L’odore della lana umida e del sudore tedesco gli bruciava le narici. James Hartley si sistemò il colletto troppo largo, le stelle di stagno delle mostrine che gli graffiavano la pelle del collo. Il fango del bosco era ancora fresco sugli stivali. La differenza era solo nella divisa. E nella menzogna.
“H-1 in posizione.” Un sibilo nel microfono a cristallo nascosto sotto la giubba. “Perimetro raggiunto.”
Nelle orecchie, il vento. Poi la risposta, piatta come la pietra. “H-2 conferma. Ti abbiamo nel mirino. Nessun movimento est e nord. Procedi.”
Morrison. Da qualche parte sulle alture boscose a ovest, il tenente doveva avere gli occhi incollati al binocolo. Cole accanto a lui, il fucile di precisione già puntato. Hartley inspirò. L’aria sapeva di legna bruciata e di una punta dolciastra, chimica. Un retrogusto metallico sulla lingua.
Il villaggio si svelò davanti a lui. Le ventitré case di legno e pietra, il tetto della chiesa gotica annerito dal tempo. E la piazza. Vuota. La palla di stracci abbandonata vicino alla pompa dell’acqua oscillava leggermente, spinta da una brezza che non si sentiva. Il gracchiare di un corvo sul campanile si spezzava in un’eco secca, solitaria. Nessuna voce di bambino. Nessun battito di porta. Solo il suono dei suoi stivali sul selciato, troppo forte, un battito cardiaco di ferro che annunciava l’intruso.
Attraversò la piazza. Ogni finestra rifletteva il cielo grigio, occhi ciechi e opachi. Ogni porta chiusa respirava un silenzio trattenuto. Sapevano. Dovevano sapere.
Il portone della chiesa era di quercia massiccia, inchiodato con rinforzi di ferro. Chiuso. Accanto, una porticina laterale, bassa, quasi nascosta dall’edera. Socchiusa. Un’ombra scura nel legno scuro.
“Entro.” Mormorò nel microfono.
L’interno lo inghiottì in un gelo di pietra. Le alte volte gotiche svanivano nel buio. File di panche vuote. L’altare, spoglio. E l’odore. Qui era più forte. Quella dolcezza penetrante, mischiata a umidità e muffa. Veniva dal basso.
Una grata di ferro nel pavimento, davanti all’altare. Pesante, annerita. La sollevò. Un gemito metallico si perse nella navata. Sotto, una scala di pietra che scendeva nell’oscurità. Un filo di luce elettrica, giallastra, saliva da quel buco.
“H-2, accesso. Sotterraneo. Probabile ubicazione deposito.”
“Confermato.” La voce di Morrison era un chiodo. “Tempistica ridotta. Pattuglia motorizzata nord. Stima arrivo venti.”
Hartley scese. I gradini erano consumati al centro, viscidi. L’aria si fece densa, pericolosa. In fondo, un corridoio di cemento armato, lampade a filo nudo protette da grate. Il ronzio dell’elettricità era l’unico suono.
Poi, le voci. Tedesco gutturale. Risate soffocate.
Si appiattì contro il muro, il cuore un martello contro le costole. Contò le ombre che si muovevano all’estremità del corridoio. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei.
Sei guardie. SS. Non semplici soldati. Le élite.
Attese che il giro di pattuglia passasse. Il clangore degli stivali sul cemento si allontanò. Sbirciò. Il corridoio principale terminava in una porta blindata, spessa, con una ruota di chiusura. Accanto, una porta più piccola, aperta.
Scivolò dentro.
La stanza era un caos di carte. L’odore chimico qui era così intenso da fargli pizzicare gli occhi. Su un tavolo, mappe, ordini scritti in un tedesco fitto. E casse. Casse di legno marchiate con un simbolo: un teschio con ossa incrociate, sormontato da tre cerchi concentrici.
Ne aprì una, le dita che tremavano così forte che dovette aggrapparsi al coperchio. All’interno, cilindri metallici lunghi, grigi. Le etichette urlavano. “Tabun. Geltost. Nur von Sonderpersonal zu handhaben.”
Tabun. Gas nervino. Incolore, quasi inodore. Agisce in secondi. Morte per paralisi e soffocamento. Una sola bombola poteva sterminare un intero villaggio. Lui ne contò venti in quella cassa sola. E le casse erano dozzine.
“H-2.” La sua voce era un rantolo. “Confermo Tabun. Quantità… industriale. Questo è un arsenale.”
Silenzio nella radio. Poi Morrison, più piatto del solito. “Compreso. Tempistica aggiornata. Convoglio arriva in quindici. Piazzare cariche ora. Obiettivo primario: porta blindata. Usa tutto l’esplosivo.”
“Morrison, qui ci sono centinaia di cilindri. Se salta tutto, il gas…”
“Ordini: neutralizzare minaccia. A qualunque costo. Piazza le cariche.”
*A qualunque costo.* Le parole risuonarono nel cemento armato. Poi, un altro suono. Un fruscio, la voce tesa di Cole. “H-1, attenzione. Movimento alla tua posizione. Lato sud chiesa. Non militare.”
Hartley si avvicinò alla fessura della porta. Il corridoio era vuoto. Ma da una nicchia laterale, una porta di cantina in legno marcio si aprì cigolando.
E uscirono loro.
Prima una bambina, forse sei anni, trecce bionde e vestito logoro. Poi un ragazzino. Un altro. Una donna anziana che li spingeva avanti con gesti silenziosi, frenetici. Sussurrava. “Schnell, schnell. In die Kirche. Sie suchen uns nicht in der Kirche.”
Veloce, veloce. In chiesa. Non ci cercheranno in chiesa.
Civili. Si nascondevano. Nel bunker del gas.
La donna alzò lo sguardo. Occhi azzurri, annebbiati dalla paura, incontrarono i suoi. Vide l’uniforme delle SS. Un gemido strozzato le uscì dalle labbra. Spinse i bambini dietro di sé.
“Bitte,” sussurrò. Poi, in un inglese spezzato: “Please. No hurt. We hide from soldiers. They take men. Please.”
Hartley rimase paralizzato. La bambina più piccola lo fissava da dietro la gonna della donna, il pollice in bocca.
“Cole,” bisbigliò nel microfono, girandosi. “Quanti?”
“Quattro bambini. Una donna anziana. Botola sagrestia. Aspetta… un’altra donna. Incinta. Dio, H-1, è incinta.”
“H-1, ignora.” Morrison tagliò come una lama. “Non parte della missione. Cariche. Ora.”
“Non posso lasciarli qui!”
“Ordini, sergente.” Il tono non ammetteva repliche. “Convoglio arriva in dodici. Se non fai saltare il deposito prima che rinforzino, quell’arsenale finirà sul fronte. Milioni di morti. Contro una manciata.”
Una manciata. La donna lo guardava, e ora nel suo sguardo non c’era più solo paura. C’era una comprensione antica, disperata. Vedeva l’uomo sotto la divisa.
“You… are not them,” mormorò.
Il cigolio degli stivali nel corridoio tornò a farsi sentire. Più vicino.
“H-1, situazione?” Cole, teso.
La donna afferrò la sua mano, dita nodose e fredde come il ghiaccio. “Save them. Take them out. Please.” Indicò la botola. “Tunnel. To forest. Old way.”
Una via di fuga. Un tunnel antico.
“Morrison, c’è un tunnel. Posso farli uscire. Mi servono cinque minuti.”
Il silenzio nella radio fu più assordante di un’esplosione. Poi, la voce del tenente, finalmente scalfita. Da una rabbia fredda, disperata. “Non ci sono cinque minuti. Comando ha aggiornato ordini. Demolizione in dieci, a prescindere dalla tua posizione. Civili compresi. Hanno intercettato comunicazioni. Tedeschi sanno che siamo qui. Area sarà saturata.”
Hartley sentì il pavimento mancargli sotto. “Cosa?”
“Sei dentro un obiettivo nemico di massima priorità. Missione completata. Con o senza di te. Cariche a distanza attivate tra dieci minuti esatti.”
“Mi state sacrificando?”
“Sacrificando un villaggio per salvare una nazione.” La voce si incrinò, appena. “Matematica della guerra, sergente. Ora scegli: muori da eroe facendo saltare quel gas, o muori da traditore nascondendoti in un tunnel. Ma in dieci minuti, questo posto sarà polvere.”
Gli stivali delle SS erano a pochi metri. La donna anziana lo fissava, la sua mano ancora stretta alla sua. I bambini, muti, terrorizzati.
Il fischio nella radio si interruppe. Morrison aveva chiuso il canale.
James Hartley guardò la porta, dove le ombre delle guardie si allungavano già. Guardò la botola aperta, il buio della salvezza possibile. Guardò le casse di Tabun, il grigio metallo che conteneva un inferno futuro.
Dieci minuti.
La matematica della guerra non aveva una variabile per il peso di una mano di vecchia nella tua. Non aveva un’equazione per lo sguardo di una bambina che ti riconosceva, finalmente, come uomo.
Gli stivali si fermarono davanti alla porta dell’ufficio. Un ordine gutturale. Mani sulla maniglia.
Hartley guardò la donna. Annui, una volta, verso la botola. Un cenno impercettibile.
*Vai.*
Poi si girò, afferrò il primo cilindro di Tabun dalla cassa aperta. Freddo. Innocuo. Letale.
La porta dell’ufficio si spalancò.