L’acqua della Mosella era nera come petrolio e fredda come la tomba. Il legno della barca d’assalto gemette sotto James Hartley quando il primo proiettore nemico squarciò il cielo alle 0415. Un fascio di luce bianca, accecante, scivolò sull’acqua, trasformando le gocce di pioggia in aghi d’argento. Poi il tuono arrivò: non quello del cielo, ma quello delle MG42 dalla sponda opposta. Il suono era una tela che si strappava, infinitamente, accanto alle orecchie.
“Remate! Remate, cazzo, se volete vedere domani!” urlò una voce che si perse nel frastuono.
James afferrò il remo, le sue mani già intorpidite. L’acqua schizzava, gelida, in faccia. Davanti a lui, il soldato semplice David Cole spingeva con tutto se stesso, i tendini del collo in rilievo come corde, i denti scoperti in una smorfia che non era più un sorriso. La barca, sovraccarica, sembrava muoversi nel fango.
Un lampo. Un sibilo. Uno schiocco umido, diverso da tutti gli altri suoni.
Cole emise un guaito, un suono da animale ferito. Il suo remo perse ritmo, poi scivolò in acqua. James lo vide piegarsi, la mano destra che si serrava a artiglio sulla spalla sinistra, dove la stoffa della divisa si stava già impregnando di un nero più scuro della notte.
“Sono stato… sono stato preso,” ansimò Cole, il respiro un fischio corto. I suoi occhi erano due pozzi vuoti nello shock.
“L’altra braccia! Usa l’altra, soldato!” gli urlò James contro, ma la sua voce era un sussurro rauco nel caos. Vide Cole annuire, impugnare il remo con la sinistra, le vene del braccio che sembravano scoppiare. Continuava a spingere, ogni movimento una contorsione silenziosa.
La barca accanto esplose. Un lampo arancione, silenzioso nel boato generale, e poi pezzi di legno e carne si innalzarono contro il cielo illuminato a giorno. Qualcosa di caldo e umido schizzò sulla guancia di James. Non guardò. Non poteva.
La prua urtò contro qualcosa. La riva. Non era una spiaggia, ma un groviglio di radici e fango in pendenza.
“Fuori! Tutti fuori, muoversi!”
James si gettò nell’acqua che gli arrivava al petto, il freddo che gli strappò un rantolo. Si voltò. Cole barcollava, il volto cereo. Due soldati dietro di loro scivolarono, inghiottiti dal fiume insieme al peso del loro equipaggiamento. Le loro mani artigliarono l’aria per un secondo, poi sparirono. Nessuno si fermò.
Con uno sforzo che gli bruciò i polmoni, James afferrò Cole sotto le ascelle e lo trascinò verso la riva. Il fango succhiava i suoi stivali, voleva trattenerli. Ogni passo era una battaglia. Il respiro di Cole era un rantolo caldo e umido contro il suo collo.
“Lasciami, Hartley,” gemette Cole. “Ti rallento.”
James non rispose. Stringeva solo più forte. Raggiunse un cumulo di terra, si arrampicò, rotolò con Cole lontano dall’acqua che continuava a essere crivellata.
Poi un’ombra gli bloccò la luce dei razzi.
“Hartley! Stato maggiore, cazzo? Ordini!”
Sergeant Thomas Wade era lì, il volto una maschera di fango e furore. Il suo fucile puntava verso la collina buia, da dove partivano la maggior parte dei colpi. La sua voce era un abbaiare secco, ogni parola un proiettile.
“Cole è ferito, Sergeant!”
“Vedo il sangue, soldato. Barellieri. Loro. Tu. Collina. Ora.” Le frasi spezzate, l’ordine assoluto. “Lo lasci e avanzi. Punto.”
James guardò la collina. Un inferno di lampi. Poi guardò Cole, che stringeva la spalla, il sangue che ora gli colava tra le dita, lento e denso. I barellieri erano fantasmi che correvano nel caos, ma nessuno si stava dirigendo verso di loro.
“Non posso lasciarlo qui,” disse James, e la sua stessa voce gli sembrò arrivare da lontano.
Gli occhi di Wade si restrinsero a due fessure. “Ordine diretto, Hartley. O obbedisci, o ti faccio passare per ammutinato. Lascialo. È un numero. Lo siamo tutti.”
Il mondo si restrinse al volto pallido di Cole e agli occhi gelidi di Wade. Il rombo della battaglia diventò un ronzio sordo. James scosse la testa, un piccolo movimento, quasi involontario.
“Mi dispiace, Sergeant.”
Afferrò di nuovo Cole e, chinandosi, si diresse barcollando verso l’unico riparo in vista: il guscio di una casa bombardata, a venti metri di distanza. Il tetto era crollato, un muro era aperto come una ferita. Si aspettava una pallottola nella schiena ad ogni istante. Sentiva il punto preciso tra le scapole, come se già lo bruciasse. Non arrivò.
Strisciarono dentro attraverso l’apertura. L’interno era buio, odorava di polvere, calcinaccio e quel dolciastro marcio della carne in decomposizione. Adagiò Cole contro un muro ancora in piedi.
“Stupido… eroe stupido,” rantolò Cole, ma la sua mano sinistra cercò quella di James per un secondo, una stretta debole e umida.
I passi furono rapidi, decisi, due colpi secchi di stivali sul pietrisco. Lieutenant Frank Morrison irruppe nel rudere, la pistola M1911 in pugno, lo sguardo che passò da Cole a James con un’intensità chirurgica.
“Hartley,” disse, e la sua voce era piatta, metallica. “Disobbedienza a un ordine diretto sul campo.”
“Cole sarebbe morto, sir.”
“E forse morirai tu. E altri con te. Conti elementari.” Morrison si avvicinò, fino a che James poté vedere le piccole schegge di fango incastrate nelle rughe ai suoi occhi. “Questa non è la fattoria. Qui ci sono due tipi: quelli utili e quelli morti. A volte consecutivi. Prendi un fucile. Esci. Spara al primo cappotto grigio che vedi. Oppure, giuro su Dio, vi faccio fucilare entrambi per codardia. Scelta tua.”
La minaccia non era urlata. Era peggio: era dichiarata, un fatto semplice come la pioggia che cadeva. James guardò Cole, che chiuse gli occhi, annuendo impercettibilmente. *Fallo*, diceva quel cenno. *Fallo per tutti e due*.
James uscì dal rudere. Il mondo era diventato un quadro di Bosch illuminato a razzi. Scene a scatti: uomini che correvano, cadevano, sparavano. Un soldato giaceva faccia a terra, il suo M1 Garand a pochi metri dalle sue mani aperte. James si avvicinò, si chinò. Le mani del morto erano pulite, quasi bianche nel bagliore intermittente. Prese il fucile. Il metallo era freddo. Il calcio di legno, consumato.
Si accucciò dietro un cumulo di macerie. Alzò la testa. A trenta metri, un movimento. Un elmetto tondeggiante. Un cappotto grigio-verde. Un soldato tedesco stava ricaricando, spalle leggermente girate, protetto solo a metà da un tronco d’albero.
James incollò la guancia al calcio. Il mirino tremava, danzava sul dorso grigio del nemico. *Spara*, gli diceva un impulso primitivo nel cranio. *Spara o muori*. Ma il suo dito sul grilletto era di pietra. Quell’uomo là, che ricaricava con gesti meccanici, aveva una vita? Una madre? Scriveva lettere?
Un proiettile fischio vicinissimo alla sua testa, scheggiando la pietra davanti a lui. Un frammento gli tagliò la guancia. Il panico, puro e animale, gli strizzò lo stomaco in un nodo di ferro. Chiuse gli occhi per un millisecondo. Quando li riaprì, il suo dito si contrasse.
Il botto del Garand fu un pugno nella spalla. Il rinculo gli scosse le ossa. Vide il soldato tedesco sobbalzare, come colpito da una mano invisibile. Non cadde subito. Si girò lentamente, cercando la fonte del colpo. I loro sguardi si incontrarono, per un frammento di secondo, attraverso la pioggia e la polvere. Poi l’uomo scivolò giù, dietro il tronco, e non si rialzò più.
James non sentì trionfo. Sentì un vuoto improvviso nel petto, come se il proiettile avesse portato via qualcosa di suo. Poi arrivò il tremore. Iniziò dalle ginocchia, un vibrare incontrollabile che risalì lungo le cosce, allo stomaco, alle braccia. Il fucile nella sua presa oscillava come se avesse vita propria. La sua bocca si riempì di saliva, acida e densa. Si piegò in due e vomitò a secco, conati violenti che gli scossero la gabbia toracica. Nello stomaco solo bile, amara, e il retrogusto di metallo della paura. Quando i conati cessarono, rimase inginocchiato, il respiro un singhiozzo. Guardò le sue mani. Non erano le sue. Erano le mani di qualcuno che aveva appena fatto una cosa. La dissociazione fu un velo di cotone tra lui e il mondo, attutendo i suoni, appannando i colori.
“BRENNAN! A DESTRA, PORCA MISERIA!”
Era la voce di Wade. Meccanico, James si voltò. Il Sergeant puntava verso un edificio più a monte. In quel momento, una finestra al primo piano esplose in una palla di fuoco silenziosa. Una granata.
Il tempo rallentò. Vide Wade voltarsi, la bocca aperta in un urlo che non arrivò mai alle sue orecchie. Vide il lampo bianco avvolgerlo, sollevarlo da terra con delicatezza macabra. Il corpo del Sergeant atterrò a cinque metri di distanza, disteso sul fianco.
James corse verso di lui, strisciando. Wade era ancora vivo. La parte destra del suo giubbotto era una macchia nera e fumante. Il suo volto era illeso, stupito. I suoi occhi cercarono quelli di James, li agganciarono.
“Mia… moglie…” sussurrò. Le sue labbra formarono il nome due volte, senza suono. “Clara.”
Poi uno sbuffo, un tremito che percorse tutto il corpo. E lo sguardo si fissò nel nulla, diventando opaco come l’acqua del fiume. La pioggia cominciò a lavargli il fango dalla fronte, in rivoli puliti su pelle sporca.
James rimase inginochiato, paralizzato. La guerra non era più rumore e confusione. Era questo: il peso preciso di un uomo che se n’era andato, e il nome di una donna che ora era sola in un mondo che non lo sapeva ancora.
Una mano lo afferrò per la spallina e lo tirò in piedi con forza brutale. Era Morrison. Il Tenente non guardò nemmeno il corpo di Wade. I suoi occhi erano vitrei, professionali.
“Wade è morto. La tua squadra è senza NCO. Adesso comandi tu, Hartley.”
Le parole rimbalzarono contro il velo di cotone. “Io… cosa? No, sir, non posso…” La voce di James era fioca, estranea.
“Puoi. E lo farai.” Morrison non alzò il tono. Era una constatazione. “Quei tedeschi in quella casa. Devono essere eliminati. Prendi Miller, Johansson e Peters. Aggirate da sinistra. Li stanate. È un ordine.”
La promozione era una condanna a morte, e James lo sapeva, ma la consapevolezza faticava a farsi strada attraverso lo shock. Scosse la testa, lentamente. “Sir, non… non sono… Wade era il sergente. Io sono solo…”
Morrison gli si parò davanti, a un palmo di distanza. “Wade era. Ora non è. Il vuoto si riempie. Sempre. Tu o un altro. Scelta mia. È te. Obiettare?”
Negli occhi di Morrison non c’era spazio per il rifiuto. Solo la necessità brutale di mantenere la macchina in funzione. James sentì un altro tremore, interno questa volta. Annui, meccanicamente.
Si trascinò dietro un muro più basso, lontano dagli sguardi. Il crampo allo stomaco esplose di nuovo. Si piegò in due e vomitò. Non c’era più nulla, solo spasmi amari che gli lasciavano il sapore del rame in bocca. Singhiozzò a vuoto, gli occhi brucianti.
Quando si rialzò, sfregandosi la bocca con il dorso della mano tremante, lo sguardo gli cadde sulla riva che avevano appena lasciato. I razzi illuminanti stavano calando, ma nella luce morente poté contare le sagome scure distese lungo la linea d’acqua. Una, due, tre… undici. Undici forme che non si muovevano più, alcune mezze sommerse, altre distese sulla terra come offerte oscure. Undici uomini che alle 0400 avevano mangiato la loro razione K, avevano scritto lettere mentali, avevano avuto paura. Undici David Cole che non avevano avuto un James Hartley, o per cui James Hartley non era bastato.
Prese un respiro profondo. L’odore era ora di polvere da sparo, pioggia, vomito e morte. Il fucile, ancora caldo dove l’aveva tenuto stretto, pesava una tonnellata.
“Miller! Johansson!” chiamò, e la sua voce non tremò quanto si aspettava. Suonò piatta, spenta. “Con me. Dobbiamo prendere quella casa.”
Si voltò verso il rudere dove aveva lasciato Cole. Una figura con una fascia bianca sulla manica stava chinandosi sull’apertura. I barellieri, finalmente. Forse c’era una possibilità. Forse no.
James Hartley non era più un soldato semplice. Era un sopravvissuto, un assassino, e ora un capo. La collina, buia e crivellata di fuoco, aspettava. E lui capì, con una chiarezza fredda e parziale, che non sarebbe mai più sceso da quella collina, nemmeno se fosse sopravvissuto. Una parte di sé era rimasta lì, nella pozza di vomito, accanto al corpo di Wade, fissando gli occhi del primo uomo che aveva ucciso.