Il sangue di David Cole era caldo sulla pelle di James. Troppo caldo. Sgusciava tra le sue dita che premevano invano, cercando di tappare l’irrimediabile. Ogni respiro di David era un fischio bagnato, una bollicina scarlatta che gli scoppiava agli angoli della bocca.
“Hai fatto… la cosa giusta, fratello.” La voce di David, un sussurro raschiato. I suoi occhi, già velati, cercavano un fuoco che non trovavano. “Salva… Sarah. Dille che…”
La frase si spense. Il corpo, un attimo prima teso dal dolore, divenne un peso inerte. Il bambino tedesco piagnucolava dietro un muro di macerie, un suono ovattato, irreale.
Poi il mondo esplose.
Non un suono. Una cancellazione. James vide le fiamme prima di sentirle – un’onda arancione e nera che eruttò dal sagrato, inghiottendo la torre, la luce del giorno. Il calore gli bruciò le ciglia. Il boato arrivò dopo, un ruggito che gli fece scoppiare i timpani, sostituito da un fischio acuto, permanente.
L’onda d’urto lo sollevò da terra. Il corpo di David gli fu strappato via. Volò all’indietro, attraverso una finestra in frantumi, in una stanza che crollava. Legno, pietra, polvere. Il buio lo reclamò senza cerimonie.
***
Il dolore tornò prima della coscienza. Un martello ritmico alle tempie. Sapore di ferro e polvere. Un peso insopportabile sul petto. James aprì gli occhi al buio. Non era buio notturno. Era buio di terra, di detriti. Un raggio di luce polverosa tagliava l’oscurità, illuminando particelle che danzavano come insetti impazziti. Respirare era una tortura. Con uno sforzo che gli strappò un gemito, spinse via la trave che gli gravava sul torace. L’aria che riempì i suoi polmoni era oleosa, carica dell’odore dolciastro della cordite e di qualcos’altro, di carne bruciata.
Memorie a frammenti. David. Il bambino. La chiesa.
*Sei civili ancora all’interno.*
Si sollevò sui gomiti e il vomito lo colse di sorpresa, acido e amaro. La stanza – forse una cucina – era semidistrutta. Attraverso il tetto squarciato, un cielo notturno reso arancione dal riverbero di un enorme incendio. Waldheim bruciava. Il crepitio delle fiamme era l’unico suono, coprendo il fischio nelle sue orecchie.
Una sagoma si materializzò nell’apertura dove una volta c’era una porta. Uniforme americana, sporca ma intatta.
“In piedi, Hartley. Non è il momento di fare la siesta.”
La voce del Tenente Morrison era piatta, senza eco. James lo fissò, cercando di mettere a fuoco il pensiero. Le parole di David gli risuonavano nella testa martoriata. *Hai fatto la cosa giusta.*
“I civili…” riuscì a raspare, la gola una ferita aperta.
Morrison non rispose. Si avvicinò, afferrò James sotto le ascelle con una presa brutale e lo tirò in piedi. Le gambe di James cedettero, molli come budella.
“Cammina. O ti trascino.”
Lo sostenne, o meglio lo trascinò, fuori dalla casa crollata. La strada era un inferno. La chiesa non esisteva più. Al suo posto, un cratere fumante, circondato da un tappeto di macerie carbonizzate. Le fiamme leccavano le case vicine, illuminando scene di orrore congelato. James cercò disperatamente con lo sguardo i civili che aveva portato fuori. Vide solo forme indistinte, troppo immobili.
“Il convoglio tedesco è passato,” disse Morrison, tirandolo giù per una stradina laterale, lontano dal calore che faceva sudare il sangue. “Ora setacciano le rovine. Per noi.”
Correvano, o meglio, Morrison correva e James rimbalzava come un fardello. Il dolore ovunque, ma soprattutto dentro, un vuoto che si allargava dove prima c’era la certezza. Uscirono dal villaggio, nei campi bui. L’aria della notte sulla pelle ustionata fu uno strappo. Dietro di loro, Waldheim era un falò che illuminava la bassa coltre di nuvole.
Dopo un tempo indefinito, Morrison lo fece cadere in un fosso, poi scivolò giù dopo di lui. Un rifugio per attrezzi agricoli mezzo diroccato. Morrison lo spinse dentro attraverso una porta di legno marcio.
L’interno era buio, impregnato dell’odore di muffa e fieno vecchio. Morrison accese una torcia elettrica, posandola su una cassetta di legno. La luce tagliente rivelò le pareti di pietra grezza, i ragni, il volto di James coperto di sangue, terra e cenere.
“Dove…” La voce di James si incrinò. “Cole… gli altri?”
Morrison si appoggiò alla parete opposta, estraendo la sua borraccia. Bevve un sorso lungo, gola che si muoveva a pompa. Poi la tese. I suoi occhi, nella penombra, non riflettevano la luce.
“Cole è morto. Lo hai visto.” Pausa. La borraccia rimase sospesa. “Gli altri sei. Uccisi durante la ritirata.”
Le parole rimbalzarono. Non entrarono. James fissò la borraccia. L’acqua dentro ondeggiava. Le sue dita cominciarono a tremare, un tremito fine che partiva dalle ossa.
“Come?”
“Fuoco amico.” Morrison abbassò la borraccia, non offrendola più. “Pattuglia di carri armati nostri. Hanno aperto sul primo movimento.”
Fuoco amico. Due parole. James sentì un brivido violento percorrergli la schiena, nonostante il calore che ancora gli cuoceva la pelle. Il tremore alle mani si fece più forte, incontrollabile. Cercò di stringere i pugni per fermarlo. Non ci riuscì.
“Accade,” disse Morrison. La sua ombra sulla parete era un gigante deforme. “Soprattutto quando l’operazione è… compromessa.”
James alzò lo sguardo. Le parole uscirono prima che il pensiero si formasse. “Tu… hai premuto il detonatore.”
“L’ordine era chiaro.”
“C’erano ancora persone dentro!” Non era un urlo, era uno strappo. La nausea tornò, un conato secco che lo piegò in due.
Morrison non si mosse. “Sei persone.” Ogni sillaba era un chiodo battuto a freddo. “Contro la sicurezza dell’operazione Overcast. Contro migliaia di uomini. Il calcolo era corretto.”
Il gelo dentro James si frantumò. Un’ondata di furore cieco, bianco. Si lanciò in avanti. Non era un attacco, era il crollo. I pugni chiusi, le unghie che si conficcarono nei palmi.
Morrison parò il primo colpo con l’avambraccio, un movimento secco. Devia il secondo. Un pugno corto, preciso, nello stomaco di James. Il fiato gli sfuggì in un *whoosh* doloroso. Morrison gli afferrò il braccio, gli torse la schiena contro il petto, lo schiacciò contro la pietra umida. Il viso di James si stampò contro il freddo viscido del muro.
“Finiscila.” Il sibilo di Morrison gli bruciò l’orecchio. Il respiro dell’uomo era regolare, calmo. “Non è mai successo. Ufficialmente.”
James ansimava, la pietra che gli graffiava la guancia. “Ti farò impiccare… Processare…”
Una risata. Breve, secca. “Processare?” La presa si strinse di un grado. “Brennan non mi ha solo dato l’ordine di far saltare il deposito.”
Silenzio. Solo il loro respiro affannoso.
James smise di lottare. Il corpo gli si afflosciò. Morrison sentì la resa, allentò la presa, ma non lo lasciò andare.
“Aveva ordini.” La voce di Morrison era più bassa, quasi confidenziale. “Eliminare la squadra dopo il completamento. Pulizia. Niente testimoni scomodi.”
Le parole gocciolarono nella mente di James come acido. Il tremore riprese, più profondo, dalle viscere. Vide le labbra di Morrison muoversi, ma il suono arrivò distorto, come sott’acqua.
“La loro morte… non è stata un incidente.” Morrison fece una pausa, forse aspettando una reazione che non venne. “Era il piano B. Tu e Cole avreste dovuto essere dentro quella chiesa.”
Il vuoto che si aprì fu più nero di qualsiasi buio. James riuscì a girarsi appena, sopra la spalla. La voce che uscì non sembrava la sua. “E perché io no?”
Morrison finalmente lo lasciò andare. James scivolò lungo il muro, le gambe che non lo reggevano più. Il tenente lo fissò. Nella luce tremula della torcia, James vide qualcosa incrinarsi in quello sguardo. Non rimorso. Stanchezza. Una pesantezza antica.
“Cole è morto facendo l’eroe.” Morrison estrasse una sigaretta. Il *flick* del cerino fu esageratamente forte nel silenzio. La fiamma illuminò linee scavate. “Tu eri già fuori. Cambiare la storia… più complicato.” Fece un tiro, il fumo uscì a lento velo. “E ho visto il tuo viso mentre tiravi fuori quel bambino.”
James fissò il pavimento di terra. Un insetto gli corse vicino al ginocchio. Non ebbe la forza di scacciarlo.
“Allora uccidimi.” La sua voce era piatta, spenta. “Completa la missione.”
Morrison scosse la testa. Un movimento lento. “Non serve più. La missione è fallita. Il caos è totale. Brennan avrà il suo rapporto pulito: obiettivo distrutto, squadra sacrificata eroicamente.” Un altro tiro. La brace arrossò. “Noi due abbiamo una scelta.”
James non alzò lo sguardo. Aspettava. Il colpo alla nuca. Il coltello tra le costole. Qualcosa che ponesse fine al tremore.
“Opzione uno.” Morrison espirò fumo. “Torniamo indietro. Tu racconti la tua versione. Io racconto la mia. Brennan e tutto l’apparato militare sosterranno la mia.”
James sentì un formicolio alle dita. Iperventilazione. Cercò di controllare il respiro. Non ci riuscì.
“Tu sarai un ammutinato.” Morrison scandiva le parole, martellanti. “Un vigliacco che ha disobbedito agli ordini. Corte marziale. Forse la fucilazione. Di sicuro il disonore.”
Ogni parola era un peso che lo schiacciava più in basso nella polvere.
“La tua Sarah non riceverà mai la lettera di Cole.” Morrison fece una pausa. “Non saprà mai che è morto pensando a lei. Saprà solo che è morto perché il soldato semplice James Hartley ha perso il coraggio.”
Sarah. Il nome fu un lampo nel buio, subito spento dalla marea di fango che sentiva salirgli dentro. Chiuse gli occhi. Vide il sorriso di David, distorto dal sangue. Un’immagine fissa, bruciata.
“Opzione due.” La voce di Morrison era più vicina. Si era accucciato davanti a lui. James sentì l’odore di tabacco e sudore. “Dimentichiamo. Tutto.”
James aprì gli occhi. La luce della torcia gli trafisse la retina.
“Waldheim non è mai esistito.” Morrison parlava piano, come a un bambino. “La chiesa è crollata per un bombardamento tedesco. I civili sono vittime di guerra. La nostra squadra, fuoco amico durante una ritirata eroica.”
Le parole si mescolavano, perdevano senso. Eroi. Tragici sopravvissuti. Medaglie postume.
“Tu ed io, gli unici sopravvissuti.” Morrison lo fissava dritto negli occhi. “E tu potrai consegnare di persona quel messaggio a Sarah. Vivere con quello che hai fatto, invece di morire per quello che non hai fatto.”
Il silenzio che seguì fu spesso, palpabile. James sentiva il proprio cuore battere in gola, un tamburo sporco e irregolare. Il tremore era diventato un brivido costante, come se avesse la febbre. La stanchezza era un peso di piombo su ogni singola cellula del suo corpo. Pensare era uno sforzo titanico, come muoversi nella melma.
Vivere.
Morire.
Sarah.
David.
Le immagini si accavallavano, si frantumavano. La logica era un lusso che non poteva permettersi. C’era solo l’istinto di sopravvivenza, animale, primordiale, e il desiderio lancinante che tutto finisse.
“Sarah…” La parola gli uscì dalle labbra screpolate, un soffio. Non era una domanda. Era l’unico punto fermo in un universo che crollava.
Morrison rimase immobile per un secondo infinito. Poi, un lieve, impercettibile cenno del capo. Non trionfo. Non pietà. Semplicemente riconoscimento.
“Te lo dirò quando saremo tornati.” Si alzò, le ossa che scricchiolavano. “Ora riposa. Domani iniziamo a dimenticare.”
James lasciò che la testa ricadesse all’indietro contro la pietra. Gli occhi si chiusero da soli. Il crepitio dell’incendio lontano era diventato un rumore di fondo, il battito cardiaco di una bestia morente.
Dimenticare. Una parola vuota. Sapeva, in qualche angolo remoto e intatto della sua mente, che niente di questa notte sarebbe mai andato via. Si sarebbe solo sepolto più in profondità, avvelenando ogni respiro futuro.
Ma in quel momento, stremato, frantumato, con il sapore della polvere e della menzogna già in bocca, quella fossa comune di bugie sembrava l’unico posto dove poteva ancora distendersi e smettere di tremare.
L’accettazione non arrivò come una decisione. Arrivò come un cedimento.