La USS Wakefield grugniva nel porto di New York, un mostro di acciaio con la pancia spalancata. Inghiottiva un fiume di kaki. Marco Bellini si sentì un verme. Un parassita infinitesimale in un organismo troppo vasto per comprenderlo. Il fango veneto, quello vero, delle risaie, si era seccato sui suoi scarponi mesi prima. Ma l’odore che lo colpì in faccia salendo la passerella era peggio: disinfettante acido, sudore umano rancido, nafta. Tremila uomini. Tremila storie, tremila paure che rimbombavano nella stiva come un brusio d’api impazzite.
«Testa bassa. Segui il flusso,» sibilò Luca Santoro al suo fianco, lo zaino che sembrava pesare la metà. «Non guardare in alto. Non farti notare.»
Farsi notare. Condizione naturale per Marco. La scala di corda e metallo oscillava, pericolosa, sotto il peso della colonna. Un marinaio dall’espressione spenta, appoggiato alla ringhiera, sputò un getto di tabacco. Sfiorò la spalla di Marco. Nessun commento. Solo uno sguardo vuoto che attraversava i corpi come fossero sacchi postali.
Geometria claustrofobica. La stiva. Amache su cinque livelli, così vicine che il respiro del vicino ti accarezzava la faccia. Aria densa, satura. Vapore di nafta, sudore, l’odore dolciastro e profetico del vomito. Trovarono i loro posti: due brande di tela sospese a mezz’altezza. Luca prese quella inferiore con un cenno deciso.
«Tu cadi di più,» disse. Senza sorridere.
Il mal di mare arrivò come un predatore. Non capogiro. Rivolta dell’anima. I primi quattro giorni, Marco li passò aggrappato al bordo dell’amaca, il mondo che si torceva in spirali nauseabonde. Il rollio costante non era movimento. Era tortura. Ogni oscillazione scavava nella pancia, svuotandolo di dignità. Di ogni pasto razionato.
Fu Luca a prendersi cura di lui. Comparendo con secchi puliti. Con fette di pane raffermo da masticare per assorbire l’acido. Con sorsi d’acqua che sapevano di metallo. «Respira. Focalizzati su un punto,» la sua voce, un’ancora nel caos. Marco fissava una saldatura sul soffitto. Uno scarabeo d’acciaio. Cercava di respirare al ritmo dei gemiti della nave. In quelle ore di debolezza totale, il ricordo delle parole del sergente a Camp Atterbury – *Non sopravviverai tre giorni* – riecheggiava non come insulto. Come diagnosi accurata.
Gambe molli come budella. Quando finalmente si reggeva in piedi, Luca decise che era tempo di una lezione. Un angolo vicino a una paratia. Lontano dal viavai. Lì, l’odore di nafta copriva tutto.
«Dammi il tuo fucile,» ordinò.
Marco glielo passò. Acciaio freddo e familiare. Luca si sedette a gambe incrociate, l’arma sulle ginocchia come uno strumento sacro. Gesti fluidi, meccanici. Smontò. Slitta dell’otturatore, gruppo del castello, percussore. Ogni pezzo posato su un panno unto tra di loro.
«Ora tu. Occhi chiusi.»
«Cosa?»
«Occhi chiusi, Bellini. La notte nel fango, sotto il fuoco, non avrai una lanterna. Le tue dita devono sapere. Devono vedere al posto tuo.»
Marco obbedì. Buio totale. Le sue dita, goffe, brancolarono tra i componenti metallici. Cercarono la curva del grilletto, la forma del carrello. Luca non parlava. Lasciare che la paura di fallire fosse l’insegnante. Dopo tre tentativi falliti di reinserire il percussore, le dita di Marco iniziarono a ricordare. La forma. Il peso. Il modo in cui scattava in posizione. Non era più un oggetto. Estensione del suo braccio. Estensione che poteva uccidere.
«Bene,» fu tutto ciò che disse Luca quando Marco rimontò l’arma al quarto tentativo, occhi ancora serrati. «Adesso dormi. Domani si ricomincia.**
Il tenente Morrison, in piedi su una cassa. Uniforme impeccabile, affronto al degrado circostante. Sguardo azzurro che tagliava la folla come un faro.
«Attenzione, uomini. La destinazione non è più segreto. Navighiamo verso la Francia liberata. Non verso le spiagge, grazie a Dio. Sbarcherete a Cherbourg, porto in mano alleata. Ma non fatevi illusioni.» Pausa strategica. Il rombo dei motori riempì il silenzio. «La Francia è libera solo sulle carte del Quartier Generale. Là fuori, nidi di resistenza tedesca. Cecchini. Sabotatori. E poi c’è il Siegfried. La loro linea difensiva. È lì che andate. L’addestramento è finito. Ogni errore, là, si paga in sangue. Il vostro o quello dell’uomo accanto a voi.»
Un brivido. Non causato dall’umidità. *Francia liberata*. Parole vuote, slogan. Marco guardò Luca. Il suo amico fissava Morrison, mascella serrata. Un muscolo che pulsava sulla guancia.
Noia e paura. Genitori del gioco d’azzardo. Una settimana dopo, un circolo di poker in un anfratto vicino alla sala macchine. Caldo infernale. Odore di olio bruciato, penetrante. Marco, spinto da Luca che gli sussurrò «Stai solo a guardare, impara», si sedette ai margini. Cinque veterani. Sguardi opachi, mani segnate. Parlavano poco. Solo puntate. Marco osservava. Notò che l’uomo più grosso, un sergente con una cicatrice a forma di stella sulla mano, si toccava l’orecchio sinistro. Ogni volta che bluffava.
Quando un veterano si alzò, nauseato dalla perdita, lo sguardo del sergente si posò su Marco. «E tu, ragazzino? Hai fegato, o solo occhi grandi?»
Stomaco contratto. Poi, il ricordo. Dita sul fucile al buio. Precisione. Osservazione. Annuì, silenzioso. Si sedette. Fiches: sigarette, monete, dollari stropicciati. Marco giocò lentamente. Conservativamente. Perse le prime mani. Poi iniziò a vincere. Piccole somme. Notava i tic. I respiri trattenuti. Il modo in cui un uomo con una coppia bassa fissava troppo le sue fiches. Non giocava le carte. Giocava gli uomini. Quando il sergente dalla cicatrice a stella si toccò l’orecchio su un pugno pieno di assi, Marco, che aveva un colore di cuori, rilanciò tutto. Lo sguardo dell’uomo vacillò. Passò.
Davanti a Marco, un mucchietto di settantadue dollari. Fortuna. Il sergente lo fissò, la cicatrice che sembrava pulsare. «Hanno insegnato a giocare a poker ad Atterbury?»
«No, signore,» disse Marco, voce più ferma del previsto. «Hanno insegnato a osservare.**
L’allarme sottomarino squarciò la notte. Un urlo di bestia ferita. Cornetta acuta, straziante. Poi voci isteriche dei marinai. «TUTTI AI POSTI! SILENZIO ASSOLUTO!»
Panico istantaneo. Viscerale.
Urla metalliche che rimbalzavano sulle paratie.
Vomito che schizzava sulle scarpe.
Unghie che graffiavano l’acciaio dei muri.
Trecento uomini stipati, un’unica creatura in preda al terrore. Marco fu scaraventato dalla sua amaca. Atterrò sul pavimento di metallo, tonfo sordo. Buio rotto da luci di emergenza rosse. Ombre danzanti, demoniache. Il rombo dei motori cessò di colpo. Silenzio spettrale. Agghiacciante. Poi, il gemito dell’acciaio. Il respiro affannoso di trecento polmoni.
Strisciando, trovò Luca schiacciato contro una paratia. Occhi spalancati, fissi nel vuoto. Non era il panico del presente che Marco vi leggeva. Era il fantasma di un altro orrore. «Luca,» sussurrò, afferrandolo per un braccio. Il contatto fisico sembrò richiamarlo. Luca scosse la testa, come per liberarsi di un’immagine.
«Falsa allerta. Cazzo di *drill* da manuale,» mormorò dopo un’eternità, quando i motori ripresero a ronzare. La sua voce, rauca, usava termini che Marco non conosceva. «Sanno solo come farci cagare addosso. Manovra di siluramento evasiva standard, ma l’hanno esagerata sul *pitch*.»
Nella luce riaccesa, mentre la nave riprendeva il suo ritmo, Luca si voltò verso Marco. Il suo sguardo era vulnerabile. Nudo. «Ho una ragazza. A Padova. Si chiama Anna.» Deglutì. «È incinta. Due mesi prima che partissi.»
Marco rimase senza parole. Luca non aveva mai parlato di questo. «Le hai scritto?»
«Ogni giorno. Ma le lettere… chissà se arrivano.» Trasse dalla tasca interna della giubba una fotografia stropicciata, protetta da cellophane. La mostrò. Una ragazza sorridente, capelli scuri al vento, occhi luminosi. Sullo sfondo, i portici di Padova. Una vita normale. «Lei è la ragione,» disse Luca, e in quelle parole c’era una ferocia, una promessa sacra. «Non il dovere, non la bandiera. Lei. E quel bambino.**
Assegnazione che nessuno voleva. La guardia notturna. Ponte di prua, di notte, Atlantico del nord. Deserto di vento tagliente e oscurità infinita. Quando il tenente Morrison chiamò il suo nome all’appello, Marco sentì lo sguardo di alcuni veterani. Carico di compassione beffarda.
«Bellini. Ponte di prua, turno di quattro ore. Tieni gli occhi aperti. Non per i tedeschi. Per la nostra gente. I disperati a volte fanno cose stupide.»
Velluto nero punteggiato da stelle indifferenti. Vento che sferzava, penetrante, attraverso la giacca di lana. Marco, il fucile imbracciato, scrutava l’oscurità. Rombo dei motori, brusio costante. Respiro del mostro. L’immensità dell’oceano lo schiacciava. Lo riduceva a un nulla. Poi, i pensieri. Forma.
Sua madre a San Martino.
Il fango delle risaie.
Il viso di Anna nella fotografia.
La cicatrice a stella sul dorso della mano del sergente.
Le dita che trovavano il percussore al buio.
*Sto andando in guerra.*
Per la prima volta, la frase non fu astrazione addestrativa. Fu verità fisica. Concreta come il metallo gelato del fucile tra le sue mani. Stava andando in un luogo dove uomini come Luca, con una Anna e un bambino in attesa, potevano morire. Dove lui poteva morire. Terrore intenso. Puro. Per un attimo, blocco del respiro. Non paura della morte. Paura dell’oblio. Di diventare un nome su una lettera del Ministero. Un ricordo che svanisce.
All’alba del decimo giorno, fu Luca a venire a prenderlo. «Vieni. Devi vedere questo.»
Marco, intirizzito, ancora scosso, lo seguì sul ponte affollato di altri soldati silenziosi. Nebbia bassa e umida. Sudario grigio che avvolgeva la nave. Poi, una brezza più forte. La squarciò.
Emergente dalle brume come un’apparizione. Una scura, frastagliata linea di costa. Non drammatica. Non minacciosa. Semplicemente *lì*. Terra. Un’altra terra.
«Inghilterra,» disse Luca, accanto a lui. Voce piana. «Poi la Francia. Poi la Germania.»
Marco guardava quelle colline che prendevano forma. Nessuna eccitazione. Nessun patriottismo. Solo una strana, glaciale sensazione. Aver varcato un confine. Irreversibile. San Martino, il viaggio, le lezioni, il poker, la paura nella notte: tutto preludio. Adesso cominciava il resto. Morrison aveva detto che l’addestramento era finito.
Guardando la costa inglese solidificarsi nella luce dell’alba, Marco Bellini capì. Chiarezza che gli gelò il sangue più del vento atlantico.
Morrison aveva mentito.
Le sue dita stringevano la ringhiera di acciaio freddo. Fino al crampo. Il suo respiro cercava, invano, di sincronizzarsi con il rollio delle onde.
L’addestramento non era finito.
Era appena iniziato.