**CAMP ATTERBURY, INDIANA – LUGLIO 1943**
Il furgone si fermò con uno scossone che fece sbattere la testa di James contro il finestrino. Il metallo era scottante. Luglio in Indiana era una fornace umida che ti appiccicava la camicia alla schiena prima ancora di scendere.
"Fuori, signorine!" ringhiò una voce che graffiava come ghiaia su lamiera. "Allineamento in trenta secondi o la vostra prima notte la passate a pulire i cessi con lo spazzolino da denti!"
James scivolò giù dal veicolo, le gambe intorpidite. Il bagaglio: uno zaino di tela logora che conteneva una foto di sua madre, un cambio di biancheria, e la sensazione persistente di essere nel posto sbagliato. Camp Atterbury si stendeva davanti a lui, una distesa infinita di baracche color fango, polvere rossastra sollevata da camion che sfrecciavano, e il suono ritmico, ossessivo, di centinaia di uomini che marciavano all'unisono. L'aria sapeva di sudore, grasso per fucili e paura repressa.
Il sergente Thomas Wade non camminava, si spostava come un tornado controllato. Altezza media, ma sembrava più alto per come teneva le spalle, per come gli occhi grigi scansionavano le reclute come se stesse valutando il miglior punto in cui affondare un coltello. Si fermò davanti a James.
"Nome."
"Hartley, signore. James Hartley."
Wade non rispose. I suoi occhi scivolarono giù, lentamente, fino alle calzature di James. Scarpe da città, di cuoio scuro, ancora impolverate dal viaggio. Non le pesanti ghette degli altri. Non gli stivali.
"Lei," disse Wade, voce bassa ma tagliente come il vetro, "ha portato le scarpette da ballo, Hartley?"
Qualcuno tra le file soffocò una risata. James sentì un sudore freddo alle tempie. Il suo respiro si bloccò in gola. "No, signore. Sono le mie..."
"Lei crede che in Europa ci siano passerelle? Che i tedeschi le lanceranno dei fiori?" La voce del sergente si alzò di un ottavo, sufficiente a farsi sentire da tutta la compagnia. "Guardate tutti! Le scarpine lucide di Hartley! Forse spera di ballare uno swing con Hitler!"
La risata questa volta fu generale, forzata, nervosa. James fissò un punto oltre la spalla di Wade, le mascelle serrate. Le sue mani, appese lungo i fianchi, si aprirono e si chiusero. Il sudore gli colava lungo la colonna vertebrale, una goccia fredda nonostante il caldo.
"Le sue suole, Hartley, sono lo specchio della sua inutilità. Sporche fuori, vuote dentro. In venti secondi, lei e le sue scarpine da ballo saranno nel fango. E ci resteranno. È chiaro?"
"Signore sì, signore."
La giornata proseguì come un lungo, unico obbrobrio. Il poligono di tiro era un inferno di rumore e fumo acre. James impugnò il pesante M1 Garand come fosse un serpente velenoso. Il calcio gli batteva contro la spalla, ogni rinculo un pugno. Il bersaglio a cinquanta metri ondeggiava nella foschia di calore.
"Fuoco a volontà!"
Il rombo degli spari degli altri lo assordò. Lui premette il grilletto. Una volta. Due. Ventiquattro colpi a disposizione. Alla fine, il sergente istruttore, un tipo con la faccia butterata, passò in rassegna i bersagli. Si fermò davanti al suo. Fischiò tra i denti.
"Tre. Tre cazzo di fori su venti. Ragazzo, con questa mira non colpiresti il culo di un elefante a tre metri. Sei un pericolo. Più per noi che per i crucchi."
A mensa, il silenzio era rotto solo dal tintinnio delle posate di latta e dai mormorii bassi. James cercava di mangiare lo stufato grumoso, il suo corpo un'unica fitta di dolore muscolare. Tre uomini più grandi, con le mostrine da veterani in addestramento avanzato, si avvicinarono al suo tavolo.
"Ehi, scarpine," disse il più grande, un tipo con il naso storto. "Dicono che spari come una ragazza. È vero?"
James continuò a mangiare. Le sue nocche erano bianche attorno alla forchetta.
"Ti parlo, ricciolino." Una mano schiacciò la sua testa, spingendogli il viso quasi nel piatto.
Il suono della forchetta di latta che cadeva fu metallico e definitivo. James si alzò. Non era un movimento aggressivo, era lento, come se ogni muscolo protestasse. "Lasciami stare."
La risata dei tre fu breve. Il primo pugno lo colpì allo stomaco. James piegò in due, l'aria che gli sfuggiva dai polmoni in un grugnito. Il secondo colpo lo prese alla tempia. Vide lampi bianchi. Stava cadendo, il mondo che si inclinava, quando un altro corpo si frappose.
"Basta così."
David Cole era più basso di James, magro, ma si era piazzato davanti a lui con una calma che sembrava fuori luogo. Aveva occhi color ghiaccio scuro, e una cicatrice sottile che gli attraversava il sopracciglio sinistro.
"Il pupazzo è tuo, amico?" ringhiò il veterano dal naso rotto.
"Non mi piace vedere tre contro uno," disse Cole, voce piatta, senza sfida. "Se avete voglia, provate con me. Uno alla volta."
Qualcosa in quello sguardo fermo, in quella cicatrice, fece esitare i tre. Borbottarono, lanciarono un'ultima occhiata a James che si rialzava faticosamente, e se ne andarono.
"Grazie," riuscì a dire James, tastandosi la tempia. Le dita tornarono umide di sangue.
Cole annuì, tornando al suo pasto. "Non ringraziarmi. Wade ha visto tutto. E odia gli scontri."
La punizione arrivò come un oracolo di pietra. Wade non alzò nemmeno la voce. "Hartley. Lei attira problemi come la merda attira le mosche. Due settimane di latrine. Inizia stasera. E se trovo un solo cesso che non brilla, raddoppio."
Per quattordici notti consecutive, James visse nell'odore. Ammoniaca, feci, disinfettante che non copriva nulla. Strofina, sciacqua, ripeti. Le mani gli si raggrinzivano nei guanti di gomma bucati, l'odore gli si era insediato nelle narici, un fantasma persistente che lo seguiva anche nel sonno. Scriveva a sua madre nelle brevi pause, alla luce fioca di una lampadina nella baracca.
*Cara mamma, il campo è grande e molto organizzato. Il cibo è sostanzioso. Sto imparando molto. Non preoccuparti per me.*
Mentire era un atto di amore. La verità – la disperazione vischiosa, l'umiliazione che gli bruciava la gola – non poteva attraversare l'oceano.
Fu Cole a rompere il silenzio, una sera mentre James tornava dalla sua corvée, le braccia che gli pesavano come tronchi. Camminavano lungo il perimetro, l'oscurità punteggiata dalle luci dei guardiani.
"Mio fratello maggiore, Michael," disse Cole all'improvviso, senza preamboli, fissando il filo spinato che scintillava al chiaro di luna. "È morto il sei giugno. Omaha Beach."
James tacque. L'aria era fresca, portava via un po' dell'odore che gli si era attaccato.
"Mi hanno mandato la lettera. E i suoi effetti." La voce di Cole era un monotono controllato. "C'era un orologio da tasca, tutto arrugginito dall'acqua salata. Si era rotto alle 06:47. L'ora in cui è morto, credo. Lo tengo qui." Si batté il petto, sopra la tasca. "Ogni volta che ho paura, lo sento battere. Anche se è fermo."
James guardò il profilo di Cole. Non c'era traccia di lacrime, solo una stanchezza antica, più vecchia dei suoi vent'anni. "Mi dispiace."
"Non dispiacerti," disse Cole, voltandosi. I suoi occhi nel buio erano pozzi neri. "Impara. Io sono qui perché Michael no. Tu sei qui perché... beh, non so perché tu sia qui, Hartley. Ma se vuoi sopravvivere abbastanza per scoprirlo, devi smettere di essere un bersaglio."
La selezione per le squadre di combattimento avvenne in un hangar enorme. Gli uomini si allineavano, nudi fino alla vita, mentre ufficiali medici e sergenti istruttori passavano in rassegna, palpavano muscoli, controllavano i denti come cavalli. Un odore acre di sudore nervoso riempiva lo spazio. Un tremito collettivo, quasi impercettibile, attraversava le mani degli uomini in attesa. Wade era lì, con una tavoletta di legno e una matita.
Assegnava nomi a elenchi. "Squadra A... Squadra B... Supporto logistico..."
James rimase in piedi, cercando di non tremare. Il suo corpo, esile da impiegato, sembrava ancora più gracile accanto alle spalle larghe e ai petti scolpiti degli altri. Uno dopo l'altro, gli uomini venivano scelti. Cole andò nella Squadra C, con un cenno secco di Wade.
L'hangar si svuotava. Alla fine, rimasero in due: James e un ragazzo con una forte miopia che batteva le palpebre dietro lenti spesse.
Wade si avvicinò. La sua ombra inghiottì James. Guardò la sua tavoletta, poi James, poi di nuovo la tavoletta. Fece una riga.
"Squadra E. Riserva operativa." Alzò lo sguardo. "Sai cosa significa, Hartley? Significa che se tutti gli altri muoiono, forse, forse, manderanno te. Sei l'ultima scelta. La riserva della riserva."
James sentì il vuoto aprirsi nello stomaco. Non era sorpresa, era conferma.
Wade si chinò, abbastanza da che il suo alito, che sapeva di caffè rancido, arrivasse al viso di James. "Io ho visto la tua cartella," sussurrò, una voce per lui solo. "Nessun sport a scuola. Lavoro d'ufficio. Non hai mai fatto a pugni prima di venire qui, vero? Ascoltami bene, ragazzo. L'Europa non è un posto per chi è l'ultimo della lista. Là, essere l'ultimo significa essere morto. Non sopravviverai tre giorni. Tre. Fottuti. Giorni."
Si raddrizzò, il suo volto tornò un impassibile maschera di granito. "Ora sparisci dalla mia vista."
Quella notte, James non riuscì a dormire. Il russare degli altri uomini era un coro di seghe. Si alzò, si avvicinò alla finestra sporca della baracca. Fuori, sotto i riflettori, un convoglio si stava preparando. Camion accesi, motori che rombavano nel silenzio della notte. Uomini caricavano casse, si passavano pacchi sigillati. Erano i veterani, quelli del corso avanzato. I loro volti erano diversi: seri, concentrati, ma con una luce che James non aveva mai visto in se stesso. Non era entusiasmo. Era risolutezza. Una terribile, ferma accettazione.
Uno di loro, un sergente con i capelli rasati, si voltò e per un attimo i suoi occhi incrociarono quelli di James alla finestra. Non ci fu cenno, né sorriso, né disprezzo. Solo uno sguardo vuoto, come se stesse già guardando attraverso di lui, verso qualcosa di molto più lontano e spaventoso.
Poi l'uomo salì sul camion. Il portellone si chiuse. Il convoglio si mosse, luci posteriori che si allontanavano nel buio, verso i cancelli, verso la ferrovia, verso le navi.
Verso l'Europa.
James rimase alla finestra, il vetro freddo contro la fronte. Il furgone che lo aveva portato lì, le scarpe sporche, i tre colpi a segno, il sangue alla tempia, l'odore delle latrine, le parole di Cole sull'orologio fermo, lo sguardo vuoto del veterano. Tutti i pezzi si unirono, formando un'immagine chiara, spietata.
Non era un soldato. Era un errore in uniforme. E l'errore più grande di tutti lo aspettava dall'altra parte dell'oceano, dove il sergente Wade aveva già pronosticato la sua fine.
Tremò. Non per il freddo. Perché, per la prima volta, sapeva che Wade poteva avere ragione. E l'unica cosa più spaventosa della paura di morire, in quel momento, era la certezza silenziosa negli occhi di quegli uomini che partivano. Loro sapevano. E ora, in qualche modo, lo sapeva anche lui.