Capitolo 9

Capitolo 9

**Ore dopo il briefing.**

La pioggia non cadeva, perforava. Aghi di ghiaccio che trafiggevano il buio. James Hartley avanzava a testa bassa, la melma che risucchiava i suoi stivali ad ogni passo con uno schiocco umido, osceno. La notte del 3 novembre 1944 respirava come una bestia bagnata. Alle sue spalle, il respiro affannoso di sette uomini, il tintinnio soffocato degli equipaggiamenti, l’odore acre di paura e lana fradicia.

“Fermi.” La voce di Morrison fu un sibilo. La sua mano si alzò, un’ombra contro ombre. Tutti si irrigidirono, diventando estensioni del bosco malato. “Radio muta. Segnali tedeschi, meno di due chilometri. Parlano di… cani.”

La parola si posò tra loro, più gelida della pioggia. James sentì i muscoli della mascella di Cole contrarsi accanto a lui. Il ragazzo stringeva il fucile contro il petto, la spalla ferita irrigidita in uno spasmo. *Si fida di me*. Quel pensiero ora gli bruciava in gola come acido.

Fu Cole a vederli per primo. Un cenno appena percettibile del mento, gli occhi fissi su un punto tra gli alberi scheletrici. Quattro sagome in mantelli impermeabili, elmetti che luccicavano debolmente nel nero. Una pattuglia di routine. Passo rilassato. Una sigaretta che passava di mano. Troppo vicini. Troppo vicini a Waldheim.

James analizzò la scena con una calma che non sentiva sua. Vento a favore. Il fruscio della pioggia che copriva i suoni. Il sentiero stretto li avrebbe portati a dieci metri dalla loro posizione. Non potevano aggirare. Non potevano aspettare.

“Silenzio,” mormorò, la voce un filo d’aria. Incontrò lo sguardo di Morrison. Il tenente annuì, una volta, il volto una maschera di pietra bagnata. L’ordine non venne dato a parole. Venne dato negli sguardi scambiati, nelle mani che lasciavano i fucili per afferrare i coltelli da combattimento, le *fairbairn-sykes* dalle lame opache.

James scelse il primo e il terzo uomo. Morrison indicò gli altri due. Si mossero come spettri, sfruttando il rombo di un tuono lontano.

Il primo tedesco stava ridacchiando, la testa rivolta al compagno. James sentì il battito del proprio sangue nelle orecchie, un martello primitivo. L’odore di tabacco umido, di cuoio bagnato, di brodo di carne rancido sul fiato che arrivava a metri di distanza.

Quando balzò, il tempo si spezzò.

Non c’era pensiero. Solo geometria muscolare. Una mano sulla bocca, strappo all’indietro, gola esposta. La lama trovò lo spazio sotto l’orecchio, affondò nella carne tiepida. Un suono soffocato, gorgogliante. Più sorpresa che agonia. Un caldo improvviso inzuppò il guanto, denso, viscoso. Il corpo si afflosciò contro di lui, pesante, ancora vibrante di vita un attimo prima. James lasciò cadere il peso nel pantano, già girandosi.

Il secondo soldato si stava voltando, la bocca che si apriva per un grido che non uscì. James lo colpì allo stomaco, piegandolo in avanti con un *oof* di aria espulsa. Poi guidò la lama verso l’alto, sotto la gabbia toracica, cercando il cuore. La lama incontrò resistenza, poi scivolò dentro. Un rantolo umido. Le dita del tedesco artigliarono il suo giubbotto, si contorsero, poi si rilassarono. Il peso cedette, trascinandolo quasi a terra.

Dietro di lui, un gorgoglio, il tonfo molle di un corpo che cadeva nella melma.

Poi il silenzio. Rotto solo dalla pioggia.

E dal suono di Cole che vomitava.

James si voltò. Il ragazzo era piegato in due, le mani sulle ginocchia, i conati che lo scuotevano violentemente. Il suo coltello era ancora piantato nel petto del quarto soldato, l’elsa che sporgeva come un moncone metallico. Cole si raddrizzò, il viso un maschera bagnata di pioggia e bile. Tremava. Non per lo sforzo. Tremava tutto, dalle dita alle ginocchia. I suoi occhi erano fissi sul corpo ai suoi piedi, vitrei, incapaci di distogliere lo sguardo dalla macchia scura che si allargava sul mantello.

James si guardò le mani. Il guanto destro era nero, intriso. Sentì una contrazione allo stomaco, un’onda di nausea che risalì dall’intestino. Non era il sangue. Era l’intimità. Il calore di un altro uomo che diventava freddo tra le sue braccia. L’odore dolciastro, metallico, che si mescolava alla pioggia. Si pulì la lama sul pantalone, il gesto meccanico, disgustoso. La stoffa si macchiò di rosso brunastro.

“Controllali.” La voce di Morrison era stranamente piatta.

Cole non si mosse. Continuava a tremare, a fissare.

“Cole!” L’ordine era un colpo secco.

Il ragazzo sobbalzò. Si avvicinò al primo corpo, quello di James. Si chinò, il volto distorto dallo sforzo di non guardare in faccia il morto. Frugò nelle tasche del mantello con dita malferme. Quando si rialzò, teneva un piccolo taccuino di cuoio e alcune lettere. Le aprì sotto la pioggia che iniziava a diradarsi.

“Carta d’identità… e questo,” mormorò, la voce roca. I suoi occhi scorsero le righe. Si fermarono. “Ordini di perquisizione. Per Waldheim.” Deglutì a fatica. “C’è… c’è un elenco. Nomi civili. Ventisette.” Alzò lo sguardo verso James. Gli occhi erano due buchi neri. “Confermano la mappa, capo. Ci sono civili lì.”

Morrison non disse nulla. Si allontanò di qualche passo, voltando le spalle ai corpi. Tirò fuori dalla giacca la busta sigillata, quella che doveva aprire solo dopo aver raggiunto Waldheim. La osservò. La sua mano destra, quella con la cicatrice da ustione, era ferma. Ma l’indice della sinistra tremava. Un tremito impercettibile, rapido, come il battito d’ali di un insetto morente.

Con un gesto brusco, ruppe il sigillo di ceralacca.

La luce dell’alba stava tingendo l’orizzonte di un grigio sporco quando lesse. James vide il cambiamento prima ancora di notare l’impallidire della sua pelle. Fu una contrazione quasi impercettibile intorno agli occhi. Un irrigidimento della mascella che sembrò bloccare il respiro. Le dita di Morrison strinsero il foglio. Le nocche bianche.

“Morrison?” chiamò James, avvicinandosi. “Frank. Cosa c’è?”

Il tenente rimase in silenzio. Gli occhi fissi sulle parole, rileggendole. Poi, lentamente, ripiegò il foglio. Con precisione esagerata. Se lo infilò nel petto, contro il cuore. Quando si voltò, il suo sguardo era vuoto. Distante. Come se guardasse attraverso di loro verso qualcosa di molto più terribile.

“Morrison, per l’amor di Dio,” insisté James. Un groppo di ansia gli serrava la gola. “Gli ordini. Cosa dobbiamo fare?”

Morrison lo guardò. Ci fu una pausa. Un secondo troppo lungo, carico di quel silenzio che pesa più di un urlo.

“Avanti,” disse finalmente. La voce era meccanica. “Obiettivo di osservazione. Ottocento metri.”

La marcia riprese. Più lenta. Più pesante. Il bosco diradò, cedendo a una collina brulla che sovrastava una valle. In fondo, avvolto nelle prime nebbie mattutine, giaceva Waldheim. Un grappolo di tetti di ardesia scura. Un campanile tozzo. Strade strette. Pareva dormire.

James si stese nel fango gelido, estrasse il binocolo. Il vetro si appannò per un attimo, poi il villaggio balzò a fuoco.

Ventitré case. Le contò due volte.
Ventitré comignoli da cui usciva un tenue fumo mattutino.
Una donna che stendeva biancheria in un cortile.
Un uomo che spingeva una carriola.
E nella piazza, un gruppo di bambini – quattro, forse cinque – che correvano in cerchio, inseguendosi. Le loro risate erano troppo lontane per essere udite, ma le vedeva nei salti, nelle braccia aperte.

Il cuore di James fece un tuffo gelido nel suo petto. *Bambini*.

Sentì Morrison sdraiarsi accanto a lui. Per un lungo minuto, nessuno dei due parlò. Osservarono quella scena di normale vita che fioriva nel cuore del territorio nemico, a meno di un chilometro da un deposito di armi chimiche.

“Gli ordini, Frank,” disse James, senza distogliere lo sguardo dal binocolo. Una bambina bionda si era fermata, guardando verso la collina. Per un folle istante, gli parve che i loro sguardi si incontrassero attraverso la distanza e il vetro.

Morrison inspirò profondamente. Come un uomo che si prepara a immergersi in acque nere.
“Non è solo un’evacuazione.”
James abbassò il binocolo. Lo guardò.
“Ordine dell’Alto Comando. Canale diretto.” La voce di Morrison era piatta, ogni parola un sasso gettato in uno stagno morto. “Conferma il deposito. Gas nervino, tipo Tabun. Quantità enorme. Il villaggio è nella direzione del vento dominante. Se quei bunker saltano, se c’è una perdita…”
“I civili,” completò James, la gola secca.
“Evacuazione forzata. Completa. Entro ventiquattro ore prima della nostra azione.”
“Ventiquattro ore? È impossibile. Non ci crederanno.”
“Non è una richiesta.” Morrison lo guardò. I suoi occhi erano pozzi di stanchezza. “È un’evacuazione forzata. Con qualsiasi mezzo necessario. L’obiettivo primario è il deposito. La sicurezza dell’operazione è assoluta. Le vite dei civili… sono un fattore secondario.”

Il vento che sferzava la collina portò un suono: la risata acuta di un bambino, finalmente udibile nella quiete dell’alba. James riportò il binocolo agli occhi. La bambina bionda ora rideva, presa in braccio da un uomo anziano, forse il nonno. Li guardò girare, la gonna della bambina che si gonfiava come un fiore.

Centomila vite, o l’anima.
Adesso, nella luce cruda del mattino, James cominciava a vedere il vero contorno della scelta. Non era un’equazione. Era ventitré case fumanti. Era quella risata portata dal vento.

Morrison si alzò in ginocchio, il fango che gli copriva metà del volto. “Preparatevi. Scendiamo tra un’ora. Dobbiamo parlare con il *burgermeister*.” Si voltò verso James. Per la prima volta, nel suo sguardo, non c’era l’ufficiale. C’era solo un uomo spaventato. “Tu e Cole venite con me. Gli altri coprano le uscite. Nessuno lascia il villaggio.”

“E se si rifiutano?” chiese James. Sapendo già.

Morrison non rispose. Guardò verso Waldheim. Verso i bambini in piazza. Il suo silenzio fu più terribile di qualsiasi esplosione. Fu il suono di un ordine che non poteva pronunciare. Il suono della loro innocenza che si incrinava, per sempre, sotto il peso di un foglio di carta spiegazzato contro un cuore che non voleva più battere.