Capitolo 4

Capitolo 4

Il fango non era terra. Era una sostanza grigio-verde, oleosa, che succhiava gli stivali con un bacio umido e schifoso. Marco Bellini sentì il suo peso prima ancora di scendere dal cassone. Un’adesione viscida che prometteva di non lasciarti andare mai.

Il convoglio da Le Havre aveva impiegato tre giorni. Tre giorni di strade che erano crateri, di ponti che erano memorie, di un rombo costante che vibrava nelle ossa più che nell’aria. Adesso, nel campo vicino a Nancy, quel rombo aveva un ritmo. Distinto. Minaccioso.

«Paradiso, ragazzi,» grugnì l’autista, sputando un grumo scuro nel fango. «Benvenuti.»

Luca Santoro scivolò giù accanto a lui. Il movimento era fluido, troppo controllato. La fotografia di Anna – non Sarah, Anna – scomparve nella tasca del petto dopo una rapida, furtiva pressione delle dita. «Cristo santo,» sussurrò. Non era un’invocazione. Era una constatazione.

Tende color melma che sembravano crescere dal terreno marcio. Uomini che si muovevano a testa bassa, sagome informi di fango e stanchezza. L’odore colpì Marco per primo: un muro di sudore acido, benzina, escrementi. E sotto, una nota dolciastra, metallica. Come ferro lasciato sotto la pioggia.

«Allineamento!»

La voce non urlava. Raschiava. Veniva da un uomo in piedi davanti a una tenda più grande, l’unica con una bandiera sbiadita. Il Capitano Richard Brennan. La sua uniforme era sporca, ma non fangosa. Gli stivali luccicavano di un lucido opaco. Gli occhi, del colore dell’acqua stagnante, fecero la spola lungo la fila dei nuovi arrivati.

Marco sentì quello sguardo fermarsi su di lui. Non era un esame. Era un’inventario. Poi lo sguardo scivolò via, disinteressato. Una pedina di scarso valore già valutata e archiviata.

«Siete rimpiazzi,» disse Brennan. Il tono era piatto, il rombo dell’artiglieria a est faceva da basso continuo alle sue parole. «La statistica dice che il quaranta per cento di voi non vedrà novembre. Il vostro compito è obbedire. Non pensare. Obbedire. Il Tenente Morrison vi assegnerà.»

Frank Morrison si staccò dall’ombra della tenda. Sembrava diverso dalla nave. Più vecchio. Le occhiaie erano lividi violacei, e una tensione nuova gli serrava la mascella, rendendola una linea di gesso. «Bellini. Santoro. Secondo plotone, terza squadra. Con me.»

La loro nuova casa era un buco lungo una trincea che serpeggiava nel terreno come una cicatrice infetta. Morrison indicò due pale accatastate contro sacchi di sabbia sventrati. «Scavate. Più profondo è, più a lungo vivrete. L’artiglieria amica è imprecisa quanto quella nemica. Non fidatevi del rombo alle vostre spalle.»

Per ore, Marco e Luca spalarono. Il fango pesava il doppio. Ogni palata strappava un gemito dai muscoli della schiena, bruciava le palme non abituate. Marco imparò a distinguere i suoni: il *tonfo* sordo dei mortai alleati, il *crac-crac-crac* secco delle MG42 tedesche, l’urlo lontano che si spegneva troppo in fretta.

«Qui è dove finiscono i sogni, Marco,» disse Luca a un certo punto, appoggiandosi alla pala. Il suo respiro era un fischio. Il sudore aveva tracciato solchi puliti sul viso sporco. «Nelle Ardenne, ho sentito, i tedeschi… fanno pulizia. Prigionieri? Solo problemi.» Fece un gesto vago, due dita alla tempia. I suoi occhi, sempre così vivaci, erano opachi. «Morrison lo sa. Brennan lo sa. Siamo numeri. Numeri da spendere.»

Marco aprì la bocca per dire qualcosa – una bugia su come sarebbero stati attenti, fortunati – ma la lingua gli si seccò contro il palato. Invece, affondò la pala con più forza. Le vesciche sulle sue mani si lacerarono, e il sangue si mescolò al fango grigio-verde, scomparendo all’istante.

Quando Morrison fu convocato nella tenda comando, il silenzio scese sulla trincea come una coperta umida. Brennan era sparito dentro due ore prima. La lampada a petrolio dietro la tela cerata proiettava ombre giganti, danzanti. I veterani, quelli con le uniformi irriconoscibili e lo sguardo vuoto, scambiarono uno sguardo. Uno solo. Poi tornarono a fumare le loro sigarette rollate, aspirando il fumo come se fosse l’ultima aria pulita sulla terra.

La razione K arrivò al tramonto. Marco si sedette sullo zaino, le dita intorpidite che combattevano con il barattolo di carne. L’aprì. L’odore lo colpì in faccia: grasso rancido, sale, qualcosa di morto da tempo. Mandò giù un boccone. La gelatina fredda e granulosa gli si appiccicò all’esofago. Il suo stomaco, già annodato da ore di paura, si contorse violentemente. Si girò e vomitò nel fango, il corpo scosso da conati amari che non portavano via nulla, solo vuoto.

Luca non rise. Gli passò una borraccia. «La prima volta è sempre così. La decima fa uguale schifo, ma almeno tieni giù.»

La notte cadde come un coperchio di piombo. I lampi dell’artiglieria a est illuminavano il cielo a intermittenza, un temporale perpetuo e maligno. Morrison tornò che erano quasi le ventidue. Il suo volto, alla luce fioca di una torcia schermata, era una maschera di pietra levigata dall’orrore. Radunò la terza squadra con un cenno.

«Ascoltate,» sussurrò. La sua voce era roca, tagliava l’umidità della notte. «Domani. Attraversamento della Mosella. L’operazione è stata anticipata.» Fece una pausa. I suoi occhi cercarono ogni volto nell’oscurità, uno dopo l’altro, come se stesse incidendo nomi su una lapide mentale. «Il comando vuole una testa di ponte a est. La nostra compagnia è punta di lancia.» Un altro silenzio, rotto solo dal respiro affannoso di qualcuno. «Non fate piani per dopodomani. Non tutti torneranno indietro.»

*Non tutti torneranno.*

La frase rimase sospesa nell’aria fetida, più concreta di qualsiasi ordine. Marco sentì un gelo sottile insinuarglisi nelle ossa, un freddo che non c’entrava con la notte. Accanto a lui, Luca tirò fuori di nuovo la fotografia. Alla luce fioca, il sorriso di Anna era un lampo di un altro mondo, un universo parallelo di normalità impossibile.

Più tardi, con una torcia coperta da un panno sporco, Marco cercò di scrivere. La lettera alla madre. Quella scritta sulla nave era piena di frasi vuote, di coraggio finto. Adesso la matita gli tremava sopra il foglio umido, disegnando segni incerti.

*Cara mamma, siamo accampati. La campagna francese è molto diversa da casa. Il cibo è strano. I ragazzi della squadra sono in gamba. Il tenente Morrison ci guida bene.*

Mentiva. Ogni parola era un tradimento. Voleva scrivere *ho paura, una paura che mi si è annidata nello stomaco e rosicchia, ho visto uomini che camminano ma hanno già gli occhi dei morti, ho vomitato la mia razione e domani potrei affogare in un fiume di cui non so pronunciare il nome*. Ma non lo fece. Invece, la verità uscì in dettagli microscopici: la consistenza granulosa del fango, l’angolo preciso della pala, il modo in cui l’eco di ogni *boom* risuonava nel suo petto cavo, come un secondo cuore malato. La paura era lì, tra le righe, in codice.

Alle 03:30, non serviva la sveglia. Nessuno aveva davvero dormito. Brennan emerse dalla tenda e si piantò davanti alla compagnia, un’ombra tagliente contro il bagliore intermittente dell’orizzonte.

«Operazione Attraversamento,» annunciò. La voce era un coltello affilato dal gelo. «Inizia alle 0400. Obiettivo: stabilire e tenere una testa di ponte a est della Mosella. Resistenza pesante attesa. Barche al punto d’imbarco. Tenente Morrison, li conduca.»

Niente discorsi. Niente gloria, patria, libertà. Solo un orario, un obiettivo, una probabilità. Marco incrociò per un attimo lo sguardo di Brennan. Non c’era più disinteresse, adesso. C’era un’attesa clinica. L’attesa di vedere se quel particolare pezzo della macchina si sarebbe rotto al primo utilizzo. Marco capì, con una chiarezza che gli gelò il respiro, che al Capitano non sarebbe importato né dispiaciuto in alcun caso.

Morrison fece un cenno. «Terza squadra. Avanti.»

Si mossero nella nebbia bassa, una processione di fantasmi verso il gorgoglio sinistro del fiume ancora invisibile. Il passo di Luca accanto al suo era meccanico, troppo regolare, il passo di un uomo che ha già accettato una verità. Marco cercò di inspirare, ma l’aria era spessa, intrisa di umidà e di quel dolciastro metallico che ora riconosceva.

Poi, attraverso la coltre grigia, arrivò il suono.

Non il rombo. Un altro suono. Più vicino. Più liquido.

Lo sciabordio debole dell’acqua contro il legno. Un tonfo smorzato. Un altro.

Erano arrivate alle barche.

Marco si fermò, i piedi affondati nel fango della riva. Davanti a lui, nell’oscurità che precedeva un’alba che forse non avrebbe visto, le sagome scure delle barche d’assalto dondolavano sull’acqua nera della Mosella. Aspettavano. Il rombo, adesso, non veniva da quindici chilometri di distanza.

Veniva dall’altra parte.