Capitolo 7

Capitolo 7

Il municipio di Thionville puzzava di cera, muffa e paura. L’odore acre della candeggina non riusciva a coprire quello, più sottile e persistente, del terrore asciugato nel legno dei pavimenti. James Hartley seguì il capitano Brennan attraverso corridoi dove le cornici vuote segnavano il posto dei quadri rubati. I loro passi echeggiavano su piastrelle sconnesse, un ritmo funebre. Il freddo umido del luogo gli penetrò la giacca, aderendogli alla pelle come una seconda uniforme, sudicia.

La stanza del sindaco era una tomba di marmo. Un’unica stufa a legna scoppiettava debolmente in un angolo, le sue fiamme arancioni danzando su una parete di libri rilegati in pelle. Calore che non arrivava mai a destinazione. Brennan si mise dietro la scrivania massiccia, ma non si sedette. Stava in piedi, rigido, le mani dietro la schiena. Non era solo.

Accanto alla finestra, con lo sguardo fisso sul villaggio grigio che si stendeva oltre i vetri sporchi, c’era un uomo dalla uniforme impeccabile. Maggiore, stando alle stellette. Taglio su misura, nessuna traccia del fango che imbrattava ogni cosa a Thionville. L’uomo si voltò con una lentezza studiata. Occhi color ghiaccio che scrutarono James dalla testa ai piedi, poi si fermarono sulle sue mani sporche, sulle unghie rotte. La disattenzione di un chirurgo che valuta un campione. Non disse una parola. La semplice presenza dell’ufficiale riempiva la stanza di una pressione silenziosa, come se l’aria stessa si fosse addensata.

“Hartley.” Brennan. La sua voce era piatta, ufficiale. Mancava del solito tono grezzo, quello da trincea. “Il maggiore Edward Sullivan. Arrivato da Parigi questa mattina.”

Sullivan annuì appena. Un movimento del mento di un centimetro, forse due. Non un saluto. Una registrazione. Tornò a guardare fuori dalla finestra, ma James sentiva il peso di quello sguardo anche di spalle. Ogni suo respiro, ogni piccolo movimento veniva misurato, archiviato.

“Hai fatto un buon lavoro sul ponte della Mosella.” Brennan non era un complimento. Era una constatazione, letta da un rapporto. “Per questo, e per la tua condotta sotto il fuoco nemico, il comando ha deciso di riconoscere il tuo valore.”

Brennan aprì un cassetto. Il legno cigolò, un suono acuto nel silenzio. Estrasse due strisce di stoffa. Le lasciò scivolare sulla scrivania. Non le gettò. Le posizionò. Mostrine da sergente.

“Promozione sul campo. Effettiva immediatamente.”

L’aria nella stanza sembrò ritirarsi. James guardò le mostrine, il tessuto nuovo che luccicava sinistramente alla fioca luce. Poi guardò le proprie mani. Fango della trincea di ieri sotto le unghie, screpolature alle nocche. Sentì il sapore metallico del panico in gola, una moneta sporca sulla lingua.

“No, signore.”

Le parole gli uscirono prima che potesse fermarle. Piatte, secche.

Brennan alzò lo sguardo. Un muscolo gli tremò alla mascella, una pulsazione rapida sotto la pelle. “Scusa?”

“Non le voglio.” Il sudore freddo sotto la camicia formava una mappa di disagio lungo la sua schiena. “Non le merito. Sono sopravvissuto per puro culo su quel ponte. Cole è morto. Altri tre ragazzi sono morti. Sopravvivere non è un merito, capitano.”

Dal finestrone, Sullivan emise un suono. Un’espirazione breve, controllata. Non di fastidio. Di noia. Brennan arrossì, un rossore cupo che salì dal collo fino alle tempie, macchiando la sua pelle pallida.

“Non è una questione di merito, Hartley.” La voce di Brennan si fece più grezza, scavata. L’uomo da trincea che riaffiorava per un istante. “È una questione di necessità. E non è una richiesta.”

Fu Sullivan a parlare. Si era voltato, e ora le sue spalle coprivano metà della finestra, creando una sagoma scura contro la luce grigia. La sua voce era calma, levigata, ogni parola un colpo di scalpello su marmo. “È un ordine. Diretto dal comando supremo. Le tue… remore morali sono toccanti. Irrilevanti.”

James fissò il maggiore. L’uomo non sorrideva, non aggrottava la fronte. Le labbra si muovevano, il resto del volto immobile come un calco. “Perché?” chiese James, e la sua voce suonò strana, troppo acuta, come di un ragazzo. “Perché a me?”

Brennan e Sullivan si scambiarono un’occhiata. Una comunicazione silenziosa, rapida. Fu Brennan a rispondere, ma James capì che stava recitando un copione. Le sue dita tamburellarono una volta, due, sul legno della scrivania.

“Perché hai dimostrato di saper pensare sotto pressione. E perché,” una pausa calcolata, il tamburellio cessò, “la tua scheda personale indica un uomo con poche… attaccamenti. Famiglia lontana. Nessuna moglie o fidanzata ufficiale. Un soldato… discreto.”

*Discreto*. La parola rimase sospesa nell’aria, mescolandosi al fumo della stufa. Voleva dire sacrificabile. Voleva dire che la sua morte non avrebbe causato troppe domande.

“L’operazione per cui sei stato selezionato.” Sullivan si avvicinò alla scrivania. I suoi passi non facevano rumore sulla moquette consumata. “È classificata. Livello Blackwood. Hai sentito questo nome prima?”

Il cuore di James fece un tonfo sordo contro le costole. *Blackwood*. La parola nella foto che la dottoressa Cortez gli aveva mostrato una vita dopo. Il buco nero da cui tutto era iniziato. Scosse la testa, una menzogna muta. Le sue dita si contrassero ai fianchi.

“Richiede l’infiltrazione dietro le linee nemiche.” Sullivan continuò, ignorando la negazione. Le sue mani, pulite, con le unghie tagliate perfettamente, si posarono ai bordi della scrivania. Non si appoggiò. Sostenne il peso del corpo sulle braccia tese. “Un villaggio nella foresta del Palatinato. Waldheim.”

Brennan aprì una cartella militare. La carta sussurrò. Fece scivolare una fotografia aerea sulla scrivania, accanto alle mostrine rifiutate. Bianco e nero granuloso. Una macchia scura di alberi, e nel suo cuore, una radura con edifici compatti. Non sembrava un villaggio. Sembrava un diagramma tattico. Strade a linee dritte, geometria militare.

“Waldheim non è un obiettivo qualsiasi.” Brennan. Il suo dito, sporco di inchiostro, indicò un complesso più grande alla periferia. Una struttura bassa, lunga, con un cortile interno. “Qui. Ex monastero benedettino. Convertito. Intelligence sospetta sia un centro di comando avanzato, forse un deposito per qualcosa di più che munizioni. La vostra missione è confermare. E se possibile, neutralizzare.”

*Vostra*. La parola risuonò come una campana a morto nel silenzio della stanza.

La porta dell’ufficio si aprì senza bussare. Frank Morrison entrò, chiudendola alle sue spalle con un click preciso. Anche la sua uniforme era pulita, ma su di lui non sembrava una maschera. Sembrava un’armatura troppo grande. I suoi occhi incontrarono quelli di James per un attimo. In quello sguardo: risolutezza, e sotto, una specie di pietà anticipata, come quella di un uomo che guarda un condannato sul patibolo.

“Tenente Morrison.” Sullivan, senza calore. “Sarà l’ufficiale comandante della squadra d’assalto per l’operazione Blackwood.”

Morrison annuì verso il maggiore, poi verso Brennan. Il suo sguardo tornò su James. “Hartley. Mi hanno detto che sarai il mio sergente.”

Non era una domanda. Era la ratifica di una condanna. James sentì le gambe farsi molli. Voleva gridare. Ma il gelo negli occhi di Sullivan, la tensione irrigidita nelle spalle di Brennan, la quieta e terribile accettazione sul volto di Morrison, formavano una gabbia.

“La squadra sarà composta da dieci uomini in totale.” Brennan, tornando pragmatico. “Tu e Morrison ne selezionerete altri otto. Uomini discreti, come te. Volontari preferibilmente, ma se necessario…” Lasciò la frase in sospeso. Il significato era chiaro.

Sullivan estrasse altre foto dal dossier. Le posò una dopo l’altra sulla scrivania, con meticolosa precisione, allineandole. Ingrandimenti granulosi. Dettagli del complesso: un muro di cinta spesso, feritoie, un bunker semi-interrato. Una foto, scattata da grande distanza, mostrava una fila di camion coperti entrare nel cortile.

“Avrete tre giorni di addestramento accelerato con un istruttore speciale.” Sullivan. La sua voce era un nastro registrato. “Poi sarete paracadutati a venti miglia dall’obiettivo. Dovrete infiltrarvi, osservare, agire. Le comunicazioni saranno minime. Una volta dentro, sarete soli.”

*Soli*. La parola finale. Morrison prese una delle foto, la studiò. Le sue dita lasciarono una leggera impronta di umidità sull’angolo. “Difese?”

“Presunte pesanti. Pattuglie regolari. Il villaggio stesso è probabilmente pieno di personale militare o collaborazionisti.” Sullivan incrociò le braccia. La stoffra dell’uniforme non si stropicciò. “È considerata una missione ad altissimo rischio. Il tasso di sopravvivenza stimato dal comando è inferiore al trenta percento.”

Disse la cifra con la stessa impassibilità con cui avrebbe letto un rapporto meteorologico. Trenta percento. Tre possibilità su dieci. Una moneta truccata, il lato della morte più pesante.

James guardò fuori dalla finestra. Nel cortile del municipio, due soldati stavano scaricando casse da un camion. Ridevano per qualcosa. Una risata normale, umana, che sembrava provenire da un altro pianeta. Lui era già altrove. Era già nella foresta scura attorno a Waldheim, nell’odore di pino e paura, nell’attesa del primo sparo.

“Quando partiamo?” chiese Morrison. La sua voce era ferma, ma la mascella era serrata.

“Addestramento comincia domani all’alba. Paracadutismo notturno di inserimento tra cinque giorni, condizioni meteo permettendo.” Brennan finalmente si sedette, come se il peso della conversazione lo avesse stancato. I suoi occhi, però, non abbandonarono James. “Hartley. Le mostrine.”

James guardò le strisce di stoffa. Non erano un riconoscimento. Erano un marchio. Il marchio dell’uomo scelto per guidare altri sette uomini in una tomba di cemento tedesca. Prese un respiro che gli bruciò i polmoni. Allungò una mano. Le dita gli tremavano, un tremito fine che partiva dal polso. Le odiò per quella debolezza. Afferrò le mostrine. La stoffra ruvida gli sembrò scottare, come se tenesse in mano un pezzo di metallo arroventato.

“Bene.” Sullivan. Un commento neutro, come se avesse appena visto un meccanismo eseguire la sua funzione. “Ora uscite. Dovete preparare la lista dei nomi entro stasera. Il maggiore e io abbiamo altro di cui discutere.”

Morrison si mise sull’attenti, un gesto rapido e automatico. Poi si voltò verso la porta. James lo seguì, le mostrine strette nel pugno così forte che le nocche scricchiolarono. La maniglia della porta era fredda, di ottone consumato, liscia al centro per il tocco di mille mani.

Oltre la soglia, nel corridoio buio dove l’odore di muffa era più forte, Morrison si fermò. Si passò una mano sul viso, un gesto rapido, furtivo. Per un istante, la maschera dell’ufficiale comandante si incrinò. Sotto, c’era solo un uomo spaventato e troppo giovane.

“Otto nomi, Hartley.” Un sussurro raschiato. “Pensa a otto nomi. Uomini su cui puoi contare quando l’inferno si aprirà sotto di noi.”

James annuì, senza fiato. Nella sua mente, già vedeva i volti. I ragazzi della sua compagnia. Le risate in trincea, le paure condivise, le piccole confidenze scambiate nel buio. Rossi, con la sua chitarra malconcia. Il giovane Moretti, che parlava sempre della sua ragazza a Milano. Il vecchio sergente Bruni, che sapeva come accendere un fuoco con qualsiasi cosa. Ora doveva scegliere. Doveva mettere dei nomi su quelle probabilità, trasformare persone in percentuali.

Morrison si allontanò, i suoi passi che si perdevano nel corridoio, echeggianti e solitari. James rimase lì, immobile, schiacciato dal peso delle due strisce di stoffa che stringeva nel pugno. Un sudore freddo gli colava lungo la colonna vertebrale. Fuori, dalla strada, arrivò il rumore di un motore che si avviava, uno schiarirsi di gola metallico. La vita, la normale, terribile vita della guerra, andava avanti.

Lui, ora, era già morto. E doveva decidere chi portare con sé nella tomba di cemento chiamata Waldheim. Le mostrine nella sua mano non erano tessuto. Erano biglietti per un treno. E toccava a lui distribuirli.