker non guardò le guardie. Non guardò Valerio. I suoi occhi erano fissi sul nucleo del reattore ARES-9. Con uno sforzo tremendo, sollevò il modulo, puntando la spina chirurgica verso il groviglio di cavi alla base del reattore.
«Per tutti quelli che avete spento,» urlò, ma la voce fu inghiottita dal ringhio della macchina. Premette il detonatore.
Non ci fu un’esplosione. Ci fu un’implosione di silenzio.
Il modulo NCI-7 emise un impulso visibile, un’onda di distorsione grigio-verde che si propagò dall’estremità della spina. Quando toccò i cavi, la luce al loro interno non si spense. *Si ritirò*. Come risucchiata all’indietro. L’onda di silenzio si diffuse, divorando il ruggito. Per due secondi interminabili, l’unico suono fu l’allarme acuto e il respiro ansimante.
Poi, il reattore rispose.
Un lampo bianco, puro e doloroso, esplose dal cilindro centrale. Un impulso elettromagnetico grezzo, un urlo primordiale della macchina ferita. Investì tutto.
Le luci si spensero, sostituite da un bagliore rossastro di emergenza. I banconi di controllo esplosero in cascate di scintille. Le guardie urlarono, le loro armature che diventavano gabbie elettrificate, i sistemi sovraccarichi che scaricavano nella carne. Caddero, contorte, fumanti.
Valerio, più lontano, fu scaraventato contro una parete con un tonfo sordo.
Mino, protetto dalla griglia, fu investito solo dal bordo dell’onda. Fu come un pugno di elettricità statica in tutto il corpo. I capelli si rizzarono, i denti gli scricchiolarono, vide solo bianco. La griglia sotto le sue dita divenne incandescente per un microsecondo, bruciandogli i palmi. Staccò le mani con un grido soffocato.
Quando la vista gli tornò, annebbiata dal dolore, la camera era un quadro dell’inferno tecnologico. Il ARES-9 non ruggiva più. *Fischiava*. Un suono acuto, crescente, come il lamento di una stella morente. Dal suo nucleo, crepe luminose di un azzurro acido si propagavano lungo la superficie bianca. Il calore era diventato tangibile, un muro d’aria che bolliva.
E Ryker? Ryker era ancora in piedi, aggrappato al portello. Il modulo NCI-7 in mano era fuso, un ammasso informe che stillava. Alzò lo sguardo. I suoi occhi incontrarono quelli di Mino attraverso la griglia, attraverso il fumo e il bagliore. Non c’era trionfo. Non c’era nemmeno la rabbia di prima. C’era solo una domanda, terribile e semplice, stampata in quello sguardo morente: *Era abbastanza?*
Poi, le fiamme lo raggiunsero. Un getto di plasma, fuoriuscito da una condotta esplosa, lo avvolse. La sua figura divenne una silhouette nera, contorta, per un istante. Poi, nulla.
Mino chiuse gli occhi. Il bruciore sui palmi era nulla rispetto al vuoto che si apriva dentro. Ryker Voss. Il carnefice minore, il prodotto del sistema. Morto non per fuggire, ma per colpire la macchina che lo aveva usato e poi scartato. Un calcolo di vendetta? Un risveglio di coscienza? Mino non lo avrebbe mai saputo. Vide solo la domanda negli occhi di quell’uomo morente, e se la sentì conficcare nel petto.
Un gemito risalì dalla camera. Valerio.
Mino si scrollò di dosso la paralisi. Con le mani bruciate e tremanti, iniziò a svitare i bulloni della griglia. Uno. Due. Il sudore gli colava negli occhi, mescolandosi alla fuliggine. Tre. Il fischio del reattore era diventato un lamento costante, il preludio al collasso.
Il quarto bullone si staccò. La griglia cadde nel vuoto, schiantandosi sul pavimento con un fragore metallico.
Mino si calò, la parete rovente, le mani che cercavano disperatamente una presa. Scivolò, si riprese. Cadde gli ultimi metri, atterrando male su una caviglia che gli cedette. Il dolore fu un morso acuto. Si rialzò zoppicando.
Il calore era opprimente, l’aria bruciava i polmoni. Si trascinò verso Valerio.
Il ribelle era riverso contro la parete, la tuta strappata e macchiata di sangue alla coscia. Il volto era pallido, segnato dal dolore e da una rabbia non spenta. Aprì gli occhi. Non c’era sorpresa. Solo un’amara, tragica riconoscenza.
«Mino,» sussurrò, la voce roca. «Il… ponte. L’hai visto?»
Mino annuì, incapace di parlare.
«Era… la risposta,» ansimò Valerio. «Distruggere… il pilota. Il cervello. Senza di lui… il sistema…» Una tosse secca lo scosse. «…si disintegra. Caos. Libertà.»
Libertà. La parola risuonò nel fischio del reattore morente.
Mino guardò verso il nucleo. Le crepe luminose si erano moltiplicate. Il cilindro bianco sembrava un uovo di luce pronto a schiudersi. Sapeva cosa c’era sopra. Il cervello di Adriano nel suo sarcofago. La mente che cercava di unire centinaia di coscienze in una.
*Il caos della coscienza individuale è un lusso che non possiamo permetterci.*
La voce di Soren, glaciale.
Poi, quella di Adriano, morente. *«Il sistema, Perrini… è mostruoso. Ma è l’unica macchina che abbiamo.»*
Valerio vedeva un tiranno. Ryker aveva visto una macchina. Soren vedeva una necessità.
Mino vide la verità nuda.
Non c’era una scelta giusta. C’erano solo conseguenze.
Aiutò Valerio a mettersi in piedi, facendogli passare un braccio sulle spalle. L’uomo gemette, ma si aggrappò. «Dove…?»
«Via da qui,» disse Mino, la voce piatta e decisa. «L’Arca.»
«Cosa?» Valerio lo guardò, incredulo. «È tutto collegato…»
«Lo so.»
Iniziò a trascinarlo, zoppicando entrambi, verso il corridoio di servizio. Non guardò indietro al reattore. Guardò avanti, verso i ponti superiori, verso il luogo dove il destino era stato imbrigliato in un codice.
Il cammino fu un incubo. Corridoi pieni di fumo, luci rosse lampeggianti. Ianti, privi della guida centrale, vagavano come sonnambuli. Tecnici correvano urlando ordini contraddittori. Il sistema di comando si frammentava, tornando al caos individuale. E il caos era inefficienza. Era panico.
Evitarono, si intrufolarono in un ascensore di servizio che miracolosamente rispose ai comandi manuali. Salirono. I livelli scorrevano. 7… 8… 9… Le vibrazioni peggioravano. L’Arca gemeva.
L’ascensore si fermò al Ponte Comando, Livello 12. Le porte si aprirono su un caos silenzioso, elettrico. La vasta sala di controllo era immersa in una semi-oscurità, rotta solo dai bagliori verdi e rossi di schermi impazziti. Tecnici pallidi battevano freneticamente sui comandi.
«Perdita di contenimento al settore primario!»
«Il flusso di deuterio è incontrollato!»
Al centro, su una piattaforma rialzata, la poltrona di comando di Adriano. Vuota. Accanto, un pannello con un unico, grande pulsante sotto una teca di cristallo. Sopra: **SEQUENZA DI EVACUAZIONE FINALE – ATTIVAZIONE MANUALE**.
Mino lasciò Valerio appoggiato a una consolle. Nessuno li notò.
Camminò verso la poltrona. I suoi passi risuonarono sul metallo. Un tecnico lo guardò, occhi vitrei. «Chi…? Il Signore della Pace… è…»
«Sì,» disse Mino, senza voltarsi.
Raggiunse il pannello. Attraverso il cristallo, il pulsante era rosso. Rosso sangue.
Tutto gli sfilò davanti. La fame nella retro-città. Il vuoto negli occhi degli IAnti. Il cervello pulsante. La determinazione di Valerio. Il sacrificio di Ryker, e la domanda nei suoi occhi. La logica di Soren. La visione di Adriano.
Odiava quella macchina. Ne aveva visto il costo.
Ma aveva visto l’alternativa. Il caos. L’estinzione. La libertà di morire come individui, dimenticati.
L’Arca era ferita a morte. Ma forse, non mortalmente. Forse, poteva ancora compiere la sua missione. Senza un singolo cervello a comandare. Con un ultimo, disperato ordine.
Trasse un respiro. L’aria sapeva di paura e di ozono.
Poi, sollevò un pugno e colpì la teca.
Il vetro esplose in una pioggia di diamanti innocui.
Un silenzio improvviso scese sulla sala. Tutti i tecnici si voltarono, bocche aperte, occhi fissi sullo sconosciuto sporco e sanguinante.
Mino non li guardò. Guardò il pulsante rosso.
Le sue dita, quelle che si erano bruciate sulla griglia, si chiusero a pugno. Sentì il peso di tutte le anime sacrificate. Sentì il peso della sua.
E poi, lo posò. Con delicatezza. Con una fermezza che veniva da un luogo più profondo della rabbia.
Il pulsante si incassò con un *click* sonoro, metallico, definitivo.
Per un secondo, nulla.
Poi, la sala esplose in vita. Luci verdi lampeggiarono. Una voce sintetizzata, calma e femminile, riempì l’aria.
**«Sequenza di evacuazione finale attivata. Autorizzazione: Comando Supremo. Confermare identità vocale per trasferimento comando.»**
Un microfono si sollevò dalla poltrona, puntandosi verso di lui.
Tutti lo guardavano. Valerio, dall’angolo, lo fissava con un orrore che superava il dolore fisico.
Mino guardò il microfono. Guardò lo schermo con l’Arca. Chiuse gli ocvi.
*Apri la bocca. Di’ il nome. È solo un nome.*
La sua gola si serrò. Le corde vocali, quelle che avevano sussurrato nella retro-città, che avevano gridato di rabbia, si rifiutavano.
*Perrini Mino è morto nel condotto. Sei ciò che resta. Sei ciò che deve parlare.*
Provò. Un suono rauco, strozzato, uscì. Nessuna parola.
I tecnici si scambiarono occhiate. Un brusio di incredulità.
**«Identità non riconosciuta. Ripetere.»**
Inspirò a fondo. L’aria bruciò. Immaginò la voce che aveva sentito nella sala del trono, carismatica, intrisa di una certezza spaventosa. Cercò di plasmare il suo respiro in quel timbro, di far risuonare quel tono nelle sue cavità.
«Questo…» La voce gli si ruppe. «Questo è…»
Fallì. Era solo un uomo spaventato.
Valerio emise un suono, tra il disprezzo e la disperazione.
Sullo schermo, l’Arca tremava. Un’esplosione secondaria illuminò la cupola di costruzione. Non c’era tempo.
Mino chiuse gli occhi di nuovo. Non cercò più la voce di Adriano. Cercò il vuoto che aveva visto negli IAnti. Il silenzio del ponte neurale. Il posto dove Perrini Mino era già andato. Prese quel vuoto, e ci versò dentro l’unica cosa che gli restava: la necessità.
Aprì gli occhi. Si avvicinò al microfono.
La sua voce, quando uscì, non era la sua. Non era nemmeno quella di Adriano. Era piatta. Finale. L’eco di una decisione presa nelle viscere della macchina.
«Questo è Lord Adriano,» disse. Le parole non risuonarono. Caddero come pietre. «Tutti i sistemi di emergenza sono trasferiti al controllo centrale. Iniziate la sequenza di distacco. Preparatevi per la partenza. Obiettivo: Coordinate preselezionate, Sistema Trappist-1. Per il futuro della specie umana.»
Ci fu un attimo di silenzio carico di stupore. Poi, come un unico organismo, i tecnici si girarono verso le loro postazioni. Le dita volarono. Ordini furono urlati, confermati.
L’Arca cominciò a sussultare. Un rombo nuovo, potente e deliberato, sostituì il gemito del reattore ferito. Il suono dei motori di fuga primari.
Mino rimase in piedi davanti alla poltrona vuota. Non si sedette.
Sullo schermo, gli enormi bracci di supporto che tenevano l’Arca nel bacino cominciarono a ritrarsi. I primi getti di plasma bianco-azzurro eruttarono dagli ugelli, illuminando la cupola con una luce da giorno artificiale.
Valerio si era lasciato scivolare a terra, la testa tra le mani. Il suo corpo era scosso da singhiozzi silenziosi. Di sconfitta totale.
Mino sentì un ultimo, piccolo fremito di sé stesso. Provò una pietà immensa per l’uomo accasciato lì. Per tutti loro. Per Ryker Voss e la sua domanda senza risposta.
Poi, anche quello svanì.
Sullo schermo, l’Arca si staccò. Lentamente, maestosamente. Salì, attraversando gli strati della cupola che si aprivano al suo passaggio, sfondando verso il cielo vero, verso lo spazio.
L’uomo che era stato Perrini Mino rimase lì a guardare, mentre la nave che conteneva le ultime speranze dell’umanità scompariva nella volta celeste, lasciando dietro di sé un mondo morente, il rombo dei motori che si affievoliva, e il silenzio.
Un silenzio che, finalmente, era solo suo.