Capitolo 6

Capitolo 6

La polvere sollevata dall’auto della dottoressa Cortez impiegò un tempo sospeso a posarsi sulla terra rossa del Montana. James Hartley la osservava dalla finestra della cucina, le dita contratte attorno alla tazza di caffè freddo. Quattro ore di strade sterrate, aveva detto al telefono con quella voce ferma, da città. Non aveva chiesto permesso. Era arrivata.

Il motore si spense. Un silenzio più profondo del solito calò sulla proprietà, rotto solo dal gemito del vento tra i pini. Hartley non si mosse. Lasciò che la donna scendesse, che osservasse la casa di tronchi scuri, il tetto di lamiera, la veranda che cedeva su un lato. Lasciò che sentisse l’isolamento come un muro. Forse sarebbe tornata indietro.

I suoi passi invece si avvicinarono, decisi, sulla ghiaia. Scricchiolii che a lui, abituato al silenzio, suonavano come colpi di martello. Si staccò dal vetro, le ginocchia che protestavano con un dolore sordo e familiare. Non andò alla porta principale. Scivolò invece nell’ingresso laterale, dove il fucile da caccia, una Winchester .308, era appoggiato al muro, lucida e mortale come il ricordo di chi la usava.

La maniglia della porta d’ingresso cigolò, poi i colpi. Tre, netti.

Hartley aprì la porta laterale senza far rumore, fece il giro della casa. La vide di spalle, con il cappotto marrone, i capelli scuri raccolti, il braccio alzato per bussare di nuovo.

“Si volti.”

La voce gli uscì più graffiante del previsto, un ringhio che non usava da decenni. La donna si irrigidì, ma non trasalì. Si girò lentamente, le mani ben visibili, vuote. I suoi occhi, grigio-verdi, lo inchiodarono senza paura. Non era giovane, aveva linee di esperienza attorno alla bocca, allo sguardo. Stava dritta, spalle squadrate, come un soldato sul posto di guardia.

“Signor Hartley. Sono la dottoressa Helen Cortez. Ne abbiamo parlato al telefono.”

“Sulla mia proprietà non c’è permesso di caccia,” disse lui, puntando il fucile, la canna ferma nonostante l’artrite che gli mordeva le nocche. “E non ricevo visite. Torni da dove è venuta.”

Ella non indietreggiò di un millimetro. Scavalcò con lo sguardo la canna del fucile, fissandolo in volto. Cercava qualcosa. Non l’eroe, non il reduce. Cercava il ragazzo spaventato del ’44. E lui sentì che l’aveva trovato.

“Non sono qui per cacciare. Sono qui per parlare. Di qualcosa che è successo molto tempo fa.”

Hartley non batté ciglio. “Non so di cosa parla.”

“Di una missione. In Germania. Prima della fine.” Le parole non erano un elenco, ma esche gettate con cura. “Di uomini che hanno dovuto fare scelte. E di altre scelte che sono state fatte per loro.”

“Lei ha sbagliato casa.”

“Non credo.” Lentamente, senza movimenti bruschi, la Cortez infilò una mano nella borsa di tela che portava a tracolla. Hartley alzò di un centimetro la canna del fucile. “Sto solo prendendo una fotografia. Una sola. Poi, se me lo ordinerà ancora, me ne andrò.”

Estrasse una cartellina di plastica trasparente. La tenne alta, rivolta verso di lui. Una foto in bianco e nero, grana fine, militare. Un gruppo di uomini in uniforme fradicia, sfocati dallo scatto frettoloso. Sullo sfondo, una struttura di cemento armato, semidistrutta. E in primo piano, con un binocolo in mano e il volto in profilo, un uomo.

Il capitano Richard Brennan. La mascella squadrata, il berretto inclinato, quell’aria di controllo assoluto che non abbandonava mai, nemmeno sotto il fuoco. Hartley sentì il respiro bloccarsi in gola. Il fango della Mosella gli risalì lungo le caviglie, un ricordo fisico, viscerale. L’odore di acqua putrida e cordite.

La sua mano, quella che non reggeva il fucile, cominciò a tremare. Un tremito fine, incontrollabile. Abbassò la canna, non completamente, ma abbastanza da non puntare più al centro del petto della donna.

“Dove l’ha presa?”

“Archivi. È venuta fuori da poco.” Abbassò la foto. “Ci sono documenti. Rapporti. Uno in particolare… menziona il suo nome. Dice cose. Cose che non tornano.”

Un suono secco, amaro, gli sfuggì dalla gola. “Cose.”

“Io non ci credo,” disse la Cortez, dritta al punto. Lo fissava, e in quello sguardo non c’era pietà, non c’era la morbosa curiosità dei cacciatori di medaglie. C’era una determinazione fredda, lucida. La determinazione di chi cerca un puzzle e sa che un pezzo non combacia. “Il rapporto è strano. Contraddittorio. E Brennan non firmò mai la versione finale. Morì nel ’89. Cancro. Non parlò mai di quella missione con nessuno.”

Brennan morto. L’informazione lo colpì, ma non lo sorprese. I fumatori accaniti, quelli che fumavano anche sotto il mortaio, finivano tutti così. Non provò dolore. Solo un vuoto antico.

“Lei è venuta fin qui per dirmi che non crede a un pezzo di carta?” mormorò lui, la voce rotta.

“Sono venuta perché c’è un nome. David Cole. Caduto in azione quel giorno. Ma come, non è scritto. E perché,” aggiunse, estraendo un altro foglio, “ci sono altri nomi. Civili. Sei. Trovati morti lì dentro. Anche di loro non si parla.”

Il nome di Cole fu un pugno nello stomaco. Hartley chiuse gli occhi. Rivide il ragazzo biondo, la spalla insanguinata, gli occhi dilatati dal panico e dal dolore. *Non mi lasci, Hartley. Per favore, non mi lasci qui.*

Aprì gli occhi. Il fucile gli pesava come un cadavere tra le braccia. Fece un passo indietro, poi si girò e rientrò in casa dalla porta laterale, lasciandola aperta.

Un attimo di esitazione, poi sentì i suoi passi seguirlo. Attraversò la cucina, andò al lavello, appoggiò il fucile con un tonfo sordo. Le sue mani, ora libere, tremavano apertamente. Prese la caffettiera, già preparata, e accese il fornello a gas. La fiamma azzurra scoppiettò.

“Si sieda,” disse, senza voltarsi.

Helen Cortez entrò, chiudendo la porta alle sue spalle. La cucina era pulita, spartana. Un tavolo di legno massiccio, due sedie. Una finestra sul campo. Odore di legna, caffè e disinfettante.

Si sedette, appoggiando la borsa ai piedi. Lo osservava muoversi, i movimenti misurati di un uomo abituato a convivere con il dolore fisico e a nascondere quello altro. Teneva le mani appoggiate sul tavolo, ferme. Aspettava.

“Il caffè è forte,” disse lui, versando il liquido nero in due tazze smesse. “Come al fronte.”

Gliene porse una. Le loro dita non si toccarono, ma lei vide le sue vibrare, tanto che il liquido ondeggiò pericolosamente. Lui si sedette di fronte a lei, pesantemente. Bevve un sorso, chiudendo gli occhi come se fosse medicina.

“Cole… Cole non è morto come dicono,” disse all’improvviso, gli occhi ancora chiusi. Non era una confessione, era un sasso gettato per testare la profondità dell’acqua. “Durante l’assalto, no.”

La Cortez non prese il taccuino. Rimase immobile, la tazza tra le mani, un’ancora di normalità. “Cosa è successo a Cole, signor Hartley?”

Hartley scosse la testa, lentamente. “Brennan… Brennan voleva il bunker pulito. Dentro c’erano le macchine, i codici. E c’erano loro. Gente normale. Una famiglia. Si erano rifugiati lì.” Bevve un altro sorso, ma aveva il sapore della bile. “Brennan diede l’ordine. Non potevano lasciare testimoni.”

“Dio mio,” sussurrò la Cortez, il colore che sfumava dal suo volto.

“Io… dissi di no. Dissi che li avremmo portati con noi. Cole era ferito, ma poteva camminare.” Una risata strozzata. “Stupido. Brennan mi guardò e basta. Mi tolse il comando. Ordinò ai suoi di… fare quello che andava fatto.”

Si interruppe. Nella cucina non c’era suono, solo il ticchettio lontano di una goccia dal rubinetto. Ogni *tic* un colpo di pistola nel silenzio.

“Cole,” incalzò lei, dolcemente. “Cole cosa fece?”

Hartley guardò le sue mani. Vedeva ancora il fango sotto le unghie, quel giorno. “Cole… sentì gli spari.” Le sue dita, ora, si contrassero. Un tremito che partiva dalle ossa. “Li sentimmo tutti. Erano nel corridoio accanto.” L’odore immaginario di polvere da sparo bruciata gli pizzicò le narici. “Cole impazzì. Si alzò, con la spalla che sanguinava, e si lanciò contro Brennan. Disse che lo avrebbe denunciato.”

Si fermò di nuovo. Il ricordo era un blocco di ghiaccio in gola.

“E Brennan?” La voce della Cortez era un filo, che lo tirava fuori dal bunker.

“Brennan non esitò.” Hartley schioccò le dita. Il suono secco fece sobbalzare entrambi. “*Pop*. Un solo colpo, alla testa. Pulito. Cole cadde come un sacco.” Guardò finalmente la donna. Nei suoi occhi nocciola vide riflessa una desolazione così profonda che lei quasi distolse lo sguardo. “Poi si voltò verso di me. E disse: ‘Ora hai un motivo in più per non parlare mai, Hartley. Se lo fai, dico che è stato tu a sparare a Cole per coprire il tuo ammutinamento. E a quei civili’.”

Helen Cortez trattenne il respiro. La storia che usciva da quell’uomo tremante non era l’eroica presa di un bunker. Era un omicidio a sangue freddo e un ricatto.

“E i civili?” chiese, quasi senza voce.

“Li finirono. Tutti.” La voce di Hartley si ridusse a un sussurro roco. “Io… non feci nulla. Stetti lì, in piedi, con il fumo che galleggiava, e il suono dei pianti che si era spento. Brennan scrisse il rapporto. Io ero quello sbagliato, quello che aveva fatto casino. Lui l’eroe.”

Posò la tazza. Il tremito ora era in tutto il corpo, una scossa fine e continua.

“Perché non parlò? Dopo?”

Hartley finalmente la guardò. “Perché avevo paura. Perché ero solo un ragazzo. E perché… Brennan mi disse che se avessi parlato, avrebbe fatto in modo che la mia famiglia lo sapesse. Che mio padre, che era così orgoglioso, avrebbe saputo che suo figlio era un traditore secondo le carte.” Abbassò la testa. “E poi, col tempo… la paura diventò vergogna. La vergogna diventò questa.” Fece un gesto vago intorno a sé, alla casa isolata, alla vita vuota.

Helen Cortez rimase in silenzio per un lungo momento. Poi, lentamente, aprì la borsa e tirò fuori un registratore a cassetta, piccolo, nero. Lo posò sul tavolo tra loro.

“Signor Hartley,” disse, la voce ferma ma non dura. “Quello che mi ha raccontato è… importante. È una verità sepolta. Io voglio capirla. Voglio che sia ascoltata, un giorno.”

Lui fissò il registratore come fosse una tarantola. Scosse la testa con violenza. “No. No, assolutamente no. Se lo mette su quel suo libro, io…”

“Non deve finire sul libro,” lo interruppe lei. “Non subito.” Spinse il registratore verso di lui. “Lo tenga lei. È la sua storia. Io… voglio solo ascoltarla. Tutta. Da capo. Da prima. Fino a dopo. Voglio capire, non giudicare. E le prometto, le giuro, che non pubblicherò una riga, non mostrerò una prova, finché lei sarà vivo.”

Lo guardava dritto negli occhi, sfidando la sua diffidenza, la sua paura decennale.

“Perché?” chiese lui, confuso. “Che ci guadagna?”

“La verità,” rispose semplicemente. “A volte è l’unica cosa per cui vale la pena guidare per quattro ore su strade sterrate. A volte è l’unica cosa che può dare un po’ di pace. Anche se arriva troppo tardi.”

Fuori, il vento aumentò, fischiando tra gli stipiti della vecchia casa. James Hartley guardò il registratore. Poi guardò le sue mani, quelle stesse mani che non erano riuscite ad alzare il fucile per difendere David Cole o quelle persone innocenti. Forse, per la prima volta, non stavano tremando per la paura, ma per il sollievo di aver finalmente detto ad alta voce l’orrore.

Allungò una mano. Non verso il registratore. Verso la sua tazza di caffè. La sollevò in un gesto strano, quasi un brindisi.

“Allora si accomodi, dottoressa Cortez,” disse, e la sua voce era un po’ più ferma. “La storia è lunga. E fa molto, molto freddo, laggiù nel bunker.”