La radio gracchiò nella tassa di James. Una voce metallica, priva di inflessione, tagliò l’aria umida del seminterrato. “Hartley. Rapporto.”
James non staccò gli occhi dal gruppo ammassato contro il muro di pietra. La torcia tremolava nella sua mano, gettando ombre danzanti su volti scavati. Diciassette. Li aveva contati due volte. La donna anziana che lo aveva supplicato stringeva al petto due bambini, i loro occhi enormi e lucidi fissi su di lui. Altri si stagliavano dietro: uomini con le spalle curve, donne che mormoravano preghiere in un tedesco strozzato.
“Diciassette civili,” rispose. La sua voce gli uscì come un sibilo, le corde vocali tese. “Ci sono bambini.”
Dall’altra parte, solo il ronzio statico. Poi: “Confermato. Ordini restano. Preparati a detonare.”
Il polso di James pulsava sotto il cinturino dell’orologio. Nove minuti, aveva detto Morrison nel capitolo precedente, mentre il convoglio nemico si avvicinava. Nove minuti per svuotare un villaggio che si rifiutava di essere evacuato. Adesso erano meno.
“Non puoi—” iniziò James.
“Hartley.” La voce di Morrison non si alzò di un decibel. Era piatta, chirurgica. “Secondo messaggio da Brennan. Detonazione immediata. Nove minuti. Fine della discussione.”
Il peso schiacciò lo sterno di James, un macigno fisico. La donna anziana – Marta, aveva balbettato – gli afferrò il polso. Le sue dita erano ossa ricoperte di pelle fredda. “Bitte,” sussurrò. Un alito di vento marcio. “Meine Enkelkinder.”
“Dovete uscire,” disse James in un tedesco spezzato. Il cuore gli martellava contro le costole, un tamburo impazzito. “Schnell! Il villaggio… non è sicuro.”
Una donna più giovane, i capelli biondi incollati alle tempie, scosse la testa. Un movimento meccanico, isterico. “Nein! Le SS… hanno detto. Chi lascia il villaggio viene fucilato. Hanno sparato al sindaco. Ieri. L’abbiamo visto.”
La paura aveva un odore. Acido, dolciastro. Si mescolava alla muffa delle pareti e al tanfo di corpi non lavati.
“Cole,” sibilò James nella radio, voltandosi verso l’angolo buio. “Confermi pattuglie di esecuzione?”
La risposta arrivò dopo tre secondi di silenzio. La voce di David era più giovane, tesa ma controllata. “Confermo. Tre civili alla periferia est. Appesi. Il convoglio è a sette minuti, Jamie. E non è solo rifornimento. Camion pieno di SS. Venticinque, forse trenta uomini.”
Sette minuti. Trenta SS. Diciassette civili. I numeri rimbombavano nel suo cranio, senza ancorarsi a nulla.
“Morrison, ascolta.” James deglutì a vuoto. “Possiamo farli uscire dal retro, attraverso il cimitero. Cole copre.”
“Negativo.” La parola fu un colpo secco. “Risco di compromissione troppo alto. Se una SS ti vede, dà l’allarme. Il deposito non viene distrutto. E quel gas, Hartley. Il Tabun. Lo conosci. Ordine diretto di Brennan. O premi tu il detonatore tra otto minuti, o lo faccio io da qui.”
La minaccia non era nel tono. Era nella precisione. James guardò il detonatore nella sua altra mano. Un oggetto nero, innocente. La plastica era sudicia sotto il suo pollice.
Poi guardò Marta. Il bambino più piccolo che nascondeva il viso nella sua gonna logora. L’uomo con gli occhiali spessi che stringeva un libro di preghiere come un’ancora.
Otto minuti.
Qualcosa cedette. Non con un rombo, ma con un suono sordo, interno, come una costella che si incrina. Staccò la spina della radio e la gettò nell’ombra. Il *click* finale risuonò nella cripta.
“Cole,” disse, sapendo che il suo compagno, dall’alto nella torretta di osservazione, sentiva ancora. “Sto disobbedendo. Li porto fuori. Uno per uno. Porta laterale sul cimitero.”
Nessuna risposta verbale. Solo il suono, pochi secondi dopo, di rami spezzati e fango schizzato attraverso la radio abbandonata. David stava scendendo.
James si avvicinò a Marta. Le sue ginocchia erano di gelatina. “Du. Zuerst.” Le prese il bambino più piccolo dalle braccia, un peso caldo e tremante contro la sua giacca fradicia. Con l’altra mano afferrò il braccio della donna, pelle e ossa. “Seguimi. Silenzio.”
La scalinata di pietra sembrava salire all’infinito. Ogni suo passo echeggiava come una confessione. Spinse la porta laterale, legno marcio che cedette con un gemito soffocato. La pioggia fredda lo schiaffeggiò in faccia. Il cimitero si stendeva davanti a loro, lapidi oblique come denti marci nel fango.
“Verso le tombe vecchie. Poi bosco,” sussurrò, spingendola gentilmente. Lei annuì, un cenno rapido, e si immerse nella cortina di pioggia, trascinando l’altro bambino.
James tornò di corsa giù. Il tempo si frammentò in respiri.
Uno: l’uomo anziano che zoppicava, il suo respiro un fischio.
Due: la ragazza adolescente, le lacrime silenziose che si mescolavano alla pioggia.
Tre: una madre con un neonato avvolto in uno scialle.
Quattro: un ragazzo, forse quindici anni, gli occhi spalancati.
Cinque: un’altra donna, che mormorava incessantemente.
Li guidava attraverso la porta, indicando la sagoma di Marta che scompariva tra le lapidi. Le sue mani – le vide mentre afferravano un braccio – tremavano. Un tremito fine, incontrollabile.
Al sesto civile, David Cole emerse dall’oscurità, fradicio, il fucile a tracolla. I loro occhi si incontrarono. Nessun saluto. David annuì, un cenno secco, e prese il braccio di una donna tremante. “Piano,” disse, voce bassa e rassicurante. “Ce la fa. Andiamo.”
“Cole! Hartley! Rispondete!”
La voce di Morrison esplose dalla radio che David aveva al fianco. L’altoparlante era attivo. Non urlava. Era gelida, tagliente.
“Ammutinamento in zona combattimento. Conseguenze estreme. Hartley, stai condannando migliaia di nostri uomini per diciassette tedeschi?”
James ignorò la voce. Afferrò due bambini gemelli, li sollevò. Sette, otto. Nove con la loro madre che li seguiva. Undici civili erano fuori. Sei rimasti nella cripta. L’aria gli bruciava i polmoni, ogni respiro un coltello.
“Il convoglio!” La voce di David, dalla soglia, un sibilo teso. “Li vedo! Cinque veicoli, piazza principale!”
I fari squarciarono la pioggia, lame di luce bianca che illuminarono le lapidi in un tableau grottesco. Portiere che si aprivano con tonfi metallici. Stivali che schiacciavano il fango. Comandi urlati in tedesco, voci giovani e dure.
“Vai! Vai!” sibilò James, spingendo l’ultimo uomo, quello con gli occhiali, verso David. Il libro di preghiere scivolò dalle sue mani, cadde nel fango con un tonfo molle.
Il mondo esplose.
Una raffica di mitra. In aria. Un avvertimento. Le sagome fuggenti erano state avvistate.
David si voltò di scatto, spingendo l’uomo con gli occhiali dietro una grande lapide di marmo. “James, copertura!”
James estrasse la Luger. Il metallo era freddo, familiare in modo sbagliato. Sparò due colpi verso i fari. Non per colpire. Per accecare, per creare caos.
Una voce tedesca urlò un ordine. Una seconda raffica, più bassa. Pallottole che sibilavano tra le lapidi, scheggiando la pietra. Frammenti bianchi volarono come denti spezzati.
Vide la madre bionda inciampare, il bambino che le scivolava dalle braccia. Esitò.
“Vai!” gli urlò David. “Io li tengo!”
James fece per girarsi quando lo vide. Un soldato SS, giovane, il volto un’ombra dura sotto l’elmetto, avanzava a zig-zag tra le tombe. Non puntava a James. Puntava al bambino, il piccolo corpo rannicchiato e piangente accanto a una lapide.
Tutto si cristallizzò.
Il soldato SS alzò il fucile. Una Mauser. La canna nera si allineò sul bambino.
David Cole lo vide. Non ci fu un grido. Non ci fu esitazione. Si lanciò dalla copertura in uno scatto felino. Non sparò. Si mise in mezzo. Un salto, un volo d’uccello contro il cielo di piombo.
Il *crack* del fucile fu secco, definitivo. Diverso dal crepitio delle mitragliatrici.
David sobbalzò. Un colpo di frusta invisibile al centro del petto. Il suo fucile gli sfuggì dalle dita. Barcollò all’indietro. Un passo. Due.
James corse. Il tempo si allungò, divenne denso, melmoso. Raggiunse il compagno proprio mentre le ginocchia cedevano.
Lo afferrò, crollando con lui dietro la lapide. Il peso di David era già diverso. Inerte. La pioggia batteva sui loro volti, lavando via il fango, mescolandosi ad altro.
“No. No, no, no.” Le mani di James frugarono, incontrarono la stoffa fradicia. Calda. Inzuppata di un liquido spesso, più scuro dell’acqua, che gli riempiva le scanalature delle dita.
David lo guardò. I suoi occhi, normalmente pieni di una luce ironica, erano dilatati. Sorpresi. Le sue labbra si aprirono. Non uscì un suono, solo un respiro roco, gorgogliante. Un suono umido, interno. Il suo petto si sollevò in uno spasmo.
“Il… il…” riuscì a farfugliare. Una bolla di sangue scarlatto si formò all’angolo della sua bocca, crepò.
James guardò oltre la lapide. Il soldato SS era a terra, colpito da qualcuno sulla collina – Morrison? Il bambino era sparito, trascinato via. “Salvo,” ansimò James, premendo le palme sul petto di David, cercando di comprimere l’oceano che fuoriusciva. “È salvo, David.”
Un tremito attraversò il corpo di David. I suoi occhi, fissi su James, persero la messa a fuoco. Cercarono qualcosa oltre la sua spalla, oltre la pioggia, lontano. Si spensero. Non ci fu sorriso. Solo un rilassamento improvviso, totale, come se tutte le corde che lo tenevano insieme si fossero spezzate in una volta.
James rimase inginocchiato nel fango, le mani immerse nel calore del suo amico. La battaglia intorno a lui si attenuò in un ronzio lontano. Sentì i motori riavviarsi, rombanti. Le SS che si ritiravano verso il deposito? Un ultimo sparo, isolato. Poi, solo la pioggia. E il suono del suo respiro, un rantolo straziante che gli lacerava la gola.
Dalla radio caduta vicino, la voce di Morrison arrivò, ora piatta, esangue. Morta.
“Hartley. Convoglio direzione chiesa. Novanta secondi. Poi detono io.”
James guardò il volto di David, già cereo sotto il diluvio. Guardò verso il bosco dove undici civili, forse, stavano fuggendo. Guardò la porta della cripta, dove sei anime aspettavano nel buio.
Sei. Non diciassette. Sei.
Novanta secondi.
Le sue braccia, che stringevano il corpo senza vita, non tremavano più. Erano di pietra. E nel gelo di quella pietra, una comprensione iniziò a formarsi, parziale, terribile: ogni scelta era un tradimento. Ogni secondo un abbandono. E l’eroismo, se esisteva, non era una fiamma. Era questa pietra gelida che cresceva dentro, seppellendo tutto, a partire dal cuore.